(Prima pubblicazione 23.09.2013)
© Crenabog
Mentre il sole calava dietro monte Atro, i preparativi per lo scontro finale proseguivano senza sosta. L'intero seguito di re Oberon approntava sortilegi, difese e trappole nel folto del bosco: lontano dalla piana dei tumuli, dove troppo sarebbe stato pericoloso affrontare scopertamente la Corte Scontenta, in una piccola radura celata ad ogni sentiero da folti rovi e massi muschiati, i folletti allestirono un palco di legno sul quale vennero sistemati, legati ed imbavagliati, i fratelli Corchoran, evidentemente terrorizzati, circondandolo da fascine di legni di prugnolo e biancospino, per tenere lontana la Corte. A distanza venne tracciato un enorme cerchio magico, nel quale presero posto i regnanti, la loro scorta armata e corazzata di spriggan - pronti ad ingigantirsi - insieme al Narratore e a Paulie che celava sotto un mantello verde il cofanetto col prezioso talismano, ultima linea di difesa. Così mentre la notte scendeva avida degli ultimi barlumi di luce, interrotta solo dalle fiamme delle fiaccole poste intorno al cerchio, e in lontananza si cominciava ad udire lo scalpitare dei pooka, re Oberon e il negromante iniziarono ad evocare Grandi Orecchie nella lingua del Popolo Segreto. Lampi caddero da un cielo privo di nuvole, spaccando antichi alberi e agghiacciando i cuori dei folletti.
Il demone gatto sorse, immenso, più nero della notte stessa, oltre le cime delle querce: l'inferno brillava nella profondità dei suoi occhi. Abbassò la testa spaventosa, fiutando, cercando: re Oberon scagliò velocemente una torcia verso il palco di legno, appiccando il fuoco alle fascine incantate, che riducendosi rapidamente in cenere persero ogni potere difensivo. Grandi Orecchie non si spostò, alzò semplicemente le zampe gigantesche e un altro demone gatto apparve sul palco: si chinò e afferrò i Corchoran urlanti in una esplosione di luce abbagliante. E svanì, anzi svanirono entrambi, come se fossero stati soltanto un incubo delirante. Mentre il Popolo Segreto sguainava spade, imbracciava asce e coltelli, dal profondo del bosco eruppe la Corte degli Scontenti, in una cacofonia di urla, ruggiti e altri suoni incomprensibili. Presero a girare attorno al cerchio con furia, e mentre Dando tentava di balzare attraverso l'incantesimo, i troll uscirono dai loro nascondigli abbrancando e stritolando gli umani corrotti dalla Corte che con essa avevano devastato la contea. Le fate del re volarono addosso ai folletti maligni, ai goblin, ai nuckelavee, strattonandoli, legandoli con corde magiche, bruciandoli al tocco delle loro bacchette fatte con l'agrifoglio.
La pazzia della Corte sembrò prendere il sopravvento quando il tracciato del cerchio venne spezzato da un troll caduto rovinosamente in terra, e Dando urlò il suo grido di guerra, ma un troll enorme riuscì ad afferrarlo e, incurante del terrore dell'abate, lo squartò, gettando i suoi resti tra i piedi dei combattenti, dove sfrigolarono e si dissolsero. Molte fate caddero, le ali strappate, e molti spriggan di re Oberon persero la vita nella lotta: infine, coperta dal Narratore che le faceva da scudo, Paulie alzò verso il cielo il talismano del mare e recitò la formula della sua antica gente. Un vortice di luce prese forma e trascinò con sé tutta la Corte infernale, trasportandola nuovamente negli abissi dai quali non sarebbe mai dovuta uscire. Lentamente tornò la calma, spezzata dai lamenti dei feriti, e tristemente si raccolsero i caduti. Tutto il corteo dei sopravvissuti riprese il sentiero verso la collina e infine discese nella reggia; nel grande salone vennero distesi i corpi e si iniziò a curare gli altri. Poche parole vennero scambiate, non era quello il momento più adatto. Persino re Brian rimase in disparte con i suoi, a provvedere a loro. Paulie e il Narratore, dopo aver lasciato nelle mani di Titania l'amuleto, ed essersi accertati che il figlio di lui stesse bene, addormentato e ignaro della devastazione successa, tornarono in superficie.
Sedettero in cima alla collina, aspirando l'aroma balsamico delle resine degli alberi, ascoltando in lontananza il perenne scorrere del fiume. Si tennero per mano, gli occhi persi verso l'infinito. Era quasi l'alba, il mondo poteva tornare a vivere. Iniziava il tempo di dimenticare.
*** FINE ***



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