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domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 23.09.2013)

© Crenabog 




Mentre il sole calava dietro monte Atro, i preparativi per lo scontro finale proseguivano senza sosta. L'intero seguito di re Oberon approntava sortilegi, difese e trappole nel folto del bosco: lontano dalla piana dei tumuli, dove troppo sarebbe stato pericoloso affrontare scopertamente la Corte Scontenta, in una piccola radura celata ad ogni sentiero da folti rovi e massi muschiati, i folletti allestirono un palco di legno sul quale vennero sistemati, legati ed imbavagliati, i fratelli Corchoran, evidentemente terrorizzati, circondandolo da fascine di legni di prugnolo e biancospino, per tenere lontana la Corte. A distanza venne tracciato un enorme cerchio magico, nel quale presero posto i regnanti, la loro scorta armata e corazzata di spriggan - pronti ad ingigantirsi - insieme al Narratore e a Paulie che celava sotto un mantello verde il cofanetto col prezioso talismano, ultima linea di difesa. Così mentre la notte scendeva avida degli ultimi barlumi di luce, interrotta solo dalle fiamme delle fiaccole poste intorno al cerchio, e in lontananza si cominciava ad udire lo scalpitare dei pooka, re Oberon e il negromante iniziarono ad evocare Grandi Orecchie nella lingua del Popolo Segreto. Lampi caddero da un cielo privo di nuvole, spaccando antichi alberi e agghiacciando i cuori dei folletti.


Il demone gatto sorse, immenso, più nero della notte stessa, oltre le cime delle querce: l'inferno brillava nella profondità dei suoi occhi. Abbassò la testa spaventosa, fiutando, cercando: re Oberon scagliò velocemente una torcia verso il palco di legno, appiccando il fuoco alle fascine incantate, che riducendosi rapidamente in cenere persero ogni potere difensivo. Grandi Orecchie non si spostò, alzò semplicemente le zampe gigantesche e un altro demone gatto apparve sul palco: si chinò e afferrò i Corchoran urlanti in una esplosione di luce abbagliante. E svanì, anzi svanirono entrambi, come se fossero stati soltanto un incubo delirante. Mentre il Popolo Segreto sguainava spade, imbracciava asce e coltelli, dal profondo del bosco eruppe la Corte degli Scontenti, in una cacofonia di urla, ruggiti e altri suoni incomprensibili. Presero a girare attorno al cerchio con furia, e mentre Dando tentava di balzare attraverso l'incantesimo, i troll uscirono dai loro nascondigli abbrancando e stritolando gli umani corrotti dalla Corte che con essa avevano devastato la contea. Le fate del re volarono addosso ai folletti maligni, ai goblin, ai nuckelavee, strattonandoli, legandoli con corde magiche, bruciandoli al tocco delle loro bacchette fatte con l'agrifoglio.




La pazzia della Corte sembrò prendere il sopravvento quando il tracciato del cerchio venne spezzato da un troll caduto rovinosamente in terra, e Dando urlò il suo grido di guerra, ma un troll enorme riuscì ad afferrarlo e, incurante del terrore dell'abate, lo squartò, gettando i suoi resti tra i piedi dei combattenti, dove sfrigolarono e si dissolsero. Molte fate caddero, le ali strappate, e molti spriggan di re Oberon persero la vita nella lotta: infine, coperta dal Narratore che le faceva da scudo, Paulie alzò verso il cielo il talismano del mare e recitò la formula della sua antica gente. Un vortice di luce prese forma e trascinò con sé tutta la Corte infernale, trasportandola nuovamente negli abissi dai quali non sarebbe mai dovuta uscire. Lentamente tornò la calma, spezzata dai lamenti dei feriti, e tristemente si raccolsero i caduti. Tutto il corteo dei sopravvissuti riprese il sentiero verso la collina e infine discese nella reggia; nel grande salone vennero distesi i corpi e si iniziò a curare gli altri. Poche parole vennero scambiate, non era quello il momento più adatto. Persino re Brian rimase in disparte con i suoi, a provvedere a loro. Paulie e il Narratore, dopo aver lasciato nelle mani di Titania l'amuleto, ed essersi accertati che il figlio di lui stesse bene, addormentato e ignaro della devastazione successa, tornarono in superficie.


Sedettero in cima alla collina, aspirando l'aroma balsamico delle resine degli alberi, ascoltando in lontananza il perenne scorrere del fiume. Si tennero per mano, gli occhi persi verso l'infinito. Era quasi l'alba, il mondo poteva tornare a vivere. Iniziava il tempo di dimenticare.







*** FINE ***



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 18.09.2013)

© Crenabog 




I sentieri, sotto i grandi alberi, e le strade dei villaggi, apparivano tristemente vuoti e desolati. In breve, tutti gli insediamenti umani siti al limitare di Bosco Buio, si erano svuotati, sia per l'esodo in massa sia per le molte morti, rapimenti e sparizioni provocati dalla Corte Selvaggia. Non ci fu famiglia che non avesse perso qualcuno, né contadino che non avesse visto devastato i suoi campi. Si rifugiarono tutti alle estreme propaggini sud della Contea, nell'Ooganshire, ben lontani dalla furia imperante nella grande foresta: e lì rimasero, timorosi, in attesa di notizie. Una calma irreale scese sulle distese boscose, sulle rocce coperte di muschio, sulle macerie dei villaggi. Nel silenzio dovuto alla fuga degli uccelli e degli altri piccoli animali solo si potevano distinguere lo scalpitare degli zoccoli dei pooka di Dando, della Corte Scontenta e del raspare dei mastini infernali. Vagavano, ovunque, senza requie. In caccia.


Ci aveva riflettuto a lungo, Paulie, ed alla fine aveva preso la sua decisione. Chiese quindi udienza a re Oberon che la ricevette insieme al Narratore.

- Sire, sono al corrente di quel che accade e vorrei chiedervi, come pensate di far fronte a Dando?

- Come abbiamo deciso. Ci sarà uno scontro, cercheremo di distruggerli e in questo saremo aiutati dai troll, anche se ci potrà costare caro.

- Ecco. Sapete tutti che la Corte è costituita da esseri umani rapiti e trascinati a fare del male contro la loro volontà, da spiriti crudeli e da demoni. Ora, i troll sono di carne, anche se possenti, e solo la carne potranno combattere, quindi immagino che potranno distruggere gli umani corrotti dal potere della Corte. Ma contro gli spiriti anche loro, e voi, e tutti i folletti, potranno ben poco. Servono degli incantesimi, e per questo come farete?

- Abbiamo dalla nostra gli incantatori di re Midhir, il signore di Bri Leith: e loro hanno grandi poteri.

- E se non bastassero, sire?

- Allora non so cosa ci resterà se non cadere con onore.

- Parlavate di consegnare loro i fratelli Corchoran...

- Certo, ci proveremo e vedremo se questo calmerà la loro furia.

- Sono già stati presi?

- In questo momento gli spriggan stanno andando a prenderli. Anche sotto la reggia abbiamo un nodo e sono partiti da lì.

- Che intendete per nodo, maestà? - chiese il Narratore.

- Uno degli incroci fatati da cui si dipartono i Sentieri Specchio. O un portale, se preferisci; da qui possiamo arrivare in qualsiasi luogo del Popolo Segreto, senza perdere tempo in lunghi viaggi.

- Capisco. Bene. Allora immagino che almeno questa faccenda sarà risolta presto.

- Sicuramente. Anche se i Corchoran sono protetti dall'incantesimo chiesto a Grandi Orecchie, gli spriggan appariranno direttamente dentro la loro casa e li porteranno qui.

- C'è una cosa di cui vorrei parlarvi, maestà. - Disse Paulie, torcendosi le mani, agitata. - E' uno dei segreti del nostro popolo. Forse faccio male a rivelarvelo ma potrebbe salvare tutti quanti noi.

- E allora, ti prego, dicci di cosa si tratta!




- Le fate foca sono sempre in pericolo, quando nuotano in mare, di essere catturate e uccise dai marinai. A volte le sirene riescono ad aiutarci, ammaliando i pescatori e trascinandoli nel profondo per divorarli, ma non sempre sono presenti quando veniamo catturate. Per questo, nei tempi antichi, venne creato un potente talismano in grado di colpire e assorbire dentro di sé l'essenza fisica e spirituale di chi ci dava la caccia. E per questo, a volte, le imbarcazioni tornano a riva spinte dalla corrente senza nessuno a bordo. E' l'unica arma che ha il mio popolo.

- Sarebbe un grandissimo aiuto! Pensi che potrebbero prestarcelo?

- Non so, sire. Ma possiamo provare a chiederlo ai nostri regnanti.

- Sarà il caso che parli io con loro, allora...

- Faremo così, andremo alla Spiaggia dei Giganti e cercheremo di convocarli, sperando che comprendano.

- Va bene. Prepariamoci subito a partire

Seguiti da una scorta fidata di folletti pesantemente armati, scesero alla sala del nodo, varcarono la porta e si ritrovarono sulla grande distesa di enormi massi levigati da centinaia di anni di acqua salmastra, dove per la prima volta si erano incontrati Paulie e il Narratore. L'odore di alghe era pesante e gli spruzzi salmastri bagnarono i loro visi. Paulie si avvicinò all'acqua, vi pose le mani e mosse a lungo le labbra, in una silenziosa richiesta. Passò un ora, a giudicare dall'abbassarsi del sole nel cielo, e infine apparvero. Dalla spuma del mare sorsero i tritoni e le fate foca, tanti, a perdita d'occhio, come se tutta la sua gente fosse tornata a cercarla. Non si sentì alcuna parola, gli esseri del mare comunicavano tra loro col pensiero quando non erano in forma umana. Re Oberon sentiva su di sé il peso dei loro sguardi: iniziò ad avvicinarsi, inchinandosi, ma uno di loro alzò sdegnosamente una mano per fermarlo.


Poi, fece un cenno a Paulie, mostrando di volerla come interlocutrice. Davanti a questo spettacolo, riconoscendo in lei quello che era l'unico tramite tra il Popolo del mare e il Popolo Segreto, il Narratore si sentì profondamente in colpa per aver posseduto la sua pelle di foca, evitando che ritornasse nella sua forma naturale. Poi ricordò che era stata lei a chiedergli di farlo, per poter rimanere insieme nel suo mondo terrestre: ma quel vago senso di rimorso, nel vedere la magnificenza del loro essere parte stessa di quell'infinito oceano, non lo abbandonò. Alla fine, quello che sembrava il più imponente tra loro, assentì, si tuffò in mare e riemerse poco dopo recandole qualcosa, ben celato in un cofano di legno incrostato da antiche conchiglie. Poi, sempre in silenzio, si immersero nuovamente e sparirono.





Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 8



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 16.09.2013)

© Crenabog 




Nella grotta del lago sotterraneo dove Titania aveva allestito l'alloggiamento di Paulie, per consentirle di vivere tra di loro e di avere sempre l'acqua a disposizione per poter nuotare, l'atmosfera non era delle migliori. Benché amorevolmente attorniato dalle fate e dalla stessa Paulie, il figlio del Narratore trascorreva il tempo tristemente, dopo aver avuto notizia della morte della madre. Essendo spesso in viaggio col padre e ancor più spesso in giro da solo nelle profondità di Bosco Buio, negli ultimi tempi si era trattenuto poco, troppo poco, a casa e ora rimpiangeva di non esserle stato vicino anche se, grazie a questo, si era salvato. Anche se stava decisamente crescendo, restava poco più che un bambino e tutti i momenti felici della sua infanzia tornavano a tormentarlo. Paulie cercò in tutti i modi di consolarlo, sempre senza mai fargli pesare il suo amore verso il padre e inventò per lui nuovi giochi e racconti per distrarlo.


Nella grande grotta, pulsante di una morbida luminescenza dovuta a certi funghi sotterranei diffusi su tutte le pareti, il tempo scivolava via senza soluzione di continuità, dilatandosi morbidamente nel quieto silenzio interrotto dalle risate delle fate e dal ritmico gocciolare delle formazioni rocciose. Paulie ogni tanto cantava, antiche canzoni del suo popolo, le fate foca dei mari del nord, con la sua voce a tratti roca, a tratti cristallina ma molto diversa dalla modulazione che un umano avrebbe dato. Il ragazzino si incantava perdendosi in quelle note e sembrava dimenticare, anche se per poco, la tragedia che lo aveva colpito. Pian piano comprese e accettò il fatto e il suo spirito iniziò a proseguire il cammino della vita, mentre nuotava scivolando lento sotto il pelo dell'acqua, tra le magiche ninfee sotterranee.


Era una notte buia, al punto che l'oscurità sembrava poter inghiottire anche il riverbero delle luci delle fiaccole accese lungo il sentiero che portava alla collina di re Oberon, quando il portavoce dei troll e la sua scorta giunsero. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerato che la luce del giorno paralizzava gli enormi esseri al punto da indurre le loro funzioni corporali ad una stasi quasi mortale. Se fossero rimasti a lungo esposti ai raggi solari, sarebbero stati prede inermi dei nemici, e avrebbero potuto comunque morire internamente anche se non attaccati da alcuno. Con grande difficoltà riuscirono ad entrare nel mondo sotterraneo del Popolo Segreto, e a sedersi nella enorme sala reale. La discussione durò un tempo infinito, i troll non amavano avere rapporti con nessuno, e di solito scendevano solo per divorare e depredare le zone circostanti. Erano creature estremamente pericolose e solitamente inaffidabili ma il loro portavoce sembrava avere grande voce in capitolo e gli altri obbedivano ad ogni suo cenno, limitandosi a restare silenziosi e fermi. Re Oberon spiegò la situazione e Rogh, il portavoce, ammise che bisognava prendere provvedimenti prima che la Corte infernale perdesse il controllo e devastasse anche i territori dei troll. Il re del Popolo Segreto chiese quindi se fossero disposti a combattere insieme a loro, certo che la loro forza avrebbe costituito un elemento di favore potente: Rogh replicò che una contropartita era necessaria e propose un accordo. Oberon si consultò con Titania e i dignitari, in molti scossero la testa e imprecarono, ma alla fine dovettero cedere. E i troll ripartirono nel buio.





Il Narratore venne quindi chiamato e lasciò suo figlio insieme a Paulie, per risalire la scalinata che conduceva alla sala delle riunioni di corte.


- Eccoti qui - disse Oberon. - Ho preferito non farti essere presente, i troll non amano il Popolo Segreto e ancora meno amano gli umani. Non volevo pensassero che volevamo ingannarli; comunque, la trattativa è stata conclusa.

- Sembra una buona notizia, sire.

- In verità, non ho idea di quanto lo sarà. Hanno accettato di scendere in campo con noi ma ho dovuto dargli quel che hanno sempre voluto..

- Cosa, se posso chiedere?

- Un trattato. Abbiamo dovuto riconoscere pubblicamente la loro forza, cosa alla quale tenevano particolarmente, essendo i troll una razza molto suscettibile e orgogliosa. E concedere loro il Monte Atro, promettendo che il Popolo Segreto non vi abiterà più, né sulla superficie né nelle profondità. Dovremo quindi avvertire tutti gli esseri fatati di allontanarsi e trovare altri alloggiamenti. Potrebbe essere un problema, questo.

- Perché mai?

- Perché ve ne sono moltissimi, di ogni specie: intanto, dovremo creare case per loro, anche se Bosco Buio è così grande che credo sarà abbastanza facile.


Il guaio è che molti di noi sono poco malleabili. Immagina andare a dire ai pooka, ai kneveleddin, agli spiriti, ai guardiani dei prugnoli e a tutti gli altri, quegli altri che di solito prima attaccano, uccidono e poi ti stanno a sentire, di lasciare le loro terre.. Mah. In qualche modo faremo. Da domattina le nostre fate voleranno su monte Atro e avvertiranno tutti, diffondendo la voce, noi invece da stasera stessa manderemo gli gnomi e i folletti a creare nuove case sugli alberi, sotto le colline.

- E magari anche a realizzare nuovi tumuli, direi. Sotto, potranno scavare e allargare le loro dimore quanto vorranno.

- Già. Re Brian, vuoi venire qui, per favore?

- Maestà?

- Immagino che tu abbia ascoltato, anche se facevi finta di stare a giocare seduto su quella pentola di monete d'oro. Per cortesia, comincia a farla sparire, qui non ne abbiamo bisogno. Ecco. Allora, puoi mandare i tuoi folletti a fare questo lavoro? Adesso?

Re Brian, sentendosi leggermente in colpa per aver origliato tutto, sorrise e si dichiarò disponibile ad eseguire l'ordine quanto prima, poi si congedò e tornò ai suoi possedimenti. Ma non prima di aver fatto comparire piccole pentole di monete qua e là, nei corridoi della reggia di Oberon, per la felicità degli spriggan che corsero a prenderle.. e per il loro disappunto quando scomparvero alla prima luce dell'alba.





Continua nella settima puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 7



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 12.09.2013)

© Crenabog 




Intanto, nella sua reggia, anche re Brian si era dato da fare per scoprire le mire di Dando, ed aveva inviato i suoi folletti sui Sentieri Specchio, così che potessero raggiungere più velocemente le lontane lande dello Shire e riportargli notizie aggiornate. Fu proprio grazie a questo espediente che re Brian si vide tornare un minuscolo leprechaun, bardato con gli abiti consueti della sua razza, panciotto e calzoni verdi, scarpe di pelle borchiate e cappello verde. Il leprechaun salutò formalmente inchinandosi e re Brian apprezzò il fatto che non sembrasse ubriaco, il che succedeva quasi sempre con quel tipo di folletti. Il minuscolo essere rivelò di aver saputo da un altro suo pari che viveva tra le botti di una cantina che improvvisamente la casa dei fratelli Corchoran si era riempita d'oro, il che interessò subito re Brian, dato che nessuna fattoria avrebbe avuto modo di accedere a ricchezze se non fosse stato per qualche ritrovamento di un tesoro o per artifici poco legali. Il folletto aggiunse anche di aver sentito dire che i Corchoran avevano creato mesi prima un grande allevamento di gatti, cosa davvero inusuale, e che probabilmente dovevano averli venduti perché ora, nella fattoria, non ce n'erano più. Non sapeva se questa informazione potesse servire ma la cosa comunque era strana parecchio. Re Brian ne convenne e lasciò libero il leprechaun di tornare alle sue occupazioni, poi chiamò la sua scorta, indossò un mantello adeguato al suo stato e prese la via per recarsi da re Oberon.


Quando re Brian ebbe finito di raccontare tutto, Oberon si voltò verso la piccola Mab:

- Pensi anche tu quel che penso io?

- Ho paura di sì, anche se mi sembra una cosa assurda.

- Ovviamente. Sono secoli che nessuno è così pazzo da fare un rito del genere.

- Come avranno fatto a conoscerlo?

- Forse la carovana di zingari che è passata nelle lande mesi fa si è fermata anche da loro.

- Potrebbero aver comprato qualche vecchio libro di magia.

- Certo gli zingari non li avranno avvertiti del rischio che correvano.

- Figuriamoci, ma anche se fosse, i Corchoran sono noti in tutta la contea per la loro avarizia. Per l'oro sono capaci di fare qualsiasi cosa.

- Che scorra sangue di nano nelle loro vene? ,- intervenne re Brian.

- Cerca di essere serio, per una volta, - lo rimproverò Oberon. - Le cose si son messe male.

Il Narratore osò interromperli, troppa era la voglia di capire anche lui, e chiese di che si trattasse.

- Vedi, metti insieme le cose: l'oro nascosto in casa, l'allevamento dei gatti che non ci sono più.. devono aver eseguito il rito del Targhaim. Maledetti folli.




- E' una evocazione?

- E' una delle cose peggiori che la magia nera abbia concepito. Serve ad evocare il demone gatto: si arrostiscono vivi dei gatti per giorni interi, senza mai smettere neanche per mangiare o dormire, fin che Grandi Orecchie appare per fermarli e allora lo si può costringere ad esaudire un desiderio, in cambio.

- Ma è una cosa orrenda!

Certo, e non vedo cosa altro abbiano fatto se non questo. Quello che non sanno è che Grandi Orecchie ti dà quel che vuoi ma poi si vendica. Sempre. E certamente ha scatenato lui Dando e la Corte Scontenta.

- Che in questo momento sta mietendo vittime per tutto il territorio. Che si può fare, sire?


- Bisogna ripagare il debito a Grandi Orecchie, il prima possibile, e temo che l'unica cosa sia catturare i Corchoran e darglieli. Ma il guaio è che non richiamerà la caccia selvaggia della Corte: quelli di loro che sono spiriti torneranno con lui negli inferi, se lo accontentiamo, ma gli esseri maligni che li accompagnano andranno combattuti e non con sortilegi.

- Con le nostre forze non ce la faremo - disse Titania. - Ci serve qualcosa di più potente.

- Lo so, mia cara, - replicò Oberon. - Speravo di non dover arrivare a questo. Brian, mi serve il tuo folletto più abile nelle trattative.

- Agli ordini, sire. Cosa devo fargli fare?

- Mandalo su monte Atro e fagli convocare il portavoce dei Troll.





Continua nella sesta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 6

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 10.09.2013)

© Crenabog 





Il Narratore lasciò il proprio villaggio affondato nel dolore dopo essersi assicurato che tutti avessero ben compreso i pericoli a cui stavano andando incontro, ed aver consigliato il sindaco e padre O’Connell affinché la popolazione rimasta venisse al più presto evacuata verso i villaggi più a sud dello Shire. Con l’animo carico di oscuri pensieri tornò ad affrontare i sentieri di Bosco Buio, dove neanche più i raggi del sole tra le fronde regalavano un minimo di letizia. Giunse alla collina di re Oberon e fece il suo rapporto in merito a quel che era successo, evitando di incontrare suo figlio per non dovergli ancora dire la sorte di sua madre.


Corre. Corre la regina Mab sul suo minuscolo calesse trainato dai grilli. La regina Mab ha visto, e quel che deve dire non può attendere…

Lo Shire è avvolto dal dolore e dalla paura, dalle sue estreme propaggini a nord, dalle rive del mare gelato, fino ai confini ad est con la contea di Thumbria. La Corte degli Scontenti reca un manto di tenebra e la notte non porta riposo ma morte e desolazione. Dando cavalca alla testa della Corte, orme di fuoco lascia il suo pooka, la sua risata agghiaccia il sangue anche ai troll. I nani delle montagne hanno chiuso le caverne con frane di pietra e scendono nelle profondità: non vogliono sentire, né sapere
.


La regina Mab giunse alla reggia di Oberon con il suo stuolo di fate volanti e venne subito condotta nella sala delle udienze. Oberon, Titania e il Narratore la accolsero e restarono in profondo silenzio alle sue parole. Udirono delle devastazioni che la Corte infernale stava provocando, della magia nera che aveva preso possesso delle lande, dalle praterie ai monti gelati, dei lutti tra gli umani che non comprendevano il senso di quel che accadeva. Tutti i peggiori incubi delle leggende sembravano essersi materializzati, non c’era più sicurezza per nessuno. Re Oberon restava però perplesso, tutto questo non aveva uno scopo visibile. Certo, la Corte infernale traeva gioia dal dolore altrui ma mai prima di allora era avvenuto un simile disastro. Essi uscivano la notte per le loro razzie, in cerca di anime, e in certi periodi dell’anno, in previsione dei quali gli umani elevavano preghiere ed eseguivano antichi rituali protettivi. Solo gli stolti o gli ubriachi uscivano nel buio e finivano per diventare prede. E vittime. Ma per tutto questo doveva per forza esserci una ragione. Oberon chiese ancora a Mab se le fosse giunta qualche notizia capace di spiegare…
- Sire, anche noi del nord non comprendiamo il perché. Il Popolo Segreto sta fuggendo perché non sono solo gli umani quelli in pericolo. E’ vero che gli Scontenti danno loro la caccia, ma il male avvelena l’atmosfera, dissecca la terra, imputridisce l’acqua. Molti di noi hanno chiesto asilo agli elfi di monte Atro, altri stanno fuggendo dove capita.
- Eppure sono certo che Dando abbia dei motivi per questo.







Il Narratore si permise di intervenire:
- Maestà, perdonate ma non ho mai incontrato prima questo nome. Fa parte della Corte Selvaggia?
- Amico mio, certo, non sai perché è da moltissimo tempo che il nome del maledetto non veniva pronunciato… Dando era l’abate di Cough Mara, un umano dedito solo al vizio, al bere, alla lussuria. La sua gioia era la caccia e non sarebbe mancato ad una battuta neanche se il Papa stesso, o il vostro Dio, fosse stato in chiesa ad attenderlo. Ed era a caccia, una domenica, con la sua torma di mastini e alcuni amici, invece che in chiesa a celebrare il rito, e di certo aveva la furia in corpo, sia perché era ubriaco sia perché non aveva preso niente, quando dal folto della foresta uno straniero a cavallo lo raggiunse. Oh, noi sappiamo bene chi fosse ma Dando non lo sapeva… Lo straniero aveva il dorso del cavallo coperto dalle prede uccise e questo fece ancor più ribollire il sangue all’abate che spronò la sua bestia, gli si avvicinò e prese ad ingiuriarlo, urlando che quegli animali spettavano a lui dato che cacciava sempre in quella foresta. Lo straniero esplose in una fragorosa risata e disse che se li avesse davvero voluti avrebbe dovuto venire a prenderseli. Dando gridò che lo avrebbe seguito fino all’inferno e mentre lanciava questa bestemmia lo straniero lo afferrò per una manica, il suolo si spaccò e lo trascinò con sé. Esattamente dove Dando aveva detto che sarebbe andato. Da allora lo spirito maledetto di Dando esce ogni anno dal suolo e batte i sentieri con il suo branco, i meravigliosi cani del Diavolo, come li definiscono le leggende, a caccia di anime per compiacere il suo nuovo padrone.



- Capisco. Ma la sua malvagità non spiega ancora cosa abbia scatenato questa invasione.
- Infatti, - replicò la piccola Mab. – Ora possiamo solo attendere, sperando che giungano altre notizie dal Buon Popolo.
- I nostri folletti, anche loro, sono in giro per cercare di sapere, - disse Titania. – Per ora restiamo nella nostra terra e teniamoci pronti. Gli umani sono partiti?
- Me lo auguro, mia regina ,- disse il Narratore. – Hanno avuto una prova molto chiara di cosa sta accadendo e non credo siano così folli da restare al villaggio.
- Bene, meglio così. Per loro avremmo potuto fare ben poco. Ed ora lasciamo riposare Mab e assicuriamoci che le vedette e le difese siano tutte ai loro posti…




Poi, mentre lentamente il fuoco si spegneva nel grande camino, ognuno si ritirò nelle sue stanze. Mestamente, il Narratore discese la grande scala di pietra che portava alla magnifica grotta con il lago sotterraneo dove Titania aveva alloggiato Paulie e alcune fate che le tenevano compagnia, e dove suo figlio lo aspettava, ancora inconsapevole della tragica fine di sua madre. Avevano così tante cose da dirsi; avrebbe dovuto trovare la forza per farlo.






Continua nella quinta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 5



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 09.09.2013)

© Crenabog 





A lungo discussero della soluzione migliore per allontanare la possessione degli Alp-Luachra, e infine il Narratore si accommiatò dal Popolo Segreto e tornò al villaggio. Aveva ben chiara la procedura da adottare ma sapeva anche che non sarebbe stato semplice: per prima cosa andò a casa per assicurarsi che sua moglie stesse ancora bene, protetta da tutti i controincantesimi che aveva potuto mettere, e dalla sorveglianza che i minuscoli Spriggan che vivevano nei muri le facevano. Aprì la robusta porta di legno ma solo una camera vuota e dal pavimento polveroso lo attendeva. La chiamò, girò per le stanze ma non ne trovò traccia. Allora batté sui muri per richiamare gli Spriggan e alcuni di loro sgusciarono fuori da minuscole fessure vicino ai travi di quercia che reggevano il tetto. Non lo salutarono con la consueta gaiezza e questo lo mise sull'avviso.

- Una lieta giornata a voi, Gente Gentile. Sapete dirmi dove è mia moglie?

- Ah, noi abbiamo provato, sì, abbiamo provato.

- Ce l'abbiamo messa tutta!

- Certo, mica stavamo a bere birra.

- Ci siamo dati i turni per badare alla casa.

Le vocette degli Spriggan si affastellavano, petulanti ma inconcludenti.

- Dunque! Che cosa è successo? Ditemi, su!

- Ehhh.. mh.. vedi Narratore, avevamo fame e, sì, siamo andati a cercare delle uova.

- ..è così che l'Alp è entrato in casa e ha preso tua moglie.

- Ah! Dove si trova adesso?

- Con tutti gli altri del villaggio, nella canonica di padre O'Connell, l'ospedale non aveva più posto. Sono tutti lì, beninteso, chi ancora non è morto.


Il Narratore uscì velocemente di casa e si diresse alla chiesa. Fuori, la gente - i parenti degli ammalati - stazionava seduta nel prato su teli e coperte, ognuno vicino all'altro, come per tema di essere posseduto dagli Alp. Andò direttamente da padre O'Connell e chiese di sua moglie: il prete lo condusse da lei. Distesa su un letto di fortuna, dimagrita al punto che le ossa e non più la carne ne disegnavano i tratti, non riconobbe il marito. In verità a malapena sembrava respirare. Il Narratore cadde a sedere su una sedia di legno e si rivolse al prete.

- Padre, quel che deve essere fatto, va fatto subito. Il tempo è quasi finito per tutti questi e gli altri non si salveranno neanche loro. Dobbiamo trasportare tutti i posseduti sulla riva del fiume: cerchi di organizzare le persone ancora sane affinché portino qui carri e tutti i mezzi di trasporto che hanno  disposizione.- Lo faccio subito - replicò il sacerdote.- Bisognerà anche portare tutto il cibo che ancora c'è, soprattutto carne secca, e sale, tutto il sale che troveremo. Faccia anche scorta di acqua benedetta, mi raccomando. Uscirono e parlarono con la popolazione e subito venne organizzato il trasporto: qualunque essere fatato si fosse trovato quel giorno sulle rive del fiume che attraversava il villaggio avrebbe assistito ad uno spettacolo ben strano. Tutti i posseduti vennero sdraiati a poca distanza dalla riva, al punto che gli spruzzi della dolce, fresca acqua del fiume potevano bagnare i loro volti. Il Narratore comandò che venissero nutriti con cibo fortemente salato e speziato, a forza se fosse stato necessario.





La gente eseguì, aiutandosi l'un l'altro, e senza fare distinzioni se si fosse trattato di un parente o di altri. I gemiti straziarono la quiete del posto, i malati tentavano di ribellarsi ma vennero tenuti fermi. Passarono così almeno tre ore e le sofferenze aumentarono a dismisura fin quando, improvvisamente, i primi malati cercarono disperatamente di bere l'acqua del fiume. Dalle loro bocche spalancate furono chiaramente visti i simulacri degli Alp-Luachra scivolare fuori, sorta di forme gelatinose e biancastre, in cerca di acqua. E nell'acqua entrarono, impazziti dal sale, senza rendersi conto che l'acqua dolce è un taboo per il Popolo Segreto: subito iniziarono a dimenarsi, a spruzzare intorno, emettendo suoni inascoltabili. Ma il Narratore e il sacerdote si precipitarono a gettare sulle loro vaghe forme l'acqua benedetta, che finì l'opera di devastazione. In poco tempo gli Alp si dissolsero e la corrente trascinò lontano anche il loro ricordo. La popolazione cercò subito di rianimare i malati ma purtroppo molti di essi, già completamente debilitati, non avevano retto quest'ultima prova ed ora riposavano nel loro sonno mortale.


Il Narratore stesso tentò in ogni modo di far riprendere sua moglie, pregò, maledisse chi aveva lanciato l'incantesimo, la strinse a sé ma a nulla valse il suo dolore. Era troppo tardi anche per lei. Spirò, senza aprire gli occhi, persa nel limbo offuscato della malattia. Molte furono le grida di gioia, ma ancor più furono i pianti ed i lamenti dei parenti di chi non era sopravvissuto. E quando venne il tramonto, e grandi fuochi vennero accesi sulla riva del fiume, per riscaldare gli animi, il Narratore nascose il suo dolore nella più segreta tasca del cuore e si rivolse a tutti per spiegare cosa stesse accadendo e quali tragedie stavano preparandosi, per loro e per tutto il Popolo Segreto che viveva sotto le colline. Dando era in cammino.





Continua nella quarta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 4


LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 02.09.2013)

© Crenabog 




I giorni, alla corte di Oberon e Titania, sembrava non conoscessero più lo scorrere del tempo, tanta era la preoccupazione che si avvertiva nell'atmosfera, una volta gioiosamente delirante, del Popolo Segreto. Infine, annunciato dagli ululati dei Cani Neri Guardiani che re Oberon aveva messo a pattugliare i dintorni, arrivò il Bodach Glas. Il Narratore e suo figlio erano stati avvertiti della venuta del negromante del Nord ma non pensavano si trattasse dell'Annunciatore di Morte: il Bodach era infatti, più che un vero stregone, quasi uno spirito maligno, che scendeva di notte nelle case dai camini per annunciare sfortuna e disgrazia. Molto meno amichevole di una Banshee, se mai qualcuno nello Shire fosse stato così pazzo da ritenere una Banshee un essere amichevole... Il Bodach Glas si inchinò e presentò i suoi saluti al re e alla regina, venne invitato a sedersi e a rispondere alle domande di Oberon su cosa stesse accadendo. L'aria, nel salone principale, si raggrumò diventando una sorta di pesante nebbia scura, mentre al centro di essa il Bodach cambiava forma e veniva posseduto dallo Spirito Cervo, suo totem personale. Cupe risuonarono le sue parole.


- Sire, molte sono le immagini che giungono alla mia mente, e nessuna è favorevole. Il villaggio al limite di Bosco Buio è stato colpito da un taboo e gli Alp-Luachra stanno possedendo gli abitanti. Di questo bisognerà cercare un rimedio. Vedo anche altre cose, Sire: la Corte Malvagia è in movimento verso lo Shire, e temo abbiano intenzione di invadere la contea. Il motivo però, non lo comprendo, hanno i loro dominii, e vasti a sufficienza.

- Forse una vendetta? Hanno motivo di rivendicare qualcosa? - disse re Oberon, accigliandosi.

- Non posso saperlo, bisognerà scoprirlo. C'è una figura che sembra guidarli.. non vedo bene..

- Sforzati, negromante, tutto il Buon Popolo è in pericolo, oltre agli umani.

- Dando.. sembra essere lui.. - sussurrò il Bodach.

- Dando! Venne risucchiato all'inferno secoli fa! Cosa lo ha riportato sulla terra?

- Non lo so ancora, Sire. Ma dovete cominciare a prepararvi, e subito, e ad approntare le difese.

- Va bene. Ora devi riposare, stasera parleremo ancora.

Re Oberon batté le mani per ingiungere il termine della consultazione e il Bodach richiamò in sé l'ombra nella quale aveva divinato gli eventi. Un silenzio innaturale avvolse fino all'ultima propaggine del regno sotterraneo; il re aveva mandato il proprio pensiero nelle menti di tutto il Popolo Segreto e ora essi sapevano. E temevano.


Titania chiamò nelle sue stanze, illuminate dalla lattiginosa luminescenza prodotta da infiniti funghi alle pareti, il Narratore, suo figlio e Paulie per metterli al corrente. L'uomo già conosceva molti dei nomi e delle cose, e dunque capì subito la gravità della situazione. Paulie tremava, in silenzio. Il ragazzo chiese spiegazioni, non avendo idea di contro chi stessero andando.

- Figlio mio, anzi tutto devi capire cosa avviene al villaggio. La Corte degli Scontenti sembra voglia attaccare la contea, e quindi sta lanciando maledizioni sugli esseri umani. Ora, non so cosa accada negli altri villaggi ma da noi la gente è stata posseduta dagli Alp-Luachra e salvarli sarà davvero un problema.

- Non me ne hai mai parlato prima. Cosa, o chi, sono?

- Una gran brutta cosa. Sono spiriti di elfi maledetti, chiamati i "Gran Mangiatori". Quando scelgono la loro vittima, iniziano a viverle accanto e a rubare il foyson fin che essa non deperisce, come hai visto che sta succedendo a tutti, e muore letteralmente di fame.

- Padre, sono una specie di vampiri, allora. Cosa intendi per foyson?

- Ah, giusto. Perdonami, tante cose ti ho raccontato, ma la maggior parte di quelle veramente brutte avevo cercato di evitartele. Logico che tu non sappia di cosa sto parlando.

- Glielo dico io - intervenne Paulie, spostando dal suo viso di bambina una lunga ciocca di capelli, e prendendolo per le mani.


- Caro, il mondo che vedi non è composto solo di materia, ma anche e soprattutto di spirito. Se vuoi chiamarlo anima, allora chiamalo così. Dunque, come io, te e il tuo caro padre abbiamo dentro di noi lo spirito che ci fa vivere, agire ed amare, così ogni cosa lo ha. Sono diversi dai nostri, ma sono parte integrante della loro realtà e senza lo spirito interno tutto quel che vedi non sarebbe che una illusione.

- Una illusione come le tante cose del Popolo Segreto? Lo so che chi non ha la seconda vista, e ha il raro privilegio di incappare in voi, vi vede sempre in modo diverso da quanto possiamo io e mio padre.

- Non esattamente. Quella è la magia del Buon Popolo che ci rende invisibili agli umani, e quando ci vedono, mentre sfiliamo, o lavoriamo, o balliamo nei cerchi delle fate, sempre gli appaiono visioni di tesori, preziosi sfavillanti, palazzi d'oro. Questo fa sì che il popolo fatato venga amato e rispettato: invece, chi viene a cercarci con cattive intenzioni, ci vede mostruosi e terribili. Sempre che non incroci qualche folletto di quelli davvero mostruosi, ché in tal caso, di solito non vive a lungo per raccontarlo. No, quel che intendevo è che se togli lo spirito - il "foyson" che diceva tuo padre - alle cose, esse non hanno più la loro funzione naturale e diventano come dei sogni. Perciò, gli Alp-Luachra siedono accanto a chi sta mangiando, rubano e mangiano lo spirito del cibo e la persona mangia invece una cosa che non è più niente. E continua a mangiare, fino a che muore di fame.

- Ma è orribile, questa cosa! Ecco perché stanno deperendo e morendo! E nessuno vede niente, nessuno sa nulla!

- Proprio così. Il Bodach Glas ha ragione, non c'è altra spiegazione. Il taboo ha colpito il villaggio e bisogna scacciare gli Alp-Luachra il prima possibile o moriranno tutti.





Titania, che fino ad allora era rimasta in silenzio sulla sua poltrona preferita - che di tanto in tanto il figlio del Narratore sbirciava, chiedendosi se tutte quelle sete, quei broccati, quei fregi di legno ricoperti d'oro fossero veri, oppure solo un altra illusione a loro beneficio - annuì e si rivolse al Narratore:

- Ecco, ora è tutto chiaro. La prima cosa che va fatta è salvare il villaggio. Non che, sinceramente, al Popolo Segreto questo possa interessare più di tanto, e sai bene come cerchiamo di tenerci lontani e invisibili da loro. Tu sei sempre stato un amico privilegiato, e riceverai ovunque - tra noi - la migliore accoglienza e in onore di questo, e anche perché comunque nell'ordine della Natura le nostre esistenze sono intrecciate e possono talora dipendere da quelle degli umani, bisogna provvedere a salvarli. Ora, amico mio, lasciamo che tuo figlio scenda con Paulie nelle mie grotte, dove le ho creato la sua casa, e possa divertirsi insieme a lei ed alle fate, dimenticando - se può - per un poco tutto questo male. E discorriamo insieme di come liberare il villaggio.






Continua nella terza puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 3


LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 31.08.2013)

© Crenabog 





  Qualcosa di tremendo sta per arrivare

 dentro le tue mura ti devi rintanare

                         né spade né denaro ti potranno salvare


Erano i primi giorni di maggio, e la natura sembrava volesse esplodere ovunque, dal limitare dell'antico villaggio fino a tutto lo Shire e su, su, fino al Monte Atro. L'aria era trapunta dal pulviscolo del polline e chi avesse posseduto la seconda vista avrebbe potuto facilmente scorgere un infinità di minuscole fate volteggiare tra i raggi del sole. Il villaggio e le fattorie dei dintorni godevano di una inaspettata prosperità e nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto.

Il Narratore partì, insieme a suo figlio, sulla carrozza coperta trainata dai due forti cavalli a pelo lungo delle Highlands e seguita dal pony giallo creato dal figlio con le matite magiche di Dio, per un lungo giro dei villaggi dello Shire, dove avrebbe venduto la sua arte di raccontare storie in cambio di viveri e soldi, allo scopo di prepararsi ai mesi invernali. Visitarono Coggenhall, Okayderry, Auchrieghen, Blackmoor e ancora più in su si spinsero, verso le Lande del Nord. Ogni villaggio li accoglieva con l'affetto e la stima che si era guadagnato negli anni e la sera, nelle piazze, si radunavano tutti ad ascoltarli: alla magia delle parole del Narratore si univa adesso il dolce ritmo del flauto che il figlio aveva imparato a suonare e le offerte non mancavano mai. La cassa rinforzata da strisce di ferro si riempì di monete e la carrozza di stoffe, carne secca, formaggi, salami e quanto altro la gente donava per mostrare la sua gratitudine. Durante il viaggio non mancarono mai di rendere omaggio ad ogni essere del Popolo Segreto che incontrarono, badando bene di non passare su terreni e piante di loro proprietà e proteggendosi dagli incontri sgraditi con ogni rituale ed elemento magico di cui erano a conoscenza.


Perciò, nulla turbò il loro cammino, fino a che decisero che sin troppo tempo era trascorso ed era giunto il momento di tornare verso casa. Sempre seguendo le strade degli uomini e sostando la notte nei villaggi, il Narratore approfittò per educare il figlio su tutto ciò che sapeva, mostrandogli i Sentieri Specchio quando capitava che vi passassero vicini, e insegnandogli rituali per salvarsi dai perfidi folletti e da altri ancor peggiori abomini. Furono giorni buoni, e notti serene, fin che rientrarono dentro Bosco Buio e decisero di andare a portare il loro saluto a re Oberon. Circondati da pixies, brownies e da un nugolo di minuscole fate svolazzanti, batterono tre volte il suolo sulla cima della collina di re Oberon e, aperta che fu la porta, vennero accolti con gioia dagli abitanti. Quando però re Oberon li fece sedere a tavola, il suo volto era oscurato e triste: il Narratore chiese cosa stesse succedendo, preoccupato anche lui.

- Amico mio, brutte cose al villaggio, purtroppo.

- Ditemi, sire, non fateci stare in pena.

- Poco dopo la vostra partenza, sembra che una epidemia abbia colpito il luogo. La gente sta male, i frutti spariscono dagli alberi, il grano si è seccato..

- Oh! Come è potuto accadere?

- Abbiamo chiamato a corte lo stregone di Cnoch Mara, arriverà a breve, ma temo che non si tratti di nulla di naturale.

- Forse una maledizione? Gli abitanti hanno commesso qualche scortesia al Popolo Segreto?

- No, ne sarei venuto a conoscenza. E' qualcosa che viene da lontano, non dalla nostra gente, ma ancora non capiamo il motivo di tutto questo. Vai pure a vedere ma fai molta attenzione. Se vuoi un consiglio, lascia tuo figlio con noi, Paulie sarà ben felice di potersene occupare, e torna presto così potremo ascoltare lo stregone e vedere cosa sta succedendo.

A queste parole il Narratore si consultò con il ragazzo e decisero che sarebbe rimasto con la Corte del re. Venne mandata a chiamare Paulie che giunse avvolta in una lunga veste fluttuante, dal colore cangiante e mutevole, i lunghissimi capelli sciolti sulle spalle dai quali faceva mostra di sé un filo di perle che il Narratore le aveva donato tempo addietro.




I suoi occhi brillavano di felicità nel rivederlo e lo baciò senza dargli il tempo di parlare, poi abbracciò il figlio e lo tenne per mano tutto il tempo della cena. Avevano così tanto da raccontarsi e sempre così poco tempo per stare insieme, ma Paulie e il suo amato riuscirono a stare insieme aiutati da certe fate che ben sapevano del loro amore, e che non li disturbarono affatto. Al mattino il Narratore riprese il viaggio verso casa, lasciando tutte le sue cose nella Corte, e salendo in groppa ad uno dei cavalli del re: non si fermò fin che non giunse al villaggio ma già da prima aveva potuto vedere, col cuore stretto dall'angoscia, i campi devastati, gli alberi dai rami spogli come in pieno inverno. Il suo stupore fu grande quando incontrò gli abitanti: erano tutti smunti, smagriti in maniera drammatica, i volti ingialliti e solcati da una amara tristezza. Andò a parlare con il Sindaco ma lo trovò a letto, senza alcuna voglia di vivere.


- Signore, torno dal viaggio e trovo null'altro che miseria e devastazione! Cosa sta succedendo?

- Oh, mio caro, - disse, con voce flebile - da tempo siamo stati tutti colpiti da qualcosa che il medico non comprende e per la quale non conosciamo cura. Abbiamo pensato ad una malattia venuta con i topi o al seguito di qualche viandante, ma vedi, è come se stessimo tutti morendo di fame. Prima, avevamo di che nutrirci, ma siamo dimagriti sempre più, poi anche le masserizie si sono rovinate o sono sparite e non abbiamo più la forza . E' una morte lenta, e tragica, quella alla quale siamo stati condannati.

- Ma padre O'Connell , se si è trattato di una maledizione, non ha potuto far nulla? Neanche preghiere, esorcismi, sono serviti?

- Nulla. I campi di verbena, di biancospino che circondano il villaggio per proteggerlo si sono seccati, le croci di ferro si sono arrugginite, niente sembra poterci proteggere. E le medicine non valgono a niente.

- Andrò a guardare con i miei occhi, Sindaco, e tornerò presto. Spero di riuscire a trovare aiuto. Non disperate. Non vi abbandonerò, farò tutto quel che posso.

- Grazie, vecchio amico. Fai, ma fai presto. E' morta già fin troppa gente.

Il Narratore si congedò con grande pena, andò a parlare con padre O'Connell alla chiesa ed ebbe conferma delle parole del sindaco. Doveva per forza trattarsi di qualche maleficio, e avrebbe dovuto trovare un rimedio solo presso il Popolo Segreto, il cui sapere travalicava le conoscenze degli esseri umani.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 2