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venerdì 27 febbraio 2026

LA FAVOLA DEL NOME RIVELATO

(Prima pubblicazione su Blogspot   27.02.2026)

© Crenabog




Quella mattina il Narratore scriveva, come faceva ormai ogni giorno, nella vecchia poltrona di cuoio accanto alla finestra. Davanti a lui, sul minuscolo tavolino a tre piedi, si accumulavano fogli fitti di appunti: ricordi di lunghi viaggi, storie raccolte nei villaggi più remoti, leggende ascoltate nelle notti di vento.

Da quando si erano stabiliti nella rustica casetta in pietra e tronchi in cima alla grande collina, quasi nel cuore di Bosco Buio, egli aveva deciso che la memoria andava custodita anche sulla carta. Raccontare non bastava più. Le storie, come le persone, meritavano di restare.

Lassù la vita scorreva quieta. Sotto la collina fervevano le attività del Popolo Segreto, i Sidhe governati con saggezza da re Oberon e dalla regina Titania. Era stata proprio Titania a volere che i suoi amici potessero vivere anche al di fuori del regno ipogeo: aveva fatto costruire la villetta da gnomi e folletti, e tramite le scale vorticose Paulie poteva ancora raggiungere il lago sotterraneo, dove sorgeva la loro prima casa, per nuotare con le fate quando ne aveva avuto desiderio. E il Narratore, dal canto suo, poteva godere del cielo azzurro che coronava lo Shire.

Paulie non aveva mai desiderato altro che stare con lui. Da quando lo aveva incontrato sulla battigia della Spiaggia dei Giganti e gli aveva sussurrato il suo vero nome, donandogli anche la sua pelle di foca e scegliendo di restare umana accanto a lui, la sua felicità era stata semplice e assoluta. Ora si dedicava alla casa, ai piccoli gesti quotidiani, ai viaggi condivisi, e ricamava pazientemente motivi celtici su fazzoletti, tessuti e mantelli.

Il Narratore non aveva più bisogno di vagabondare per guadagnarsi il pane con le sue storie: da quando aveva sottratto parte del tesoro di Lahin, la strega del Wangshire, poteva provvedere a ogni necessità e, di tanto in tanto, sorprendere Paulie con qualche dono.
Così, quella mattina, ognuno era immerso nelle proprie occupazioni. Paulie cuciva un ricamo su un fazzoletto bianco; il Narratore scriveva. Dopo un poco, senza neppure sollevare lo sguardo dall'ago, lei disse:

- Tesoro, stavo pensando una cosa…

- Mh? Che cosa, amore mio? — rispose lui, posando la penna.

- Pensavo… ormai sono anni che stiamo insieme, vero? E ne abbiamo viste di cose. Ne abbiamo passate tante…

- Oh certo. Cose belle e cose brutte. E bruttissime, purtroppo. Però siamo sempre insieme.

- Sì, caro, e ringraziamo gli dei e la buona fortuna. Ma sai… mi è venuta in mente una cosa che non ti ho mai chiesto. Forse ti sembrerà ridicolo, e per favore non metterti a ridere. Tesoro, dimmi... qual è il tuo nome?

Il Narratore la guardò. Ripensò al giorno in cui lei gli aveva sussurrato “Paulie” all'orecchio, legandosi a lui per sempre. Si rese conto che, in effetti, nessuno gli aveva mai chiesto quel dettaglio.

Per tutto lo Shire era sempre stato “il Narratore”, Finbar lo aveva sempre chiamato papà.
E Paulie, semplicemente, amore, caro, tesoro.

Secondo le antiche tradizioni, il nome poteva essere usato contro un uomo; era un varco, un punto fragile che maghi e streghe sapevano riconoscere. Per questo non lo aveva mai offerto a nessuno. Ma Paulie era il suo bene più prezioso. La sua ingenua fiducia lo stupiva e lo affascinava ancora. Perciò si alzò, le si avvicinò e appoggiò la fronte alla sua.

Per un istante rimase in silenzio. Poi le diede il potere.

- Finnegan, amore mio. Mi chiamo Finnegan.



*** FINE ***

domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 23.09.2013)

© Crenabog 




Mentre il sole calava dietro monte Atro, i preparativi per lo scontro finale proseguivano senza sosta. L'intero seguito di re Oberon approntava sortilegi, difese e trappole nel folto del bosco: lontano dalla piana dei tumuli, dove troppo sarebbe stato pericoloso affrontare scopertamente la Corte Scontenta, in una piccola radura celata ad ogni sentiero da folti rovi e massi muschiati, i folletti allestirono un palco di legno sul quale vennero sistemati, legati ed imbavagliati, i fratelli Corchoran, evidentemente terrorizzati, circondandolo da fascine di legni di prugnolo e biancospino, per tenere lontana la Corte. A distanza venne tracciato un enorme cerchio magico, nel quale presero posto i regnanti, la loro scorta armata e corazzata di spriggan - pronti ad ingigantirsi - insieme al Narratore e a Paulie che celava sotto un mantello verde il cofanetto col prezioso talismano, ultima linea di difesa. Così mentre la notte scendeva avida degli ultimi barlumi di luce, interrotta solo dalle fiamme delle fiaccole poste intorno al cerchio, e in lontananza si cominciava ad udire lo scalpitare dei pooka, re Oberon e il negromante iniziarono ad evocare Grandi Orecchie nella lingua del Popolo Segreto. Lampi caddero da un cielo privo di nuvole, spaccando antichi alberi e agghiacciando i cuori dei folletti.


Il demone gatto sorse, immenso, più nero della notte stessa, oltre le cime delle querce: l'inferno brillava nella profondità dei suoi occhi. Abbassò la testa spaventosa, fiutando, cercando: re Oberon scagliò velocemente una torcia verso il palco di legno, appiccando il fuoco alle fascine incantate, che riducendosi rapidamente in cenere persero ogni potere difensivo. Grandi Orecchie non si spostò, alzò semplicemente le zampe gigantesche e un altro demone gatto apparve sul palco: si chinò e afferrò i Corchoran urlanti in una esplosione di luce abbagliante. E svanì, anzi svanirono entrambi, come se fossero stati soltanto un incubo delirante. Mentre il Popolo Segreto sguainava spade, imbracciava asce e coltelli, dal profondo del bosco eruppe la Corte degli Scontenti, in una cacofonia di urla, ruggiti e altri suoni incomprensibili. Presero a girare attorno al cerchio con furia, e mentre Dando tentava di balzare attraverso l'incantesimo, i troll uscirono dai loro nascondigli abbrancando e stritolando gli umani corrotti dalla Corte che con essa avevano devastato la contea. Le fate del re volarono addosso ai folletti maligni, ai goblin, ai nuckelavee, strattonandoli, legandoli con corde magiche, bruciandoli al tocco delle loro bacchette fatte con l'agrifoglio.




La pazzia della Corte sembrò prendere il sopravvento quando il tracciato del cerchio venne spezzato da un troll caduto rovinosamente in terra, e Dando urlò il suo grido di guerra, ma un troll enorme riuscì ad afferrarlo e, incurante del terrore dell'abate, lo squartò, gettando i suoi resti tra i piedi dei combattenti, dove sfrigolarono e si dissolsero. Molte fate caddero, le ali strappate, e molti spriggan di re Oberon persero la vita nella lotta: infine, coperta dal Narratore che le faceva da scudo, Paulie alzò verso il cielo il talismano del mare e recitò la formula della sua antica gente. Un vortice di luce prese forma e trascinò con sé tutta la Corte infernale, trasportandola nuovamente negli abissi dai quali non sarebbe mai dovuta uscire. Lentamente tornò la calma, spezzata dai lamenti dei feriti, e tristemente si raccolsero i caduti. Tutto il corteo dei sopravvissuti riprese il sentiero verso la collina e infine discese nella reggia; nel grande salone vennero distesi i corpi e si iniziò a curare gli altri. Poche parole vennero scambiate, non era quello il momento più adatto. Persino re Brian rimase in disparte con i suoi, a provvedere a loro. Paulie e il Narratore, dopo aver lasciato nelle mani di Titania l'amuleto, ed essersi accertati che il figlio di lui stesse bene, addormentato e ignaro della devastazione successa, tornarono in superficie.


Sedettero in cima alla collina, aspirando l'aroma balsamico delle resine degli alberi, ascoltando in lontananza il perenne scorrere del fiume. Si tennero per mano, gli occhi persi verso l'infinito. Era quasi l'alba, il mondo poteva tornare a vivere. Iniziava il tempo di dimenticare.







*** FINE ***



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 18.09.2013)

© Crenabog 




I sentieri, sotto i grandi alberi, e le strade dei villaggi, apparivano tristemente vuoti e desolati. In breve, tutti gli insediamenti umani siti al limitare di Bosco Buio, si erano svuotati, sia per l'esodo in massa sia per le molte morti, rapimenti e sparizioni provocati dalla Corte Selvaggia. Non ci fu famiglia che non avesse perso qualcuno, né contadino che non avesse visto devastato i suoi campi. Si rifugiarono tutti alle estreme propaggini sud della Contea, nell'Ooganshire, ben lontani dalla furia imperante nella grande foresta: e lì rimasero, timorosi, in attesa di notizie. Una calma irreale scese sulle distese boscose, sulle rocce coperte di muschio, sulle macerie dei villaggi. Nel silenzio dovuto alla fuga degli uccelli e degli altri piccoli animali solo si potevano distinguere lo scalpitare degli zoccoli dei pooka di Dando, della Corte Scontenta e del raspare dei mastini infernali. Vagavano, ovunque, senza requie. In caccia.


Ci aveva riflettuto a lungo, Paulie, ed alla fine aveva preso la sua decisione. Chiese quindi udienza a re Oberon che la ricevette insieme al Narratore.

- Sire, sono al corrente di quel che accade e vorrei chiedervi, come pensate di far fronte a Dando?

- Come abbiamo deciso. Ci sarà uno scontro, cercheremo di distruggerli e in questo saremo aiutati dai troll, anche se ci potrà costare caro.

- Ecco. Sapete tutti che la Corte è costituita da esseri umani rapiti e trascinati a fare del male contro la loro volontà, da spiriti crudeli e da demoni. Ora, i troll sono di carne, anche se possenti, e solo la carne potranno combattere, quindi immagino che potranno distruggere gli umani corrotti dal potere della Corte. Ma contro gli spiriti anche loro, e voi, e tutti i folletti, potranno ben poco. Servono degli incantesimi, e per questo come farete?

- Abbiamo dalla nostra gli incantatori di re Midhir, il signore di Bri Leith: e loro hanno grandi poteri.

- E se non bastassero, sire?

- Allora non so cosa ci resterà se non cadere con onore.

- Parlavate di consegnare loro i fratelli Corchoran...

- Certo, ci proveremo e vedremo se questo calmerà la loro furia.

- Sono già stati presi?

- In questo momento gli spriggan stanno andando a prenderli. Anche sotto la reggia abbiamo un nodo e sono partiti da lì.

- Che intendete per nodo, maestà? - chiese il Narratore.

- Uno degli incroci fatati da cui si dipartono i Sentieri Specchio. O un portale, se preferisci; da qui possiamo arrivare in qualsiasi luogo del Popolo Segreto, senza perdere tempo in lunghi viaggi.

- Capisco. Bene. Allora immagino che almeno questa faccenda sarà risolta presto.

- Sicuramente. Anche se i Corchoran sono protetti dall'incantesimo chiesto a Grandi Orecchie, gli spriggan appariranno direttamente dentro la loro casa e li porteranno qui.

- C'è una cosa di cui vorrei parlarvi, maestà. - Disse Paulie, torcendosi le mani, agitata. - E' uno dei segreti del nostro popolo. Forse faccio male a rivelarvelo ma potrebbe salvare tutti quanti noi.

- E allora, ti prego, dicci di cosa si tratta!




- Le fate foca sono sempre in pericolo, quando nuotano in mare, di essere catturate e uccise dai marinai. A volte le sirene riescono ad aiutarci, ammaliando i pescatori e trascinandoli nel profondo per divorarli, ma non sempre sono presenti quando veniamo catturate. Per questo, nei tempi antichi, venne creato un potente talismano in grado di colpire e assorbire dentro di sé l'essenza fisica e spirituale di chi ci dava la caccia. E per questo, a volte, le imbarcazioni tornano a riva spinte dalla corrente senza nessuno a bordo. E' l'unica arma che ha il mio popolo.

- Sarebbe un grandissimo aiuto! Pensi che potrebbero prestarcelo?

- Non so, sire. Ma possiamo provare a chiederlo ai nostri regnanti.

- Sarà il caso che parli io con loro, allora...

- Faremo così, andremo alla Spiaggia dei Giganti e cercheremo di convocarli, sperando che comprendano.

- Va bene. Prepariamoci subito a partire

Seguiti da una scorta fidata di folletti pesantemente armati, scesero alla sala del nodo, varcarono la porta e si ritrovarono sulla grande distesa di enormi massi levigati da centinaia di anni di acqua salmastra, dove per la prima volta si erano incontrati Paulie e il Narratore. L'odore di alghe era pesante e gli spruzzi salmastri bagnarono i loro visi. Paulie si avvicinò all'acqua, vi pose le mani e mosse a lungo le labbra, in una silenziosa richiesta. Passò un ora, a giudicare dall'abbassarsi del sole nel cielo, e infine apparvero. Dalla spuma del mare sorsero i tritoni e le fate foca, tanti, a perdita d'occhio, come se tutta la sua gente fosse tornata a cercarla. Non si sentì alcuna parola, gli esseri del mare comunicavano tra loro col pensiero quando non erano in forma umana. Re Oberon sentiva su di sé il peso dei loro sguardi: iniziò ad avvicinarsi, inchinandosi, ma uno di loro alzò sdegnosamente una mano per fermarlo.


Poi, fece un cenno a Paulie, mostrando di volerla come interlocutrice. Davanti a questo spettacolo, riconoscendo in lei quello che era l'unico tramite tra il Popolo del mare e il Popolo Segreto, il Narratore si sentì profondamente in colpa per aver posseduto la sua pelle di foca, evitando che ritornasse nella sua forma naturale. Poi ricordò che era stata lei a chiedergli di farlo, per poter rimanere insieme nel suo mondo terrestre: ma quel vago senso di rimorso, nel vedere la magnificenza del loro essere parte stessa di quell'infinito oceano, non lo abbandonò. Alla fine, quello che sembrava il più imponente tra loro, assentì, si tuffò in mare e riemerse poco dopo recandole qualcosa, ben celato in un cofano di legno incrostato da antiche conchiglie. Poi, sempre in silenzio, si immersero nuovamente e sparirono.





Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 8



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 16.09.2013)

© Crenabog 




Nella grotta del lago sotterraneo dove Titania aveva allestito l'alloggiamento di Paulie, per consentirle di vivere tra di loro e di avere sempre l'acqua a disposizione per poter nuotare, l'atmosfera non era delle migliori. Benché amorevolmente attorniato dalle fate e dalla stessa Paulie, il figlio del Narratore trascorreva il tempo tristemente, dopo aver avuto notizia della morte della madre. Essendo spesso in viaggio col padre e ancor più spesso in giro da solo nelle profondità di Bosco Buio, negli ultimi tempi si era trattenuto poco, troppo poco, a casa e ora rimpiangeva di non esserle stato vicino anche se, grazie a questo, si era salvato. Anche se stava decisamente crescendo, restava poco più che un bambino e tutti i momenti felici della sua infanzia tornavano a tormentarlo. Paulie cercò in tutti i modi di consolarlo, sempre senza mai fargli pesare il suo amore verso il padre e inventò per lui nuovi giochi e racconti per distrarlo.


Nella grande grotta, pulsante di una morbida luminescenza dovuta a certi funghi sotterranei diffusi su tutte le pareti, il tempo scivolava via senza soluzione di continuità, dilatandosi morbidamente nel quieto silenzio interrotto dalle risate delle fate e dal ritmico gocciolare delle formazioni rocciose. Paulie ogni tanto cantava, antiche canzoni del suo popolo, le fate foca dei mari del nord, con la sua voce a tratti roca, a tratti cristallina ma molto diversa dalla modulazione che un umano avrebbe dato. Il ragazzino si incantava perdendosi in quelle note e sembrava dimenticare, anche se per poco, la tragedia che lo aveva colpito. Pian piano comprese e accettò il fatto e il suo spirito iniziò a proseguire il cammino della vita, mentre nuotava scivolando lento sotto il pelo dell'acqua, tra le magiche ninfee sotterranee.


Era una notte buia, al punto che l'oscurità sembrava poter inghiottire anche il riverbero delle luci delle fiaccole accese lungo il sentiero che portava alla collina di re Oberon, quando il portavoce dei troll e la sua scorta giunsero. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerato che la luce del giorno paralizzava gli enormi esseri al punto da indurre le loro funzioni corporali ad una stasi quasi mortale. Se fossero rimasti a lungo esposti ai raggi solari, sarebbero stati prede inermi dei nemici, e avrebbero potuto comunque morire internamente anche se non attaccati da alcuno. Con grande difficoltà riuscirono ad entrare nel mondo sotterraneo del Popolo Segreto, e a sedersi nella enorme sala reale. La discussione durò un tempo infinito, i troll non amavano avere rapporti con nessuno, e di solito scendevano solo per divorare e depredare le zone circostanti. Erano creature estremamente pericolose e solitamente inaffidabili ma il loro portavoce sembrava avere grande voce in capitolo e gli altri obbedivano ad ogni suo cenno, limitandosi a restare silenziosi e fermi. Re Oberon spiegò la situazione e Rogh, il portavoce, ammise che bisognava prendere provvedimenti prima che la Corte infernale perdesse il controllo e devastasse anche i territori dei troll. Il re del Popolo Segreto chiese quindi se fossero disposti a combattere insieme a loro, certo che la loro forza avrebbe costituito un elemento di favore potente: Rogh replicò che una contropartita era necessaria e propose un accordo. Oberon si consultò con Titania e i dignitari, in molti scossero la testa e imprecarono, ma alla fine dovettero cedere. E i troll ripartirono nel buio.





Il Narratore venne quindi chiamato e lasciò suo figlio insieme a Paulie, per risalire la scalinata che conduceva alla sala delle riunioni di corte.


- Eccoti qui - disse Oberon. - Ho preferito non farti essere presente, i troll non amano il Popolo Segreto e ancora meno amano gli umani. Non volevo pensassero che volevamo ingannarli; comunque, la trattativa è stata conclusa.

- Sembra una buona notizia, sire.

- In verità, non ho idea di quanto lo sarà. Hanno accettato di scendere in campo con noi ma ho dovuto dargli quel che hanno sempre voluto..

- Cosa, se posso chiedere?

- Un trattato. Abbiamo dovuto riconoscere pubblicamente la loro forza, cosa alla quale tenevano particolarmente, essendo i troll una razza molto suscettibile e orgogliosa. E concedere loro il Monte Atro, promettendo che il Popolo Segreto non vi abiterà più, né sulla superficie né nelle profondità. Dovremo quindi avvertire tutti gli esseri fatati di allontanarsi e trovare altri alloggiamenti. Potrebbe essere un problema, questo.

- Perché mai?

- Perché ve ne sono moltissimi, di ogni specie: intanto, dovremo creare case per loro, anche se Bosco Buio è così grande che credo sarà abbastanza facile.


Il guaio è che molti di noi sono poco malleabili. Immagina andare a dire ai pooka, ai kneveleddin, agli spiriti, ai guardiani dei prugnoli e a tutti gli altri, quegli altri che di solito prima attaccano, uccidono e poi ti stanno a sentire, di lasciare le loro terre.. Mah. In qualche modo faremo. Da domattina le nostre fate voleranno su monte Atro e avvertiranno tutti, diffondendo la voce, noi invece da stasera stessa manderemo gli gnomi e i folletti a creare nuove case sugli alberi, sotto le colline.

- E magari anche a realizzare nuovi tumuli, direi. Sotto, potranno scavare e allargare le loro dimore quanto vorranno.

- Già. Re Brian, vuoi venire qui, per favore?

- Maestà?

- Immagino che tu abbia ascoltato, anche se facevi finta di stare a giocare seduto su quella pentola di monete d'oro. Per cortesia, comincia a farla sparire, qui non ne abbiamo bisogno. Ecco. Allora, puoi mandare i tuoi folletti a fare questo lavoro? Adesso?

Re Brian, sentendosi leggermente in colpa per aver origliato tutto, sorrise e si dichiarò disponibile ad eseguire l'ordine quanto prima, poi si congedò e tornò ai suoi possedimenti. Ma non prima di aver fatto comparire piccole pentole di monete qua e là, nei corridoi della reggia di Oberon, per la felicità degli spriggan che corsero a prenderle.. e per il loro disappunto quando scomparvero alla prima luce dell'alba.





Continua nella settima puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 7



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 09.09.2013)

© Crenabog 





A lungo discussero della soluzione migliore per allontanare la possessione degli Alp-Luachra, e infine il Narratore si accommiatò dal Popolo Segreto e tornò al villaggio. Aveva ben chiara la procedura da adottare ma sapeva anche che non sarebbe stato semplice: per prima cosa andò a casa per assicurarsi che sua moglie stesse ancora bene, protetta da tutti i controincantesimi che aveva potuto mettere, e dalla sorveglianza che i minuscoli Spriggan che vivevano nei muri le facevano. Aprì la robusta porta di legno ma solo una camera vuota e dal pavimento polveroso lo attendeva. La chiamò, girò per le stanze ma non ne trovò traccia. Allora batté sui muri per richiamare gli Spriggan e alcuni di loro sgusciarono fuori da minuscole fessure vicino ai travi di quercia che reggevano il tetto. Non lo salutarono con la consueta gaiezza e questo lo mise sull'avviso.

- Una lieta giornata a voi, Gente Gentile. Sapete dirmi dove è mia moglie?

- Ah, noi abbiamo provato, sì, abbiamo provato.

- Ce l'abbiamo messa tutta!

- Certo, mica stavamo a bere birra.

- Ci siamo dati i turni per badare alla casa.

Le vocette degli Spriggan si affastellavano, petulanti ma inconcludenti.

- Dunque! Che cosa è successo? Ditemi, su!

- Ehhh.. mh.. vedi Narratore, avevamo fame e, sì, siamo andati a cercare delle uova.

- ..è così che l'Alp è entrato in casa e ha preso tua moglie.

- Ah! Dove si trova adesso?

- Con tutti gli altri del villaggio, nella canonica di padre O'Connell, l'ospedale non aveva più posto. Sono tutti lì, beninteso, chi ancora non è morto.


Il Narratore uscì velocemente di casa e si diresse alla chiesa. Fuori, la gente - i parenti degli ammalati - stazionava seduta nel prato su teli e coperte, ognuno vicino all'altro, come per tema di essere posseduto dagli Alp. Andò direttamente da padre O'Connell e chiese di sua moglie: il prete lo condusse da lei. Distesa su un letto di fortuna, dimagrita al punto che le ossa e non più la carne ne disegnavano i tratti, non riconobbe il marito. In verità a malapena sembrava respirare. Il Narratore cadde a sedere su una sedia di legno e si rivolse al prete.

- Padre, quel che deve essere fatto, va fatto subito. Il tempo è quasi finito per tutti questi e gli altri non si salveranno neanche loro. Dobbiamo trasportare tutti i posseduti sulla riva del fiume: cerchi di organizzare le persone ancora sane affinché portino qui carri e tutti i mezzi di trasporto che hanno  disposizione.- Lo faccio subito - replicò il sacerdote.- Bisognerà anche portare tutto il cibo che ancora c'è, soprattutto carne secca, e sale, tutto il sale che troveremo. Faccia anche scorta di acqua benedetta, mi raccomando. Uscirono e parlarono con la popolazione e subito venne organizzato il trasporto: qualunque essere fatato si fosse trovato quel giorno sulle rive del fiume che attraversava il villaggio avrebbe assistito ad uno spettacolo ben strano. Tutti i posseduti vennero sdraiati a poca distanza dalla riva, al punto che gli spruzzi della dolce, fresca acqua del fiume potevano bagnare i loro volti. Il Narratore comandò che venissero nutriti con cibo fortemente salato e speziato, a forza se fosse stato necessario.





La gente eseguì, aiutandosi l'un l'altro, e senza fare distinzioni se si fosse trattato di un parente o di altri. I gemiti straziarono la quiete del posto, i malati tentavano di ribellarsi ma vennero tenuti fermi. Passarono così almeno tre ore e le sofferenze aumentarono a dismisura fin quando, improvvisamente, i primi malati cercarono disperatamente di bere l'acqua del fiume. Dalle loro bocche spalancate furono chiaramente visti i simulacri degli Alp-Luachra scivolare fuori, sorta di forme gelatinose e biancastre, in cerca di acqua. E nell'acqua entrarono, impazziti dal sale, senza rendersi conto che l'acqua dolce è un taboo per il Popolo Segreto: subito iniziarono a dimenarsi, a spruzzare intorno, emettendo suoni inascoltabili. Ma il Narratore e il sacerdote si precipitarono a gettare sulle loro vaghe forme l'acqua benedetta, che finì l'opera di devastazione. In poco tempo gli Alp si dissolsero e la corrente trascinò lontano anche il loro ricordo. La popolazione cercò subito di rianimare i malati ma purtroppo molti di essi, già completamente debilitati, non avevano retto quest'ultima prova ed ora riposavano nel loro sonno mortale.


Il Narratore stesso tentò in ogni modo di far riprendere sua moglie, pregò, maledisse chi aveva lanciato l'incantesimo, la strinse a sé ma a nulla valse il suo dolore. Era troppo tardi anche per lei. Spirò, senza aprire gli occhi, persa nel limbo offuscato della malattia. Molte furono le grida di gioia, ma ancor più furono i pianti ed i lamenti dei parenti di chi non era sopravvissuto. E quando venne il tramonto, e grandi fuochi vennero accesi sulla riva del fiume, per riscaldare gli animi, il Narratore nascose il suo dolore nella più segreta tasca del cuore e si rivolse a tutti per spiegare cosa stesse accadendo e quali tragedie stavano preparandosi, per loro e per tutto il Popolo Segreto che viveva sotto le colline. Dando era in cammino.





Continua nella quarta puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 4


LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 31.08.2013)

© Crenabog 





  Qualcosa di tremendo sta per arrivare

 dentro le tue mura ti devi rintanare

                         né spade né denaro ti potranno salvare


Erano i primi giorni di maggio, e la natura sembrava volesse esplodere ovunque, dal limitare dell'antico villaggio fino a tutto lo Shire e su, su, fino al Monte Atro. L'aria era trapunta dal pulviscolo del polline e chi avesse posseduto la seconda vista avrebbe potuto facilmente scorgere un infinità di minuscole fate volteggiare tra i raggi del sole. Il villaggio e le fattorie dei dintorni godevano di una inaspettata prosperità e nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto.

Il Narratore partì, insieme a suo figlio, sulla carrozza coperta trainata dai due forti cavalli a pelo lungo delle Highlands e seguita dal pony giallo creato dal figlio con le matite magiche di Dio, per un lungo giro dei villaggi dello Shire, dove avrebbe venduto la sua arte di raccontare storie in cambio di viveri e soldi, allo scopo di prepararsi ai mesi invernali. Visitarono Coggenhall, Okayderry, Auchrieghen, Blackmoor e ancora più in su si spinsero, verso le Lande del Nord. Ogni villaggio li accoglieva con l'affetto e la stima che si era guadagnato negli anni e la sera, nelle piazze, si radunavano tutti ad ascoltarli: alla magia delle parole del Narratore si univa adesso il dolce ritmo del flauto che il figlio aveva imparato a suonare e le offerte non mancavano mai. La cassa rinforzata da strisce di ferro si riempì di monete e la carrozza di stoffe, carne secca, formaggi, salami e quanto altro la gente donava per mostrare la sua gratitudine. Durante il viaggio non mancarono mai di rendere omaggio ad ogni essere del Popolo Segreto che incontrarono, badando bene di non passare su terreni e piante di loro proprietà e proteggendosi dagli incontri sgraditi con ogni rituale ed elemento magico di cui erano a conoscenza.


Perciò, nulla turbò il loro cammino, fino a che decisero che sin troppo tempo era trascorso ed era giunto il momento di tornare verso casa. Sempre seguendo le strade degli uomini e sostando la notte nei villaggi, il Narratore approfittò per educare il figlio su tutto ciò che sapeva, mostrandogli i Sentieri Specchio quando capitava che vi passassero vicini, e insegnandogli rituali per salvarsi dai perfidi folletti e da altri ancor peggiori abomini. Furono giorni buoni, e notti serene, fin che rientrarono dentro Bosco Buio e decisero di andare a portare il loro saluto a re Oberon. Circondati da pixies, brownies e da un nugolo di minuscole fate svolazzanti, batterono tre volte il suolo sulla cima della collina di re Oberon e, aperta che fu la porta, vennero accolti con gioia dagli abitanti. Quando però re Oberon li fece sedere a tavola, il suo volto era oscurato e triste: il Narratore chiese cosa stesse succedendo, preoccupato anche lui.

- Amico mio, brutte cose al villaggio, purtroppo.

- Ditemi, sire, non fateci stare in pena.

- Poco dopo la vostra partenza, sembra che una epidemia abbia colpito il luogo. La gente sta male, i frutti spariscono dagli alberi, il grano si è seccato..

- Oh! Come è potuto accadere?

- Abbiamo chiamato a corte lo stregone di Cnoch Mara, arriverà a breve, ma temo che non si tratti di nulla di naturale.

- Forse una maledizione? Gli abitanti hanno commesso qualche scortesia al Popolo Segreto?

- No, ne sarei venuto a conoscenza. E' qualcosa che viene da lontano, non dalla nostra gente, ma ancora non capiamo il motivo di tutto questo. Vai pure a vedere ma fai molta attenzione. Se vuoi un consiglio, lascia tuo figlio con noi, Paulie sarà ben felice di potersene occupare, e torna presto così potremo ascoltare lo stregone e vedere cosa sta succedendo.

A queste parole il Narratore si consultò con il ragazzo e decisero che sarebbe rimasto con la Corte del re. Venne mandata a chiamare Paulie che giunse avvolta in una lunga veste fluttuante, dal colore cangiante e mutevole, i lunghissimi capelli sciolti sulle spalle dai quali faceva mostra di sé un filo di perle che il Narratore le aveva donato tempo addietro.




I suoi occhi brillavano di felicità nel rivederlo e lo baciò senza dargli il tempo di parlare, poi abbracciò il figlio e lo tenne per mano tutto il tempo della cena. Avevano così tanto da raccontarsi e sempre così poco tempo per stare insieme, ma Paulie e il suo amato riuscirono a stare insieme aiutati da certe fate che ben sapevano del loro amore, e che non li disturbarono affatto. Al mattino il Narratore riprese il viaggio verso casa, lasciando tutte le sue cose nella Corte, e salendo in groppa ad uno dei cavalli del re: non si fermò fin che non giunse al villaggio ma già da prima aveva potuto vedere, col cuore stretto dall'angoscia, i campi devastati, gli alberi dai rami spogli come in pieno inverno. Il suo stupore fu grande quando incontrò gli abitanti: erano tutti smunti, smagriti in maniera drammatica, i volti ingialliti e solcati da una amara tristezza. Andò a parlare con il Sindaco ma lo trovò a letto, senza alcuna voglia di vivere.


- Signore, torno dal viaggio e trovo null'altro che miseria e devastazione! Cosa sta succedendo?

- Oh, mio caro, - disse, con voce flebile - da tempo siamo stati tutti colpiti da qualcosa che il medico non comprende e per la quale non conosciamo cura. Abbiamo pensato ad una malattia venuta con i topi o al seguito di qualche viandante, ma vedi, è come se stessimo tutti morendo di fame. Prima, avevamo di che nutrirci, ma siamo dimagriti sempre più, poi anche le masserizie si sono rovinate o sono sparite e non abbiamo più la forza . E' una morte lenta, e tragica, quella alla quale siamo stati condannati.

- Ma padre O'Connell , se si è trattato di una maledizione, non ha potuto far nulla? Neanche preghiere, esorcismi, sono serviti?

- Nulla. I campi di verbena, di biancospino che circondano il villaggio per proteggerlo si sono seccati, le croci di ferro si sono arrugginite, niente sembra poterci proteggere. E le medicine non valgono a niente.

- Andrò a guardare con i miei occhi, Sindaco, e tornerò presto. Spero di riuscire a trovare aiuto. Non disperate. Non vi abbandonerò, farò tutto quel che posso.

- Grazie, vecchio amico. Fai, ma fai presto. E' morta già fin troppa gente.

Il Narratore si congedò con grande pena, andò a parlare con padre O'Connell alla chiesa ed ebbe conferma delle parole del sindaco. Doveva per forza trattarsi di qualche maleficio, e avrebbe dovuto trovare un rimedio solo presso il Popolo Segreto, il cui sapere travalicava le conoscenze degli esseri umani.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 2



sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DI RE BRIAN CHE FECE IL FURBO

 (Prima pubblicazione 24.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, oltre la barriera di Bosco Buio, la radura dove spiccava la collina sotto la quale ferveva la reggia di re Brian, il re dei folletti. Re Brian Borough era ben conosciuto da tutto il Popolo Segreto, per le sue continue burle e bizze, e di solito tutti cercavano di tenerlo alla larga. Ma siccome in fondo era un buontempone, era diventato amico del Narratore del Villaggio, e da lui spesso si recava la notte, a far chiacchiere, fumare la pipa o per organizzare qualcosa. E anche quella notte, la notte di cui parliamo stavolta, re Brian se ne stava col Narratore seduto sotto il portico a tirare nuvole di erbapipa verso l'alto.. Poi, siccome si era stancato di star lì a girarsi i pollici, propose al Narratore di andare a bere un boccale alla taverna di Tom de Danann, nel pieno di Bosco Buio. Si incamminarono dunque, col sentiero rischiarato dalle lanterne portate dai folletti che facevano da scorta al loro re, e giunsero tranquillamente alla porta coperta di muschio della locanda. Bussarono e la moglie di Tom li fece accomodare ad un grande tavolo di quercia, portando loro boccali di birra fresca. Tom, come sempre, rallegrava i clienti col suo violino, tanto amato dall'uomo della luna, che per sentirlo a volte scendeva giù grazie al suo filo d'argento. Dopo un po' re Brian adocchiò un gruppetto di spriggan che bevevano da una bassa ciotola. Si sa, gli spriggan sono MOLTO piccoli.. e amano giocare a dadi. Perciò re Brian li invitò a giocare a dadi con lui ma, siccome amava vincere tanto quanto odiava perdere, tirò fuori dal panciotto i suoi dadi truccati. Gli spriggan, che per tirarli dovevano alzarli tutti insieme e farli rotolare, non potevano riuscire ad accorgersi che un lato era più pesante di un altro, e in capo a pochi tiri stavano già perdendo clamorosamente e arrabbiandosi ancora di più.


A quel punto re Brian disse che la partita era finita e che non pretendeva oro da loro ma voleva che ognuno di loro gli portasse dieci pagnotte. Era convinto che con questa furberia si sarebbe riempito la cucina per qualche giorno. Gli spriggan squittivano e strillavano furibondi , convinti di essere stati truffati, ma davanti al fatto che tutti li stavano guardando, si azzittirono e promisero di portare al re dieci pagnotte di pane a testa, poi corsero via. Re Brian se la spassava sghignazzando mentre il Narratore restava piuttosto preoccupato: conosceva bene l'indole vendicativa degli spriggan e non avrebbe fatto volentieri a cambio con il re, in quel momento. Un ora dopo gli spriggan tornarono e posarono sul tavolo dieci pagnotte di pane a testa; ma re Brian vide bene che le avevano fatte per la loro misura e non per la sua , quindi erano poco più che delle briciole! Re Brian Borough cominciò a dire che lo avevano imbrogliato e subito gli spriggan gli indicarono la finestra: da dove il re poté scorgere gli spiriti malefici degli alberi che proteggevano gli spriggan, chiaramente in attesa di un loro segnale per attaccare. Così, il re dovette tenersi la beffa e ringraziarli anche; se ne andò borbottando con la sua scorta, mentre il Narratore restava a intrattenere i clienti di Tom con le sue storie, fino al mattino.





*** FINE ***


giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 29.01.2013)

© Crenabog 




...mentre nuvole di polvere scendevano lentamente in terra, il Narratore uscì finalmente all'aperto, alla luce del sole e si incamminò in direzione del Portale. Nell'aria una sottile vibrazione, quasi un sommesso lamento della natura , come l'allontanarsi di un carico secolare di ricordi giunti al loro termine. Tutta l'aura negativa di Afelia sembrava vorticare attorno al Portale, come se anch'essa volesse sfuggire, una volta per tutte, da quei luoghi: l'uomo si fece avanti, controllò di avere con sé le bisacce e portò alle labbra la fiala donatagli da Titania. Il liquido aromatico fece subito effetto, donandogli un momentaneo oblio dei sensi, ma lo stesso attraversò la porta. Era preparato a quel che lo aspettava, e stavolta non ne rimase scosso troppo. Si fece scudo chiudendo la mente ai richiami strazianti delle migliaia di vite che iniziavano e finivano nel vortice del tempo e uscì dall'altra parte.


Intravvide il sentiero, nel bosco fitto che faceva da frontiera, e iniziò il ritorno verso le dimore del Popolo Segreto. Dopo poco, però, desiderò sedersi per riprendere bene i sensi e così, semplicemente, si addormentò. La sua mente prese a vagare tra i ricordi, ma sottile, giù nel profondo, l'immagine di Paulie tornava e tornava, ricorrente, calmante, dolce. Quando si risvegliò vide seduto vicino a lui un leprechaun, che ridendo disse: "Ben tornato, finalmente! Eccoti qui! Ah, ah! Re Brian era preoccupato che ti fosse successo qualcosa di brutto!"

Il Narratore lo rassicurò e il piccolo essere continuò:




"Il re mi ha comandato di portarti un cavallo, sarebbe oltremodo felice se tu volessi passare da lui a salutarlo, prima di andare dalla regina Titania. Tranquillo, non è un kelpie, ah ah! Sì, oramai lo sanno tutti, anche se lui non voleva che la strillata che Titania gli ha fatto si sapesse in giro.. Guarda, l'ho legato a quell'albero, prendilo e vai, io me ne vado a cercare della birra!" e sparì tra i cespugli. Il Narratore salì sul cavallo, una bella bestia dall'aspetto docile, e si avviò. Attraversò la landa godendo del calore del sole poi, rientrando nel fitto di Bosco Buio, gli sembrò di scorgere una figura che danzava eterea ed eccola, sognante, bella come sempre. Paulie. Che evidentemente aveva saputo del suo viaggio e si era appostata ad aspettarlo.


" Paulie! Eri venuta a cercarmi? "

" Pensavi che ti avrei lasciato da solo? Se solo mi avessi detto quel che avevi in mente, sarei venuta con te."

" No, ti assicuro, è stato meglio così. Ma sono lo stesso felice di vederti. Era tanto che non.."

" Colpa tua, che mi hai lasciato a vivere nelle grotte di Titania. Non che sia brutto, nuoto con le fate, scherzo con i folletti, ma tu, tu non ci sei. "

" E' vero, ma le cose devono cambiare. Non so come, ma in qualche modo.."

" Lo sai, in quale modo, - sussurrò Paulie. - Non ce n'è un altro."

Da sempre, dal primo momento che si erano incontrati, quando il Narratore vide Hy-Breasyl fluttuare sul mare, il loro destino era stato uno. E accadde. Fu un bacio lungo, silente, un fondersi di anime. E una promessa.





Continua nella nona puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 9


LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 26.01.2013)

© Crenabog 




...quelle che sulle prime gli erano sembrate le fantasime di fuochi fatui, si rivelarono per ciò che erano veramente. Lahin avanzava brandendo alto un candelabro acceso, si avvicinò all'uomo e disse:

" Sai, da quando sei arrivato ho avuto modo di pensare e credo di essere riuscita a trovare una soluzione alla mia vita solitaria. Ma, siccome non potrei accettare altri che un lycan al mio fianco, ti ho fatto dormire qui, la notte che sei arrivato, su questo letto, sotto coperte intessute di pelli di lupo, dove la luce della Madre Luna ha potuto baciarti a lungo. Ora è plenilunio. Godrò nel vedere la tua trasformazione e ancor più quando sarai mio! "

Gli occhi della strega brillavano di soddisfazione per la trappola che credeva di aver congegnato, ma restò di sasso nel vedere l'uomo sorridere amaramente. "Hai vissuto così tanti anni sola da non ricordare più che anche gli altri possono avere un cervello. Pensavi che fossi venuto impreparato? Sono forse un fanciullo, che si diletta con i suoi balocchi? O pensi che tutte le storie che ti ho raccontato fossero davvero favole, strega? Io le ho vissute tutte. E ti assicuro, per essere ancora vivo a narrarle, vuol dire che so vendere bene la mia pelle." , e così dicendo, aprì la sua camicia, rivelando la sottilissima maglia di filo d'argento intessuta dall'Uomo della Luna per ordine di Titania. " L'argento uccide i mannari e mi ha protetto dall'influsso magico della luna, - rise l'uomo. - Come pensi di legarmi a te, adesso?"


Lahin, con un moto di stizza, gettò in un canto il candelabro che restò lì a consumare la sua tenue luce. Alzò le braccia in un gesto imperioso e disse:

" Ah, maledetto! Va bene. Hai resistito alla luce della Luna ma avrò lo stesso un lycan al fianco. Non potrai resistere al mio fascino. Ti prenderò e farò un figlio con te, e lui non sfuggirà all'incantesimo. Ora guardami, - e iniziò a cantilenare parole sconosciute. - Sarò l'immagine del tuo vero, unico amore. La tua carne non potrà fare altro che desiderarmi! Pensa, Narratore, alla vera forma del tuo vero amore. Ora! "

Una nebbia luminescente avvolse il corpo della strega, la sua forma perse consistenza, sfuggevole nel lucore biancastro. Di certo aveva pensato che l'uomo, nel panico, avrebbe ricordato le cose più amate, timoroso di perderle per sempre. Suo figlio, la sua terra, sua moglie. La luminescenza iniziò a diradarsi e agli occhi dell'uomo apparve esattamente quel che lui amava. Ma che non era affatto quel che la strega si immaginava. " Ahh! - gridò, furibonda.- Bastardo! Una Selkje, una Selkje! Che razza d'uomo sei? "

Il Narratore guardò, senza la minima sorpresa, la forma che si agitava in terra in una pozza d'acqua salmastra: una forma lunga, scura, dal pelo liscio e dagli occhi brillanti. La vera forma di una Selkje, una fata foca. Aveva aperto il suo cuore, finalmente, una volta per tutte. E null'altro c'era, se non Paulie. Mentre Lahin si agitava, tentando di smuovere le pinne per evocare un nuovo incantesimo e tornare alle sue fattezze, l'uomo si alzò, infilò una mano in tasca e ne estrasse qualcosa che tenne stretto.

" E ora finiamola, strega. Non posso bruciarti mentre non sei nella tua forma reale, né ho il tuo sangue per mescolarlo alla radice di mandragora e avvelenarti. Pensi che non possa fare niente contro di te, vero?"

" Assolutamente niente, maledetto. Appena sarò tornata in me la pagherai così cara da desiderare di non aver mai nemmeno sentito nominarmi."




" Fallo, strega. Fallo prima che io schiacci questa.." - e le mostrò quel che aveva in mano. Un bozzolo di crisalide. - " Non è forse vero che la farfalla rappresenta la strega? Che muore nella sua forma umana e rinasce nella forma magica? E le farfalle non creano i propri bozzoli negli antri delle streghe? Ce n'erano alcuni, vicino al camino, tra le ragnatele. Possibile che non li avevi visti? Perciò ti dico, e non lo ripeterò: lasciami andare, dimenticami, e trova qualcun altro per i tuoi sporchi giochi. "

Ma proprio in quel momento Lahin contorcendosi e urlando di rabbia riuscì a riprendere il controllo del suo corpo e ricomparve scarmigliata, i rossi capelli incandescenti, il viso sommerso dalle rughe, l'espressione furiosa e le mani artigliate protese a ghermirlo. Il Narratore gettò in terra il bozzolo e lo calpestò con lo stivale, schiacciando la crisalide. Figlia non nata delle stesse farfalle che per innumerevoli anni avevano fatto da famiglie alla strega, assorbendone lo spirito e diventando parte di essa stessa. Lahin si contorse in preda al dolore e le mura emisero un crepitio, una serie di rombi sordi, tremolando e precipitando al suolo. Il Narratore corse per i corridoi bui e si ritrovò infine nell'unica sala rimasta mentre tutto intorno era squarciato, divelto, sepolto. Come la strega e il suo decrepito figlio. Come il tesoro degli elfi e i libri incantati.






Continua nella ottava puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 8



mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DEL VERO AMORE

 (Prima pubblicazione 14.07.2009)

© Crenabog



 




Una delle storie che il Narratore ricordava e narrava spesso, essendo convinto che sarebbe stata di giusta guida alle sue gentili ascoltatrici, era questa: c'era una ragazza molto bella, ma molto bella, ma talmente bella che di lei si innamoravano tutti quelli che la vedevano. Lei usciva di casa ed entrava in una bottega e subito si innamoravano il garzone, il proprietario e tutti quelli che passavano a fare acquisti. Insomma, non c'era un solo uomo in paese che, prima o poi, non si fosse innamorato di lei. Si fosse - badate bene - non che era innamorato di lei. Perché, per uno strano caso, il giorno dopo tutti si scordavano di lei e della sua bellezza. Salvo poi ricominciare di nuovo ogni volta che la vedevano e così alla fine nel paese tutti erano talmente occupati con la loro mente ed il loro cuore da questa insolita faccenda che le sorti stesse del villaggio stavano andando a farsi benedire. Persino il piccolo Finbar, il figlio del Narratore, si era sentito tutto rimescolare al suo passaggio ma, non sapendo bene cosa fosse l'amore, era rimasto perplesso ed era tornato quasi subito alle sue occupazioni che comprendevano il fare scherzi, giocare col porcellino d'India e andarsene girovagando nel bosco fatato. Proprio qui, una mattina assolata, incontrò il Leprechaun che gli aveva scagliato la Maledizione Puzzolosa e quando lo vide subito lo sgridò: quello, nel riconoscerlo e ben ricordando cosa gli fosse toccato in punizione se ne stette mogio a subire i rimproveri poi, cercando di distrarre il bambino per farlo smettere, gli mostrò un sacchetto pieno di biglie colorate e gli disse che erano magiche e che volentieri gliene avrebbe donate alcune per scusarsi. Il bambino approfittò subito della insolita generosità del Leprechaun prendendone una manciata e ringraziandolo poi lo salutò e ritornò verso casa. Mentre saltellava sul sentiero sentì dei singhiozzi provenire da dietro una gran siepe, si accostò e sentì la voce della ragazza che si lamentava: " Ahimè, quanto sono disperata! Ma come, io che sono così bella, che ho la pelle più chiara della luna, che ho i capelli più neri della notte, che ho un corpo che anche le silfidi invidiano, proprio io non trovo l'amore, il vero Amore, quello grande e meraviglioso! Perché, perché tutti mi amano e nessuno mi ama davvero? " Dispiaciuto per lei il bambino si avvicinò salutandola (e subito pensò di sentirsi strano, chissà, forse innamorato!) e pensò di farla contenta col donarle una delle biglie magiche. Le disse che il folletto gli aveva giurato che potevano esaudire un desiderio e così forse non sarebbe stata più triste. Lei fu molto contenta e , mentre il bambino tornava verso casa, continuò a vaneggiare sula sua inaudita bellezza e sul meraviglioso Amore che finalmente avrebbe incontrato quindi, volgendo la biglia verso i raggi del tramonto e specchiandosi in essa (non ho forse detto che era molto, molto bella?) espresse il desiderio che tra lei e il primo che avesse incontrato nascesse quel grande ed inarrestabile Amore che li avrebbe legati per tutta la vita. Mentre ancora passeggiava al chiar di luna sentì dietro di sé una voce dirle:" Oh ti prego! Oh, bella tra le belle, meraviglia del creato! Non ti voltare, ascolta la mia voce e senti come ti imploro! Ti amo! Ti amo perdutamente! Sento di non poter vivere senza di te!" Lei, lusingata che una voce così profonda, flautata e mascolina le stesse dicendo quel che voleva sentire, subito si girò e si innamorò anche lei. Perché gli incantesimi del Leprechaun non si potevano mica sciogliere a meno che non fosse lui a farlo, e stavolta non c'era nessuno in giro a costringerlo a farlo...e se solo lei, invece della vanità avesse usato la prudenza nella sua giovane vita, non si sarebbe mai innamorata del Re delle Serpi. Bisogna stare molto attenti a cosa si desidera perché a volte si finisce per averlo.. ah, certo, vi starete chiedendo cosa avesse fatto il piccolo con le sue biglie. In verità non so però quando lo vedo andare in giro su un piccolo pony giallo con la coda rosa un idea mi viene..



*** FINE ***




LA FAVOLA DELLA COLLINA BRULLA

 (Prima pubblicazione 25.08.2009)

© Crenabog 




Piuttosto distante dall' antico villaggio, sorgeva una meravigliosa vallata che veniva coltivata dai proprietari di alcune fattorie della zona. Ne ricavavano grano, pannocchie, fieno per le bestie e anche moltissima verdura e frutta. Era indubbiamente una zona benedetta, dalla terra grassa e piena di vita, sempre pronta a dare quel che le veniva richiesto, attraversata da corsi d'acqua che nel passare del tempo erano stati ben incanalati di modo che giungessero a tutte le fattorie che così non soffrivano mai la siccità. Ai bordi della vallata sorgeva una collina brulla, che aveva sempre stentato a produrre raccolti e ci viveva la famiglia di un fattore che si dannava a rivoltare le zolle senza guadagnare altro che quel poco sostentamento bastante a farli sopravvivere. Il fattore se ne lamentava con gli altri, quando passava dalla locanda, ma nessuno sapeva per quale motivo la collina fosse così; un giorno ne andò a parlare col Narratore del villaggio, pensando che forse questi sapesse qualche antica leggenda relativa alla collina e il Narratore, pur non potendo venire incontro alla sua richiesta, gli promise che sarebbe andato a vedere. Infatti, un giorno si incamminò fin lì, passò a trovarli e bevve un bicchiere in loro compagnia poi se ne andò da solo a passeggiare nei dintorni. Effettivamente a parte qualche albero spoglio, rovi e poche macchie stentate lontano dal loro orto, nulla sembrava voler crescere lassù. Rimase a lungo seduto sotto un albero aspettando la notte e quando fu buio vide una vaga luminescenza andare errando qua e là: gli si avvicinò con prudenza e con stupore vide un gruppo di coboldi che sembravano trasportare dei sacchi. Suonò il suo piccolo flauto donatogli da Titania, che aveva il potere di richiamare le creature del Popolo Segreto ed essi si avvicinarono come se niente fosse. Gentilmente il narratore li salutò poi chiese loro se ci fosse un motivo per cui la collina non dava frutti: i coboldi si guardarono tra loro poi uno rispose dicendo che nelle profondità, dove loro abitavano e scavavano sempre alla ricerca di minerali e gemme preziose, viveva da tempo immemorabile uno spirito oscuro, maligno, che loro tenevano a bada con antichi incantesimi. Lo spirito riversava nel terreno la sua rabbia e questo la stava inaridendo completamente. Il Narratore chiese se fosse possibile incontrare lo spirito e loro dissero di sì, ma che sarebbe stato molto pericoloso; poi fecero dei segni sul terreno e una apertura apparve magicamente, mostrando delle scale di roccia che si perdevano nel buio. Il Narratore li seguì e arrivarono nelle grandi caverne scavate dai coboldi, illuminate da torce la cui luce non arrivava a lambire gli alti soffitti. Gli mostrarono una nicchia davanti alla quale erano state tracciate rune e disegni magici, poi batterono le mani e dalle profondità lo Spirito chiese cosa ancora volessero da lui. Il Narratore si mostrò alla luce delle torce chiedendogli se avrebbe desiderato essere libero da quella collina e lo Spirito disse di sì, naturalmente lo voleva, ma in cambio di cosa? " Se benedirai il seme del frutto che porto in tasca, una bella pesca, permettendogli di attecchire e crescere rigoglioso, ti porterò lontano da qui e ti libererò dove vorrai." Lo Spirito accettò, perfidamente convinto che con un solo seme avrebbero avuto un solo albero e quindi la collina sarebbe rimasta comunque brulla, poi filtrò lentamente nella grande fiasca che il narratore aveva posato davanti alla nicchia. I coboldi lo accompagnarono fuori e stettero a lungo a vederlo scendere dalla collina mentre i primi raggi del sole comparivano all'orizzonte; il narratore camminò fino a raggiungere le grotte dei trow, che da anni erano abbandonate, e gettò la fiasca nelle profondità della più buia e grande di esse. Quando cadde si spezzò e lo Spirito fu libero di regnare in un nuovo e labirintico mondo; rise perché era convinto di aver giocato il narratore ma non sapeva che il frutto su cui aveva gettato l'incanto era un melograno e non una pesca, e di semi ne aveva centinaia. Da allora i melograni della collina divennero celebri in tutta la contea e, mentre gli abitanti del villaggio li mangiavano con gusto, lo Spirito ruggiva di rabbia in fondo alle sue grotte..




*** FINE ***