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lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 26.03.2014)

© Crenabog 




Si spostava soltanto la notte, ed era comprensibile.

Sembrava non volersi mai fermare, ma la sua destinazione gli era ben chiara in mente.

Conquista. Dominazione.

Il Re Troll continuava nel suo cammino.

I giorni e le notti si succedevano quietamente, in quel morbido periodo dell'anno in cui tutto sembrava dilatarsi, come se il tempo stesso si fosse troppo stancato dei rigori invernali e avesse deciso di concedersi una pausa. L'aria si addensava carica di aromi fruttati, effluvi densi dal sottobosco, e folti sciami di insetti ronzavano canzoni sconosciute, rincorrendosi tra le foglie. La vita dell'antico villaggio aveva ripreso il suo corso anche se la tragedia che lo aveva colpito aveva portato via con sé molta della gioia di vivere che lo caratterizzava. Forse anche per questo una certa alleanza si era andata formando, tra gli umani e alcuni esponenti del Buon Popolo, che talvolta si lasciavano vedere. Di solito erano minuscoli folletti che tentavano di rallegrare i bambini, i pochi rimasti, e subito sgusciavano via, lasciando in loro la fugace impressione di aver visto qualcosa, o forse no. Il borgomastro e il Narratore avevano concertato il tutto d'accordo con re Oberon: certo, solo il Narratore era autorizzato a fare da tramite tra le razze, ma la loro esistenza era stata svelata e pubblicamente compresa ed ammessa, dopo l'aiuto che avevano fornito nella lotta contro gli spiriti maligni. Quindi il Narratore poteva dirsi soddisfatto nel vedere che un periodo di relativa quiete era sopraggiunto: poteva lasciare Finbar correre da Cinnia senza preoccuparsi, poteva trascorrere il suo tempo con Paulie nella dimora incantata di Titania e non viaggiava più come una volta. Il tesoro che aveva accantonato dopo il crollo della dimora della strega lo rendeva libero di vivere come desiderava, e non erano certo monete del paiolo di re Brian Borough, sulle quali entrambi - certo, dopo qualche boccale di sidro ben fermentato - scherzavano pensando ai tanti gonzi che credevano di diventarci ricchi..




Monte Atro, con tutti i suoi anfratti, le ripide gole, gli squarci rocciosi che improvvisi si stagliavano contro la volta azzurra e la cascata che a valle formava il fiume che tagliava lo Shire, era diventato il terreno di caccia dei troll: abbandonato dal Popolo Segreto, tra i suoi sentieri solo i loro passi pesanti rimbombavano la notte mentre cercavano cibo. Nessuno aveva più un motivo a contendere e i troll potevano sentirsi liberi, finalmente, da ogni costrizione.

Tutto questo era ignoto al Re Troll, che aveva abbandonato Gorya dopo i massacri perpetrati dal Serpe del Gelido Nord, ed aveva deciso di trovare un nuovo regno su cui dominare. La rabbia per le innumerevoli perdite nel suo popolo, l'impotenza contro la carica distruttiva del Serpe, lo avevano accecato ed era diventato quasi folle; implacabilmente avanzava, radendo al suolo alberi e vegetazione, con l'unico pensiero fisso di arrivare a Monte Atro e diventare il capo dei troll che sapeva abitarlo.

Così fu che, una notte di luna piena, il Re Troll arrivò all'ingresso delle caverne, fiutando l'odore della sua stessa gente, e iniziò ad urlare che venissero fuori, che era finalmente giunto per condurli verso una nuova era di dominazione su tutti gli altri esseri viventi. Immensa fu la sua sorpresa quando la pioggia di pietre lo colpì, e lo scherno dei bruti lo costrinse ad arretrare, sempre più e sempre più in fretta, scendendo tra gli arbusti spinosi fin verso la vallata addormentata. Il fiato cominciava a mancargli, si appoggiò ad un grande albero cercando di pensare a cosa fare ma, improvvisamente, la corteccia sembrò prendere vita e immagini scivolarono come veleno nel suo cervello. Non poteva sapere che ai piedi dell'albero si era fermata la piota vagante che portava l'invidia della strega, scacciata dal Popolo Segreto e ritenuta persa chi sa dove. Se ne era rimasta accovacciata lì sotto e lentamente la sua corrosione si era comunicata alla linfa vitale, mutandolo in un consigliere avido di crudeltà: il compagno ideale per il Re dei Troll che restò a lungo abbracciato al tronco, pensando, pensando, fino a cadere addormentato in un vortice di sogni.




                         Continua nella seconda puntata, QUI : La favola del re dei troll 2

LA FAVOLA DI ABIDIAN (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 21.02.2014)

© Crenabog 




La gazza, dopo aver ascoltato le istruzioni del Narratore, spiccò il volo e si divertì ad inseguire i piccoli ghiotti insetti volanti, si tuffò tra le spesse nuvole, si lasciò distrarre dai riflessi del sole sui ciottoli levigati dei ruscelli, ma alla fine riuscì ad arrivare alla reggia di re Oberon. Fece un gran chiasso, alle pendici della collina fatata, sin che non vennero fuori alcuni folletti che capirono dovesse trattarsi di un messaggero. Tra di loro un bogan si vantava di saper parlare con gli animali e, colta al volo l'occasione di pavoneggiarsi con gli altri, iniziò a squittire alla gazza. Che, a modo suo, benchè leggermente perplessa, rispose. Il bogan, raggiante in viso - un viso da bogan, verdognolo e bitorzoluto, va detto - esclamò che l'animale portava un messaggio del Narratore per il re e si precipitò a riferirlo al signore del Popolo Segreto.


Re Oberon annuì, conscio degli sviluppi del caso; rifletté, accarezzandosi la barba, poi spedì subito il folletto nelle profondità della reggia, dove ancora alloggiava la regina Mab, che aveva approfittato della sua visita ai regnanti per stabilirsi in una camera anche troppo grande per le sue necessità, insieme alle sue ancelle e alla minuscola corte che si era portata dietro. La regina delle fate non ci pensò due volte, discusse con Oberon su come risolvere la faccenda e partì al galoppo - se così si poteva definirlo - in groppa alla sua lumaca preferita, diretta alla radura di Abidian. Difficilmente avrebbe corso dei pericoli, Mab era piccolissima e, benché le fate avessero il potere di cambiare statura a seconda del loro desiderio, preferiva restare tanto piccola da poter viaggiare sulla sua carrozza trainata dalle cavallette, o volare cavalcando upupe dalla bizzarra criniera.




Orna Baba si sedette sulla sua sedia preferita, una grande seggiola di legno intarsiato e annerita e resa lucida dal tempo. Pose davanti a sé un grande piatto colmo dei funghi raccolti da Bobul, li annusò complimentandosi con sé stessa per la perfetta cottura e disse a Finbar:

- E adesso possiamo procedere a chiamare la tua amichetta, giusto, ragazzo?

Non nascose un sorriso volpino, mentre brandiva nell'aria un grande cucchiaio di olmo.

- Userò una potente magia simpatica, nel senso che ciò che adopererò qui si rifletterà dove si trova lei, ricordandole la terra e di conseguenza te. Sentirà una grande malinconia e avrà voglia di tornare quaggiù, sempre che il Ragno Lunare non abbia nulla in contrario ad aiutarla e soprattutto, suo padre non abbia deciso di trattenerla nella sua dimora.

- Come pensi di fare, Signora? -, esclamò il figlio del Narratore, piuttosto nervoso all'idea del pagamento che gli sarebbe stato richiesto.

- Semplice! Cioè, semplice per me che sono una grande strega! Certamente tu non potresti mai farlo.. ora, mangerò volentieri questo tuo dono, concentrandomi sul fatto che sono stati colti pensando a Cinnia e, lanciando il mio spirito come un ago fin sulla Luna, farò apparire l'immagine dei funghi alla tua amica. Lassù non ne crescono di sicuro, non trovi? Quindi capirà che l'idea le viene dalla Terra, e penserà a te e vorrà rivederti prima possibile. Legherò questo mio pensiero ad un incantesimo d'amore che lo renda più forte; oh, vedrai, non potrà resistere.. -, e si concentrò, mentre intorno a lei si addensava una coltre di oscurità che Bobul non capì se fosse frutto della magia che si stava compiendo o semplicemente fosse fumo proveniente dal calderone rimasto a bollire sul falò, e nel quale i pochi funghi rimasti stavano allegramente passando dal bollire al carbonizzarsi.




Cinnia passeggiava tra le rocce perennemente immobili e polverose del suolo lunare, accompagnata dal gigantesco Ragno, vagamente stanca di stare lì. La malia del luogo aveva pian piano iniziato la sua opera di corrosione: se non si stava attenti si finiva per dimenticare che potesse esistere qualcosa d'altro oltre alle sterminate pianure, alle straordinarie montagne rocciose e alla sfavillante abitazione di suo padre, l'Uomo della Luna, che per decenni aveva raccolto minerali più o meno preziosi e l'aveva istoriata fino a farla diventare una vera piccola reggia. Nel profondo del suo animo, la ragazza, ancora poco più che una bambina, ricordava qualcosa, sentiva che c'era un legame che avrebbe dovuto farla ritornare dal Popolo Segreto ma era tutto così sfumato, sembravano solo sogni che si rincorressero. A volte il cuore le batteva più veloce, e sentiva come se stesse arrossendo ma non ne capiva il motivo. Suo padre, che in verità aveva accettato il fatto che fosse legata a Finbar per la legge fatata che prevedeva che chi avesse dato il nome ad una fata avrebbe creato una unione inscindibile, ma ancora non si sentiva pronto a distaccarsi da quella sua creatura tanto amata, si era ben guardato da parlarle del Popolo Segreto e tanto meno di Finbar, in quei giorni trascorsi insieme sul satellite, circondati dalla loro magica atmosfera. Cinnia, stanca, sedette su una roccia, volse il capo in alto e guardò quel pianeta così vicino e così pieno di colori, tanto diverso dal panorama silenzioso che la circondava. Poi, cosa assolutamente inattesa, tutto intorno a lei prese a cambiare forma, le rocce, i sassi, tutto si trasformò in un gioioso, rutilante, ammasso di funghi colorati. Cosa erano quelle cose? Da dove venivano? La sorpresa la colse ed ecco che le forme familiari di Bosco Buio le tornarono in mente: il fiume che lo attraversava precipitando da Monte Atro, i tumuli sotto cui si nascondevano le dimore dei folletti, l'antico villaggio che aveva scorto nascosta tra i rami degli alberi più alti, gli alberi.. oh sì, e l'aria profumata, il vento caldo, il cielo azzurro e la sua casa coperta di muschio! Paulie, con la quale aveva stretto la migliore delle amicizie, Paulie che nuotava nuda nel lago sotterraneo di Titania, Paulie che amava.. chi amava? Ah, certo, il Narratore, quell'uomo sempre in viaggio alla ricerca continua di storie da tramandare e avventure da vivere. Un momento.. il Narratore, il padre di.. Finbar le esplose in mente e ricordò tutto, cominciando a barcollare, in preda ad una euforia inarrestabile. Non poteva restare lì neanche un minuto, adesso che tutto le era tornato chiaro!






Continua nella settima puntata, QUI : La favola di Abidian 7


domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 16.09.2013)

© Crenabog 




Nella grotta del lago sotterraneo dove Titania aveva allestito l'alloggiamento di Paulie, per consentirle di vivere tra di loro e di avere sempre l'acqua a disposizione per poter nuotare, l'atmosfera non era delle migliori. Benché amorevolmente attorniato dalle fate e dalla stessa Paulie, il figlio del Narratore trascorreva il tempo tristemente, dopo aver avuto notizia della morte della madre. Essendo spesso in viaggio col padre e ancor più spesso in giro da solo nelle profondità di Bosco Buio, negli ultimi tempi si era trattenuto poco, troppo poco, a casa e ora rimpiangeva di non esserle stato vicino anche se, grazie a questo, si era salvato. Anche se stava decisamente crescendo, restava poco più che un bambino e tutti i momenti felici della sua infanzia tornavano a tormentarlo. Paulie cercò in tutti i modi di consolarlo, sempre senza mai fargli pesare il suo amore verso il padre e inventò per lui nuovi giochi e racconti per distrarlo.


Nella grande grotta, pulsante di una morbida luminescenza dovuta a certi funghi sotterranei diffusi su tutte le pareti, il tempo scivolava via senza soluzione di continuità, dilatandosi morbidamente nel quieto silenzio interrotto dalle risate delle fate e dal ritmico gocciolare delle formazioni rocciose. Paulie ogni tanto cantava, antiche canzoni del suo popolo, le fate foca dei mari del nord, con la sua voce a tratti roca, a tratti cristallina ma molto diversa dalla modulazione che un umano avrebbe dato. Il ragazzino si incantava perdendosi in quelle note e sembrava dimenticare, anche se per poco, la tragedia che lo aveva colpito. Pian piano comprese e accettò il fatto e il suo spirito iniziò a proseguire il cammino della vita, mentre nuotava scivolando lento sotto il pelo dell'acqua, tra le magiche ninfee sotterranee.


Era una notte buia, al punto che l'oscurità sembrava poter inghiottire anche il riverbero delle luci delle fiaccole accese lungo il sentiero che portava alla collina di re Oberon, quando il portavoce dei troll e la sua scorta giunsero. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerato che la luce del giorno paralizzava gli enormi esseri al punto da indurre le loro funzioni corporali ad una stasi quasi mortale. Se fossero rimasti a lungo esposti ai raggi solari, sarebbero stati prede inermi dei nemici, e avrebbero potuto comunque morire internamente anche se non attaccati da alcuno. Con grande difficoltà riuscirono ad entrare nel mondo sotterraneo del Popolo Segreto, e a sedersi nella enorme sala reale. La discussione durò un tempo infinito, i troll non amavano avere rapporti con nessuno, e di solito scendevano solo per divorare e depredare le zone circostanti. Erano creature estremamente pericolose e solitamente inaffidabili ma il loro portavoce sembrava avere grande voce in capitolo e gli altri obbedivano ad ogni suo cenno, limitandosi a restare silenziosi e fermi. Re Oberon spiegò la situazione e Rogh, il portavoce, ammise che bisognava prendere provvedimenti prima che la Corte infernale perdesse il controllo e devastasse anche i territori dei troll. Il re del Popolo Segreto chiese quindi se fossero disposti a combattere insieme a loro, certo che la loro forza avrebbe costituito un elemento di favore potente: Rogh replicò che una contropartita era necessaria e propose un accordo. Oberon si consultò con Titania e i dignitari, in molti scossero la testa e imprecarono, ma alla fine dovettero cedere. E i troll ripartirono nel buio.





Il Narratore venne quindi chiamato e lasciò suo figlio insieme a Paulie, per risalire la scalinata che conduceva alla sala delle riunioni di corte.


- Eccoti qui - disse Oberon. - Ho preferito non farti essere presente, i troll non amano il Popolo Segreto e ancora meno amano gli umani. Non volevo pensassero che volevamo ingannarli; comunque, la trattativa è stata conclusa.

- Sembra una buona notizia, sire.

- In verità, non ho idea di quanto lo sarà. Hanno accettato di scendere in campo con noi ma ho dovuto dargli quel che hanno sempre voluto..

- Cosa, se posso chiedere?

- Un trattato. Abbiamo dovuto riconoscere pubblicamente la loro forza, cosa alla quale tenevano particolarmente, essendo i troll una razza molto suscettibile e orgogliosa. E concedere loro il Monte Atro, promettendo che il Popolo Segreto non vi abiterà più, né sulla superficie né nelle profondità. Dovremo quindi avvertire tutti gli esseri fatati di allontanarsi e trovare altri alloggiamenti. Potrebbe essere un problema, questo.

- Perché mai?

- Perché ve ne sono moltissimi, di ogni specie: intanto, dovremo creare case per loro, anche se Bosco Buio è così grande che credo sarà abbastanza facile.


Il guaio è che molti di noi sono poco malleabili. Immagina andare a dire ai pooka, ai kneveleddin, agli spiriti, ai guardiani dei prugnoli e a tutti gli altri, quegli altri che di solito prima attaccano, uccidono e poi ti stanno a sentire, di lasciare le loro terre.. Mah. In qualche modo faremo. Da domattina le nostre fate voleranno su monte Atro e avvertiranno tutti, diffondendo la voce, noi invece da stasera stessa manderemo gli gnomi e i folletti a creare nuove case sugli alberi, sotto le colline.

- E magari anche a realizzare nuovi tumuli, direi. Sotto, potranno scavare e allargare le loro dimore quanto vorranno.

- Già. Re Brian, vuoi venire qui, per favore?

- Maestà?

- Immagino che tu abbia ascoltato, anche se facevi finta di stare a giocare seduto su quella pentola di monete d'oro. Per cortesia, comincia a farla sparire, qui non ne abbiamo bisogno. Ecco. Allora, puoi mandare i tuoi folletti a fare questo lavoro? Adesso?

Re Brian, sentendosi leggermente in colpa per aver origliato tutto, sorrise e si dichiarò disponibile ad eseguire l'ordine quanto prima, poi si congedò e tornò ai suoi possedimenti. Ma non prima di aver fatto comparire piccole pentole di monete qua e là, nei corridoi della reggia di Oberon, per la felicità degli spriggan che corsero a prenderle.. e per il loro disappunto quando scomparvero alla prima luce dell'alba.





Continua nella settima puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 7