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martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 15.04.2014)

© Crenabog 




Una volta riportata a corte, la profezia degli Uomini Verdi aveva lasciato tutti perplessi: nessuno infatti sembrava capace di interpretarla correttamente, o almeno di trovare il sistema per portare la voce del mare nella foresta. I goblins si offrirono di scavare le spiagge a nord per cercare le conchiglie più grandi, nella convinzione che ascoltandole si sarebbe sentita la voce marina. Ma giustamente re Brian fece notare che anche se le avessero poggiate sul terreno, non per questo il terreno aveva orecchie. Gli gnomi chiesero ai nani se fossero stati disponibile ad aiutarli a scavare un canale che dalle spiagge avrebbe fatto scorrere l'acqua del mare fin laggiù ma si resero conto che sarebbe stata un impresa enorme e mai avrebbero fatto in tempo, prima che la continua presenza del sole nel cielo avesse creato ulteriori danni. Ogni idea, anche le più assurde, venne vagliata ma nessuna risultò veramente efficace. Quando il chiasso si calmò e tutti i rappresentanti delle varie razze del Popolo Segreto restarono in silenzio rimuginando sul problema, il Narratore - che si era mantenuto in disparte ma aveva fatto lavorare il cervello - chiese che lo lasciassero provare; re Oberon fu ben felice di lasciargli questa possibilità e l'uomo prima di tutto chiese a Mab se era disposta a guidarlo nel luogo vittima dell'incanto poi, insieme a lei, scesero nelle grotte per chiamare Paulie. La selkje fu subito disposta ad accompagnare il suo amato nell'impresa, anche se non aveva ancora ben compreso fino in fondo cosa fosse successo. Partirono e dopo alcune ore di cavalcata giunsero nel bosco e trovarono facilmente l'enorme cumulo di foglie, rami, alberi che copriva il suolo sotto il quale la Pietra Circolare tentava ancora, senza risultato, di diffondere il buio della notte. Nel viaggio, il Narratore aveva spiegato a Paulie cosa aveva combinato il Re dei Troll, così, una volta scesi da cavallo, la giovane aveva pronta quella che immaginava potesse essere l'ultima risorsa. Sorridendo, disse all'uomo e a Mab di tapparsi le orecchie nel miglior modo possibile perché non sarebbe stato uno scherzo poi, dopo essersi concentrata per qualche breve momento, iniziò una strana litania, quasi un canto il cui volume aumentò a dismisura. Il Narratore, per quanto avesse cercato di chiudere le orecchie con della cera presa da un favo, stentò a credere che quell'urlo infinito provenisse dalla donna che amava. Eppure.. eppure Paulie ricordava ancora benissimo il potente incantesimo che il capo dei tritoni insegnava alle creature marine, l'incantesimo capace di far sollevare ondate gigantesche, di provocare i gorghi, di scuotere persino il kraken dai suoi profondi recessi. Era la loro via di salvezza contro le imbarcazioni che gli davano la caccia, e invariabilmente conduceva allo sfacelo le barche dei pescatori, scaraventandole negli abissi. Paulie gridò, e un vento innaturale si scatenò, ma non c'erano onde da innalzare bensì un unica immensa ondata di foglie, rami e sassi che si alzò dal terreno volando alta nel cielo, sempre più lontano. E davanti agli occhi stupefatti della regina delle fate apparve finalmente il grande spiazzo, completamente spoglio, dal quale subito prese a sprigionarsi , come un vago sottile fumo, il buio. Sempre più scura si fece l'aria d'intorno, man mano che il fulgore dei raggi solari veniva coperto: un unica cosa ancora brillava, di un lucore verdastro, malato, rabbioso. L'albero intriso dall'invidia della strega. Mab lo distinse subito e con un comando delle sue minuscole dita lo ridusse in cenere poi, mentre il fragile equilibrio del mondo cominciava a ricostruirsi, tenendosi tutti abbracciati, risalirono a cavallo e presero la strada del ritorno.


La notte tornò, come sempre era accaduto, portando refrigerio e la salvifica rugiada. Tornò e oscurò le contee, anche lo Shire del Blubarth, dove si era rifugiato il Re dei Troll, intento a scavare sentieri nel sottosuolo per ripararsi dal sole. Il cambiamento di temperatura scese sottile fino a lui e il troll, incuriosito, decise di andare a vedere. Quale sorpresa lo colse quando, giunto all'imboccatura della caverna, si ritrovò immerso nell'oscurità esterna. Capì che il Popolo Segreto era riuscito ad annullare il suo malefico operato e perse il controllo: furibondo, si diede a scaraventare massi in ogni direzione, urlando e correndo come un pazzo sulle coste rocciose della montagna. Alla fine crollò, esausto, in un sonno costellato di sogni carichi d'ira: e così lo trovò il tenue spuntare della nuova alba. Di lui rimase soltanto un enorme roccia piena di fenditure, dal vago sembiante di quel che era stato. E a ben pensarci, fu un castigo anche troppo rapido e lieve, per quel che aveva inteso fare.




*** FINE ***

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 03.04.2014)

© Crenabog 





Il sole continuava implacabile a mandare il suo calore, la gente boccheggiava cercando riparo all'ombra delle case e i grandi campi verdi mostravano l'erba che ingialliva seccandosi. Mab, dal canto suo, stava facendo saltare a più non posso la rana da corsa, e già vedeva in lontananza avvicinarsi il bosco degli Uomini Verdi. Una volta giuntavi, si rese conto che non tutti si erano trasformati in umani, molti alberi mostravano ancora volti che la osservavano. Mab frenò il bizzarro animale e cominciò a crescere di statura. Ogni fata può mutare dimensioni e la piccola regina ci teneva a presentarsi al meglio; si avvicinò ad un uomo albero dai tratti giovanili e gli chiese come mai non fossero tornati tutti alla loro forma originale. La spiegazione la lasciò stupita, alcuni di loro infatti col tempo avevano apprezzato tanto il fatto di essere intimamente connessi alla natura che non se l'erano sentita di ritrasformarsi, benché Finbar e Cinnia li avessero liberati dall'incantesimo. Mab raccontò loro quel che stava accadendo e domandò se potessero aiutarla a capire e a trovare un rimedio. Vlad, il giovane uomo albero, chiese di attendere e si concentrò poi disse:

- Le mie radici hanno parlato con la terra, regina. So cosa è successo e abbiamo ricordato. Tra i racconti dei nostri antichi padri ci sono molte leggende, e anche delle profezie. Secoli fa gli Uomini Verdi erano esperti in queste cose, predicevano il futuro, avevano visioni. E ricordiamo la profezia del sole eterno, che sarebbe sorto per bruciare tutto, e solo l'elemento contrario avrebbe sconfitto la magia. Ora, regina Mab, anche da così lontano noi sentiamo con le nostre radici il lamento della terra, e sappiamo dove è successo tutto, quindi potrò indicarti con precisione il posto. Ma quale è l'elemento che lì non esiste?

- Vlad, è in un bosco, una radura, un castello.. dove si è svolto l'incanto?

- E' nel mezzo di una foresta, ed è stato il Re Troll. Ha seguito le istruzioni di un albero che è stato maledetto da una piota vagante, intrisa di invidia.

- Ah! E noi che credevamo fosse andata via dalle nostre zone!

- No, si è fermata lì e ha bruciato lo spirito del nostro fratello albero, rendendolo crudele.

- Quindi è in un bosco. C'è la terra, c'è il legno, foglie.. cosa mai manca, Vlad?

- Pensaci, regina. Qualcosa che in un bosco non c'è, né ci sarà mai.

- L'acqua? No, perché anche il fiume passa dentro Bosco Buio.

- L'acqua sì, invece. Ma l'acqua del mare. Solo qualcosa di completamente sconosciuto al Bosco può far fuggire l'incanto. Puoi portare il mare nel Bosco, regina?

Mab scuoteva la testa sconfortata, perplessa, non riusciva a immaginare come fare. Poi:

- Deve essere per forza il mare? O basta il simbolo?

- Puoi provarci, questo la profezia non lo riporta. Dice che la voce del mare farà tornare il buio.

- La voce?

- Sì. Questo raccontavano i padri antichi.

- Grazie, grazie! - Mab abbracciò d'impulso il giovane uomo albero, si inchinò verso gli Uomini Verdi che avevano cominciato a radunarsi e avevano ascoltato pazientemente tutto, e vibrando ridusse le sue forme, tornò minuscola e salì sulla grande rana, lanciandosi in una corsa sfrenata.




I campi stavano cedendo, e solo i grandi boschi dello Shire resistevano ai giorni infuocati che si stavano susseguendo. Sarebbe arrivata in tempo?


Continua - e termina - nella quinta puntata, QUI : La favola del re dei troll 5


domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 12.09.2013)

© Crenabog 




Intanto, nella sua reggia, anche re Brian si era dato da fare per scoprire le mire di Dando, ed aveva inviato i suoi folletti sui Sentieri Specchio, così che potessero raggiungere più velocemente le lontane lande dello Shire e riportargli notizie aggiornate. Fu proprio grazie a questo espediente che re Brian si vide tornare un minuscolo leprechaun, bardato con gli abiti consueti della sua razza, panciotto e calzoni verdi, scarpe di pelle borchiate e cappello verde. Il leprechaun salutò formalmente inchinandosi e re Brian apprezzò il fatto che non sembrasse ubriaco, il che succedeva quasi sempre con quel tipo di folletti. Il minuscolo essere rivelò di aver saputo da un altro suo pari che viveva tra le botti di una cantina che improvvisamente la casa dei fratelli Corchoran si era riempita d'oro, il che interessò subito re Brian, dato che nessuna fattoria avrebbe avuto modo di accedere a ricchezze se non fosse stato per qualche ritrovamento di un tesoro o per artifici poco legali. Il folletto aggiunse anche di aver sentito dire che i Corchoran avevano creato mesi prima un grande allevamento di gatti, cosa davvero inusuale, e che probabilmente dovevano averli venduti perché ora, nella fattoria, non ce n'erano più. Non sapeva se questa informazione potesse servire ma la cosa comunque era strana parecchio. Re Brian ne convenne e lasciò libero il leprechaun di tornare alle sue occupazioni, poi chiamò la sua scorta, indossò un mantello adeguato al suo stato e prese la via per recarsi da re Oberon.


Quando re Brian ebbe finito di raccontare tutto, Oberon si voltò verso la piccola Mab:

- Pensi anche tu quel che penso io?

- Ho paura di sì, anche se mi sembra una cosa assurda.

- Ovviamente. Sono secoli che nessuno è così pazzo da fare un rito del genere.

- Come avranno fatto a conoscerlo?

- Forse la carovana di zingari che è passata nelle lande mesi fa si è fermata anche da loro.

- Potrebbero aver comprato qualche vecchio libro di magia.

- Certo gli zingari non li avranno avvertiti del rischio che correvano.

- Figuriamoci, ma anche se fosse, i Corchoran sono noti in tutta la contea per la loro avarizia. Per l'oro sono capaci di fare qualsiasi cosa.

- Che scorra sangue di nano nelle loro vene? ,- intervenne re Brian.

- Cerca di essere serio, per una volta, - lo rimproverò Oberon. - Le cose si son messe male.

Il Narratore osò interromperli, troppa era la voglia di capire anche lui, e chiese di che si trattasse.

- Vedi, metti insieme le cose: l'oro nascosto in casa, l'allevamento dei gatti che non ci sono più.. devono aver eseguito il rito del Targhaim. Maledetti folli.




- E' una evocazione?

- E' una delle cose peggiori che la magia nera abbia concepito. Serve ad evocare il demone gatto: si arrostiscono vivi dei gatti per giorni interi, senza mai smettere neanche per mangiare o dormire, fin che Grandi Orecchie appare per fermarli e allora lo si può costringere ad esaudire un desiderio, in cambio.

- Ma è una cosa orrenda!

Certo, e non vedo cosa altro abbiano fatto se non questo. Quello che non sanno è che Grandi Orecchie ti dà quel che vuoi ma poi si vendica. Sempre. E certamente ha scatenato lui Dando e la Corte Scontenta.

- Che in questo momento sta mietendo vittime per tutto il territorio. Che si può fare, sire?


- Bisogna ripagare il debito a Grandi Orecchie, il prima possibile, e temo che l'unica cosa sia catturare i Corchoran e darglieli. Ma il guaio è che non richiamerà la caccia selvaggia della Corte: quelli di loro che sono spiriti torneranno con lui negli inferi, se lo accontentiamo, ma gli esseri maligni che li accompagnano andranno combattuti e non con sortilegi.

- Con le nostre forze non ce la faremo - disse Titania. - Ci serve qualcosa di più potente.

- Lo so, mia cara, - replicò Oberon. - Speravo di non dover arrivare a questo. Brian, mi serve il tuo folletto più abile nelle trattative.

- Agli ordini, sire. Cosa devo fargli fare?

- Mandalo su monte Atro e fagli convocare il portavoce dei Troll.





Continua nella sesta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 6

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 10.09.2013)

© Crenabog 





Il Narratore lasciò il proprio villaggio affondato nel dolore dopo essersi assicurato che tutti avessero ben compreso i pericoli a cui stavano andando incontro, ed aver consigliato il sindaco e padre O’Connell affinché la popolazione rimasta venisse al più presto evacuata verso i villaggi più a sud dello Shire. Con l’animo carico di oscuri pensieri tornò ad affrontare i sentieri di Bosco Buio, dove neanche più i raggi del sole tra le fronde regalavano un minimo di letizia. Giunse alla collina di re Oberon e fece il suo rapporto in merito a quel che era successo, evitando di incontrare suo figlio per non dovergli ancora dire la sorte di sua madre.


Corre. Corre la regina Mab sul suo minuscolo calesse trainato dai grilli. La regina Mab ha visto, e quel che deve dire non può attendere…

Lo Shire è avvolto dal dolore e dalla paura, dalle sue estreme propaggini a nord, dalle rive del mare gelato, fino ai confini ad est con la contea di Thumbria. La Corte degli Scontenti reca un manto di tenebra e la notte non porta riposo ma morte e desolazione. Dando cavalca alla testa della Corte, orme di fuoco lascia il suo pooka, la sua risata agghiaccia il sangue anche ai troll. I nani delle montagne hanno chiuso le caverne con frane di pietra e scendono nelle profondità: non vogliono sentire, né sapere
.


La regina Mab giunse alla reggia di Oberon con il suo stuolo di fate volanti e venne subito condotta nella sala delle udienze. Oberon, Titania e il Narratore la accolsero e restarono in profondo silenzio alle sue parole. Udirono delle devastazioni che la Corte infernale stava provocando, della magia nera che aveva preso possesso delle lande, dalle praterie ai monti gelati, dei lutti tra gli umani che non comprendevano il senso di quel che accadeva. Tutti i peggiori incubi delle leggende sembravano essersi materializzati, non c’era più sicurezza per nessuno. Re Oberon restava però perplesso, tutto questo non aveva uno scopo visibile. Certo, la Corte infernale traeva gioia dal dolore altrui ma mai prima di allora era avvenuto un simile disastro. Essi uscivano la notte per le loro razzie, in cerca di anime, e in certi periodi dell’anno, in previsione dei quali gli umani elevavano preghiere ed eseguivano antichi rituali protettivi. Solo gli stolti o gli ubriachi uscivano nel buio e finivano per diventare prede. E vittime. Ma per tutto questo doveva per forza esserci una ragione. Oberon chiese ancora a Mab se le fosse giunta qualche notizia capace di spiegare…
- Sire, anche noi del nord non comprendiamo il perché. Il Popolo Segreto sta fuggendo perché non sono solo gli umani quelli in pericolo. E’ vero che gli Scontenti danno loro la caccia, ma il male avvelena l’atmosfera, dissecca la terra, imputridisce l’acqua. Molti di noi hanno chiesto asilo agli elfi di monte Atro, altri stanno fuggendo dove capita.
- Eppure sono certo che Dando abbia dei motivi per questo.







Il Narratore si permise di intervenire:
- Maestà, perdonate ma non ho mai incontrato prima questo nome. Fa parte della Corte Selvaggia?
- Amico mio, certo, non sai perché è da moltissimo tempo che il nome del maledetto non veniva pronunciato… Dando era l’abate di Cough Mara, un umano dedito solo al vizio, al bere, alla lussuria. La sua gioia era la caccia e non sarebbe mancato ad una battuta neanche se il Papa stesso, o il vostro Dio, fosse stato in chiesa ad attenderlo. Ed era a caccia, una domenica, con la sua torma di mastini e alcuni amici, invece che in chiesa a celebrare il rito, e di certo aveva la furia in corpo, sia perché era ubriaco sia perché non aveva preso niente, quando dal folto della foresta uno straniero a cavallo lo raggiunse. Oh, noi sappiamo bene chi fosse ma Dando non lo sapeva… Lo straniero aveva il dorso del cavallo coperto dalle prede uccise e questo fece ancor più ribollire il sangue all’abate che spronò la sua bestia, gli si avvicinò e prese ad ingiuriarlo, urlando che quegli animali spettavano a lui dato che cacciava sempre in quella foresta. Lo straniero esplose in una fragorosa risata e disse che se li avesse davvero voluti avrebbe dovuto venire a prenderseli. Dando gridò che lo avrebbe seguito fino all’inferno e mentre lanciava questa bestemmia lo straniero lo afferrò per una manica, il suolo si spaccò e lo trascinò con sé. Esattamente dove Dando aveva detto che sarebbe andato. Da allora lo spirito maledetto di Dando esce ogni anno dal suolo e batte i sentieri con il suo branco, i meravigliosi cani del Diavolo, come li definiscono le leggende, a caccia di anime per compiacere il suo nuovo padrone.



- Capisco. Ma la sua malvagità non spiega ancora cosa abbia scatenato questa invasione.
- Infatti, - replicò la piccola Mab. – Ora possiamo solo attendere, sperando che giungano altre notizie dal Buon Popolo.
- I nostri folletti, anche loro, sono in giro per cercare di sapere, - disse Titania. – Per ora restiamo nella nostra terra e teniamoci pronti. Gli umani sono partiti?
- Me lo auguro, mia regina ,- disse il Narratore. – Hanno avuto una prova molto chiara di cosa sta accadendo e non credo siano così folli da restare al villaggio.
- Bene, meglio così. Per loro avremmo potuto fare ben poco. Ed ora lasciamo riposare Mab e assicuriamoci che le vedette e le difese siano tutte ai loro posti…




Poi, mentre lentamente il fuoco si spegneva nel grande camino, ognuno si ritirò nelle sue stanze. Mestamente, il Narratore discese la grande scala di pietra che portava alla magnifica grotta con il lago sotterraneo dove Titania aveva alloggiato Paulie e alcune fate che le tenevano compagnia, e dove suo figlio lo aspettava, ancora inconsapevole della tragica fine di sua madre. Avevano così tante cose da dirsi; avrebbe dovuto trovare la forza per farlo.






Continua nella quinta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 5



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 09.09.2013)

© Crenabog 





A lungo discussero della soluzione migliore per allontanare la possessione degli Alp-Luachra, e infine il Narratore si accommiatò dal Popolo Segreto e tornò al villaggio. Aveva ben chiara la procedura da adottare ma sapeva anche che non sarebbe stato semplice: per prima cosa andò a casa per assicurarsi che sua moglie stesse ancora bene, protetta da tutti i controincantesimi che aveva potuto mettere, e dalla sorveglianza che i minuscoli Spriggan che vivevano nei muri le facevano. Aprì la robusta porta di legno ma solo una camera vuota e dal pavimento polveroso lo attendeva. La chiamò, girò per le stanze ma non ne trovò traccia. Allora batté sui muri per richiamare gli Spriggan e alcuni di loro sgusciarono fuori da minuscole fessure vicino ai travi di quercia che reggevano il tetto. Non lo salutarono con la consueta gaiezza e questo lo mise sull'avviso.

- Una lieta giornata a voi, Gente Gentile. Sapete dirmi dove è mia moglie?

- Ah, noi abbiamo provato, sì, abbiamo provato.

- Ce l'abbiamo messa tutta!

- Certo, mica stavamo a bere birra.

- Ci siamo dati i turni per badare alla casa.

Le vocette degli Spriggan si affastellavano, petulanti ma inconcludenti.

- Dunque! Che cosa è successo? Ditemi, su!

- Ehhh.. mh.. vedi Narratore, avevamo fame e, sì, siamo andati a cercare delle uova.

- ..è così che l'Alp è entrato in casa e ha preso tua moglie.

- Ah! Dove si trova adesso?

- Con tutti gli altri del villaggio, nella canonica di padre O'Connell, l'ospedale non aveva più posto. Sono tutti lì, beninteso, chi ancora non è morto.


Il Narratore uscì velocemente di casa e si diresse alla chiesa. Fuori, la gente - i parenti degli ammalati - stazionava seduta nel prato su teli e coperte, ognuno vicino all'altro, come per tema di essere posseduto dagli Alp. Andò direttamente da padre O'Connell e chiese di sua moglie: il prete lo condusse da lei. Distesa su un letto di fortuna, dimagrita al punto che le ossa e non più la carne ne disegnavano i tratti, non riconobbe il marito. In verità a malapena sembrava respirare. Il Narratore cadde a sedere su una sedia di legno e si rivolse al prete.

- Padre, quel che deve essere fatto, va fatto subito. Il tempo è quasi finito per tutti questi e gli altri non si salveranno neanche loro. Dobbiamo trasportare tutti i posseduti sulla riva del fiume: cerchi di organizzare le persone ancora sane affinché portino qui carri e tutti i mezzi di trasporto che hanno  disposizione.- Lo faccio subito - replicò il sacerdote.- Bisognerà anche portare tutto il cibo che ancora c'è, soprattutto carne secca, e sale, tutto il sale che troveremo. Faccia anche scorta di acqua benedetta, mi raccomando. Uscirono e parlarono con la popolazione e subito venne organizzato il trasporto: qualunque essere fatato si fosse trovato quel giorno sulle rive del fiume che attraversava il villaggio avrebbe assistito ad uno spettacolo ben strano. Tutti i posseduti vennero sdraiati a poca distanza dalla riva, al punto che gli spruzzi della dolce, fresca acqua del fiume potevano bagnare i loro volti. Il Narratore comandò che venissero nutriti con cibo fortemente salato e speziato, a forza se fosse stato necessario.





La gente eseguì, aiutandosi l'un l'altro, e senza fare distinzioni se si fosse trattato di un parente o di altri. I gemiti straziarono la quiete del posto, i malati tentavano di ribellarsi ma vennero tenuti fermi. Passarono così almeno tre ore e le sofferenze aumentarono a dismisura fin quando, improvvisamente, i primi malati cercarono disperatamente di bere l'acqua del fiume. Dalle loro bocche spalancate furono chiaramente visti i simulacri degli Alp-Luachra scivolare fuori, sorta di forme gelatinose e biancastre, in cerca di acqua. E nell'acqua entrarono, impazziti dal sale, senza rendersi conto che l'acqua dolce è un taboo per il Popolo Segreto: subito iniziarono a dimenarsi, a spruzzare intorno, emettendo suoni inascoltabili. Ma il Narratore e il sacerdote si precipitarono a gettare sulle loro vaghe forme l'acqua benedetta, che finì l'opera di devastazione. In poco tempo gli Alp si dissolsero e la corrente trascinò lontano anche il loro ricordo. La popolazione cercò subito di rianimare i malati ma purtroppo molti di essi, già completamente debilitati, non avevano retto quest'ultima prova ed ora riposavano nel loro sonno mortale.


Il Narratore stesso tentò in ogni modo di far riprendere sua moglie, pregò, maledisse chi aveva lanciato l'incantesimo, la strinse a sé ma a nulla valse il suo dolore. Era troppo tardi anche per lei. Spirò, senza aprire gli occhi, persa nel limbo offuscato della malattia. Molte furono le grida di gioia, ma ancor più furono i pianti ed i lamenti dei parenti di chi non era sopravvissuto. E quando venne il tramonto, e grandi fuochi vennero accesi sulla riva del fiume, per riscaldare gli animi, il Narratore nascose il suo dolore nella più segreta tasca del cuore e si rivolse a tutti per spiegare cosa stesse accadendo e quali tragedie stavano preparandosi, per loro e per tutto il Popolo Segreto che viveva sotto le colline. Dando era in cammino.





Continua nella quarta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 4


LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 02.09.2013)

© Crenabog 




I giorni, alla corte di Oberon e Titania, sembrava non conoscessero più lo scorrere del tempo, tanta era la preoccupazione che si avvertiva nell'atmosfera, una volta gioiosamente delirante, del Popolo Segreto. Infine, annunciato dagli ululati dei Cani Neri Guardiani che re Oberon aveva messo a pattugliare i dintorni, arrivò il Bodach Glas. Il Narratore e suo figlio erano stati avvertiti della venuta del negromante del Nord ma non pensavano si trattasse dell'Annunciatore di Morte: il Bodach era infatti, più che un vero stregone, quasi uno spirito maligno, che scendeva di notte nelle case dai camini per annunciare sfortuna e disgrazia. Molto meno amichevole di una Banshee, se mai qualcuno nello Shire fosse stato così pazzo da ritenere una Banshee un essere amichevole... Il Bodach Glas si inchinò e presentò i suoi saluti al re e alla regina, venne invitato a sedersi e a rispondere alle domande di Oberon su cosa stesse accadendo. L'aria, nel salone principale, si raggrumò diventando una sorta di pesante nebbia scura, mentre al centro di essa il Bodach cambiava forma e veniva posseduto dallo Spirito Cervo, suo totem personale. Cupe risuonarono le sue parole.


- Sire, molte sono le immagini che giungono alla mia mente, e nessuna è favorevole. Il villaggio al limite di Bosco Buio è stato colpito da un taboo e gli Alp-Luachra stanno possedendo gli abitanti. Di questo bisognerà cercare un rimedio. Vedo anche altre cose, Sire: la Corte Malvagia è in movimento verso lo Shire, e temo abbiano intenzione di invadere la contea. Il motivo però, non lo comprendo, hanno i loro dominii, e vasti a sufficienza.

- Forse una vendetta? Hanno motivo di rivendicare qualcosa? - disse re Oberon, accigliandosi.

- Non posso saperlo, bisognerà scoprirlo. C'è una figura che sembra guidarli.. non vedo bene..

- Sforzati, negromante, tutto il Buon Popolo è in pericolo, oltre agli umani.

- Dando.. sembra essere lui.. - sussurrò il Bodach.

- Dando! Venne risucchiato all'inferno secoli fa! Cosa lo ha riportato sulla terra?

- Non lo so ancora, Sire. Ma dovete cominciare a prepararvi, e subito, e ad approntare le difese.

- Va bene. Ora devi riposare, stasera parleremo ancora.

Re Oberon batté le mani per ingiungere il termine della consultazione e il Bodach richiamò in sé l'ombra nella quale aveva divinato gli eventi. Un silenzio innaturale avvolse fino all'ultima propaggine del regno sotterraneo; il re aveva mandato il proprio pensiero nelle menti di tutto il Popolo Segreto e ora essi sapevano. E temevano.


Titania chiamò nelle sue stanze, illuminate dalla lattiginosa luminescenza prodotta da infiniti funghi alle pareti, il Narratore, suo figlio e Paulie per metterli al corrente. L'uomo già conosceva molti dei nomi e delle cose, e dunque capì subito la gravità della situazione. Paulie tremava, in silenzio. Il ragazzo chiese spiegazioni, non avendo idea di contro chi stessero andando.

- Figlio mio, anzi tutto devi capire cosa avviene al villaggio. La Corte degli Scontenti sembra voglia attaccare la contea, e quindi sta lanciando maledizioni sugli esseri umani. Ora, non so cosa accada negli altri villaggi ma da noi la gente è stata posseduta dagli Alp-Luachra e salvarli sarà davvero un problema.

- Non me ne hai mai parlato prima. Cosa, o chi, sono?

- Una gran brutta cosa. Sono spiriti di elfi maledetti, chiamati i "Gran Mangiatori". Quando scelgono la loro vittima, iniziano a viverle accanto e a rubare il foyson fin che essa non deperisce, come hai visto che sta succedendo a tutti, e muore letteralmente di fame.

- Padre, sono una specie di vampiri, allora. Cosa intendi per foyson?

- Ah, giusto. Perdonami, tante cose ti ho raccontato, ma la maggior parte di quelle veramente brutte avevo cercato di evitartele. Logico che tu non sappia di cosa sto parlando.

- Glielo dico io - intervenne Paulie, spostando dal suo viso di bambina una lunga ciocca di capelli, e prendendolo per le mani.


- Caro, il mondo che vedi non è composto solo di materia, ma anche e soprattutto di spirito. Se vuoi chiamarlo anima, allora chiamalo così. Dunque, come io, te e il tuo caro padre abbiamo dentro di noi lo spirito che ci fa vivere, agire ed amare, così ogni cosa lo ha. Sono diversi dai nostri, ma sono parte integrante della loro realtà e senza lo spirito interno tutto quel che vedi non sarebbe che una illusione.

- Una illusione come le tante cose del Popolo Segreto? Lo so che chi non ha la seconda vista, e ha il raro privilegio di incappare in voi, vi vede sempre in modo diverso da quanto possiamo io e mio padre.

- Non esattamente. Quella è la magia del Buon Popolo che ci rende invisibili agli umani, e quando ci vedono, mentre sfiliamo, o lavoriamo, o balliamo nei cerchi delle fate, sempre gli appaiono visioni di tesori, preziosi sfavillanti, palazzi d'oro. Questo fa sì che il popolo fatato venga amato e rispettato: invece, chi viene a cercarci con cattive intenzioni, ci vede mostruosi e terribili. Sempre che non incroci qualche folletto di quelli davvero mostruosi, ché in tal caso, di solito non vive a lungo per raccontarlo. No, quel che intendevo è che se togli lo spirito - il "foyson" che diceva tuo padre - alle cose, esse non hanno più la loro funzione naturale e diventano come dei sogni. Perciò, gli Alp-Luachra siedono accanto a chi sta mangiando, rubano e mangiano lo spirito del cibo e la persona mangia invece una cosa che non è più niente. E continua a mangiare, fino a che muore di fame.

- Ma è orribile, questa cosa! Ecco perché stanno deperendo e morendo! E nessuno vede niente, nessuno sa nulla!

- Proprio così. Il Bodach Glas ha ragione, non c'è altra spiegazione. Il taboo ha colpito il villaggio e bisogna scacciare gli Alp-Luachra il prima possibile o moriranno tutti.





Titania, che fino ad allora era rimasta in silenzio sulla sua poltrona preferita - che di tanto in tanto il figlio del Narratore sbirciava, chiedendosi se tutte quelle sete, quei broccati, quei fregi di legno ricoperti d'oro fossero veri, oppure solo un altra illusione a loro beneficio - annuì e si rivolse al Narratore:

- Ecco, ora è tutto chiaro. La prima cosa che va fatta è salvare il villaggio. Non che, sinceramente, al Popolo Segreto questo possa interessare più di tanto, e sai bene come cerchiamo di tenerci lontani e invisibili da loro. Tu sei sempre stato un amico privilegiato, e riceverai ovunque - tra noi - la migliore accoglienza e in onore di questo, e anche perché comunque nell'ordine della Natura le nostre esistenze sono intrecciate e possono talora dipendere da quelle degli umani, bisogna provvedere a salvarli. Ora, amico mio, lasciamo che tuo figlio scenda con Paulie nelle mie grotte, dove le ho creato la sua casa, e possa divertirsi insieme a lei ed alle fate, dimenticando - se può - per un poco tutto questo male. E discorriamo insieme di come liberare il villaggio.






Continua nella terza puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 3


LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 31.08.2013)

© Crenabog 





  Qualcosa di tremendo sta per arrivare

 dentro le tue mura ti devi rintanare

                         né spade né denaro ti potranno salvare


Erano i primi giorni di maggio, e la natura sembrava volesse esplodere ovunque, dal limitare dell'antico villaggio fino a tutto lo Shire e su, su, fino al Monte Atro. L'aria era trapunta dal pulviscolo del polline e chi avesse posseduto la seconda vista avrebbe potuto facilmente scorgere un infinità di minuscole fate volteggiare tra i raggi del sole. Il villaggio e le fattorie dei dintorni godevano di una inaspettata prosperità e nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto.

Il Narratore partì, insieme a suo figlio, sulla carrozza coperta trainata dai due forti cavalli a pelo lungo delle Highlands e seguita dal pony giallo creato dal figlio con le matite magiche di Dio, per un lungo giro dei villaggi dello Shire, dove avrebbe venduto la sua arte di raccontare storie in cambio di viveri e soldi, allo scopo di prepararsi ai mesi invernali. Visitarono Coggenhall, Okayderry, Auchrieghen, Blackmoor e ancora più in su si spinsero, verso le Lande del Nord. Ogni villaggio li accoglieva con l'affetto e la stima che si era guadagnato negli anni e la sera, nelle piazze, si radunavano tutti ad ascoltarli: alla magia delle parole del Narratore si univa adesso il dolce ritmo del flauto che il figlio aveva imparato a suonare e le offerte non mancavano mai. La cassa rinforzata da strisce di ferro si riempì di monete e la carrozza di stoffe, carne secca, formaggi, salami e quanto altro la gente donava per mostrare la sua gratitudine. Durante il viaggio non mancarono mai di rendere omaggio ad ogni essere del Popolo Segreto che incontrarono, badando bene di non passare su terreni e piante di loro proprietà e proteggendosi dagli incontri sgraditi con ogni rituale ed elemento magico di cui erano a conoscenza.


Perciò, nulla turbò il loro cammino, fino a che decisero che sin troppo tempo era trascorso ed era giunto il momento di tornare verso casa. Sempre seguendo le strade degli uomini e sostando la notte nei villaggi, il Narratore approfittò per educare il figlio su tutto ciò che sapeva, mostrandogli i Sentieri Specchio quando capitava che vi passassero vicini, e insegnandogli rituali per salvarsi dai perfidi folletti e da altri ancor peggiori abomini. Furono giorni buoni, e notti serene, fin che rientrarono dentro Bosco Buio e decisero di andare a portare il loro saluto a re Oberon. Circondati da pixies, brownies e da un nugolo di minuscole fate svolazzanti, batterono tre volte il suolo sulla cima della collina di re Oberon e, aperta che fu la porta, vennero accolti con gioia dagli abitanti. Quando però re Oberon li fece sedere a tavola, il suo volto era oscurato e triste: il Narratore chiese cosa stesse succedendo, preoccupato anche lui.

- Amico mio, brutte cose al villaggio, purtroppo.

- Ditemi, sire, non fateci stare in pena.

- Poco dopo la vostra partenza, sembra che una epidemia abbia colpito il luogo. La gente sta male, i frutti spariscono dagli alberi, il grano si è seccato..

- Oh! Come è potuto accadere?

- Abbiamo chiamato a corte lo stregone di Cnoch Mara, arriverà a breve, ma temo che non si tratti di nulla di naturale.

- Forse una maledizione? Gli abitanti hanno commesso qualche scortesia al Popolo Segreto?

- No, ne sarei venuto a conoscenza. E' qualcosa che viene da lontano, non dalla nostra gente, ma ancora non capiamo il motivo di tutto questo. Vai pure a vedere ma fai molta attenzione. Se vuoi un consiglio, lascia tuo figlio con noi, Paulie sarà ben felice di potersene occupare, e torna presto così potremo ascoltare lo stregone e vedere cosa sta succedendo.

A queste parole il Narratore si consultò con il ragazzo e decisero che sarebbe rimasto con la Corte del re. Venne mandata a chiamare Paulie che giunse avvolta in una lunga veste fluttuante, dal colore cangiante e mutevole, i lunghissimi capelli sciolti sulle spalle dai quali faceva mostra di sé un filo di perle che il Narratore le aveva donato tempo addietro.




I suoi occhi brillavano di felicità nel rivederlo e lo baciò senza dargli il tempo di parlare, poi abbracciò il figlio e lo tenne per mano tutto il tempo della cena. Avevano così tanto da raccontarsi e sempre così poco tempo per stare insieme, ma Paulie e il suo amato riuscirono a stare insieme aiutati da certe fate che ben sapevano del loro amore, e che non li disturbarono affatto. Al mattino il Narratore riprese il viaggio verso casa, lasciando tutte le sue cose nella Corte, e salendo in groppa ad uno dei cavalli del re: non si fermò fin che non giunse al villaggio ma già da prima aveva potuto vedere, col cuore stretto dall'angoscia, i campi devastati, gli alberi dai rami spogli come in pieno inverno. Il suo stupore fu grande quando incontrò gli abitanti: erano tutti smunti, smagriti in maniera drammatica, i volti ingialliti e solcati da una amara tristezza. Andò a parlare con il Sindaco ma lo trovò a letto, senza alcuna voglia di vivere.


- Signore, torno dal viaggio e trovo null'altro che miseria e devastazione! Cosa sta succedendo?

- Oh, mio caro, - disse, con voce flebile - da tempo siamo stati tutti colpiti da qualcosa che il medico non comprende e per la quale non conosciamo cura. Abbiamo pensato ad una malattia venuta con i topi o al seguito di qualche viandante, ma vedi, è come se stessimo tutti morendo di fame. Prima, avevamo di che nutrirci, ma siamo dimagriti sempre più, poi anche le masserizie si sono rovinate o sono sparite e non abbiamo più la forza . E' una morte lenta, e tragica, quella alla quale siamo stati condannati.

- Ma padre O'Connell , se si è trattato di una maledizione, non ha potuto far nulla? Neanche preghiere, esorcismi, sono serviti?

- Nulla. I campi di verbena, di biancospino che circondano il villaggio per proteggerlo si sono seccati, le croci di ferro si sono arrugginite, niente sembra poterci proteggere. E le medicine non valgono a niente.

- Andrò a guardare con i miei occhi, Sindaco, e tornerò presto. Spero di riuscire a trovare aiuto. Non disperate. Non vi abbandonerò, farò tutto quel che posso.

- Grazie, vecchio amico. Fai, ma fai presto. E' morta già fin troppa gente.

Il Narratore si congedò con grande pena, andò a parlare con padre O'Connell alla chiesa ed ebbe conferma delle parole del sindaco. Doveva per forza trattarsi di qualche maleficio, e avrebbe dovuto trovare un rimedio solo presso il Popolo Segreto, il cui sapere travalicava le conoscenze degli esseri umani.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 2



sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA BAMBINA LUNARE

 (Prima pubblicazione 09.07.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre la collina dei tumuli, la locanda di Tom, nella quale - specialmente la sera - amava radunarsi il Popolo Segreto, quando passavano da quelle parti, per un boccale di birra e magari per ascoltare il suo gatto che suonava il violino. Cosa che inevitabilmente portava la sua mucca a salire sul tetto della locanda per brucarne il muschio fresco e saporito, col pericolo che potesse - una volta o l'altra - precipitare dentro, sulle teste di tutti. Quando il gatto beveva, il gatto suonava; e quando il gatto suonava, l'Uomo della Luna si faceva filare un filo d'argento dal ragno che vive nel lato oscuro e scendeva ad ascoltarlo. Anche quella sera successe, ma la melodia del violino era così struggente, così commovente, che l'Uomo della Luna bevve un boccale di troppo e si ritirò dietro una collinetta a rimuginare sulla sua sempiterna solitudine. Vedere tutti gli esseri fatati lì a divertirsi gli fece pesare sin troppo il suo vivere sulla Luna, unico abitante (a parte il Ragno, ovviamente!) e desiderò di avere compagnia, qualcuno che lo amasse e vivesse con lui. Mentre intontito dall'alcool finiva per addormentarsi, passò di lì una fata che lo vide e se ne invaghì perdutamente. E, siccome le abitudini del Popolo Segreto sono molto diverse da quelle degli esseri umani, non si fece alcuno scrupolo di prendersi con lui delle libertà, per poi svolazzare via allegramente. Al mattino l'Uomo della Luna riprese i sensi, si arrampicò sul filo argentato e tornò nella sua reggia.



Qualche tempo dopo, il vecchio Tom andò nottetempo a bussare alla porta del Narratore che lo accolse, preoccupato nel vedere la sua aria così stranita. Tom gli raccontò una storia parecchio confusa, ma quel che il Narratore poté capire era che l'Uomo della Luna si era cacciato in qualche guaio. Accettò quindi di seguire il buon Tom e andare a vedere. Tutto quel trambusto aveva svegliato anche il figlio del Narratore che aveva origliato e deciso di seguirli: non ci fu verso di fargli cambiare idea così lo portarono con loro. Giunti alla locanda, ecco lì seduto, ad un tavolo di quercia, l'Uomo della Luna, con alcuni boccali di birra vuoti davanti e lo sguardo spaesato. Il Narratore gli chiese cosa mai fosse successo e lui, imbarazzato, disse che, dopo aver calato come sempre il suo filo d'argento per scendere, la notte prima, quando era arrivato sulla terra vi aveva trovato legato un cesto. Un cesto fatato, naturalmente, tutto brillante nel buio, e dentro c'era qualcosa che desiderava ma che non si sarebbe mai aspettato. Avvolta in una stoffa di broccato, una bambina sonnecchiava tranquilla.




Non aveva la più pallida idea di chi o perché l'avesse lasciata lì ma lei aveva aperto gli occhi, lo aveva guardato e aveva detto:-" Papà! ", lasciandolo di stucco. Oh sì, una certa somiglianza c'era, ma da chi poteva averla avuta? Lui non se lo ricordava affatto! E così, ora, l'Uomo della Luna non sapeva più che fare... Stettero a lungo a parlare di questo curiosissimo fatto, il Narratore gli diede parecchi consigli paterni e Tom continuò a portare boccali di birra. Il figliolo del Narratore intanto si era messo a cercarla e Tom gli aveva detto di averla sistemata nella sua camera da letto così si recò lì per osservare questa nuova creatura, immaginando di trovare una lattante. Con sua grande sorpresa invece trovò una bambina, piccola, certo, ma che sembrava avere già qualche anno. Oh, le cose nel mondo del Popolo Segreto vanno in modi impensati, ragionò tra sé. E senza farsi altri problemi, la salutò e si presentò molto cortesemente, poi si accinsero a giocare insieme.


Alla fine, Tom disse loro che la cosa migliore sarebbe stata andare a discutere la faccenda con la regina Titania e così fecero. Si incamminarono tutti insieme, con i due piccoli dietro di loro, cantando ballate lunari, fino alla reggia sotto la grande collina. La regina, dopo averli ascoltati, capì cosa fosse successo, conosceva bene quel che combinavano certe fate, e disse che siccome la bambina era per metà lunare e per l'altra fatata, avrebbe potuto vivere presso la sua corte. L'Uomo della Luna perse le staffe e disse che la voleva con sé e che se non fosse stato possibile avrebbe oscurato la Luna fino alla fine dei tempi. Per trovare una soluzione , Titania comandò che le avrebbe fatto costruire una casa bellissima e che di giorno sarebbe vissuta sulla terra e la notte insieme al padre: messisi d'accordo e acquietati gli animi, Titania batté le mani e spedì i suoi sudditi a creare la nuova abitazione, che in effetti risultò molto accogliente e gioiosa, con grande soddisfazione di tutti.

L'inaugurazione fu fatta con grandi balli e festeggiamenti, mentre l'Uomo della Luna continuava a fissare le fate, sperando di indovinare chi potesse essere stata la sua moglie di una notte ma tutte gli volavano intorno ridacchiando e non riuscì mai a capirlo. I bambini se la spassarono un mondo e si promisero segretamente di continuare a vedersi di giorno. Re Oberon alzò un calice tempestato di gemme per brindare e disse:

- Quanto ne sai del popolo fatato?

- Non moltissimo, Maestà, - replicò l'Uomo della Luna.

- Allora sarà bene che ricordi questo. Avrai forse notato che non usiamo nomi, i pochissimi di noi che li portano li hanno ricevuto dai loro mariti o mogli. Questo perché in un nome c'é una magia troppo potente, che può legarti per sempre con un incantesimo. Dunque, devi dare subito un nome a tua figlia, se vuoi che stia con te per sempre.

E, mentre l'altro iniziava a pensare quale bellissimo nome gli sarebbe piaciuto darle, li videro entrare rincorrendosi nel salone delle feste, lei davanti, lui dietro che la chiamava a gran voce cercando di prenderla. Perché, quando lui si era presentato lei non aveva saputo cosa dirgli e così, ingenuamente, in tutta semplicità, le aveva dato il primo nome che gli era passato in mente. Il Narratore guardò imbarazzatissimo l'Uomo della Luna, che sembrava sul punto di esplodere, e pensò, tra sé:

"C'è davvero troppa magia a questo mondo.."





*** FINE ***



LA FAVOLA DELLA NUOVA FATA

 (Prima pubblicazione 27.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, la pianura dei tumuli, dove annualmente si radunava il Popolo Segreto per festeggiare il solstizio d'estate. Quell'anno, re Brian mandò i suoi cortigiani ad invitare il Narratore che accettò di buon grado e partì il mattino dopo aver ricevuto l'invito, alle prime luci dell'alba. Giunse alla pianura che il sole stava tramontando e si accomodò insieme alla corte di re Brian Borough sulle gradinate in legno che erano state allestite. Al centro una enorme pira bruciava allegramente, rischiarando tutta la pianura. Mentre venivano servite bevande e cibo, si alternarono gli spettacoli di cantori, saltimbanchi e ballerini. Tra di essi spiccava, per eccezionale bravura ed eleganza, una fata che il Narratore non aveva mai visto prima. Quando la danza finì e le fate si furono ritirate, il Narratore chiese al re chi fosse quella figura così bella ed eterea. Sul volto di re Brian sembrò passare una nube di tristezza, ma volle ugualmente narrare la storia per come l'aveva personalmente vissuta.

- Devi sapere, amico mio, che in un villaggio umano lontano da qui, viveva una bellissima ragazza, che aveva imparato a danzare e per questo cominciava ad essere ben nota anche in altri villaggi e città. E anche tutti i giovani del posto la corteggiavano, non c'era da stupirsene: un brutto giorno però una sua falsa amica la invitò ad andare ad esercitarsi sulla grande scogliera, con la scusa del panorama maestoso, e mentre lei si distraeva, la spinse. Forse pensava che si sarebbe solo rotta una gamba, invece la ragazza precipitò e morì. La falsa amica fuggì senza avvertire nessuno ma le Ondine avevano visto tutto. Uscirono dai flutti e chiamarono a raccolta il Popolo Segreto, che la trasportò nella mia reggia. Tutti piangevano la perdita di un così grande talento, l'avevamo vista danzare tante volte. Così, scesa la notte, ci recammo alla taverna di Tom de Danann, suonammo il suo violino sin che l'uomo della luna non si affacciò per ascoltarci e lo chiamammo. Subito l'uomo della luna fece calare il filo d'argento del ragno gigante che vive nel lato oscuro della luna e, quando arrivò, gli spiegammo cosa era successo. Lui pensò un po' poi tornò su. Ridiscese tre ore dopo con una piccola fiala, ci disse che conteneva la preziosissima rugiada magica lunare che si formava sulla ragnatela del ragno gigante, e che poteva fare dei veri prodigi. Corremmo dunque a versare le gocce di rugiada lunare sulle labbra della fanciulla che, poco dopo, si risvegliò dall'abbraccio della morte. Ma non era più umana, era una fata. Anzi, qualcosa di diverso, non una fata per natura, ma un umana trasformata, e perciò ora vive sempre distante dalle sue compagne e non osa neanche avvicinare gli umani. Non so se le abbiamo davvero fatto un favore a salvarla ma, in quel momento, non pensavamo ad altro. Magari col tempo accetterà questa sua nuova vita. Per ora è già tanto che ci permette di godere ancora del suo meraviglioso danzare.

Il Narratore disse a re Brian che era d'accordo, e che era comunque più importante averla salvata. Poi promise che avrebbe raccontato a tutti questa storia, così chi un giorno l'avesse incontrata sarebbe già stato preparato. E finirono la notte brindando insieme, e glorificando gli spiriti della natura ed il passaggio del solstizio. La fata nuova? Oh, lei danza, danza sempre, nel pulviscolo del giorno splendente o nel pallido plenilunio.





*** FINE ***

giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 09.01.2013)

© Crenabog 





“ Guardati dal Signore del Wangshire.

Cammina al centro del sentiero.

Guarda davanti a te ma,

se tieni alla tua vita,

guardati alle spalle.

Perché è notte

e il Signore del Wangshire

ama la notte.”

Era una calda notte di maggio quella in cui il Narratore aveva deciso di andare a trovare re Brian, nella speranza che le sue nuove storie gli avrebbero fruttato una buona ricompensa. Nel villaggio le cose ultimamente non andavano bene e la gente aveva cominciato a dare regali in maniera minore al Narratore, in cambio dei suoi racconti, nella piazza o alla locanda. D’altro canto, doveva pure portare da mangiare a casa e aveva pensato che il Popolo Segreto avrebbe potuto, come sempre, aiutarlo.

Era una buona notte, una notte serena, rischiarata dalla potente luce del plenilunio e il Narratore viaggiava agevolmente, di buon cammino, accompagnato anche da un minuscolo nugolo di fate che gli facevano luce tra gli alberi. Le piccole creature avevano una predilezione per il Narratore, forse perché molte volte le aveva salvate dai perfidi tiri dei claurichaun, e non avevano perso l’occasione di seguirlo anzi, di precederlo lungo la strada. Giunse quindi alla collina che nascondeva l’ingresso alla corte di re Brian, si annunciò e venne fatto entrare dai folletti di guardia. Re Brian Borough fu naturalmente felice di rivederlo, non c’era tema che stessero dormendo, i folletti dormono pochissimo e quindi erano tutti intorno ad una grande tavola di quercia a banchettare. Il Narratore fu fatto accomodare ed espose il suo problema al re che batté le mani divertito.

- Vi divertono i miei guai, Sire? - esclamò l’uomo, leggermente imbarazzato.

- Ah, amico mio, non credevo che te la passassi male ma, ecco la mia idea! Certamente noi, qui ed ora, qualcosa saremo felici di donarti però alla lunga non potrà bastarti. Quel che ti propongo invece, è un avventura: una ricerca di un qualcosa di antico, qualcosa che si è perduto, e che magari, se sarai fortunato, potrebbe ancora esserci e farti felice a lungo …

- Ma certo, Sire, sono più che disposto a fare quel che vorrete dirmi.

- E allora, stasera la storia te la racconterò io. Molto, molto tempo fa, in una terra lontanissima da qui, il Wangshire, regnava un uomo poderoso, grande e formidabile guerriero che aveva sempre guidato con lungimiranza e onore il suo popolo. Le terre prosperavano e la contea era ricca e spesso attraversata da viaggiatori che commerciavano. Il Popolo Segreto aveva anche laggiù le sue dimore, nei grandi boschi essi vivevano tranquilli e le creature fatate non vivevano in lotta con gli uomini. Giunse però un lungo e duro inverno, la terra gelò e il signore del Wangshire permise a tutta la popolazione che non aveva sufficiente riparo, di entrare nella zona del castello, costruendovi dimore di fortuna o addirittura alloggiandoli all’interno delle mura. Riservò per sé e per la sua corte la zona alta del castello perché aveva talmente tanto spazio che sarebbe stato davvero egoista a non aiutare i suoi concittadini.




Tutti ne furono felici, ovviamente, e si prepararono a trascorrere l’inverno ben muniti di scorte. Ma, insieme all’inverno, dal Grande Nord giunsero notizie tragiche. I berserker avevano attraversato il mare sulle loro navi e si preparavano all’invasione. Il signore del Wangshire decise di partire in una spedizione, in incognito e con solo un drappello di uomini scelti, per andare a valutare la situazione. Ma, durante il cammino, il freddo terribile e le tempeste di neve rallentarono la loro marcia, costringendoli a cercare rifugio al centro di un bosco centenario, dove le alte chiome degli alberi riuscivano a stento a frenare l’impeto della tormenta. Alla ricerca di una grotta, si imbatterono in una strana costruzione, una specie di grande capanna di tronchi fusi con le rocce e il muschio, ricoperta di erba fino al tetto e dalla neve che vi si andava depositando sopra. Il fumo che usciva dal camino dimostrava una presenza e si recarono a chiedere aiuto e riparo. Al rumore del loro bussare, una donna venne ad aprire la massiccia porta: una donna vestita di nero, dai lunghi capelli e la pelle bianchissima. Lord Sachan, questo era il nome del signore, le domandò asilo per sé e per i suoi uomini e la donna , in silenzio, annuì e li fece entrare. Erano tutti molto nervosi, però: non sapevano spiegarsi la presenza di quella giovane in quella remota landa. Era troppo pericolosa per una donna sola e non sembrava che con lei abitassero uomini. Ma scorsero in giro strani attrezzi, cose di incerta origine chiuse in file di barattoli di vetro polverosi, e la grande pentola che fumava nel focolare del camino era annerita da sostanze sconosciute. Sempre più tesi, mangiarono dalle loro provviste e poi si distesero in terra, su un folto strato di pelli di lupo, cercando di dormire. Lord Sachan restò seduto al tavolo, guardando la giovane donna: poi, crollò anche lui dal sonno. Molte ore dopo, si risvegliarono agitati da cupi sogni premonitori. Il camino era freddo e solo lontani ululati provenivano dall’esterno. Lord Sachan cercò la donna nelle altre due camere, poi salì la scala che conduceva al sottotetto ma anche lì non c’era. Solo strani simboli argentati erano tracciati sul pavimento, esattamente sul punto corrispondente a dove gli uomini avevano dormito. Un pentacolo in un cerchio e segni mai visti prima. La luce del plenilunio li faceva brillare e Lord Sachan ridiscese senza farne parola con alcuno.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 2