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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 22.12.2014)

© Crenabog 




Mentre il silenzio scendeva grondando sangue sulle pareti della grotta, il Narratore si appoggiò stravolto contro una parete; l’albino si rivolse a lui con un sorriso tirato.

- Ecco. Era l’unico sistema. Il Babook non ha l’anima e potevi assorbirlo solo se ne avesse avuta una. Così, quando ha inglobato il troll, c’era un anima dentro di lui.

- Ma… cos’era?

- Il Babook? E’ una storia complicata ma cercherò di spiegartela. Immagino che tu abbia le tue convinzioni religiose, anche se conosci il Popolo Segreto e quindi sai che al mondo ci sono più cose di quante i sacerdoti ne insegnino. Devi sapere cosa c’è davvero, fuori dal mondo. Il Primo Creatore c’è, anzi c’è stato realmente, un tempo inconcepibile è trascorso dalla sua apparizione. E col passare degli eoni, il suo essere solitario gli venne a noia: iniziò a parlare con sé stesso finché non si divise. Esattamente. Si divise in due entità ma in breve tempo ognuna di esse mostrò di aver assorbito solo una delle peculiarità del primo Creatore. In principio era Uno, ora invece c’era il Bene e il Male e queste due parti iniziarono a pensare di essere l’una migliore dell’altra; per prevaricare radunarono ogni specie di esseri tra tutti quelli fino ad allora creati, da ogni mondo, da ogni luogo. Così, infinite schiere diventarono il Bene e altrettante finirono con l’appartenere al Male. Tutto questo nel silenzio cosmico e nel segreto delle vite di tutti gli altri esseri. Da millenni e millenni esse si combattono, a volte una prevale sull’altra, a volte i due aspetti del creatore si annoiano e si dimenticano di quel che hanno iniziato. Di questi momenti - per loro brevi, per gli altri lunghi secoli - finiscono per approfittarsi le legioni che combattono e che non ascoltano più i loro creatori. Fanno quel che fanno perché è la sola cosa che sanno fare. Il Babook apparteneva al Male, come è chiaro, mentre io no: e molti di noi, io tra loro, abbiamo capacità assai diverse da quelle vostre. Io ad esempio esisto non solo qui, esisto ovunque, in ogni luogo, in ogni tempo. Sono uno dei Principi del Bene, uno dei combattenti più antichi. Ho assunto molte forme e molti nomi e anche in questo preciso momento altri di me vivono e combattono su altri piani dell’esistenza. Io sono il Campione Eterno: in queste terre mi avete conosciuto come Lugh l’Il Danà, e mia era la spada che stai brandendo. Su Melnibonè mi chiamano Elric, e la mia spada è la Portatrice di Tempeste. E ovunque in mille altri modi. Io appaio dove compare il Male e cerchiamo di annientarci a vicenda. Stavolta qui ti ho aiutato a vincere, altrove chi sa cosa sta accadendo. Quando uno di me muore, lo strazio è enorme ma anche la gioia delle vittorie scorre in tutte le nostre vene. Tu hai lottato bene, e hai una grande motivazione. Salva tuo figlio, Narratore, crescilo bene, che possa essere come te. Io veglierò su di voi, così come proteggo il mio antico popolo inconsapevole, i Tuatha, anche se ora sono diventati il Popolo Segreto. Narra loro di me; la fede è una grande forza, accompagnerà il loro cammino. Vai adesso, prima che il re dei Troll raduni gli altri e venga a cercarti. Va’!

Un lampo di luce avvolse Lugh, che scomparve alla vista. Mentre ancora nello spazio vorticavano mille scintille il Narratore saltò nel portale e ritornò nella sala del trono del re dei Sidhe.


Dopo essersi abbracciati e confortati, i tre porsero a Oberon i frammenti dell’Oder: il re aveva già pronti i suoi nani fonditori che li raccolsero e li portarono celermente nelle fucine inferiori dove da tempo ardevano le caldaie e gli strumenti. Nell’attesa, Cinnia e suo padre, Paulie e il Narratore raccontarono le loro esperienze ai convenuti nella grande sala e enorme fu il loro stupore quando sentirono la storia di Lugh. Grida di gioia e acclamazioni salutarono la notizia, anche se qualche idea antica finiva ribaltata in compenso sapere che il loro antico re guidava e proteggeva ancora i loro destini li rese esaltati e felici al massimo grado. Re Oberon dichiarò che quella sarebbe stata la data del “Giorno di Lugh” da festeggiare ogni anno in ogni regno fatato, e tutti avrebbero dovuto rendergli omaggio con canti, giochi e falò. Proposta subito accettata all’unanimità, da tutti. Poi mandò a chiedere ai nani a che punto fossero, mentre il loro gruppo si spostava nella camera da letto del re e della regina, dove Titania e le fate vegliavano sul sonno mortale di Finbar. Il Narratore si sedette sul letto cingendo la testa di suo figlio come a cullarlo, Cinnia si inginocchiò al suo fianco prendendo una mano tra le sue e baciandola. Paulie restò in piedi a fianco all’uomo, conscia del suo dolore. Clodagh stava in un angolo circondata dalle sue fate, i cui sommessi risolini testimoniavano della loro sorpresa nell’aver scoperto il suo rapporto segreto con l’Uomo della Luna. Titania parlava a bassa voce con Oberon, confidandogli il suo timore che non si sarebbe fatto in tempo a salvare il giovane, quando, dalle profondità della collina, giunse un colpo di gong.

- Sembra che ci siano riusciti,- esclamò Oberon, fregandosi le mani. - Chiamate gli sciamani!

Trascinati dai folletti, arrivarono tre vecchissimi sapienti, curvi sotto il peso delle loro conoscenze e delle loro barbe bianche, avvolti in palandrane di colore incerto e con molte pietre istoriate di rune mistiche legate al collo e intorno ai polsi. Scivolarono silenziosamente ai loro posti, intorno a Oberon, mentre un gruppo di nani preparava un alto piedistallo di tronchi di legno: al di sotto posero un enorme piatto di metallo sul quale calarono rami e braci per dare vita ad un calore basso ma potente. Altri nani corsero portando l’Oder finalmente ricongiunto, fuso e ribattuto fino a risaldare i lati spezzati, il grande calderone nero dei Tuatha riempiva con la sua sola presenza tutta la camera. Vi versarono acqua in abbondanza e, mentre lentamente si riscaldava, gli sciamani vi versarono estratti liquidi dagli strani bagliori, da minuscole ampolle dimenticate da tempo nei loro antri magici. E, prima bassissimo, poi in crescendo, ognuno si unì al coro mugolante le cui vibrazioni facevano tremare l’aria già densa dei vapori. Paulie e Cinnia spogliarono Finbar dai suoi abiti, il Narratore e Oberon lo presero tra le loro forti braccia, che già iniziavano a congelarsi al solo toccarlo, e con grande attenzione lo calarono nell’enorme paiolo, tra le morbide volute dei vapori che salivano verso l’alto.

- Ora, - fece Oberon ,- prima che andiamo avanti, c’è una cosa che devi capire bene, amico mio. Quella che stiamo facendo è una delle più antiche e potenti magie dei Sidhe, nata per loro e a loro riservata. Capisci che ci sarà un prezzo da pagare, un duro prezzo, per te?

- Credo di capire, sì, maestà. E francamente non me ne importa nulla. Sia quel che deve essere.

- Se Finbar rinasce, se ci riusciamo, se l’Oder ha riacquistato tutti i suoi poteri… capisci che tuo figlio non sarà mai più quello che era? Che prenderà la nostra essenza, che farà parte dei Sidhe? Sarai solo, anche se sarai sempre tra noi, che pure ti amiamo. Finbar avrà la vita lunghissima che è propria dei Sidhe, e i loro poteri. Perderà la sua umanità. Sei d’accordo?

- Maestà, se perché lui vivesse io fossi dovuto morire non ci avrei pensato un attimo. Perché dovrei pensare a questo? Va bene, mio figlio ama il vostro popolo, ama Cinnia, e so che continuerà a volermi bene. Anche se sarà uno di voi. Niente, comunque, ci terrà lontani, fin che durerà questa vita. Salviamolo.

- E sia. Venite tutti qui intorno.

Oberon, Titania, Paulie, Cinnia, Clodagh, il Narratore e re Brian circondarono il calderone e quando il re fece passare tra di loro un affilatissimo stiletto d’argento brillante, incisero i loro polsi facendo cadere gocce di sangue nell’acqua fumante. Le scie rosse si allargarono e fluirono verso il corpo di Finbar, che galleggiava esanime, scivolarono verso di lui e scomparvero nella sua pelle. Il colore e il calore, da tanto scomparsi dal suo corpo, ripresero il loro regno e tornarono a comandare. Lievemente il petto di Finbar si alzò, ed abbassò, e di nuovo, e ancora, in rantoli, sospiri, fino a riprendere il ritmo regolare. Le luci nella camera scemarono, come se la vita stessa, per tornare in lui, avesse dovuto assorbire tutta la potenza e l’energia circostante. E alla fine, Finbar aprì gli occhi , ancora ignaro della sua nuova natura, del battesimo magico che lo aveva assunto a membro dei Sidhe: suo padre levò lo sguardo dal volto amato e fissò Cinnia. La figlia dell’Uomo della Luna arrossì violentemente, come per un senso di colpevolezza; forse la incolpava di qualcosa, per questa rinascita che univa lei e lui, ma divideva un padre dal figlio? Il Narratore le sorrise, e annuì col capo. Tutto andava bene. Tutto era come doveva essere.








*** FINE ***

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (nona puntata)

(Prima pubblicazione 15.12.2014)

© Crenabog 





Il silenzio dello spazio era rotto solo dai singhiozzi di Cinnia, in preda al terrore. La navicella precipitava sempre più velocemente verso la Terra e sembrava che non ci fossero più speranze per loro; la distanza era talmente grande che il tempo scorreva lentamente, rendendo l'angoscia ancora più profonda. La ragazza si teneva abbracciata al padre con la mente sconvolta, lui invece appariva concentrato dietro a qualche suo pensiero, poi disse:

- C'è una possibilità, forse. E a questo punto tentarla é l'unica..

Infilò una mano nella giacca e prese qualcosa, poi la estrasse e la iniziò a fissare. Cinnia guardò esterrefatta il gesto :

- Che stai facendo, papà?

- Va bene, te lo spiego poi però non mi interrompere più. Allora, tu sai la storia tra me e tua madre, di come dormivo in mezzo ad un campo quando lei mi vide e approfittò del fatto che non me ne rendevo conto per.. fare quel che ha fatto. Poi, ti lasciò alla corte di Oberon che mi diede questa bella sorpresa. Quel che non sa nessuno invece, è che evidentemente tua madre si era innamorata e ci siamo incontrati, anche se in segreto, altre volte. Mi ha sempre cercato lei poi, una notte, mi ha lasciato questa pietra - aprì la mano e mostrò a Cinnia una pietra tonda sulla quale erano scolpite delle rune - dicendomi che se l'avessi chiamata col pensiero, mi avrebbe raggiunto. In verità, fino ad oggi, non ho mai provato ad usarla perché non ne abbiamo avuto bisogno. Ecco perché ti dico, forse questa è la nostra ultima speranza. Ora lascia che mi concentri.

La ragazza vide distintamente suo padre concentrarsi, con gli occhi serrati e il pugno teso verso l'alto. Intorno a loro il sipario scuro dello spazio scivolava via sempre più rapidamente, e le stelle sembravano strappate da una mano gigantesca che le rubasse per portarle via, sempre più su. In basso il chiarore del pianeta avvolgeva tutto di una luminescenza rosata, i contorni delle terre si fecero nitidi, vicini, continuamente più vicini, ogni attimo che passava portava via con sé la speranza di salvezza e i sogni di un futuro. Ed ecco, apparvero le cime dei monti, perfino le onde spumeggianti sul mare erano visibili, mentre brandelli di nuvole bianche venivano tranciati dalla folle corsa della navicella. Le nuvole, pensò Cinnia piangendo, quante volte avevano immaginato forme e disegni guardandole, lei e Finbar. Cosa era rimasto, adesso? Finbar disteso sul letto di Titania, gelido nella morsa del ghiaccio di Eirwen che stava distruggendo il suo spirito vitale, in attesa inconsapevole che la ricerca dei frammenti dell'Oder si compisse e la magia dei Tuatha lo riportasse a lei. E qualsiasi cosa avessero sognato, immaginato, deciso per un loro futuro, svaniva velocemente; il futuro - pensò Cinnia. Quale futuro, se io ho sangue di fata e lui è umano? Come avremmo potuto vivere insieme?

- Guarda! ,- gridò suo padre, stringendola tra le braccia e indicando in basso.

Una nuvola di mille colori si agitava, mutando forma, come agitata dai venti, piccola, compatta, poi larga e dai contorni fluenti. Non era ferma, anzi, pareva proprio voler salire verso di loro.. Ancora pochi attimi e furono raggiunti da un enorme nugolo di fate dalle ali iridescenti, e le loro risate sembrarono a Cinnia la cosa più assurda che avesse mai udito. Ma sicuramente anche la più gradita.. Centinaia di piccole e grandi braccia si protesero ad afferrare la navicella, fate di ogni colore e dimensione si affollarono intorno a loro, sorridenti, salutanti, assolutamente decise a fermare la corsa del minuscolo bolide lunare. E ci riuscirono, dapprima con fatica nel contrastare l'enorme spinta poi senza più alcuno sforzo apparente. Cinnia non credeva ai propri occhi, rise follemente mandando baci a tutte le fate più vicine. Anche suo padre aveva stampato sul volto un sorriso pieno e libero, forse - ma chi sa se lo avrebbe ammesso - anche per la conferma ricevuta che quello della pietra non era stato un altro degli scherzi della sua fata. Si sentì accarezzare la nuca, si voltò e lei, ovviamente, era lì.

- Cinnia, ti presento Clodagh, tua madre.

La ragazza vide per la prima volta la faccia splendente della fata, che si era sempre tenuta lontana e nascosta da lei, per timore che la sua dissennatezza nel lasciarla ne avesse esacerbato l'animo.

- Ciao, piccola. Strano modo di conoscerci, non è vero?

La felicità per quel che era avvenuto era talmente grande che nessun pensiero vendicativo corse nella mente di Cinnia. Li abbracciò entrambi, perdendosi nel bizzarro profumo che avvolgeva la fata, un misto di ambra, cannella, resina odorosa e in fondo, laddove poteva persistere più a lungo, il sentore di vaniglia calda e aromatica.

- Mamma, sembri una pasticceria volante..

Il coro delle risate discese dal cielo come una pioggia bene augurante.




Il Narratore si ritrovò nel buio delle caverne di Monte Atro e perse minuti preziosi cercando di abituare la vista all'oscurità. Tenendosi con una mano alla parete scheggiata, mosse passi incerti verso una lontana luminescenza, poi comprese che doveva trattarsi della luce di alcune torce poste a guardia di una grande spelonca. Sempre più deciso, avanzò e finì in un ampio spazio quasi circolare: vide i tenui splendori delle fiamme riflettersi sul metallo delle spade d'acciaio, i sacchi di monete d'oro, le casse d'argento. I tesori trafugati nel tempo dal re dei Troll erano tutti lì, accatastati ai suoi piedi. Tese le orecchie nel tentativo di scoprire i loro passi pesanti, nel caso fossero andati nella sua direzione. Al momento però, sembrava che avrebbe potuto agire con calma: iniziò a frugare, dopo aver preso una torcia, spostando tappeti rosi dalla muffa per l'umidità, scheletri sbiancati di antichi nemici - o forse prigionieri - che avevano osato cercare di rubare il tesoro prima di lui. Contro una parete, una fila di grandi scudi corrosi dal tempo, dal metallo annerito, lasciavano ancora intravvedere preziose immagini finemente niellate a sbalzo, frutto di civiltà totalmente dissimili dalla gretta violenza dei Troll. Tra di questi, appoggiato con noncuranza, come se nessuno sapesse di cosa si trattava, scorse una forma triangolare, certamente aveva trovato quel che cercava. Esultò tra sé, poggiando la fiaccola su una catasta di elmi dorati, e prendendo l'Oder tra le mani. Se lo portò al viso, commosso, assaporando il sentore di enorme antichità che misticamente lo avvolgeva poi, mentre iniziava a ritrarsi verso lo spazio del portale, le grida di allarme dei Troll esplosero in lontananza. Alzò gli occhi, nel buio non aveva osservato la parte superiore: ora, illuminandola con la torcia, notò delle grate, forse usate per far scorrere l'aria nell'ambiente, dalle quali evidentemente il muoversi della luce della fiaccola era stato notato da qualcuno di loro, lasciato di guardia. I capelli si rizzarono sulla nuca del Narratore, e si preparò a difendere sino all'ultima goccia di sangue il frammento dell'Oder. Sguainò Trinker, godendo del bagliore assassino della lama azzurra, e iniziò a correre verso il portale: non ebbe tempo, la prima carica di Troll proruppe nella caverna con urla bestiali. Enormi, roteavano contro di lui gigantesche mazze ferrate irte di spuntoni ancora coperti del sangue disseccato delle vittime: l'uomo scansò abilmente i loro movimenti scomposti, e ad ogni fendente di Trinker vedeva i corpi mostruosi avvizzire urlando e disfarsi sul pavimento. Dalle profondità di Monte Atro l'ululato dei corni di guerra chiamò a raccolta i Troll disseminati nelle varie caverne, mentre il re schiumava di rabbia all'idea che un miserabile essere umano stesse mettendo in pericolo il suo tesoro. Ma il cupo, roco suono dei corni svegliò anche qualcos'altro e questo qualcosa iniziò a scivolare segretamente, nero nel nero del buio, verso il luogo della lotta.

Il Narratore non dubitò della inaudita potenza di Trinker, e continuò a spezzare ossa, recidere arti e succhiare via l'anima dai Troll che si riversavano, calpestandosi come dementi, accecati dalla brama di uccidere; improvvisamente sbandarono, arrestandosi. L'uomo ne approfittò per ritrarsi verso la parete del tesoro, e riprendere fiato, perché iniziava a sentire la stanchezza nei muscoli. Dal retro del gruppo di mostri giungevano urla di terrore, cosa che stupì il Narratore. Che poteva mai aver spaventato quei giganteschi guerrieri? Poi, con un fruscio, una specie di sibilo, vide qualcosa strisciare sui muri e sul soffitto, un ombra indistinguibile.

- Babook! Babook! ,- urlavano i Troll, spingendosi l'un l'altro nel tentativo di fuggire. L'ombra si lasciò cascare su di loro, avvolgendoli, sbranandoli. Lo scricchiolio delle ossa spezzate si mischiava all'osceno risucchiare del sangue prodotto dall'orrore ancestrale, uscito dalle profondità di Monte Atro per placare la sua fame. L'uomo capì che si trattava di quel qualcosa di cui lo aveva avvertito re Brian poco prima di partire e cominciò a pensare realmente che da lì non sarebbe uscito vivo. Provò a slanciarsi contro di esso, approfittando che era intento a fare a pezzi un troll, e lo colpì con forza. Trinker lo passò da parte a parte e l'unico risultato fu una risata agghiacciante.

- Pazzo! Con la Bevitrice cerchi di uccidermi?

Le parole, se parole erano, rimbombarono nella mente del Narratore, non nelle orecchie. Aveva dunque anche poteri mentali, rifletté, tirandosi indietro con timore. Il Babook si girò verso di lui, strisciandogli contro; le braccia si allungarono esageratamente mentre gli artigli fremevano alle estremità. Più che una terrificante realtà, sembrava un incubo.

E, del tutto inaspettatamente, vicino al Narratore comparve una forte luminescenza, un bagliore al cui centro cominciò a distinguersi una forma umana. Un uomo alto, magro, albino e dai lunghissimi capelli sciolti sulle spalle, candidi come neve, ricoperto da una cotta di maglia, una corazza a difesa del petto e un corto gonnellino di strisce di cuoio borchiato guardò il Narratore poi si chinò verso un Troll svenuto ma illeso, con forza indicibile lo afferrò per i capelli con una sola mano e lo lanciò verso il Babook. L'essere reagì d'istinto, allungò le braccia, si strinse intorno al Troll e spalancò una bocca enorme, irta di zanne: sembrava non avere una mascella, perché allargò la bocca sino ad avvolgere interamente la testa del Troll, come a volerlo ingoiare intero.

- Ora! Colpisci il Troll! ,- gridò l'albino, e il Narratore gli sferrò un colpo al cuore. Trinker fece il suo lavoro: in pochi secondi avvizzì l'enorme corpo del Troll e trascinò con sé anche il Babook le cui urla deliranti echeggiarono a lungo nei recessi della mente del Narratore.




Continua - e termina - nella decima puntata QUI : La favola del paiolo magico 10


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 01.12.2014)

© Crenabog 




Oberon congedò Lounnaja, dopo avergli dato una borsa di monete d'oro, e tornò a discutere con loro.

- Allora, mi sembra che sia chiaro chi debba andare a far cosa. Paulie, tu andrai su Hy-Breasil. E' un isola e tu vieni dal mare, chi meglio di te può essere aiutata dai suoi confratelli tritoni, se dovesse servirti?

- Sire, non sono sicura che desiderino ancora aiutare una che li ha abbandonati per vivere sulla terra ferma. Le sirene sono esseri volubili, fanno presto a dimenticare, ma i tritoni hanno la memoria lunga e non amano perdere una delle loro femmine; e le fate foca, anche se non sono sirene, certamente appartengono al mare e al suo regno. Anche se voi siete il re dei Sidhe, e comandate su tutto il mondo degli esseri magici, potrebbero esserci dei problemi con loro.

- Ho fiducia in te, mia cara, e non penso che sarà una impresa difficile. Il sentiero specchio ti porterà direttamente su Hy-Breasil, in qualunque zona di mare attualmente stia navigando. Il pezzo dell'Oder è un grande spicchio di metallo nero, dovrebbe essere facilmente riconoscibile tra le squame del Fastitocalone. Cerca di estrarlo e trascinalo nel sentiero, torna subito qui e sarà fatta. E ora, inutile dire chi dovrà andare a prendere il frammento che sta sulla Luna, vero, Cinnia?

- Certo! Se davvero ce l'ha mio padre una volta che gli avrò spiegato cosa sta succedendo, sarà lui il primo a volerci aiutare. E' un grande amico del Narratore, da sempre, quindi no, non credo ci saranno problemi. Certamente però non posso andare con i sentieri specchio, dovrò aspettare che il Ragno cali il suo filo e mi faccia salire.

- No, piccola - disse subito il Narratore. - Ci penso io a chiamarlo, ho il flauto che richiama tutti gli esseri fatati, ricordi? Usciremo e lo avvertiremo subito.

- Bene! E anche questa è sistemata, - Oberon si fregò le mani, per la prima volta mostrava un leggero senso di soddisfazione - Tu, vecchio amico, dovrai affrontare la parte più dura. Entrare nelle caverne di Monte Atro sarà semplice col sentiero, ma trafugare il pezzo di Oder dal tesoro del re dei Troll... con loro non puoi ragionare. La tregua che abbiamo stipulato si basa solo sul fatto che gli abbiamo concesso la montagna, e sai bene che ogni essere fatato è dovuto scappare da lì. I troll sono pericolosissimi: il sole li uccide ma là sotto sole non ce ne sarà. E da troppo tempo vanno a caccia solo di animali selvatici, per nutrirsi; trovare un uomo nelle caverne sarà come invitarli ad un banchetto. Ti ci vuole un arma e che sia davvero seria: quella che penso di affidarti è un oggetto leggendario. Venite con me.

Attraversarono la sala ed entrarono in una grande camera piena di trofei, corazze, lance: rifulgevano scintillanti nel tenue bagliore delle fiaccole appese alle pareti. Lance istoriate dei Numenorean dalle lame a foglia, affilatissime ancora dopo secoli, certamente mantenute in quello stato dalla cura dei nani servitori di Oberon che lustravano e oliavano i trofei. Le antiche corazze dei Tuathà, d'oro splendente finemente niellate in complicati ricami celtici, con pietre incastonate e lunghe strisce di cuoio grasso per legarle su quei grandi corpi di combattenti. Il re dei Sidhe si accostò ad una panoplia e prese una grande spada, celata nel suo fodero dai ricami a sbalzo. La soppesò, meditamondo, quasi restio a consegnarla al Narratore.

- Questa è Trinker, la spada di Lugh, l'Il-Danà. Il più grande capo dei guerrieri Tuatha, ebbe certamente parte della sua fortuna in guerra per via del possesso di Trinker. Devi usarla con estrema attenzione; la sua lama venne forgiata durante un rito magico ed è maledetta. Questa spada non ferisce i nemici, non uccide i nemici. Ne divora le anime. Al primo sgorgare del sangue, fosse anche una semplice scalfittura, il demone che vive dentro Trinker assorbe l'anima di chi è colpito. Nessuno resta vivo, quando Trinker lo colpisce. Te la senti di usarla? Hai compreso bene di che si tratta?

Il Narratore prese Trinker, sempre tenendola dentro il fodero, e cominciò ad allacciarne la pesante cintura intorno ai fianchi. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto.

- Mio figlio sta morendo, re. Ucciderei Lugh, il re dei troll, persino un dio, con queste mani, se fossi certo di ridargli la vita.

- Ebbene, prendi Trinker e preparati. E' ora che tutti facciate la vostra parte. Usciamo, così potrai chiamare il Ragno e Cinnia potrà salire da suo padre. Paulie, prendi questa fiala. Contiene la terra di Hy-Breasil, versatene un poco sul palmo della mano e attraversa il portale: e buona fortuna, torna alla svelta chè il tempo scorre troppo velocemente.

Paulie annuì, prese la fiala e fece quanto comandato, sparendo attraverso l'Anello. Gli altri salirono la scalinata e uscirono fuori dalla collina, guardando verso l'enorme luna piena. Un colpo di tosse attirò la loro attenzione; re Brian li aspettava, molto nervoso. Certo la situazione era drammatica, ma sembrava che avesse urgenza di dire qualcosa.

- Stanno partendo per cercare l'Oder?

- Sì, Brian. Cosa c'è?

- Posso chiedere dove devono andare?

- Cinnia da suo padre. Paulie sta andando a Hy-Breasil e lui nelle caverne dei troll.

- Quindi su Monte Atro. Gli avete detto cosa lo aspetta lì sotto?

- I troll, naturalmente.

- Allora non sapete... Non vi siete mai chiesto perché i nani non hanno fatto grandi difficoltà, quando hanno saputo di dover andare via dalle loro terre?

- No. Nessuno mi ha detto nulla, Brian. C'è qualcosa che dovrei sapere?

- Immaginavo. Sono sempre stati restii a parlare del loro segreto. Tanto vale che ve lo dica io. Per secoli hanno scavato alla ricerca di pietre preziose, oro e argento. E tanto a fondo sono andati, che hanno fatto uscire qualcosa. Uno spirito? Il male del mondo? Nessuno lo sa. Ma è qualcosa che infesta le caverne, qualcosa che uccide. Ecco perché quando hanno saputo di dover cedere le caverne ai troll se ne sono andati soddisfatti, certi di aver giocato loro un brutto tiro. Quindi, per favore amico mio, sta' attento. Molto attento.




Continua nella settima puntata QUI : La favola del paiolo magico 7


martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 15.04.2014)

© Crenabog 




Una volta riportata a corte, la profezia degli Uomini Verdi aveva lasciato tutti perplessi: nessuno infatti sembrava capace di interpretarla correttamente, o almeno di trovare il sistema per portare la voce del mare nella foresta. I goblins si offrirono di scavare le spiagge a nord per cercare le conchiglie più grandi, nella convinzione che ascoltandole si sarebbe sentita la voce marina. Ma giustamente re Brian fece notare che anche se le avessero poggiate sul terreno, non per questo il terreno aveva orecchie. Gli gnomi chiesero ai nani se fossero stati disponibile ad aiutarli a scavare un canale che dalle spiagge avrebbe fatto scorrere l'acqua del mare fin laggiù ma si resero conto che sarebbe stata un impresa enorme e mai avrebbero fatto in tempo, prima che la continua presenza del sole nel cielo avesse creato ulteriori danni. Ogni idea, anche le più assurde, venne vagliata ma nessuna risultò veramente efficace. Quando il chiasso si calmò e tutti i rappresentanti delle varie razze del Popolo Segreto restarono in silenzio rimuginando sul problema, il Narratore - che si era mantenuto in disparte ma aveva fatto lavorare il cervello - chiese che lo lasciassero provare; re Oberon fu ben felice di lasciargli questa possibilità e l'uomo prima di tutto chiese a Mab se era disposta a guidarlo nel luogo vittima dell'incanto poi, insieme a lei, scesero nelle grotte per chiamare Paulie. La selkje fu subito disposta ad accompagnare il suo amato nell'impresa, anche se non aveva ancora ben compreso fino in fondo cosa fosse successo. Partirono e dopo alcune ore di cavalcata giunsero nel bosco e trovarono facilmente l'enorme cumulo di foglie, rami, alberi che copriva il suolo sotto il quale la Pietra Circolare tentava ancora, senza risultato, di diffondere il buio della notte. Nel viaggio, il Narratore aveva spiegato a Paulie cosa aveva combinato il Re dei Troll, così, una volta scesi da cavallo, la giovane aveva pronta quella che immaginava potesse essere l'ultima risorsa. Sorridendo, disse all'uomo e a Mab di tapparsi le orecchie nel miglior modo possibile perché non sarebbe stato uno scherzo poi, dopo essersi concentrata per qualche breve momento, iniziò una strana litania, quasi un canto il cui volume aumentò a dismisura. Il Narratore, per quanto avesse cercato di chiudere le orecchie con della cera presa da un favo, stentò a credere che quell'urlo infinito provenisse dalla donna che amava. Eppure.. eppure Paulie ricordava ancora benissimo il potente incantesimo che il capo dei tritoni insegnava alle creature marine, l'incantesimo capace di far sollevare ondate gigantesche, di provocare i gorghi, di scuotere persino il kraken dai suoi profondi recessi. Era la loro via di salvezza contro le imbarcazioni che gli davano la caccia, e invariabilmente conduceva allo sfacelo le barche dei pescatori, scaraventandole negli abissi. Paulie gridò, e un vento innaturale si scatenò, ma non c'erano onde da innalzare bensì un unica immensa ondata di foglie, rami e sassi che si alzò dal terreno volando alta nel cielo, sempre più lontano. E davanti agli occhi stupefatti della regina delle fate apparve finalmente il grande spiazzo, completamente spoglio, dal quale subito prese a sprigionarsi , come un vago sottile fumo, il buio. Sempre più scura si fece l'aria d'intorno, man mano che il fulgore dei raggi solari veniva coperto: un unica cosa ancora brillava, di un lucore verdastro, malato, rabbioso. L'albero intriso dall'invidia della strega. Mab lo distinse subito e con un comando delle sue minuscole dita lo ridusse in cenere poi, mentre il fragile equilibrio del mondo cominciava a ricostruirsi, tenendosi tutti abbracciati, risalirono a cavallo e presero la strada del ritorno.


La notte tornò, come sempre era accaduto, portando refrigerio e la salvifica rugiada. Tornò e oscurò le contee, anche lo Shire del Blubarth, dove si era rifugiato il Re dei Troll, intento a scavare sentieri nel sottosuolo per ripararsi dal sole. Il cambiamento di temperatura scese sottile fino a lui e il troll, incuriosito, decise di andare a vedere. Quale sorpresa lo colse quando, giunto all'imboccatura della caverna, si ritrovò immerso nell'oscurità esterna. Capì che il Popolo Segreto era riuscito ad annullare il suo malefico operato e perse il controllo: furibondo, si diede a scaraventare massi in ogni direzione, urlando e correndo come un pazzo sulle coste rocciose della montagna. Alla fine crollò, esausto, in un sonno costellato di sogni carichi d'ira: e così lo trovò il tenue spuntare della nuova alba. Di lui rimase soltanto un enorme roccia piena di fenditure, dal vago sembiante di quel che era stato. E a ben pensarci, fu un castigo anche troppo rapido e lieve, per quel che aveva inteso fare.




*** FINE ***

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 03.04.2014)

© Crenabog 





Il sole continuava implacabile a mandare il suo calore, la gente boccheggiava cercando riparo all'ombra delle case e i grandi campi verdi mostravano l'erba che ingialliva seccandosi. Mab, dal canto suo, stava facendo saltare a più non posso la rana da corsa, e già vedeva in lontananza avvicinarsi il bosco degli Uomini Verdi. Una volta giuntavi, si rese conto che non tutti si erano trasformati in umani, molti alberi mostravano ancora volti che la osservavano. Mab frenò il bizzarro animale e cominciò a crescere di statura. Ogni fata può mutare dimensioni e la piccola regina ci teneva a presentarsi al meglio; si avvicinò ad un uomo albero dai tratti giovanili e gli chiese come mai non fossero tornati tutti alla loro forma originale. La spiegazione la lasciò stupita, alcuni di loro infatti col tempo avevano apprezzato tanto il fatto di essere intimamente connessi alla natura che non se l'erano sentita di ritrasformarsi, benché Finbar e Cinnia li avessero liberati dall'incantesimo. Mab raccontò loro quel che stava accadendo e domandò se potessero aiutarla a capire e a trovare un rimedio. Vlad, il giovane uomo albero, chiese di attendere e si concentrò poi disse:

- Le mie radici hanno parlato con la terra, regina. So cosa è successo e abbiamo ricordato. Tra i racconti dei nostri antichi padri ci sono molte leggende, e anche delle profezie. Secoli fa gli Uomini Verdi erano esperti in queste cose, predicevano il futuro, avevano visioni. E ricordiamo la profezia del sole eterno, che sarebbe sorto per bruciare tutto, e solo l'elemento contrario avrebbe sconfitto la magia. Ora, regina Mab, anche da così lontano noi sentiamo con le nostre radici il lamento della terra, e sappiamo dove è successo tutto, quindi potrò indicarti con precisione il posto. Ma quale è l'elemento che lì non esiste?

- Vlad, è in un bosco, una radura, un castello.. dove si è svolto l'incanto?

- E' nel mezzo di una foresta, ed è stato il Re Troll. Ha seguito le istruzioni di un albero che è stato maledetto da una piota vagante, intrisa di invidia.

- Ah! E noi che credevamo fosse andata via dalle nostre zone!

- No, si è fermata lì e ha bruciato lo spirito del nostro fratello albero, rendendolo crudele.

- Quindi è in un bosco. C'è la terra, c'è il legno, foglie.. cosa mai manca, Vlad?

- Pensaci, regina. Qualcosa che in un bosco non c'è, né ci sarà mai.

- L'acqua? No, perché anche il fiume passa dentro Bosco Buio.

- L'acqua sì, invece. Ma l'acqua del mare. Solo qualcosa di completamente sconosciuto al Bosco può far fuggire l'incanto. Puoi portare il mare nel Bosco, regina?

Mab scuoteva la testa sconfortata, perplessa, non riusciva a immaginare come fare. Poi:

- Deve essere per forza il mare? O basta il simbolo?

- Puoi provarci, questo la profezia non lo riporta. Dice che la voce del mare farà tornare il buio.

- La voce?

- Sì. Questo raccontavano i padri antichi.

- Grazie, grazie! - Mab abbracciò d'impulso il giovane uomo albero, si inchinò verso gli Uomini Verdi che avevano cominciato a radunarsi e avevano ascoltato pazientemente tutto, e vibrando ridusse le sue forme, tornò minuscola e salì sulla grande rana, lanciandosi in una corsa sfrenata.




I campi stavano cedendo, e solo i grandi boschi dello Shire resistevano ai giorni infuocati che si stavano susseguendo. Sarebbe arrivata in tempo?


Continua - e termina - nella quinta puntata, QUI : La favola del re dei troll 5


LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 31.03.2014)

© Crenabog 






Il Re Troll aveva lentamente assorbito la visione degli eventi successi in quei tempi dimenticati e aveva concepito un piano per vendicarsi. Sapeva della Pietra ma non poteva raggiungerla, sia per la profondità in cui era sepolta sia per gli incantesimi che la proteggevano, ma l'albero aveva suggerito qualcosa... il Re raggiunse il punto preciso che ora conosceva, iniziò ad arrampicarsi su una grossa quercia poi si gettò giù, urtando violentemente il suolo, senza farsi alcun male tanta era la sua massa muscolare e la ruvidezza della pelle. E così fece, ancora e ancora, fino a che un profondo affossamento venne a crearsi sotto i suoi piedi. E giù, nelle profondità della terra, la grande pressione rocciosa iniziò ad incrinare la Pietra Circolare.


Il buio della notte, invece di comparire secondo il naturale ritmo impresso al mondo dalla Pietra, cominciò a fluire fuori, impregnando il terreno e lentamente ribollendo verso l'esterno. Il Re Troll vide con soddisfazione la superficie del bosco scurirsi, tutto mutava colore, l'erba diventava cupa: e allora, muovendosi con insospettata velocità, prese a scuotere tutti i tronchi del bosco, facendone crollare a terra imponenti masse di foglie. E più ne cadevano e più rideva, con un ghigno feroce impresso sull'orrendo volto. Quando i cumuli ebbero coperto tutta la zona fu soddisfatto, era riuscito a bloccare l'essenza della notte e nessuno avrebbe capito il perché del giorno infinito che si preparava a disseccare lo Shire e non solo.. Dopo aver strappato parecchi rami frondosi ed essersi creato una sorta di enorme ombrello, si diede alla fuga incurante della luce mortale del sole, preparandosi a godere la sua vendetta.


Le ore passarono e ben presto tutti, dai contadini delle lontane fattorie, agli abitanti del villaggio, alle creature del Popolo Segreto, iniziarono a rendersi conto che qualcosa non andava. Il calore aumentava e il fresco della sera non accennava a giungere. Più tardi, quando gli orologi segnarono le ore notturne e ancora la luce inondava il villaggio, le campane chiamarono a raccolta la gente nel municipio per discutere di quanto stava succedendo. Il Narratore lasciò in fretta la sua casa per dirigersi da re Oberon, pensando potesse saperne qualcosa: trovò Paulie sul sentiero, che camminava per andare da lui ed insieme tornarono nella reggia. Il consulto tra i maggiori rappresentanti del Popolo Segreto durò a lungo, ognuno ovviamente pensava a qualche incantesimo ma nessuno era al corrente di quella antica storia e mai avrebbero immaginato il danno creato dal Re Troll. La piccola regina Mab propose di inviare le fate a volare per lo Shire in cerca di informazioni e si offrì di andare a consultare il popolo degli Uomini Albero, sperando che almeno loro potessero essere d'aiuto. E siccome nessun altro aveva ancora avuto una buona idea, tutti furono subito d'accordo: re Brian propose di organizzare un banchetto di commiato ma Oberon lo fulminò con lo sguardo e lo zittì. Mab, che evidentemente andava davvero di fretta, lasciò la sua lumaca da viaggio alle cure delle sue fate e si arrampicò su una rana da corsa, partendo a tutta velocità verso i boschi alle frontiere della contea.






Continua nella quarta puntata, QUI : La favola del re dei troll 4

lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 28.03.2014)

© Crenabog 




Paulie aveva lasciato partire il Narratore, non lo accompagnava mai al villaggio, preferiva restare nei suoi splendidi alloggi vicini al lago sotterraneo : gli era sempre grato poter nuotare come un tempo quando la sua natura di fata foca aveva il predominio. E chiacchierare con le fate della corte di Mab era un piacevole passatempo, per chi come lei calcolava il tempo in secoli e non in giorni. Seguì con lo sguardo il suo amato inoltrarsi sul sentiero e decise di salire sul ramo di un albero per intrecciare coroncine di foglie; la giornata si dipanava lentamente e il calore del sole cominciò ad apparirle insolito, anche per quella stagione. Altre piccole fate la raggiunsero, mostrando segni di sudore e di fatica. Cercarono di convincerla a tornare nella grotta sotterranea e ben presto, tra uno scherzo e una risata, la trascinarono con loro.




Nel profondo della foresta, al riparo dai raggi del sole, il Re Troll aveva ben chiaro come potersi vendicare, sia degli umani che dei troll che lo avevano scacciato; nel sonno ipnotico indotto dall'albero incantato era venuto a conoscenza di un antico segreto, perduto ai più nel limbo di antiche memorie. In quella radura si compiva ogni giorno un incredibile incantesimo, voluto e lanciato dall'Oscuro Signore che in un tempo lontanissimo aveva governato con la forza della stregoneria tutti i regni del Nord e del Sud. Rada o' Gorth disponeva di una potenza quasi infinita che lo aveva condotto a governare su un territorio vastissimo ma, al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare da un tiranno del genere, una volta pacificato terre e principati, aveva instaurato un regno rigido ma giusto e si era preoccupato di allontanare il caos creatosi con le lunghe guerre avvicendatesi. Molti dei signori delle Contee avevano fatto ricordo a streghe e maghi per combatterlo, ed erano stati evocati dei ancestrali a sostegno delle diverse fazioni. Gli stolti non pensarono però che gli dei appartenevano tutti allo stesso pantheon diabolico e, una volta liberate, le entità ancestrali scatenarono una devastazione mai vista prima, sia tra le proprie fila che tra quelle nemiche. Persino l'ordine naturale delle cose stava sfuggendo: gli elementi cambiarono, piovve fuoco, le acque ribollivano, la notte ed il giorno persero le loro durate. E intanto, si moriva, ovunque, nei modi più atroci. Rada o'Gorth , sostenuto dai più grandi negromanti e anche da alcuni del nemico - che si erano resi conto di ciò che avevano fatto - riuscì infine ad evocare Grandi Orecchie che strinse con lui il patto millenario secondo il quale i gatti dovevano essere considerati sacri e insieme forgiarono la Pietra Circolare. Durante l'ultima battaglia, la violentissima luce emessa dalla Pietra incenerì gli dei giunti dall'Altrove e riportò l'ordine naturale delle cose. Dopo una settimana in cui sembrò nevicare cenere, i sopravvissuti videro le acque nuovamente scorrere limpide, e il sole e la luna alternarsi come era sempre stato. Ma il fragile equilibrio ora era tutto delegato alla Pietra Circolare che venne sepolta, durante un imponente rito sacrificale, in un profondo sacello di lastre , su ognuna delle quali pesavano potenti sortilegi. Rada e i negromanti giurarono tutti di tenere per sempre celato quel che nei secoli divenne prima una voce, poi una leggenda e infine un mito, e come tale dimenticato se non addirittura deriso. La Pietra Circolare di Rada giaceva, quindi, al sicuro da tutti; ma non dalla natura stessa, che tramandava il suo ricordo attraverso le radici, la linfa e le foglie. Anche quelle dell'albero maledetto.




Continua nella terza puntata, QUI : La favola del re dei troll 3

domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 16.09.2013)

© Crenabog 




Nella grotta del lago sotterraneo dove Titania aveva allestito l'alloggiamento di Paulie, per consentirle di vivere tra di loro e di avere sempre l'acqua a disposizione per poter nuotare, l'atmosfera non era delle migliori. Benché amorevolmente attorniato dalle fate e dalla stessa Paulie, il figlio del Narratore trascorreva il tempo tristemente, dopo aver avuto notizia della morte della madre. Essendo spesso in viaggio col padre e ancor più spesso in giro da solo nelle profondità di Bosco Buio, negli ultimi tempi si era trattenuto poco, troppo poco, a casa e ora rimpiangeva di non esserle stato vicino anche se, grazie a questo, si era salvato. Anche se stava decisamente crescendo, restava poco più che un bambino e tutti i momenti felici della sua infanzia tornavano a tormentarlo. Paulie cercò in tutti i modi di consolarlo, sempre senza mai fargli pesare il suo amore verso il padre e inventò per lui nuovi giochi e racconti per distrarlo.


Nella grande grotta, pulsante di una morbida luminescenza dovuta a certi funghi sotterranei diffusi su tutte le pareti, il tempo scivolava via senza soluzione di continuità, dilatandosi morbidamente nel quieto silenzio interrotto dalle risate delle fate e dal ritmico gocciolare delle formazioni rocciose. Paulie ogni tanto cantava, antiche canzoni del suo popolo, le fate foca dei mari del nord, con la sua voce a tratti roca, a tratti cristallina ma molto diversa dalla modulazione che un umano avrebbe dato. Il ragazzino si incantava perdendosi in quelle note e sembrava dimenticare, anche se per poco, la tragedia che lo aveva colpito. Pian piano comprese e accettò il fatto e il suo spirito iniziò a proseguire il cammino della vita, mentre nuotava scivolando lento sotto il pelo dell'acqua, tra le magiche ninfee sotterranee.


Era una notte buia, al punto che l'oscurità sembrava poter inghiottire anche il riverbero delle luci delle fiaccole accese lungo il sentiero che portava alla collina di re Oberon, quando il portavoce dei troll e la sua scorta giunsero. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerato che la luce del giorno paralizzava gli enormi esseri al punto da indurre le loro funzioni corporali ad una stasi quasi mortale. Se fossero rimasti a lungo esposti ai raggi solari, sarebbero stati prede inermi dei nemici, e avrebbero potuto comunque morire internamente anche se non attaccati da alcuno. Con grande difficoltà riuscirono ad entrare nel mondo sotterraneo del Popolo Segreto, e a sedersi nella enorme sala reale. La discussione durò un tempo infinito, i troll non amavano avere rapporti con nessuno, e di solito scendevano solo per divorare e depredare le zone circostanti. Erano creature estremamente pericolose e solitamente inaffidabili ma il loro portavoce sembrava avere grande voce in capitolo e gli altri obbedivano ad ogni suo cenno, limitandosi a restare silenziosi e fermi. Re Oberon spiegò la situazione e Rogh, il portavoce, ammise che bisognava prendere provvedimenti prima che la Corte infernale perdesse il controllo e devastasse anche i territori dei troll. Il re del Popolo Segreto chiese quindi se fossero disposti a combattere insieme a loro, certo che la loro forza avrebbe costituito un elemento di favore potente: Rogh replicò che una contropartita era necessaria e propose un accordo. Oberon si consultò con Titania e i dignitari, in molti scossero la testa e imprecarono, ma alla fine dovettero cedere. E i troll ripartirono nel buio.





Il Narratore venne quindi chiamato e lasciò suo figlio insieme a Paulie, per risalire la scalinata che conduceva alla sala delle riunioni di corte.


- Eccoti qui - disse Oberon. - Ho preferito non farti essere presente, i troll non amano il Popolo Segreto e ancora meno amano gli umani. Non volevo pensassero che volevamo ingannarli; comunque, la trattativa è stata conclusa.

- Sembra una buona notizia, sire.

- In verità, non ho idea di quanto lo sarà. Hanno accettato di scendere in campo con noi ma ho dovuto dargli quel che hanno sempre voluto..

- Cosa, se posso chiedere?

- Un trattato. Abbiamo dovuto riconoscere pubblicamente la loro forza, cosa alla quale tenevano particolarmente, essendo i troll una razza molto suscettibile e orgogliosa. E concedere loro il Monte Atro, promettendo che il Popolo Segreto non vi abiterà più, né sulla superficie né nelle profondità. Dovremo quindi avvertire tutti gli esseri fatati di allontanarsi e trovare altri alloggiamenti. Potrebbe essere un problema, questo.

- Perché mai?

- Perché ve ne sono moltissimi, di ogni specie: intanto, dovremo creare case per loro, anche se Bosco Buio è così grande che credo sarà abbastanza facile.


Il guaio è che molti di noi sono poco malleabili. Immagina andare a dire ai pooka, ai kneveleddin, agli spiriti, ai guardiani dei prugnoli e a tutti gli altri, quegli altri che di solito prima attaccano, uccidono e poi ti stanno a sentire, di lasciare le loro terre.. Mah. In qualche modo faremo. Da domattina le nostre fate voleranno su monte Atro e avvertiranno tutti, diffondendo la voce, noi invece da stasera stessa manderemo gli gnomi e i folletti a creare nuove case sugli alberi, sotto le colline.

- E magari anche a realizzare nuovi tumuli, direi. Sotto, potranno scavare e allargare le loro dimore quanto vorranno.

- Già. Re Brian, vuoi venire qui, per favore?

- Maestà?

- Immagino che tu abbia ascoltato, anche se facevi finta di stare a giocare seduto su quella pentola di monete d'oro. Per cortesia, comincia a farla sparire, qui non ne abbiamo bisogno. Ecco. Allora, puoi mandare i tuoi folletti a fare questo lavoro? Adesso?

Re Brian, sentendosi leggermente in colpa per aver origliato tutto, sorrise e si dichiarò disponibile ad eseguire l'ordine quanto prima, poi si congedò e tornò ai suoi possedimenti. Ma non prima di aver fatto comparire piccole pentole di monete qua e là, nei corridoi della reggia di Oberon, per la felicità degli spriggan che corsero a prenderle.. e per il loro disappunto quando scomparvero alla prima luce dell'alba.





Continua nella settima puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 7



sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DEL CUSCINO DI RE OBERON

 (Prima pubblicazione 21.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, oltre la valle dei Tumuli e nel folto di Bosco Buio, la collina sotto la quale viveva il Regno Segreto, governato da re Oberon e da sua moglie, Titania. Ora, accadde che re Oberon, per chi sa quale motivo, non riusciva più a dormire e questo lo aveva fatto diventare molto nervoso. Tutti sapevano quanto potesse diventare furioso il re, quando si arrabbiava, quindi folletti, gnomi, leprechaun, goblins e ogni altro abitante del mondo fatato cercavano una soluzione al problema. Anche re Brian, capo dei folletti, convocato a corte si scervellava tentando di trovare rimedi quando ebbe l'idea di andare a chiedere al Narratore. Detto fatto, seguito al solito dai suoi lacchè e fiduciari si incamminò verso l'antico villaggio. Giunsero a notte, non amavano farsi vedere dalla gente del posto, e bussarono alla porta del Narratore. Venne ad aprirgli il figlio e li condusse da lui. Se ne stettero a confabulare a lungo poi il Narratore ricordò una leggenda che aveva sentito tempo prima: sembrava che nelle grotte dei trolls fosse custodita un oca dalle piume morbidissime, che certo avrebbe dato al re un cuscino perfetto per dormire. Senza starci a ragionare oltre, i folletti si attrezzarono di tutto punto e partirono. Attraversare il Bosco Buio non fu complicato, si fermarono alla locanda di Tom de Danann a pranzare e bere birra, e proseguirono cantando canzoni follette e scambiandosi racconti e battute. Giunti che furono alle pendici di Monte Grigio, alzarono lo sguardo verso le caverne dei trolls, e prepararono il campo per la notte. Mai uscire di notte quando i trolls si muovono, lo sapevano bene!


Alle prime luci dell'alba si inerpicarono fino a raggiungere le caverne, in lontananza si sentiva il forte russare dei trolls e il loro terribile puzzo. Girarono in lungo e in largo alla ricerca dell'oca dalle piume morbidissime ma, arrivati in una sala sul cui pavimento erano disseminate tutte le ruberie dei trolls, tesori, scheletri, tutto l'immaginabile, videro una gabbia con due oche dentro, che dormivano. Si guardarono perplessi, senza sapere che fare ma re Brian, nella sua sterminata incoscienza, si buttò subito a spennarle tutte, aiutato dai suoi folletti, alcuni dei quali facevano da vedetta nel caso i trolls si fossero risvegliati ma era giorno e ovviamente gli orridi abitatori delle montagne non avrebbero mosso un passo alla luce del sole per paura di diventare di pietra. Re Brian finì di riempire un enorme fodera di cuscino con le piume e scapparono di gran carriera. Una volta al sicuro nella reggia di re Brian, i folletti si misero al lavoro per cucire e ricamare uno stupendo cuscino per il re Oberon, con l'emblema del Grande Lupo Notturno, sperando che servisse ad agevolare ancora di più il suo sonno.




Finalmente, tutti in corteo, si presentarono da re Oberon a consegnargli il dono. Il sovrano del Popolo Segreto, sentito la storia avventurosa, fu molto soddisfatto, li ringraziò promettendo loro bei doni e pensò di provare subito il cuscino. Lo poggiò sul letto ma... il cuscino prese il volo e iniziò a ballonzolare verso l'alto della sala reale! Tutti correvano qua e là nel tentativo di prenderlo e re Oberon diventava sempre più furioso quando, da una fessura del muro, sbucò un minuscolo spriggan che disse:- Ma cosa avete fatto dai trolls? Re Brian disse delle due oche e lo spriggan, ridendo:- Ma come, lo sanno tutti che i trolls custodivano le due oche più rare del mondo. Quella dalle piume morbidissime e quella capace di volare fin sulla luna! Non avrete mica mischiato le loro piume, vero? - disse, rotolandosi in terra dalle risate. Re Oberon, appena sentì cosa era successo, afferrò il minuscolo re Brian per un piede e lo lanciò verso il cuscino. Terrorizzato, re Brian ci cascò sopra e lo fece tornare verso terra. Le fate del regno riuscirono a legarlo con fili d'argento alla testata del letto e finalmente re Oberon poté provare a dormire. E come dormì! Ma re Brian e i suoi non restarono ad aspettare il suo risveglio, preferirono scappare il prima possibile.. Il Narratore e suo figlio, che erano stati chiamati dal corteo di re Brian affinché andassero con loro a portare il dono a re Oberon, invece, si godettero l'ospitalità di Titania al suo sontuoso banchetto di ringraziamento, prima di riprendere la via di casa con una nuova storia da narrare.





*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PICCOLO TROLL

 (Prima pubblicazione 16.07.2012)

© Crenabog 






Oltre il villaggio che conosciamo bene si trovava la grande estensione silvestre del Bosco Buio. Sembrava non avere mai fine ed era facile, una volta che ci si fosse inoltrati, perdersi nei suoi meandri. Il Bosco Buio era la dimora del Popolo Segreto e chi vi si avventurava poteva avere la fortuna - più spesso la sfortuna - di incontrare fate, folletti, gnomi ed altri esseri molto più pericolosi. Un giorno, come era solito fare, il Narratore del villaggio vi si recò, in cerca di ispirazione per le sue storie e sicuro di trovare alcuni degli esseri con i quali da sempre era in amicizia. Re Oberon stimava molto il Narratore e di conseguenza tutto il Popolo Segreto lo rispettava, tranne certi pessimi soggetti dall'indole inaffidabile. Giunse dunque ad una radura vicino alla fonte delle najadi e si sistemò sotto un maestoso albero, al riparo dal sole. Ad una cinquantina di metri di distanza sorgevano le propaggini della Muraglia Rocciosa, una sorta di contrafforte dalla incerta origine: a nessuno era chiaro se fosse naturale o se fosse stato eretto da qualche essere incantato, secoli prima. Il Narratore si mise ad osservarlo, cercando di capire se quel che vedeva oltre le fronde ed i cespugli, fosse un unico masso o un insieme di pietre saldate dall'usura del tempo e dall'azione degli elementi. Provò una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrasse, come se qualcosa fosse lì e non fosse lì, non sapeva decidersi. Improvvisamente dietro di lui giunse un fruscìo continuo, si voltò e vide giungere Re Brian insieme al solito gruppetto di cortigiani. Re Brian era il Re dei Folletti, quindi sottoposto a Re Oberon che guidava e comandava l'intero Popolo Segreto insieme alla sua meravigliosa sposa, Titania. Re Brian, fiero del suo titolo, era notevolmente perfido e dotato di un senso dell'umorismo che rasentava la crudeltà, ma il Narratore lo conosceva da tempo e non se ne preoccupava minimamente. Re Brian salutò allegramente l'uomo e si sedette a conversare con lui mentre i suoi accoliti restavano in disparte a complottare bofonchiando. " Salute, Vostra Maestà, come mai da queste parti?" - esordì il Narratore. " I soliti giri del mattino, me ne vado a controllare che i miei folletti non abbiano fatto troppi danni o magari.. che ne abbiano fatti a sufficienza, ah ah ah!" , rise beffardamente. " Maestà, volevo un vostro parere. Guardate laggiù, verso la Muraglia. Non c'è qualcosa di strano?" Re Brian fissò attentamente la zona indicata e si accarezzò la barba rossa con aria saputa. " Oh, ma certo. Guarda bene: vedi quel masso più piccolo, lì davanti? Non ti sembra strano?" " Ma certo, ecco cos'era. Sembra quasi che si muova.." Re Brian replicò: "Appunto. Guarda che bello scherzo che gli faccio!" e, prima ancora che avesse terminata la frase, agitò una bacchetta di pioppo dal manico ricoperto d'argento niellato e borbottò una frase in lingua folletta. Sopra il masso comparve una piccola nuvola nera che mandò tuoni, lampi ed un rovescio irrefrenabile di pioggia. Il masso cominciò a muoversi in fretta ma la nuvola lo inseguì fino a che al suo posto non comparve un troll, un piccolo troll roseo e pulito, benché come ovvio notevolmente brutto.

" Ma guarda - esclamò il Narratore - era un piccolo di troll talmente sporco di terra che gli erano cresciuti licheni e funghi sopra!" " Già, - disse Re Brian - e ora nessuno lo riconoscerà più!" e contento della beffa salutò sghignazzando l'uomo e ripartì con i suoi per il giro mattutino. Anche il Narratore si alzò, e riprese la strada di casa. Il piccolo troll, molto abbattuto, si recò alla grotta dove viveva la sua tribù ma, appena fu vicino, gli altri troll non riconobbero il suo odore e gli tirarono delle pietre ringhiando. Piangendo, il piccolo troll si inoltrò nel Bosco Buio, seguendo le tracce del Narratore. Quando fu buio arrivò alla sua casa, fuori dal villaggio, e si accucciò nel giardino, sotto un folto cespuglio. Sentendo dei rumori provenire dall'esterno, il Narratore e suo figlio si affacciarono per vedere e, capita la situazione, si avvicinarono. Il Narratore disse: " Mi dispiace per lo scherzo che ti ha fatto Re Brian, resta pure qui quanto ti fa piacere." e gli lasciarono una scodella di latte e una forma di pane. Il piccolo troll se ne stette nel giardino a rotolarsi nella terra e a bagnarsi nei rivoli fangosi che scendevano dalla piccola fontana , badando bene a non restare esposto alla luce diretta del sole che lo avrebbe pietrificato, restando poi tutto il tempo a farsi camminare sopra dagli uccelli e dagli altri animali diurni e notturni che scorrazzavano liberamente. Finalmente, dopo quasi un mese, soddisfatto dell'erba che gli era cresciuta addosso e dello strato di terra e fango che lo copriva, e particolarmente fiero di una colonia di lumache che si erano annidate tra i peli irsuti che aveva in testa, se ne tornò alla sua grotta dove venne accolto dai suoi parenti, così occupati a mangiare pietre da essersi quasi dimenticati di lui. Ma si sa, i troll sono creature piuttosto strane e certamente non di larghe vedute.








*** FINE ***