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martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PIXIE CHE VOLEVA LE UOVA

 (Prima pubblicazione 02.07.2014)

© Crenabog 




Si avvicinava lentamente il sole all'orizzonte, regalando al cielo uno spettacolare fuoco d'artificio di nuvole incendiate dei molti toni del rosso e dell'arancio. E nella Contea, con la solita calma, il Popolo Segreto si preparava alle attività notturne: chi pregustava il sonno ristoratore, chi qualche abbondante bevuta alla taverna di Tom, le cucine dei folletti di re Oberon erano ribollenti e fumiganti.. nell'antico villaggio la gente tornava a casa, chiudeva bene le porte e si assicurava che non fossero entrati spiriti, folletti o altre cose più temibili. E naturalmente c'era anche chi si preparava a compiere qualche birbonata, se non addirittura qualcosa di peggio perché, lo sanno tutti, il mondo è vasto e non ci sono solo fate e fiori. Lungo le rive del fiume che nasceva dalle caverne di Monte Atro e attraversava la Contea e il villaggio, chi si fosse attardato in giro e avesse avuto la fortuna di una vista aguzza, avrebbe potuto scorgere un piccolo pixie, con un piccolo sacco a tracolla, che sembrava intento a cercare qualcosa di importante, tanta era la foga con cui girava la testa qua e là. In verità, il minuscolo folletto si era reso conto dell'ora e sperava che le cose malvage che abitano la notte si trovassero tutte dall'altra parte del fiume. Quasi tutti i componenti del Popolo Segreto evitano come la peste di bagnarsi in acque correnti e spesso un fiume, anche un torrentello, bastava a salvare una vita. Il pixie si avvicinò ad una grande quercia, alzò lo sguardo e vide quel che cercava: un nido, lassù tra i rami. Se c'era un nido, probabilmente ci sarebbero state delle uova, cosa di cui era ghiottissimo; si aggiustò il sacco sulle spalle e vagliò attentamente il tronco alla ricerca degli appigli migliori quando, nella quiete campestre che lo circondava, sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Cosa poteva esserci, tra le ombre del fogliame e dei cespugli, che iniziavano a diventare più cupe e pesanti? Osò lentamente voltarsi ed eccolo, proprio poco distante. Enorme, anche per via che il pixie era davvero piccolo, nero come la notte e con due occhi rossi di brace che lo fissavano. Non si muoveva, e neanche il folletto: sapeva bene di cosa fosse capace un kelpie.

Perché di questo si trattava, del feroce spirito fatato che prendeva la forma di un cavallo per farsi cavalcare dai viaggiatori sperduti nelle lande e nelle brughiere, galoppando poi all'impazzata per trascinarli nei corsi d'acqua, affogarli e divorare il loro fegato. Dunque, dal kelpie il fiume non lo avrebbe salvato: cosa fare? Il cavallo mostruoso si avvicinava piano, muovendo furtivamente gli zoccoli nella sua direzione; poteva distinguere il vapore che usciva dalle narici, da quel gelido corpo mortale. Con un balzo, il kelpie prese ad arrampicarsi furiosamente sulla quercia, senza pensare a cosa sarebbe successo poi, l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sul cervello. Il nitrito di rabbia del kelpie squarciò l'aria e l'essere balzò sotto l'albero, scalpitando e sbuffando, la grande testa rivolta all'insù a fissare il pixie che si aggrappava ad ogni fessura della corteccia. Il folletto malediceva l'albero, cosparso per ogni dove di resina molle e profumata, ma estremamente appiccicosa, che lo stava coprendo fin sopra i capelli, gli entrava nelle orecchie, quasi gli tappava il respiro. Ma saliva, ancora e ancora, puntando ai primi grossi rami dove contava di riprendere fiato. E ci arrivò, a stento, completamente coperto di grumi di resina giallastra, e poté sedersi a gambe larghe e ragionare sulla situazione senza scampo nella quale si era cacciato. Nel frattempo, continuava ad inveire contro la quercia appiccicosa, contro sé stesso, contro la sua stupidità nell'uscire a quell'ora e contro il suo insaziabile desiderio di mangiare uova. Uova? Certo, se l'era scordate, ma forse, se stavano nel nido, avrebbe potuto riprendere le forze e resistere sin che il kelpie non avesse adocchiato qualche preda più facile: così un po' strisciando, un po' aggrappandosi, arrivò fino al ramo sul quale era incastrato il grande nido che aveva scorto. Guardò dentro e, come c'era da aspettarsi, di uova non ce n'era nessuna, a parte vecchi frammenti di gusci, il che provocò nel pixie un nuovo scoppio di parolacce e maledizioni. Furibondo, saltò nel nido e cominciò a prendere a calci i gusci vuoti, ricoprendosi di piume e penne lasciate dai proprietari del nido, volati via chissà quando, che subito si impiastrarono alla resina e aderirono al pixie trasformandolo in una specie di assurdo uccello scalciante. E urla, strilla, prendi a calci, tanto fece che perse l'equilibrio e cadde dal ramo.




Mentre precipitava, continuando ancora a urlarne di tutti i colori, in preda al terrore si sbracciò come un ossesso e... cominciò a volare. Certo, non un bel volare, sia chiaro, uno svolazzare demente ma salvifico, visto che lo manteneva in aria, così piccolo, leggero e coperto di penne. Il kelpie lo guardava e nella sua testa malefica l'idea che il folletto potesse sfuggirgli ci mise un po' a farsi strada ma alla fine capì che non sarebbe riuscito a prenderlo. Con un ultimo sbuffo velenoso, il cavallo fatato si girò e galoppò via tra gli alberi: il pixie continuò a ballonzolare in aria cercando di dirigersi verso il più vicino luogo di ritrovo dei folletti e stavolta di certo dalla sua bocca non furono maledizioni che sortirono, ma canti di gioia, peana di battaglia, urla di giubilo e risate sguaiatissime di beffa contro il kelpie. E magari sarà questo il motivo per cui, una settimana dopo, chi passava nei dintorni della quercia la vedeva sempre più curata, abbellita, da un giardinetto fiorito che la circondava, allargandosi nel tempo sempre più, a distinguerla da ogni altro albero della zona.




** FINE **

venerdì 21 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 01.02.2013)

© Crenabog 





" Finalmente, sei tornato. Iniziavamo a preoccuparci, poi le fate di Bosco Buio ci hanno avvertito che eravate ospiti di re Brian - esclamò Oberon, Signore del Popolo Segreto.- Immagino che te la sarai cavata bene, a quanto vedo!"

" Grazie, maestà. Ho avuto qualche incontro imprevisto ma alla fine sì, è andato tutto bene e ho potuto portare con me una parte del vecchio tesoro di Afelia."

" Sicuramente ti riferisci a Lahin; non credevo che fosse ancora là. Che fine ha fatto? "

" L'ho persa di vista quando le mura del castello non hanno retto e sono cadute. Immagino che possa essere morta ma non ne sono sicuro."

" Ad ogni modo non mi preoccuperei, il Portale è stato legato da un incantesimo e non può oltrepassarlo, quindi, a meno che non voglia viaggiare fin qui, e ne dubito, e sempre che sia ancora viva, Lahin non è un nostro problema. E poi,- fece, rivolto alla sua corte, - se mai si presentasse qui troverebbe una accoglienza adatta a lei! Giusto?" , concluse, lasciando che tutta la corte esplodesse in grasse risate. Tra il Popolo Segreto e streghe e negromanti non era mai corso buon sangue, e più d'uno di loro non aveva fatto ritorno vivo alle sue dimore.



" Maestà, per ringraziare vostra moglie per la sua infinita gentilezza, mi sono permesso di portare in offerta alcuni doni dal tesoro che ho portato con me... volete gradirli?"

" Uomo sciocco! Non ce n'era bisogno. Per noi è stato un piacere poterti aiutare ma, se proprio ti va, accettiamo di buon grado."

Il Narratore estrasse dalla giacca un anello elfico di grande bellezza e lo diede a Titania che sorridendo se lo mise al dito medio della mano destra; e una pietra preziosa dalle mille sfaccettature luminose donò a re Oberon, che lo ringraziò. Poi Titania si rivolse all'uomo:

" Le voci di Bosco Buio mi hanno narrato anche un altra storia, caro amico. Ho la sensazione che tu e Paulie abbiate qualcosa da dirmi.."

Il Narratore si voltò a guardare Paulie, seduta timidamente al suo fianco.

" E' esatto, mia signora. Voi conoscete la nostra storia, e avete accettato di ospitare Paulie nelle grotte sotterranee dove può nuotare liberamente insieme agli altri esseri fatati. Ma abbiamo dovuto fare i conti con i nostri cuori, e loro non sanno cosa sia la ragione. Stare lontani era una sofferenza, ora è un dolore. Qualcosa dobbiamo fare per risolvere questa faccenda: Paulie non accetterà mai di tornare al Mare del Nord né io me la sento di non rivederla più. So bene che la mia situazione mi impedisce di vivere una vita regolare insieme a lei ma almeno vi chiediamo di permetterci di viverla nel mondo del Popolo Segreto. Lei continuerà a stare qui, non verrà più al villaggio, io verrò a trovarla e quando lo farò sarà come se fossimo la stessa cosa. Ce lo concedete? ", disse, guardando Paulie negli occhi, mentre lei arrossiva in silenzio.




"Temevo che sarebbe successo, prima o poi. Sai che l'unione tra un uomo e una fata foca non è una cosa facile: la sua pelle originale va conservata nel più stretto segreto perché se venisse ridata a lei, sarebbe costretta ad indossarla e tornare al mare. Anche la lontananza dall'acqua la farà soffrire ma a questo si può rimediare. Tu, piuttosto, veramente la desideri al punto da voler vivere un altra vita qui tra noi, tutte le volte che lo potrai fare? Non tratterai male questa nostra sorella? "

" Ci ho pensato a lungo, mia signora. No. Non potrei mai, così come non posso più perderla."

" E allora va bene. Dopo che avremo festeggiato il tuo ritorno da Afelia, andrai al villaggio e ricomincerai come sempre la tua esistenza, badando a centellinare il tesoro che hai con te, cambiando le pietre in villaggi e città lontani, per non dare pensieri strani ai tuoi concittadini. Noi qui, intanto, sistemeremo alcune cose insieme a Paulie e poi ti manderemo a chiamare. Ora basta, pensiamo ad altro: sono certa che tutti, qui, sono ansiosi di ascoltare le tue avventure ad Afelia. E mio marito sarà sicuramente il più curioso tra di loro. - rise, rivolta a re Oberon. Il Narratore prese le mani di Paulie tra le sue, si alzò in piedi, guardò gli innumerevoli gnomi, coboldi, spriggan, boogie, nani, folletti, leprechaun seduti nella grande sala; le fate sedevano sugli scaffali che costellavano i muri illuminando a giorno la sala con il loro luccichio e persino qualche troll sedeva in fondo, intenti a maneggiare botti di sidro. I loro sorrisi riscaldarono il suo animo, alzò una coppa in segno d'omaggio a tutti loro, ed iniziò a narrare.


******

Re Brian parlottò a lungo, quella sera, insieme ai suoi luogotenenti, mentre sul lungo tavolo di quercia i boccali di idromele si susseguivano. Piani vennero elaborati, voglie inconfessate vennero espresse, problemi logistici vennero esaminati e le sacre pietre runiche vennero consultate, ma alla fine la conclusione non fu che una: i folletti volevano il resto del tesoro di Afelia e in un modo o nell'altro lo avrebbero avuto..




******

Seduta su un ramo, la gatta guardava la luna. Nell'aria ancora stagnava lieve il pulviscolo dei detriti. Ringraziò la Grande Madre per la sua capacità di mutare forma: un gatto, agile e scattante, aveva più possibilità di un essere umano di scivolare tra tra le rocce cadenti e salvarsi la vita..

" Tutta questa oscurità, tutti questi anni, tutta questa solitudine.

Così inutile..

Cercavo solo un bagliore che mi riscaldasse la vita.", pensava tra sé e, i suoi, furono pensieri di vendetta.


******

 Paulie sedeva allacciandosi le gambe con le braccia esili, tra le pellicce che coprivano il grande letto. Al morbido chiarore della luna, che filtrava dalle finestre della camera offerta da Titania, guardava il Narratore dormire disteso vicino a lei. Non l'aveva voluta prendere, e questo poteva comprenderlo. Anzi, ne era stata contenta, limitandosi a restare abbracciata a lui fin che il sonno non lo aveva trasportato nella dimensione del sogno. Lentamente, argentee lacrime di felicità scesero sul suo viso da bambina. Il Narratore dormiva, e i suoi sogni li conobbe soltanto lui.





     Qui termina la favola del Signore del Wangshire, così come viene ricordata dal Popolo Segreto.


*** FINE ***


mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA CORTE DEGLI SCONTENTI

 (Prima pubblicazione 13.08.2009)

© Crenabog 




Poco fuori dal villaggio, vicino al Bosco Buio, sorgeva da moltissimo tempo una locanda dove di solito gli abitanti si radunavano per bere ed ascoltare le storie del Narratore, che così facendo si guadagnava da vivere. Un giorno Tom de Danann, il padrone della locanda, si ammalò e il narratore pensò bene di approfittare di quel periodo di chiusura per fare un viaggio insieme a suo figlio, e recarsi a Dartmoor dove sapeva che sarebbe stato ben accolto nel teatro locale e avrebbe quindi potuto attrarre molte persone e guadagnare quanto sarebbe bastato per far vivere tranquilla la famiglia fino all'anno seguente. Partirono quindi, lui su un vecchio ma affidabile cavallo da tiro con le zampe pelose che gli era stato regalato dal Borgomastro del villaggio, e suo figlio sullo strano pony giallo con la coda rosa che aveva fatto comparire disegnandolo con le matite del buon Dio. Presero la strada principale ma qualcosa, nel panorama, non sembrava giusto: quando suo padre se ne accorse, erano già finiti molto dentro la Piana dei Pixie; l'uomo si fece attento e consigliò vivamente il bambino di restargli accanto e di badare al suo animale. I pixie della regione erano noti per la loro abitudine di rubare cavalli e andarsene in giro cavalcandoli come pazzi per le brughiere, e loro non volevano restare appiedati in quelle lande. Avanzavano, avanzavano ma le colline sembravano restare sempre allo stesso posto: il padre scese a guardare gli zoccoli del cavallo e si accorse che nel fango secco c'erano tracce di fili d'erba di un giallo brillante. Capì subito che aveva calpestato una piota vagante, una di quelle zolle magiche che si appostano lungo i sentieri per farsi calpestare dai viaggiatori e far perdere loro la strada con un incantesimo. Disse quindi a suo figlio di indossare la giacca al contrario, lo fece anche lui, e subito alla vista gli balzarono le colline nella giusta posizione, dato che l'incantesimo si era spezzato. Cavalcarono più in fretta dato che si avvicinava il tramonto, fino a che videro una masseria e pensarono di passare lì la notte. Giunti, il padre bussò chiedendo di entrare: gli aprì un uomo dalla barba incolta e i vestiti dimessi che si offrì di ospitarli se gli avessero fatto compagnia a cena con qualche racconto. Aveva sentito nominare il narratore da altri viandanti ed era contento di conoscerlo, quindi si mise a cucinare una zuppa di legumi e verdure nel grande paiolo che teneva nel camino. Passarono qualche ora tranquilla, mangiando e parlando, quando da lontano vennero urla e strepiti e il narratore chiese all'uomo di che si trattasse. Questi, con l'espressione afflitta, rivelò che da quelle parti, in certe notti scure, correva nell'aria la Corte degli Scontenti, una banda di orridi folletti ed esseri fatati che rapivano i viaggiatori e li trascinavano con sé a fare cose terribili nelle piccole città e nei villaggi che incontravano e nessuno aveva potuto farci nulla. Spente le luci, scostarono leggermente le imposte e videro in lontananza una miriade di punti luminosi muoversi rapidi nell'aria, diretti verso la masseria. L'uomo era terribilmente preoccupato e disse che forse potevano salvarsi se si fossero chiusi nel locale sottostante, protetto da una botola nel pavimento ma il bambino non si diede per inteso, trasse dalla bisaccia una risma di fogli di carta e si mise velocemente a disegnare con le sue matite ed ecco che nel cielo comparve un grande riquadro luminoso, come un grande portale. La Corte degli Scontenti, incuriosita, vi si gettò dentro, berciando e ululando, affollandosi per entrare per primi in quella cosa nuova e mai vista. Come l'ultimo essere fatato fu entrato il bambino prese una grossa palla di mollica di pane e cera che portava con sé e cancellò rapidamente il disegno che aveva fatto. La porta magica svanì come se non ci fosse mai stata e il cielo tornò tranquillo e stellato. Suo padre si congratulò con lui e l'uomo della masseria volle ringraziarli per lo scampato pericolo donandogli delle forme di formaggio impastato con erbe del luogo, duro ma profumato. Al mattino, ben riposati, ripresero il viaggio seguendo le sue indicazioni e nella Piana dei Pixie nessuno rivide più la Corte degli Scontenti anche se, a dir la verità, ci sono ancora molti pixie ben nascosti e sempre pronti a rubarvi il cavallo, se non state attenti.




*** FINE ***