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lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DI ABIDIAN (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 25.02.2014)

© Crenabog 




Il Narratore sedeva tranquillamente appoggiato all’albero sul quale Abidian se ne stava nascosta, avvolto dal leggero fumo della pipa di radica che suo figlio gli aveva regalato. L’aroma speziato saliva in placide volute verso il cielo, inebriando la piccola fata che non ne conosceva l’uso. E, mentre si cullava in bizzarre visioni di nuvole aromatiche, sentì un fruscio farsi largo nel profondo silenzio della piccola radura; nessun animale osava più avvicinarsi, dopo aver mangiato le nocciole incantate che coprivano il terreno. La risata cristallina di Mab eruppe da un cespuglio, anticipando il suo ingresso, poco trionfale in verità, a cavallo della enorme chiocciola: dietro di lei atterrò anche la gazza che era volata ad avvertirla.

- Narratore! Ogni volta che vai da qualche parte ci son sorprese, non è così? Re Oberon mi dice che qui qualcuno ha fatto pasticci… Vero, tu, lassù! Inutile che cerchi di nasconderti, scendi immediatamente!

Abidian scivolò a terra e si inchinò profondamente alla regina delle fate.

- Allora! Chi ti avrebbe dato il permesso di prenderti questa radura? E con che modi, poi! Mi hai fatto perdere la faccia con tutto il Popolo Segreto!

- Oh, maestà, chiedo perdono! Ero talmente arrabbiata per essere dovuta fuggire dai trolls che volevo a tutti i costi un luogo tranquillo per me.

- E c’era bisogno di far fuggire tutti? Di lanciare incantesimi sulla roba da mangiare? Cosa ti ha mai detto quel cervello?

- E’ stata la prima cosa che mi è venuta in mente…

- Figuriamoci se una fata perdeva tempo a ragionare. E a chi tocca sistemare le cose? A Mab, certo, se non ci fossi io cosa fareste, eh? Cosa sareste? Un mucchio di pazze che vanno in giro a far follie! Vergogna!

Abidian era senza parole e sembrava sul punto di piangere. Il Narratore si godeva la scena, conoscendo Mab sapeva quanto le piacesse fare queste scene teatrali; in fondo la regina accudiva e badava affettuosamente a tutto il suo popolo e avrebbe risolto la situazione senza problemi. Ci teneva però a far sì che la fata non dimenticasse la lezione, quindi disse:

- Ora ci penso io, ma non mi scorderò di punirti in qualche modo. Tornatene sull’albero e lasciami fare. Narratore, per favore, saresti così gentile da trovarti un bel masso su cui andare a sederti così posso darmi da fare?

- Ci mancherebbe, mia signora, vado subito! ,- e si allontanò. Mab battè forte le mani e al suo comando si fece strada tra l’erba un lunghissimo esercito di gigantesche formiche. La minuscola regina si avvicinò a quella in testa al gruppo, borbottò qualcosa di incomprensibile e rapidamente raggiunse l’uomo sul rialzo muschioso.

- Che intenzioni hai, regina?

- Le formiche son tutto istinto e obbedienza, ma di cervello ne hanno veramente poco. Gli ho detto che possono mangiarsi tutti i frutti che trovano e stai certo che di visioni e allucinazioni non ne avranno nessuna! Non è una bella pensata?

- Ottima, direi. Godiamoci lo spettacolo e, se mi è concesso, posso permettermi di offrirti un dolcetto? ,- disse, estraendo dal tascapane un pasticcino di marzapane colorato e invitante.

- Ah, tu sì che sai come far felice una donna!


Cinnia sgattaiolò fuori della dimora di suo padre e a grandi salti - ogni volta che tornava sulla Luna si divertiva un mondo con la differenza di gravità - raggiunse il Ragno e lo pregò di srotolare il suo filo d’argento: aveva una fretta indiavolata di tornare da Finbar e aveva deciso di non aspettare più. La grande bestia ronfava placidamente e ci mise un po’ a comprendere cosa volesse la ragazzina poi, come sempre ubbidiente, si mise al lavoro…






- A quest’ora la tua amichetta starà già precipitandosi da te, ragazzo mio. - disse Orna Baba, asciugandosi le labbra dalla zuppa di funghi che aveva avidamente mangiato. - E quindi, - soggiunse, con aria sorniona, - direi che è venuto il momento che mi ripaghi dei miei servigi…

Finbar era piuttosto preoccupato, aveva ingenuamente pensato che il grande cesto di funghi raccolti insieme a Bobul, il folletto che dimorava nella cantina della locanda di Tom, potesse essere un pagamento sufficiente. E’ vero che il figlio del Narratore non aveva esperienza di traffici con le streghe e ora, a mente fredda, si rese conto che poteva anche costargli caro.

- Come posso farlo?

- Ah, un bel ragazzo come te mi ha fatto venire in mente qualcosa che non ho da tanto tempo. Ti ho realizzato un sortilegio d’amore e dunque voglio anche io un segno d’amore. Ho letto nella tua mente, sai, e ho visto te e, come si chiama? Ah, sì, Cinnia. Non vi siete ancora dichiarati quindi non vi siete ancora baciati. Ed è questo che voglio. Il tuo primo bacio deve essere per me!

Orna Baba era una bella donna, indubbiamente, anche se Finbar sospettava che quello fosse solo l’aspetto che aveva assunto quando li aveva ricevuti, e se fosse stato un uomo probabilmente non si sarebbe fatto problemi; ma adesso, nel sentire il prezzo da pagare, iniziò a ritrarsi. Nel suo intimo non voleva assolutamente dare ad altri quel che voleva riservare alla ragazza che amava ma, come evitare di farlo? Mentre Orna accennava a spostare la sedia per alzarsi e andare da lui, il giovane cercava pian piano di avvicinarsi alla porta, quando la strega se ne accorse.

- Ah! Cerchiamo di svignarcela, eh? Quel che hai avuto, ora lo pagherai… ,- ma finì la frase farfugliando, e ricadde pesantemente a sedere. Il suo sguardo si fece vago e poi crollò con la faccia nella zuppiera. Bobul prese la mano di Finbar e lo trascinò rapidamente all’esterno:- Padrone, immagino che tu mi veda come un folletto nasuto, panciuto e basta, ma questo folletto ne sa di cose ed è anche molto previdente. E i funghi che ho scelto, li ho scelti molto accuratamente… ,- esplose in una risata che sarebbe degnamente potuta uscire dalla gola di un troll. - Come vedi, niente più da pagare! Orna Baba ne aveva combinate anche troppe, e non è il caso che stia qui a raccontartele. Forza, torniamo da dove siamo venuti!







Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola di Abidian 8

LA FAVOLA DELL'INVIDIA (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 02.11.2013)

© Crenabog 




Re Oberon, soddisfatto di come erano andate le cose, decise dunque di dare il via ai festeggiamenti e tutti si prodigarono nell'organizzazione. Intanto, Gros Fil, furibondo, prese nuovamente la strada per Mount Radah, deciso ad andare a litigare anche con la strega. Mentre il tempo si oscurava e un vento freddo cominciava a sibilare nella foresta, continuò ad inoltrarsi tra rovi e sentieri scoscesi, fino a raggiungere il rifugio di Agdan. Ma l'invidia che covava nel suo cuore rattrappito era decisamente nulla in confronto a quella che infuriava nella mente della strega. Da quando era stata esiliata, la sua rabbia era man mano aumentata e aveva avvelenato persino il territorio circostante. Non erba cresceva nei dintorni ma sterpaglie deformi, né animali brucavano o correvano in quella zona. Solo funghi velenosi, scorpioni e pipistrelli conoscevano quel luogo. La strega aveva visto, nel piano del folletto, una ghiotta possibilità per vendicarsi e quando seppe del fallimento non disse nulla. Alzò gelida una mano, fissò Gros Fil e con un rapido movimento scagliò su di lui un maleficio così potente da tramutarlo in un sasso informe. Ghignando, lo allontanò con un calcio, mandandolo a rotolare fin sul ciglio di un burrone e restando a guardarlo cadere oltre il bordo, fino ad infrangersi nelle viscere del monte.


L'invidia, però, è un demone inarrestabile e sa trovare mille modi per rovinare la vita a chi lo nutre e a chi lo subisce. Dall'alto di Mount Radah, completamente ignara di tutto, se ne scendeva caracollando tranquilla una zolla vagante - quelle curiose zolle fatate che, toccate casualmente dalle fate, si staccano dal terreno e se ne vanno gironzolando per il mondo. La zolla, sulle sue minuscole gambette fatte di radici, passeggiava seguendo la discesa, senza una precisa destinazione, condotta solo dall'incanto e così finì per passare sul terreno di Agdan, imbevendosi di invidia sino alla più piccola briciola di terra. Ma, siccome era appunto solo una zolla, non se ne accorse neppure e continuò a gironzolare con il suo carico mefitico, scendendo, scendendo, sino ad arrivare al sentiero che conduceva direttamente alla reggia di Oberon.


- Tan ha fatto davvero un bel lavoro, non credi? - disse Paulie al Narratore.

- Certamente, ma non c'era da aspettarsi di meno da lui. Oh sì, è sbadato, certe volte non si sa a cosa stia pensando, ma nel suo mestiere non lo batte nessuno.

- Pensi che i ragazzi siano stati contenti?

- Ne sono convinto, ma la cosa importante è il risultato che hanno ottenuto dagli Uomini Verdi, e quel che hanno dimostrato. Maturità, intelligenza, coraggio e... be', il resto non è quel che farebbe piacere all'Uomo della Luna, vero? - aggiunse, ridendo. Paulie si unì a lui e, presolo per mano, andò a guardare il programma della festa vergato in bella calligrafia su una pergamena e attaccato al muro del salone. - Guarda, domani sera ci sarà il ballo! Oh!

- Non vuoi andarci?

- No, desidero andarci, il guaio è che non so se il vestito che ho sia abbastanza indicato.

Il Narratore guardò Paulie, semplicemente abbigliata con una tunica candida stretta in vita da una cinta di seta verde, e non vide nulla che non gli piacesse. E' anche vero che qualsiasi cosa Paulie si fosse messa addosso gli sarebbe piaciuta ugualmente, e quindi non contava molto il suo giudizio! Paulie però ci teneva e avrebbe voluto comparire al suo fianco nel miglior modo possibile quindi azzardò una richiesta:

- Caro, pensavo se non sarebbe possibile chiedere all'Uomo della Luna se il suo ragno gigante sarebbe disposto a darmi un po' di filo d'argento.

- Sempre che non sia ancora arrabbiato con Cinnia e con Finbar.

- Ah già. Ma dai, se glielo chiedo io magari non dirà di no.

E così discutendo andarono alla taverna di Tom, nel folto di Bosco Buio, aspettando che si facesse buio e Cinnia si preparasse a salire da suo padre tenendosi al filo che calava il ragno gigante. Quando fu ora, ed il filo giunse a terra, invece di salire lei, ci si arrampicò Paulie , cosa che sorprese moltissimo l'Uomo della Luna. Quando lei fece la sua richiesta, restò sorpreso ma l'affetto che nutriva per l'amico Narratore e la sua amata fecero sì che chiamasse subito il ragno. Al richiamo, da dietro le lontane montagne della Luna, dalla profonda e perennemente buia zona d'ombra, arrivò silenzioso e saltellante l'enorme bestione peloso che si accucciò davanti a loro.

- Amico ragno, la cara Paulie è salita sin quassù a trovarci, e vorrebbe chiederti una gentilezza. Ha bisogno di un abito e avrebbe tanto piacere di poterselo cucire con una matassa del tuo filo d'argento. La vuoi accontentare?

Paulie guardò intimidita il gigantesco aracnide, non era mai stata così vicina a quella bizzarra, mitica, figura e aveva - ebbene sì - un po' di paura. Il ragno la fissò e poi, grugnendo ed emettendo strani versi fece segno di no con la testa. E prima che potessero far nulla la afferrò con due zampe irsute e se la portò alla bocca.




- Che stai facendo! - strillò l'Uomo della Luna, preoccupatissimo. Ma non ebbe neanche il tempo di tirarla via che già il ragno aveva cominciato a farla ruotare vorticosamente, come una trottola. In pochi minuti la fermò: Paulie ondeggiò su sé stessa, completamente disorientata ma agghindata di un meraviglioso abito di ragnatela argentea. Una cosa mai vista, brillante dei raggi della luce lunare, etereo come lei, come una nuvola. - Ahahah! - scoppiò a ridere l'Uomo della Luna - ma che pazzo che sei, son sorprese da farsi, eh?

Il ragno sembrava soddisfattissimo e gongolante, Paulie era senza parole. Ringraziò, li salutò con tanti inchini e tornò dal Narratore, scendendo lungo il filo, accolta dagli applausi di tutti coloro che stavano a bere nella taverna. Tornarono alla reggia proprio mentre la musica delle danze cominciava a librarsi in ogni anfratto di Bosco Buio, pensando alla faccia che tutti avrebbero fatto nel vedere il suo nuovo, incredibile abito.

Re Oberon, che veniva sempre informato di tutto dai suoi sudditi, già era al corrente della cosa e li aspettava sul portone insieme a Titania. Li vide avanzare, gioì dell'espressione radiosa di Paulie e si preparò a complimentarsi con lei quando improvvisamente la fata foca calpestò l'unico pezzo di terra che non avrebbe mai dovuto trovarsi lì. La pestilenziale zolla vagante colpita dalla maledizione di Agdan, che si era fermata a riposare proprio davanti all'uscio. L'invidia che viaggiava con lei colpì immediatamente l'aura felice di Paulie e il suo sogno cominciò a disintegrarsi: in pochi attimi la giovane, bellissima fata foca si ritrovò nuda, coperta solo dalla sua lunga chioma e dalla giacca di tweed che il Narratore precipitosamente le gettò addosso. Come comprese quel che accadeva iniziò a piangere dal dispiacere, re Oberon si chinò a guardare la zolla, la annusò e riconobbe il maleficio della strega ma, anche se con un ordine magico fece scomparire ogni oncia di invidia dalla povera zolla inconsapevole, oramai il danno era fatto.


- Tranquilla, amore. Ci sono io qui con te. Vediamo quel che si può fare, - le sussurrò il Narratore, estraendo dalla giacca il piccolo flauto d'argento, dono di Titania, che aveva il potere di richiamare qualsiasi essere fatato avesse voluto. Suonò, e la dolce melodia attrasse un nugolo enorme di variopinte farfalle che si posarono su di Paulie, rivestendola di ogni colore dell'arcobaleno, e rendendola - se mai fosse stato possibile - ancora più bella di come era stata fino a poco prima. Grida di evviva si alzarono da tutta la reggia e fiaccole illuminarono a giorno lo spiazzo. Ancora una volta, il subdolo demone dell'invidia era stato ricacciato nella sua squallida tana. E, finalmente, le danze poterono cominciare.









 *** FINE ***

giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 26.01.2013)

© Crenabog 




...quelle che sulle prime gli erano sembrate le fantasime di fuochi fatui, si rivelarono per ciò che erano veramente. Lahin avanzava brandendo alto un candelabro acceso, si avvicinò all'uomo e disse:

" Sai, da quando sei arrivato ho avuto modo di pensare e credo di essere riuscita a trovare una soluzione alla mia vita solitaria. Ma, siccome non potrei accettare altri che un lycan al mio fianco, ti ho fatto dormire qui, la notte che sei arrivato, su questo letto, sotto coperte intessute di pelli di lupo, dove la luce della Madre Luna ha potuto baciarti a lungo. Ora è plenilunio. Godrò nel vedere la tua trasformazione e ancor più quando sarai mio! "

Gli occhi della strega brillavano di soddisfazione per la trappola che credeva di aver congegnato, ma restò di sasso nel vedere l'uomo sorridere amaramente. "Hai vissuto così tanti anni sola da non ricordare più che anche gli altri possono avere un cervello. Pensavi che fossi venuto impreparato? Sono forse un fanciullo, che si diletta con i suoi balocchi? O pensi che tutte le storie che ti ho raccontato fossero davvero favole, strega? Io le ho vissute tutte. E ti assicuro, per essere ancora vivo a narrarle, vuol dire che so vendere bene la mia pelle." , e così dicendo, aprì la sua camicia, rivelando la sottilissima maglia di filo d'argento intessuta dall'Uomo della Luna per ordine di Titania. " L'argento uccide i mannari e mi ha protetto dall'influsso magico della luna, - rise l'uomo. - Come pensi di legarmi a te, adesso?"


Lahin, con un moto di stizza, gettò in un canto il candelabro che restò lì a consumare la sua tenue luce. Alzò le braccia in un gesto imperioso e disse:

" Ah, maledetto! Va bene. Hai resistito alla luce della Luna ma avrò lo stesso un lycan al fianco. Non potrai resistere al mio fascino. Ti prenderò e farò un figlio con te, e lui non sfuggirà all'incantesimo. Ora guardami, - e iniziò a cantilenare parole sconosciute. - Sarò l'immagine del tuo vero, unico amore. La tua carne non potrà fare altro che desiderarmi! Pensa, Narratore, alla vera forma del tuo vero amore. Ora! "

Una nebbia luminescente avvolse il corpo della strega, la sua forma perse consistenza, sfuggevole nel lucore biancastro. Di certo aveva pensato che l'uomo, nel panico, avrebbe ricordato le cose più amate, timoroso di perderle per sempre. Suo figlio, la sua terra, sua moglie. La luminescenza iniziò a diradarsi e agli occhi dell'uomo apparve esattamente quel che lui amava. Ma che non era affatto quel che la strega si immaginava. " Ahh! - gridò, furibonda.- Bastardo! Una Selkje, una Selkje! Che razza d'uomo sei? "

Il Narratore guardò, senza la minima sorpresa, la forma che si agitava in terra in una pozza d'acqua salmastra: una forma lunga, scura, dal pelo liscio e dagli occhi brillanti. La vera forma di una Selkje, una fata foca. Aveva aperto il suo cuore, finalmente, una volta per tutte. E null'altro c'era, se non Paulie. Mentre Lahin si agitava, tentando di smuovere le pinne per evocare un nuovo incantesimo e tornare alle sue fattezze, l'uomo si alzò, infilò una mano in tasca e ne estrasse qualcosa che tenne stretto.

" E ora finiamola, strega. Non posso bruciarti mentre non sei nella tua forma reale, né ho il tuo sangue per mescolarlo alla radice di mandragora e avvelenarti. Pensi che non possa fare niente contro di te, vero?"

" Assolutamente niente, maledetto. Appena sarò tornata in me la pagherai così cara da desiderare di non aver mai nemmeno sentito nominarmi."




" Fallo, strega. Fallo prima che io schiacci questa.." - e le mostrò quel che aveva in mano. Un bozzolo di crisalide. - " Non è forse vero che la farfalla rappresenta la strega? Che muore nella sua forma umana e rinasce nella forma magica? E le farfalle non creano i propri bozzoli negli antri delle streghe? Ce n'erano alcuni, vicino al camino, tra le ragnatele. Possibile che non li avevi visti? Perciò ti dico, e non lo ripeterò: lasciami andare, dimenticami, e trova qualcun altro per i tuoi sporchi giochi. "

Ma proprio in quel momento Lahin contorcendosi e urlando di rabbia riuscì a riprendere il controllo del suo corpo e ricomparve scarmigliata, i rossi capelli incandescenti, il viso sommerso dalle rughe, l'espressione furiosa e le mani artigliate protese a ghermirlo. Il Narratore gettò in terra il bozzolo e lo calpestò con lo stivale, schiacciando la crisalide. Figlia non nata delle stesse farfalle che per innumerevoli anni avevano fatto da famiglie alla strega, assorbendone lo spirito e diventando parte di essa stessa. Lahin si contorse in preda al dolore e le mura emisero un crepitio, una serie di rombi sordi, tremolando e precipitando al suolo. Il Narratore corse per i corridoi bui e si ritrovò infine nell'unica sala rimasta mentre tutto intorno era squarciato, divelto, sepolto. Come la strega e il suo decrepito figlio. Come il tesoro degli elfi e i libri incantati.






Continua nella ottava puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 8



LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 24.01.2013)

© Crenabog 




Venne infine la strega a chiamarlo e presero posto nella biblioteca, sotto gli occhi attenti del figlio. Il Narratore cominciò a parlare e lo fece per ore, ed ore, ed ancora e ancora, senza avvertire fatica né fame: il sortilegio della strega dava i suoi risultati. L'uomo osservava i fogli davanti a lei riempirsi da soli di infinite righe d'inchiostro, che magicamente venivano a tracciarsi sulla superficie candida; i fogli si accumularono e a lui sembrava fossero passati solo pochi momenti. Di tanto in tanto il figlio, a fatica data l'età avanzata, si alzava, raccoglieva un gruppo di fogli e, con un cenno tracciato nell'aria densa di pulviscolo, li racchiudeva in pesanti rilegature per poi tornare a sedersi ed iniziare a leggerli. Giunse il momento in cui il Narratore dovette ammettere di non ricordare altro ma la strega non sembrò aversene a male: i libri formati da suo figlio avevano formato una pila notevole e avrebbe avuto da leggere per moltissimo tempo. Il Narratore si alzò, incredulo del risultato: dentro di sé immaginò che fossero trascorsi parecchi giorni, forse persino mesi, senza che se ne fosse accorto, e gli tornò in mente l'antica storia di Rip Van Winckle, ma era sicuro che fosse già in qualche libro e non la raccontò.

" Siete soddisfatta, signora? "

" Certamente hai ben ottemperato alle mie richieste, Narratore. Trovo giusto ricompensarti, quindi vieni con me... "

Si allontanò verso un angolo buio della biblioteca e, con un gesto, fece luce: agli occhi dell'uomo comparve un cumulo di gioielli, monete e preziosi, in parte coperti dalla polvere dei secoli.

" Questo era il tesoro degli elfi, serviti pure, scegli quel che ti piace, per me ha poca importanza. "




Il Narratore si fece avanti e riempì le sue due bisacce, senza curarsi troppo di cosa scegliere, che tutto gli appariva meraviglioso: memore però degli inganni di re Brian, evitò di prendere le monete d'oro. Ne aveva viste troppe trasformarsi in cenere alle prime luci dell'alba, incanto che invece non capitava ai gioielli. Quando fu soddisfatto chiese a Lahin se andasse bene e lei annuì con noncuranza. Sembrava avere la mente persa in altri pensieri e questo fece preoccupare l'uomo che azzardò: " Se il mio compito è concluso, gradirei fare ritorno alla mia terra, signora. "
" No - esclamò decisa la strega - per questa sera cenerai con noi e domattina potrai andartene. " E se ne andò lasciandolo a pensare al da farsi. L'uomo si ritirò nella stanza dove aveva dormito, si sedette sul letto e sciolse l'involto che aveva portato con sé, i doni di Titania, li riguardò e pensò a come usarli nel gioco che Lahin evidentemente aveva intenzione di giocare.
Dopo una cena abbondante ma silenziosa, la strega disse: " Narratore, so che conosci le leggende su Afelia, ma penso che l'antico sapere sia andato perduto, anche tra il Popolo Segreto. I lycan non furono un avvenimento improvviso, la loro esistenza data nei millenni. Quando gli invasori romani vennero a devastare le nostre regioni , i Pitti e i Caledoni si opposero strenuamente, fino a che Adriano non fece erigere il muro da Segendum a Coggabata, fino a Maia. Per due secoli resse contro i nostri popoli poi, richiamati dal Popolo Segreto che aveva stretto un alleanza con i Warlords, giunsero a combattere le tribù dei Lycans delle Brume. Per secoli avevano vissuto nell'ombra e su di loro correvano soltanto vaghi mormorii. Troppo terrificanti per essere creduti veri, troppo veri per non diventare l'incubo dei romani. Il bagno di sangue che scese su di loro fu di proporzioni inaudite e i Lycans si guadagnarono il rispetto delle nostre tribù, e patti di non aggressione da entrambe le parti.





Se ne andarono come erano venuti, nel silenzio, lasciando impronte di sangue nella nostra memoria e racconti del terrore nelle guarnigioni romane che a stento avevano trovato scampo tra le rovine di Birdoswald. La forza di un lycan è leggenda, la sua semi immortalità lo rende quasi un dio. Da sempre streghe e negromanti hanno cercato di unirsi a loro per partecipare del loro spirito. Per noi sono un dono, - mormorò - che vale ben più di un patetico tesoro."
" Non avevo idea di tutto questo e certo - rispose il Narratore - adesso molte cose mi appaiono chiare. Quel che si narra, finisce sempre per mutare nel passare di bocca in bocca. Te ne ringrazio. Ed ora, posso andare a dormire, in previsione del viaggio di domani? "
" Certamente, - replicò la strega - vai pure. Passerò a salutarti."
Nel profondo della notte il Narratore ebbe però dei sogni agitati, come una premonizione di pericolo. La finestra lasciava scivolare, attraverso i pesanti vetri piombati, la diafana luce di una luna piena ghignante nel cielo. Anche le ombre sembravano volersi scostare davanti a lei, rendendola padrona dell'uomo disteso sul letto, lasciandolo al suo destino. Un breve frusciare, inatteso, riscosse il Narratore dal suo riposo e, nel varco della porta rimasta aperta, vide avanzare delle minuscole fiammelle.







Continua nella settima puntata, QUI: La favola del Signore del Wangshire 7


LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 21.01.2013)

© Crenabog 




Così, quella notte, mentre il Narratore riposava in vista della partenza, nella camera che gli era stata riservata alla corte del Popolo Segreto, la regina Titania chiamò a colloquio l'Uomo della Luna e gli fece una precisa richiesta. Il minuscolo essere magico fu lieto di esaudire i suoi desideri e molto prima dell'alba fece scendere il suo dono dal lato oscuro della Luna. Infine, svegliato il Narratore, Titania gli diede alcuni buoni consigli e quel che ritenne più utile per il viaggio. Accompagnata dalle sue fate lo scortò alla Porta del Corvo che Piange ma, prima che vi accedesse, si premurò di fargli bere un liquido color rubino. "Potrà stordirti, e sarà bene che lo faccia, così forse riuscirai a non farti sopraffare.." poi aprì la porta e restò a guardarlo avanzare nella luce. Il Narratore, con la mente ovattata e gli occhi socchiusi, precipitò in un vortice luminoso, lo sconvolgente caos informe prodotto dal convergere, nel nodo della Forza, delle migliaia di vite vissute dagli abitanti delle zone tra il regno di Titania e Afelia. Gemiti di amore, vagiti di neonati, imprecazioni, sofferenza, lamenti strazianti, risate, morte e pianto: ogni cosa precipitò dentro il suo essere, attraversandolo e tentando di strapparlo alla sua sanità mentale. Visse e morì mille volte e mille ancora. La potenza del filtro però fu tale da ottenebrare i suoi sensi a sufficienza; in pochi attimi fu fuori, anche se sembrò che fossero trascorsi anni. Nella nebbia che avvolgeva la pianura spiccava solitaria una enorme torre, corrosa dal tempo e dagli eventi: tutto quello che restava di Afelia, la gloria degli Elfi. Il Narratore si incamminò nel silenzio, tentando di mantenersi in equilibrio sulle gambe malferme. La distanza non era molta perché aveva visualizzato bene il luogo dove sarebbe dovuto giungere, grazie alla descrizione della regina, e presto si trovò davanti ad un grande portale spalancato, i resti divelti e ammuffiti sparsi all'intorno. Sentì un rumore, si voltò e scorse, poco distante, tra i lembi di nebbia che si alzavano, uno sterminato cimitero. Seduta, con un sorriso beffardo, una strana bambina lo osservava.


" Una visita! Ma che gioia! Eravamo soli da così tanto. ..", disse alzandosi e avvicinandosi all'uomo. Sbigottito, il Narratore osò domandarle chi fosse.

" Ma la padrona di Afelia, chi altri potrei essere? Vedi forse qualcuno, oltre a me? Vieni, ti farò conoscere una persona e potremo parlare. Magari posso offrirti qualcosa, se vorrai.."

Lo prese per mano e lo condusse nel castello, attraverso enormi stanze gelide, verso una tenue luce. " Ti mostrerò la migliore stanza, quella in cui ci piace vivere."

Entrarono in una biblioteca i cui contorni si perdevano nel buio, i muri seguivano strane angolature e persino il pavimento, istoriato da simboli sconosciuti, sembrava ondeggiare. "Qui gli elfi conservavano tutto il sapere del mondo. Abbiamo avuto un tempo lunghissimo per leggere tutto. Non si rendevano neppure conto di quanto avessero, persi nel loro ideale di costruire il mondo esterno secondo i loro bisogni. Oh, sì, nulla che non fosse elfico era abbastanza puro per loro. E come si prodigavano nel distruggere qualsiasi cosa pensassero non fosse all'altezza. Ma tutto si paga, viaggiatore, oh certo, e anche molto lo si paga. Ne avrai forse sentito parlare.."

" Molte leggende mi sono state raccontate, piccola, e credevo non esistesse più niente ad Afelia."

La bambina rispose con una risatina fredda come lo stridere di una lama.

" Sapere, sapere...sono tante le cose che la gente non sa. Il segreto stesso dell'esistenza è sempre lì, nel sapere. Come si farebbe a vivere, altrimenti? Ma capirai, tra poco."

Il Narratore, intento a guardare le altissime fila di libri, si girò verso di lei ma non c'era più. Invece, in fondo, vicino ad un camino scoppiettante, notò un altra figura: un uomo di età indefinibile, certamente vecchissimo, curvo e con un libro tra le mani nodose. Non aveva fatto pochi passi verso di lui che questi alzò la testa.




Non disse nulla, si limitò a guardarlo, l'espressione malevola non prometteva nulla di buono. Il Narratore allargò le braccia e fece un segno di saluto, dimostrando allo stesso tempo rispetto e di non essere armato.

" Perdonate l'intrusione, signore. Ritenevo Afelia disabitata e non vorrei recare disturbo."

Il vecchio tornò alle sue letture, come se non fosse accaduto nulla. Ma il Narratore avvertì un fruscio alle spalle e si voltò. Nel buio aleggiava un volto di donna:

" Nessun disturbo, Narratore. So chi sei e quale motivo ti ha portato qui. E magari potrei anche essere disposta ad uno scambio equo. Io leggo dentro di te, quindi non ingannarmi. La bambina? Non temere per lei. Sono sempre io, Lahin, la signora di Afelia, la padrona di tutta la polvere che c'è qui; posso essere quel che voglio, e anche quel che vuoi tu." " Perciò, prima che tu mi rivolga domande inutili, ti spiegherò quel che hai visto e quel che voglio. Mi hai detto di sapere le leggende che si narrano su questo posto, sì, sono io la causa della rovina degli elfi. Noi streghe abbiamo una vita lunghissima e non me ne sono mai andata. C'era anche un altro motivo, oltre al piacere di regnare sui loro stupidi resti. Quando Lord Sachan imperava, ebbi da lui un figlio; speravo che sarebbe stato un lycan anche lui, immortale e potente, un figlio tale da condurre la lotta ovunque, fino ad impossessarci di ogni regione. Ah, avrei fatto rivivere la nostra magia in ogni dove. Purtroppo, quando nacque, il destino del mio amato Lord Sachan si era già compiuto e mi resi conto che da lui aveva preso la forza di vivere a lungo, molto a lungo, ma non lo spirito del lupo. La mia natura umana glielo aveva impedito. Non volle mai addestrarsi a combattere, preferì piuttosto diventare un sapiente. Si rifugiò in questa biblioteca e qui crebbe, e ancora ci vive. E' l'uomo che vedi laggiù, ovviamente."


"Col passare degli anni, mi sono resa conto che la sua esistenza andava legandosi intimamente a quei libri che tanto lo interessavano. Qualche incantesimo era stato approntato qui dentro, dagli elfi, per impedire che la loro biblioteca fosse trafugata o smembrata. Non si può sfuggire ai libri, una volta che ti hanno preso, vivi fino a che li leggi. Così, capisci, mio figlio fu costretto a restare qui dentro, a leggere, di continuo. Era ancora un uomo nel pieno delle forze quando iniziò un rapido declino. Lo vedevo invecchiare rapidamente, sempre più. Guardalo ora. Non ti mette pena? "

" Signora, cosa posso fare io? Non sono certo un mago e non so come aiutarti."

" Mio figlio ha bisogno di nuovi libri. E tu sei un Narratore, quindi gli narrerai tutte le tue storie. Non devi preoccuparti del tempo che ci vorrà. Posso fermarlo per te, sarà come se non fosse trascorso. Tu li narrerai, io li scriverò, lui li leggerà. E così, potrà vivere ancora. Se farai questo per me, ti ricompenserò bene."

" Sia come vuoi, allora. Narrerò le mie storie e speriamo gli piacciano."

" Questo conta poco. L'importante, te lo dicevo, è il sapere. Quanto, non cosa. E sempre nuovo. Ma oramai, hai visto, ha già letto tutto quel che c'era. Ora però devi dormire, di là - e indicò la porta di una stanza illuminata dalla luce della luna - troverai un letto. Hai da mangiare o devo provvedere io? "

" No, signora. Ho con me le provviste. Andrò a dormire e poi inizierò a narrare."

Il Narratore lasciò la biblioteca e andò a distendersi sul morbido giaciglio. La sua mente vagò a lungo, guardando la luna alta nel cielo, cercando di ricordare più storie possibili.





Continua nella sesta puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 6