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martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DELLE CASTAGNE

 (prima pubblicazione 26.09.2014)

© Crenabog 




Era una serena giornata d'autunno e tra gli alberi di Bosco Buio spirava un refolo di vento appena accennato, come un sospiro che preannunziasse i giorni freddi che sarebbero giunti. Tra i cespugli e l'erba ancora verde fluiva tutta la brulicante vita degli insetti e dei minuscoli animali, affaccendati nella quotidiana ricerca del cibo e i loro sommessi rumori stendevano nell'aria la vibrante sinfonia della natura. In questa placida, pacifica atmosfera, passeggiavano il Narratore e Paulie, senza parlare, godendosi semplicemente il tutto che li circondava, e ponendo attenzione a non infastidire troppo le bestiole. Il vento muoveva i lunghi capelli della fata foca, come uno strascico tessuto da lembi di ragnatela rilucente ai bagliori del sole che filtrava tra le cime dei maestosi alberi. Quand'ecco, la loro attenzione venne attratta da un susseguirsi di strani gridolini rabbiosi provenienti dal folto del bosco: incuriositi lasciarono il sentiero appena accennato dai molteplici passaggi dei folletti e si fecero largo tra la vegetazione.




Sotto un gigantesco castagno se ne stava, sconsolato, un giovane leprechaun, tutto azzimato nel suo panciotto verde, le fibbie d'ottone delle scarpe rilucenti e la barba rossa ancora non folta ma curata. Poggiato in terra, c'era il solito pentolone di monete che ogni bravo leprechaun si porta appresso, sia mai comparisse un arcobaleno, per porvelo sotto. Prendeva a calci il suo cappello di panno verde, evidentemente infuriato per qualche motivo. Si fecero avanti e il Narratore disse:

- Buona giornata! Possiamo esserti utili?

Il leprechaun, che come tutto il popolo dei Sidhe ben conosceva l'uomo, rispose:

- Ah, siete voi! Serena e limpida giornata! Tranne che per me, è ovvio..

- Cosa ti rende così sconsolato, dicci.

- Sapete come succede, certi giorni ti svegli con una idea in testa, una voglia di qualcosa... e non ti dai pace fin che non ce l'hai, quella cosa. Bene. Stamattina mi si era ficcata in testa l'idea di cucinarmi un pentolone di castagne. Ne avrei fatto un bel piatto, morbide, profumate, con un brodo di erbe del bosco.. ma niente!

- Come niente, non ne hai trovate?

- Per Toutatis, certo che ne ho trovate. Non è forse questo, guarda un po', un meraviglioso castagno? Un castagno alto, folto, e pieno di castagne?

- Certo che lo è!

- Appunto. Ed è bello alto, vero?

- Oh, sì. - , aggiunse Paulie, sorridendo.

- Ed è così alto che non arriverò mai a prenderle!

- Ma guarda - fece il Narratore - guarda quanti ricci ci sono in terra. Prendi quelle, no?

- Che Belenos ci protegga, anzi, che protegga le mie mani delicate! Appena ho provato a prenderne una mi sono riempito il palmo di spine e ci ho messo un ora, urlando e piangendo, per levarmele. No, grazie!




- Mh, - rifletté l'uomo - allora forse ti serve una mano, eh?

- Sarebbe di certo molto apprezzata, mio caro!

- Ma noi non ti prenderemo le castagne, oh no, dovrai pensarci da solo!

- Ah, e questo sarebbe un aiuto?

- Pensaci un po', - fece Paulie. - Se te le prendiamo, la prossima volta che le vuoi e noi non ci fossimo, resteresti di nuovo senza, non è così?

- Anche il tuo ragionamento è corretto, mia signora.

- Quindi - disse il Narratore - ti diremo come fare e poi lo farai da solo. Ti va bene?

- Oh sì, grazie. Cosa devo fare?

- Intanto, troviamo.. ah, quella penso vada bene.. sì, una o più belle pietre piatte, ecco, le portiamo sotto l'albero.. ecco fatto. Ora, ce l'abbiamo un fazzoletto?

Il leprechaun estrasse dal panciotto un fazzoletto quasi più grande di lui - i leprechaun mica son tanto alti, si sa - e glielo porse.

- Dunque, guarda come devi fare. Prendi un bel ciottolo rotondo, eccone uno.. lo metti in mezzo al fazzoletto ripiegato, tieni i due capi in una mano.. così, bravo, ora fallo ruotare velocemente.. poi lascia andare un capo e il ciottolo tiralo verso l'alto.

Il folletto ubbidì, era giovane e pronto ad apprendere al volo cose che magari potevano essergli utili un domani per fare qualche birbonata. La pietra volò tra le chiome dell'albero, smosse i rami, un riccio si staccò e, cadendo sulle pietre piatte, sbatté e si aprì.

- Ecco pronta la tua castagna, contento?

- Ah, ma che bella pensata! Ma grazie, grazie ancora! Posso invitarvi nella mia casa per bere qualcosa?

I due risero, scuotendo la testa.

- Grazie, ma so benissimo che dopo diventeresti un claurichaun e combineresti qualche guaio. No, grazie, fai conto che ci siamo venuti, gentilissimo.

- Allora, - disse la fata foca - cosa hai imparato stamattina, giovane folletto?

- A tirar giù i ricci con i sassi!

- Ah, ah! Ma no, o meglio, pensaci un po'. Che per avere quel che si vuole non serve essere alti!

- E non serve nemmeno essere forti ,- aggiunse il Narratore. - Basta solo essere intelligenti!

E lo lasciarono, contento e indaffarato a tirar giù tutti i frutti che poteva.




*** FINE ***



sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DEL CUSCINO DI RE OBERON

 (Prima pubblicazione 21.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, oltre la valle dei Tumuli e nel folto di Bosco Buio, la collina sotto la quale viveva il Regno Segreto, governato da re Oberon e da sua moglie, Titania. Ora, accadde che re Oberon, per chi sa quale motivo, non riusciva più a dormire e questo lo aveva fatto diventare molto nervoso. Tutti sapevano quanto potesse diventare furioso il re, quando si arrabbiava, quindi folletti, gnomi, leprechaun, goblins e ogni altro abitante del mondo fatato cercavano una soluzione al problema. Anche re Brian, capo dei folletti, convocato a corte si scervellava tentando di trovare rimedi quando ebbe l'idea di andare a chiedere al Narratore. Detto fatto, seguito al solito dai suoi lacchè e fiduciari si incamminò verso l'antico villaggio. Giunsero a notte, non amavano farsi vedere dalla gente del posto, e bussarono alla porta del Narratore. Venne ad aprirgli il figlio e li condusse da lui. Se ne stettero a confabulare a lungo poi il Narratore ricordò una leggenda che aveva sentito tempo prima: sembrava che nelle grotte dei trolls fosse custodita un oca dalle piume morbidissime, che certo avrebbe dato al re un cuscino perfetto per dormire. Senza starci a ragionare oltre, i folletti si attrezzarono di tutto punto e partirono. Attraversare il Bosco Buio non fu complicato, si fermarono alla locanda di Tom de Danann a pranzare e bere birra, e proseguirono cantando canzoni follette e scambiandosi racconti e battute. Giunti che furono alle pendici di Monte Grigio, alzarono lo sguardo verso le caverne dei trolls, e prepararono il campo per la notte. Mai uscire di notte quando i trolls si muovono, lo sapevano bene!


Alle prime luci dell'alba si inerpicarono fino a raggiungere le caverne, in lontananza si sentiva il forte russare dei trolls e il loro terribile puzzo. Girarono in lungo e in largo alla ricerca dell'oca dalle piume morbidissime ma, arrivati in una sala sul cui pavimento erano disseminate tutte le ruberie dei trolls, tesori, scheletri, tutto l'immaginabile, videro una gabbia con due oche dentro, che dormivano. Si guardarono perplessi, senza sapere che fare ma re Brian, nella sua sterminata incoscienza, si buttò subito a spennarle tutte, aiutato dai suoi folletti, alcuni dei quali facevano da vedetta nel caso i trolls si fossero risvegliati ma era giorno e ovviamente gli orridi abitatori delle montagne non avrebbero mosso un passo alla luce del sole per paura di diventare di pietra. Re Brian finì di riempire un enorme fodera di cuscino con le piume e scapparono di gran carriera. Una volta al sicuro nella reggia di re Brian, i folletti si misero al lavoro per cucire e ricamare uno stupendo cuscino per il re Oberon, con l'emblema del Grande Lupo Notturno, sperando che servisse ad agevolare ancora di più il suo sonno.




Finalmente, tutti in corteo, si presentarono da re Oberon a consegnargli il dono. Il sovrano del Popolo Segreto, sentito la storia avventurosa, fu molto soddisfatto, li ringraziò promettendo loro bei doni e pensò di provare subito il cuscino. Lo poggiò sul letto ma... il cuscino prese il volo e iniziò a ballonzolare verso l'alto della sala reale! Tutti correvano qua e là nel tentativo di prenderlo e re Oberon diventava sempre più furioso quando, da una fessura del muro, sbucò un minuscolo spriggan che disse:- Ma cosa avete fatto dai trolls? Re Brian disse delle due oche e lo spriggan, ridendo:- Ma come, lo sanno tutti che i trolls custodivano le due oche più rare del mondo. Quella dalle piume morbidissime e quella capace di volare fin sulla luna! Non avrete mica mischiato le loro piume, vero? - disse, rotolandosi in terra dalle risate. Re Oberon, appena sentì cosa era successo, afferrò il minuscolo re Brian per un piede e lo lanciò verso il cuscino. Terrorizzato, re Brian ci cascò sopra e lo fece tornare verso terra. Le fate del regno riuscirono a legarlo con fili d'argento alla testata del letto e finalmente re Oberon poté provare a dormire. E come dormì! Ma re Brian e i suoi non restarono ad aspettare il suo risveglio, preferirono scappare il prima possibile.. Il Narratore e suo figlio, che erano stati chiamati dal corteo di re Brian affinché andassero con loro a portare il dono a re Oberon, invece, si godettero l'ospitalità di Titania al suo sontuoso banchetto di ringraziamento, prima di riprendere la via di casa con una nuova storia da narrare.





*** FINE ***

venerdì 21 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 01.02.2013)

© Crenabog 





" Finalmente, sei tornato. Iniziavamo a preoccuparci, poi le fate di Bosco Buio ci hanno avvertito che eravate ospiti di re Brian - esclamò Oberon, Signore del Popolo Segreto.- Immagino che te la sarai cavata bene, a quanto vedo!"

" Grazie, maestà. Ho avuto qualche incontro imprevisto ma alla fine sì, è andato tutto bene e ho potuto portare con me una parte del vecchio tesoro di Afelia."

" Sicuramente ti riferisci a Lahin; non credevo che fosse ancora là. Che fine ha fatto? "

" L'ho persa di vista quando le mura del castello non hanno retto e sono cadute. Immagino che possa essere morta ma non ne sono sicuro."

" Ad ogni modo non mi preoccuperei, il Portale è stato legato da un incantesimo e non può oltrepassarlo, quindi, a meno che non voglia viaggiare fin qui, e ne dubito, e sempre che sia ancora viva, Lahin non è un nostro problema. E poi,- fece, rivolto alla sua corte, - se mai si presentasse qui troverebbe una accoglienza adatta a lei! Giusto?" , concluse, lasciando che tutta la corte esplodesse in grasse risate. Tra il Popolo Segreto e streghe e negromanti non era mai corso buon sangue, e più d'uno di loro non aveva fatto ritorno vivo alle sue dimore.



" Maestà, per ringraziare vostra moglie per la sua infinita gentilezza, mi sono permesso di portare in offerta alcuni doni dal tesoro che ho portato con me... volete gradirli?"

" Uomo sciocco! Non ce n'era bisogno. Per noi è stato un piacere poterti aiutare ma, se proprio ti va, accettiamo di buon grado."

Il Narratore estrasse dalla giacca un anello elfico di grande bellezza e lo diede a Titania che sorridendo se lo mise al dito medio della mano destra; e una pietra preziosa dalle mille sfaccettature luminose donò a re Oberon, che lo ringraziò. Poi Titania si rivolse all'uomo:

" Le voci di Bosco Buio mi hanno narrato anche un altra storia, caro amico. Ho la sensazione che tu e Paulie abbiate qualcosa da dirmi.."

Il Narratore si voltò a guardare Paulie, seduta timidamente al suo fianco.

" E' esatto, mia signora. Voi conoscete la nostra storia, e avete accettato di ospitare Paulie nelle grotte sotterranee dove può nuotare liberamente insieme agli altri esseri fatati. Ma abbiamo dovuto fare i conti con i nostri cuori, e loro non sanno cosa sia la ragione. Stare lontani era una sofferenza, ora è un dolore. Qualcosa dobbiamo fare per risolvere questa faccenda: Paulie non accetterà mai di tornare al Mare del Nord né io me la sento di non rivederla più. So bene che la mia situazione mi impedisce di vivere una vita regolare insieme a lei ma almeno vi chiediamo di permetterci di viverla nel mondo del Popolo Segreto. Lei continuerà a stare qui, non verrà più al villaggio, io verrò a trovarla e quando lo farò sarà come se fossimo la stessa cosa. Ce lo concedete? ", disse, guardando Paulie negli occhi, mentre lei arrossiva in silenzio.




"Temevo che sarebbe successo, prima o poi. Sai che l'unione tra un uomo e una fata foca non è una cosa facile: la sua pelle originale va conservata nel più stretto segreto perché se venisse ridata a lei, sarebbe costretta ad indossarla e tornare al mare. Anche la lontananza dall'acqua la farà soffrire ma a questo si può rimediare. Tu, piuttosto, veramente la desideri al punto da voler vivere un altra vita qui tra noi, tutte le volte che lo potrai fare? Non tratterai male questa nostra sorella? "

" Ci ho pensato a lungo, mia signora. No. Non potrei mai, così come non posso più perderla."

" E allora va bene. Dopo che avremo festeggiato il tuo ritorno da Afelia, andrai al villaggio e ricomincerai come sempre la tua esistenza, badando a centellinare il tesoro che hai con te, cambiando le pietre in villaggi e città lontani, per non dare pensieri strani ai tuoi concittadini. Noi qui, intanto, sistemeremo alcune cose insieme a Paulie e poi ti manderemo a chiamare. Ora basta, pensiamo ad altro: sono certa che tutti, qui, sono ansiosi di ascoltare le tue avventure ad Afelia. E mio marito sarà sicuramente il più curioso tra di loro. - rise, rivolta a re Oberon. Il Narratore prese le mani di Paulie tra le sue, si alzò in piedi, guardò gli innumerevoli gnomi, coboldi, spriggan, boogie, nani, folletti, leprechaun seduti nella grande sala; le fate sedevano sugli scaffali che costellavano i muri illuminando a giorno la sala con il loro luccichio e persino qualche troll sedeva in fondo, intenti a maneggiare botti di sidro. I loro sorrisi riscaldarono il suo animo, alzò una coppa in segno d'omaggio a tutti loro, ed iniziò a narrare.


******

Re Brian parlottò a lungo, quella sera, insieme ai suoi luogotenenti, mentre sul lungo tavolo di quercia i boccali di idromele si susseguivano. Piani vennero elaborati, voglie inconfessate vennero espresse, problemi logistici vennero esaminati e le sacre pietre runiche vennero consultate, ma alla fine la conclusione non fu che una: i folletti volevano il resto del tesoro di Afelia e in un modo o nell'altro lo avrebbero avuto..




******

Seduta su un ramo, la gatta guardava la luna. Nell'aria ancora stagnava lieve il pulviscolo dei detriti. Ringraziò la Grande Madre per la sua capacità di mutare forma: un gatto, agile e scattante, aveva più possibilità di un essere umano di scivolare tra tra le rocce cadenti e salvarsi la vita..

" Tutta questa oscurità, tutti questi anni, tutta questa solitudine.

Così inutile..

Cercavo solo un bagliore che mi riscaldasse la vita.", pensava tra sé e, i suoi, furono pensieri di vendetta.


******

 Paulie sedeva allacciandosi le gambe con le braccia esili, tra le pellicce che coprivano il grande letto. Al morbido chiarore della luna, che filtrava dalle finestre della camera offerta da Titania, guardava il Narratore dormire disteso vicino a lei. Non l'aveva voluta prendere, e questo poteva comprenderlo. Anzi, ne era stata contenta, limitandosi a restare abbracciata a lui fin che il sonno non lo aveva trasportato nella dimensione del sogno. Lentamente, argentee lacrime di felicità scesero sul suo viso da bambina. Il Narratore dormiva, e i suoi sogni li conobbe soltanto lui.





     Qui termina la favola del Signore del Wangshire, così come viene ricordata dal Popolo Segreto.


*** FINE ***


giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SONNO RUBATO

 (Prima pubblicazione 27.04.2011)

© Crenabog 




Il Narratore era stato fuori alcuni giorni per andare ad una fiera dove aveva raccontato le sue storie e aveva guadagnato come al solito un po' di soldi per la sua famiglia, se ne stava quindi tornando verso l'Antico Villaggio quando, colto da una grande stanchezza, decise di fermarsi a riposare in una radura di Bosco Buio prima di arrivare a casa propria. Scelse quindi un bel prato erboso, una roccia tonda e coperta di muschio, arrotolò la giacca come cuscino e si distese a dormire. Sfortuna volle che poco dopo passasse di là un folletto alquanto dispettoso che decise di giocare una beffa al Narratore. Si avvicinò e pose accanto al suo orecchio una piccola ampolla, batté piano sulla sua fronte e fece scivolare via tutto il sonno poi se la svignò ridacchiando. Pochi minuti dopo il Narratore si svegliò convinto di aver dormito chi sa quanto e tornò a casa ma l'incanto del folletto fece bene il suo lavoro. Passati due giorni ancora non riusciva a prendere sonno ed era sempre più stanco, al punto da non reggersi in piedi. La sua famiglia era preoccupata e sua moglie gli consigliò di andare a cercare aiuto a Bosco Buio. Il Narratore si incamminò poggiandosi ad un vecchio bastone e tornò a distendersi dove era successo il fatto: passata qualche ora ecco venirgli incontro re Brian Borough, allegro nel suo panciotto dorato, che si lisciava la corta barba rossa, accompagnato da uno stuolo di folletti, gnomi, spriggan, leprechaun... Chi reggeva il mantello, chi la corona, chi lo scettro e chi portava cestini di cose da mangiare, se per caso il re avesse avuto fame. Appena si furono salutati e il re ebbe sentito la storia, ridendo disse che aveva capito cosa poteva essere successo e si mise a cercare intorno; chiamò quindi il Narratore e gli mostrò un vecchio albero cavo con un foro dal quale si vedeva una minuscola cameretta leziosamente arredata con piccoli mobili di legno e foglie, e il folletto profondamente addormentato che russava. Mentre il Narratore cominciava seriamente ad arrabbiarsi, re Brian si fece portare dai coboldi un nido di calabroni che stava appeso ad un ramo là vicino, lo incastrò nel foro dell'albero e subito il terribile ronzio delle bestiole svegliò il folletto che spaventatissimo urlò che lo liberassero da quella trappola. Re Brian si fece promettere che avrebbe riparato il mal fatto e poi liberò l'apertura del cavo dell'albero. Il folletto porse l'ampolla ancora quasi piena al Narratore poi cercò di scappare ma re Brian fece presto ad afferrarlo e, pronunciando un incantesimo, gli fece comparire due campanelle d'oro alle punte delle orecchie. Per questo il folletto non riuscì più a prendere sonno ed ebbe molto, moltissimo tempo per pentirsi di aver dato noia ad un vecchio amico del re dei folletti. Il quale, ogni volta che a corte si narrava questa storia, sempre se la rideva di gusto insieme a tutti i suoi cortigiani. Il Narratore? ah, lui tornò a casa, si versò il sonno nell'orecchio e dormì, come era suo diritto, tre giorni e tre notti.




*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DI HY BREASIL

 (Prima pubblicazione 16.08.2009)

© Crenabog 




C'era la nebbia, quando uscì di casa, era l'alba ed era il momento in cui iniziava sempre i suoi viaggi alla ricerca di leggende, miti, tradizioni orali da imparare e tramandare.  Non era altro che un narratore che aveva così tante cose da raccontare, forse tante quante ne aveva raccontate sino ad allora e sempre più ne trovava durante i suoi viaggi e durante i suoi incontri con il Popolo Segreto. A volte il suo bambino lo accompagnava , altre volte se ne andava da solo sempre godendo di quanto lo circondava, della natura che sempre sapeva ricominciare a vivere anche dopo qualche disastro. Ogni filo d'erba sembrava parlargli, ogni tramonto nascondeva in sé qualche perla da rubare per donarla agli altri. Un giorno che era in viaggio, con l'idea di giungere alla spiaggia dove aveva incontrato Paulie per vedere se il mare avrebbe avuto per lui nuovi doni e nuove storie, cominciò stranamente a sentirsi poco bene, ad avvertire i refoli del vento più freddi sul collo, le nuvole sembravano più grigie, l'erba aveva assunto una tonalità spenta. Ebbe forte la sensazione che tutto stesse sfilacciandosi, come se dovesse giungere ad una fine e ne provò una sottile paura. Ma non smise di andare avanti, si concesse solo qualche sosta in più lungo il cammino, approfittando dell'ospitalità delle rare fattorie che incontrava nelle quali scambiava racconti con un pranzo anche se povero, ed un giaciglio anche se di fortuna. Dormì su letti di piume, su sacchi imbottiti di fieno, nelle stalle vicino alle zampe dei cavalli e più spesso sotto alberi nodosi, coperto da cespugli profumati e cullato dal canto delle fate silvestri. Il sonno però tardava a raggiungerlo, e quel poco che dormiva lo faceva in maniera agitata, come se un urgenza lo spingesse a non perdere tempo, come se qualcosa dovesse accadere e si rialzava più stanco di prima. Aveva anche smesso di farsi la barba e le occhiaie oscuravano i suoi occhi, dandogli un aspetto sfinito. Giunse una mattina alla fine del sentiero e rimirò la grande spiaggia e le onde frangersi verso la riva. Si sedette con la schiena contro un enorme masso, lasciandosi andare alla stanchezza, assaporando il salmastro degli spruzzi del mare che gli riportarono alla mente il gioioso sapore, caldo e rotondo, del buon whisky che si produceva nel villaggio, affumicato su letti di torba accesa. Le goccioline d'acqua imperlavano il suo viso e ristette così a lungo, finendo per addormentarsi mentre l'umidità penetrava piano nel suo corpo, freddandolo fino alle ossa. La notte era scesa da un pezzo e chi sa se e come si sarebbe risvegliato, in quelle condizioni, quando lo scoppiettare del fuoco di legna lo riscosse; aprì gli occhi e poco distante la luce delle fiamme danzava allegra su una catasta di rami disseccati dal sole e dal vento. Restò sorpreso, chiedendosi chi avesse acceso quel fuoco, si voltò e la vide, seduta a gambe incrociate su un piatto masso alla sua destra, bianca e risplendente della luce della luna, con i lunghissimi capelli mossi dal vento, silenziosa come sempre, intenta a guardarlo. Sorrideva e quel volto di eterna bambina gli procurò una stretta al cuore. Sorrise anche lui e Paulie scese per andargli a fianco, non avevano bisogno di parlarsi, si comprendevano sin troppo bene. Restarono così a lungo e lui le disse di essere venuto per chiedere al mare altre storie, altre leggende, altre fiabe da narrare. Paulie annuì e gli prese la mano tra le sue. Aspettarono l'alba. Quando i primi raggi del sole comparvero maestosi all'orizzonte, tergendo di rosso e poi di rosa le ultime nuvole della notte Paulie si portò l'indice alle labbra a chiedergli di restare in silenzio poi indicò il mare dove una vaga forma stava avanzando, sempre più vicina, ingrandendo a vista d'occhio. Sembrava galleggiare sopra le onde, come se neanche le sfiorasse, invece era solo l'effetto della schiuma che si frangeva contro i suoi bastioni di roccia. Eccola lì, pensò il narratore, nessuno l'ha mai vista davvero e invece eccola lì.. Hy Breasil avanzava, sorprendente, enorme, come tutti l'avevano sempre sognata e come ognuno - nei secoli - l'aveva narrata senza averla mai vista davvero. Erano forse flauti quelli che udì? o dei cori? o le campane d'argento degli antichi re? non lo sapeva ma era un lontano, meraviglioso concerto quello che fendeva l'aria intorno ad Hy Breasil. La luce che la permeava si diffuse sulle acque ed un raggio più potente arrivò sino a loro, Paulie tenendolo per mano avanzò, lui la seguì e camminando sulla luce giunsero all'isola magica. Era Morgana quella che li attendeva? Oh sì, dalla bellezza capace di incenerire, dalle vesti di un verde smeraldo ricamate sontuosamente d'oro. Morgana offrì al narratore l'unguento fatato da mettere sulle palpebre e lui vide, fino all'ultimo particolare, la favolosa reggia degli antichi re e ne restò affascinato poi entrarono nella corte dove per lunghi giorni e lunghe notti, mentre Hy Breasil avanzava sul mare celata agli sguardi del mondo, poté ascoltare leggende di cui non aveva mai avuto sentore, onorato dalla grande ospitalità della corte del Popolo Segreto. Venne poi il momento del distacco che Morgana volle rendergli meno faticoso lasciando che si addormentasse, magicamente facendolo giungere ai bordi del Bosco Buio, così che non avesse a patire le fatiche del lungo viaggio. Quando si svegliò, contornato dai leprechaun di Re Brian, che gli sedevano intorno incuriositi, si sentì bene, persino ringiovanito, pieno di forza e quasi accecato dai nuovi meravigliosi colori che tutto quel che aveva intorno mostrava; qualcosa però gli sfuggiva dalla mente, qualcosa che non riusciva ad afferrare. Come mai, se era partito per un lungo viaggio, era ancora nei pressi del villaggio? E come mai aveva la testa piena di incredibili storie se nessuno gliele aveva raccontate? Decise di non pensarci troppo, si rialzò salutando dignitosamente i leprechaun che apprezzarono e nascosero vergognosi dietro la schiena i fuscelli di biancospino che tenevano pronti per tirargli un "colpo d'elfo" se si fosse comportato male, e se ne andò verso casa. Non ricordava il viaggio, non ricordava la malattia che lo aveva afflitto, non ricordava.. perché Morgana sapeva che non è un bene che alcuno veda Hy Breasil, certe leggende devono restare leggende. Soltanto Paulie, che gli aveva rubato il male dal corpo per gettarlo nel buio profondo del mare, ricordava tutto, sospirando, seduta su uno scoglio.





*** FINE ***

LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***





LA FAVOLA DELLE UOVA RUBATE

 (Prima pubblicazione 11.07.2009)

© Crenabog 




C'era una volta, in quel paesino indaffarato e fuori dal tempo, un bambino che aveva chiesto a suo padre, il narratore del villaggio, un animaletto e alla fine il padre gli aveva permesso di tenere qualche bestiolina in un piccolo spazio del giardino che aveva recintato. Oltre ai coniglietti e ai porcellini d'India del bambino, il padre aveva anche portato un paio di paffute galline bianche che aveva acquistato al mercato ed ogni giorno andava a prendere le uova che facevano, cucinando così delle frittate, facendo dei dolci alla crema e sbattendo le uova con lo zucchero al mattino per il piccolo per fargli fare una colazione buona e robusta. Ma, qualche tempo dopo, le uova non le trovava più. La cosa inizialmente lo mise di malumore, provò a cambiar mangime alle galline, ma niente: allora si mise di punta a controllarle e vide che invece le uova le facevano ancora. Allora se ne stette seduto in un angolo zitto zitto e restò ad osservare, ed ecco che da un buco nel muro d'angolo della casa spuntarono dei piccoli Spriggan che, saltellando, corsero a rubare le uova trascinandole nella tana che avevano fatto. Quando lo raccontò al piccolo questi, preoccupato d'avere la casa invasa dagli Spriggan chiese al padre cosa si potesse fare per cacciarli via. Gli Spriggan erano dei folletti minuscoli ma terribili, quando fan la tana da qualche parte non c'è più verso di riuscire a prenderli e son capaci di restarci per generazioni intere, rubacchiando qualsiasi cosa e mangiando di tutto. Suo padre gli disse di stare tranquillo che avrebbero trovato la soluzione. La prima notte di luna piena se ne andarono insieme nel folto bosco buio, portando con sé la lanterna e alcune cose sicuramente utili come un ramo di timo serpillo contro le Fate cattive e una campana d'argento per spaventare i lupi mannari che talvolta si spingevano sin là. Arrivarono alla radura dei Tumuli e il padre suonò nel minuscolo flauto magico che conservava gelosamente. Una luce tenue annunciò l'arrivo di Titania, la regina delle Fate, che amava molto ascoltare le sue storie e volentieri gli concedeva udienza. Si inchinarono e gli spiegarono il loro problema. Titania fece una delle sue famose risate cristalline e battendo le mani fece comparire un piccolo uovo dicendo loro di metterlo tra quelli delle galline, che tutto si sarebbe risolto. La ringraziarono inchinandosi garbatamente e il padre volle narrargli qualcuna delle storie che tanto la divertivano; mentre erano seduti sul muschio si accorsero che da dietro gli alberi, per rispetto alla regina, si tenevano celati ma in ascolto anche i leprechaun, i gobelin e altri piccoli folletti. Qualche foglia cadde loro in testa e alzando gli occhi scorsero con fatica un piccolo di troll, aggrappato ad un ramo, anche lui impegnatissimo a sentire le favole del narratore. Alle prime luci dell'alba gli abitanti del Mondo Segreto si diressero furtivi alle loro abitazioni, Titania si dissolse nella luce salutando graziosamente e loro tornarono al cortile dove confusero l'uovo tra gli altri e si nascosero a sbirciare. Eccoli lì, quei pestiferi Spriggan, che vanno a prendere le uova, e come corrono nella loro tana. Ma non passò neanche un quarto d'ora che urla e strilli iniziarono ad uscire dal buco insieme a del fumo nero...eccoli gli Spriggan come scappano con i loro piccoli sederi in fiamme! Saltano e corrono a perdifiato verso il bosco! E dietro di loro svolazzando a neanche un metro da terra un cucciolo di drago con gli occhi strabuzzati e lingue di fiamma che schizzano verso i folletti! Tenendosi la pancia dalle risate padre e figlio si incamminarono verso la piazza del villaggio per raccontare a tutti quel che era successo e come gli Spriggan avessero imparato la lezione: mai fare una tana in casa di chi ne sa più di te.





*** FINE ***




LA FAVOLA DELLA PUZZA TERRIBILE

 (Prima pubblicazione 04.07.2009)

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Le belle mattine soleggiate, nello Shire, erano il più gradevole invito per tutti a stare all' aperto, sia per gli abitanti dell' antico villaggio sia per il Popolo Segreto dei Sidhe, tranne ovviamente i troll che alla luce del sole si sarebbero pietrificati. E il profumo dell' erba e delle resine che arrivava dal vicino Bosco Buio era troppo invitante, persino per il figliolo del Narratore che benché piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco anche se suo padre lo aveva più volte avvertito dei pericoli che poteva trovarvi. E così, un giorno che a casa si annoiava, prese il suo cestello, ci mise i suoi balocchi e dei biscotti, aprì la porta e tranquillamente se ne andò per il sentiero che portava verso la radura dei Tumuli. Probabilmente pensava di andare a cogliere dei fiori o magari trovare qualche insetto di quelli bel grossi, tutti luccicanti, un carabo, una cetonia, chi sa. Una volta giunto nella radura iniziò a guardarsi in giro ma non passarono pochi momenti che, alzando gli occhi , si trovo faccia a faccia con un Leprechaun. I Leprechaun non sono molto grossi e solitamente sono anche ben disposti verso la razza umana ma bisogna starci attenti perché hanno un senso dell'umorismo affatto diverso dal nostro e quel che fa ridere nel Paese Fatato di solito fa piangere gli esseri umani. A farla breve il folletto chiese al bambino da mangiare e lui, essendo di natura buono e amabile, volentieri aprì il cestello e gli offrì i biscotti che si era portato appresso. Il folletto li scrutò, li addentò, ma erano così friabili che gli si polverizzarono in bocca. Per niente soddisfatto di questo il Leprechaun puntò il dito verso il bambino e borbottò qualcosa in lingua fatata poi si girò e fuggì nel bosco. Il piccolo rimase interdetto e in fondo dispiaciuto, così se ne tornò a casa mogio mogio, chiudendosi in camera sua. La sera, quando il padre tornò, lo chiamò per farsi narrare cosa avesse fatto durante il giorno ed ecco che lo vide scendere le scale avvolto in una nuvoletta grigiastra terribilmente puzzolente. Stupefatto, chiese al figlio che avesse combinato e, sentito il racconto, capì subito che il folletto aveva lanciato una Maledizione Puzzolosa. Ora sì che sarebbero stati guai! Comunque, lo rassicurò e gli disse di starsene tranquillo in poltrona a leggere, badando però di lasciare tutte le finestre aperte, tanto per il gran puzzo nessuna creatura fatata avrebbe avuto il coraggio di mettere il naso in casa, poi si gettò addosso il vecchio cappotto, prese qualcosa in cucina ed una lanterna, e uscì diretto verso il bosco. Era ormai buio ma non faticò a trovare la radura dei Tumuli, posò in terra una grossa fiasca e aspettò. Mezz'ora dopo ecco comparire il folletto che, appena vide la bottiglia la arraffò e portatala alle labbra la scolò in pochi sorsi. I Leprechaun hanno la pessima abitudine di ubriacarsi e allora diventano dei Clorichaun, pestiferi e maligni oltre ogni dire ma... non era vino quel che c'era nella fiasca. Subito il folletto cadde a terra tenendosi la pancia e ululando dai crampi poi corse verso un cespuglio per calarsi i pantaloni. Dietro di lui arrivò il padre che lo inquadrò con la lanterna dicendogli:- Allora, hai impuzzolato il bambino? E ora ben ti sta, dannato folletto. Ti è piaciuto il mio olio di ricino? Non smetterai di farla per un mese intero! Ma... se tu annullassi la maledizione.. Il folletto strillava e si contorceva, già tutto inzaccherato e si disse disposto a fare come voleva lui. Allora recitò la formula e chiese al padre che altro doveva fare; lui gli disse di andare fuori della sua casa entro un ora, e se ne andò. Tornato a casa trovò il bambino contento e profumato e allora si sedette nel portico ad aspettare il folletto fin che non lo vide trascinarsi, portandosi dietro un grosso mazzo di foglie per pulirsi. A quella vista il padre stava per sbottare a ridere ma si trattenne e gli diede un grosso sacco di limoni, raccomandandogli di mangiarli tutti e di non azzardarsi mai più a fare simili scherzi a suo figlio. Il Leprechaun fece di sì con la testa e se ne andò col sacco, tenendosi i pantaloni calati. Inutile che vi stia a dire quanti rimproveri si ebbe il piccolo per essere andato da solo nel bosco ma si sa come son fatti i piccini, se non si ficcano nelle peste non son mai contenti e non sempre c'è un papà con un sacco di limoni per tirarli fuori dai guai.




*** FINE ***



 




LA FAVOLA DEL VERO AMORE

 (Prima pubblicazione 14.07.2009)

© Crenabog



 




Una delle storie che il Narratore ricordava e narrava spesso, essendo convinto che sarebbe stata di giusta guida alle sue gentili ascoltatrici, era questa: c'era una ragazza molto bella, ma molto bella, ma talmente bella che di lei si innamoravano tutti quelli che la vedevano. Lei usciva di casa ed entrava in una bottega e subito si innamoravano il garzone, il proprietario e tutti quelli che passavano a fare acquisti. Insomma, non c'era un solo uomo in paese che, prima o poi, non si fosse innamorato di lei. Si fosse - badate bene - non che era innamorato di lei. Perché, per uno strano caso, il giorno dopo tutti si scordavano di lei e della sua bellezza. Salvo poi ricominciare di nuovo ogni volta che la vedevano e così alla fine nel paese tutti erano talmente occupati con la loro mente ed il loro cuore da questa insolita faccenda che le sorti stesse del villaggio stavano andando a farsi benedire. Persino il piccolo Finbar, il figlio del Narratore, si era sentito tutto rimescolare al suo passaggio ma, non sapendo bene cosa fosse l'amore, era rimasto perplesso ed era tornato quasi subito alle sue occupazioni che comprendevano il fare scherzi, giocare col porcellino d'India e andarsene girovagando nel bosco fatato. Proprio qui, una mattina assolata, incontrò il Leprechaun che gli aveva scagliato la Maledizione Puzzolosa e quando lo vide subito lo sgridò: quello, nel riconoscerlo e ben ricordando cosa gli fosse toccato in punizione se ne stette mogio a subire i rimproveri poi, cercando di distrarre il bambino per farlo smettere, gli mostrò un sacchetto pieno di biglie colorate e gli disse che erano magiche e che volentieri gliene avrebbe donate alcune per scusarsi. Il bambino approfittò subito della insolita generosità del Leprechaun prendendone una manciata e ringraziandolo poi lo salutò e ritornò verso casa. Mentre saltellava sul sentiero sentì dei singhiozzi provenire da dietro una gran siepe, si accostò e sentì la voce della ragazza che si lamentava: " Ahimè, quanto sono disperata! Ma come, io che sono così bella, che ho la pelle più chiara della luna, che ho i capelli più neri della notte, che ho un corpo che anche le silfidi invidiano, proprio io non trovo l'amore, il vero Amore, quello grande e meraviglioso! Perché, perché tutti mi amano e nessuno mi ama davvero? " Dispiaciuto per lei il bambino si avvicinò salutandola (e subito pensò di sentirsi strano, chissà, forse innamorato!) e pensò di farla contenta col donarle una delle biglie magiche. Le disse che il folletto gli aveva giurato che potevano esaudire un desiderio e così forse non sarebbe stata più triste. Lei fu molto contenta e , mentre il bambino tornava verso casa, continuò a vaneggiare sula sua inaudita bellezza e sul meraviglioso Amore che finalmente avrebbe incontrato quindi, volgendo la biglia verso i raggi del tramonto e specchiandosi in essa (non ho forse detto che era molto, molto bella?) espresse il desiderio che tra lei e il primo che avesse incontrato nascesse quel grande ed inarrestabile Amore che li avrebbe legati per tutta la vita. Mentre ancora passeggiava al chiar di luna sentì dietro di sé una voce dirle:" Oh ti prego! Oh, bella tra le belle, meraviglia del creato! Non ti voltare, ascolta la mia voce e senti come ti imploro! Ti amo! Ti amo perdutamente! Sento di non poter vivere senza di te!" Lei, lusingata che una voce così profonda, flautata e mascolina le stesse dicendo quel che voleva sentire, subito si girò e si innamorò anche lei. Perché gli incantesimi del Leprechaun non si potevano mica sciogliere a meno che non fosse lui a farlo, e stavolta non c'era nessuno in giro a costringerlo a farlo...e se solo lei, invece della vanità avesse usato la prudenza nella sua giovane vita, non si sarebbe mai innamorata del Re delle Serpi. Bisogna stare molto attenti a cosa si desidera perché a volte si finisce per averlo.. ah, certo, vi starete chiedendo cosa avesse fatto il piccolo con le sue biglie. In verità non so però quando lo vedo andare in giro su un piccolo pony giallo con la coda rosa un idea mi viene..



*** FINE ***




martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEL FOLLETTO ARRABBIATO

 (Prima pubblicazione 20.09.2009)

© Crenabog 




Monte Atro era una grande montagna, ripida e scoscesa, dalla quale sgorgava e si ingrossava il fiume che da sempre scorreva vicino all'antico villaggio. Monte Atro, patria di gnomi e folletti che ne abitavano le lunghe misteriose gallerie indaffarati a scavare alla ricerca di gemme. Monte Atro, che solitaria se ne stava immota a guardare verso il cielo. Nessuno ci andava a coltivare e solo pochi animali ci si arrampicavano a causa della poca vegetazione e del gelo in cima. Ma al suo interno viveva da tempo un folletto femmina che era andato via dal regno di Titania e da anni stava lì a scavare le sue lunghe gallerie dalle quali aveva estratto molte gemme preziose. Non che le servissero a qualcosa visto che non incontrava mai nessuno e non comprava mai nulla ma gli faceva piacere averle e si sentiva molto ricca. Ma non per questo era contenta, anzi, di solito era sempre arrabbiata perché tutti i giorni passava davanti alle rocce lisce della sua caverna e vedendocisi riflessa diceva:- "Quanto sono brutta! Che gambe storte che ho, e guarda quanto sono grassa! Brutta, brutta, brutta!" e così via, di continuo, sempre lì a borbottare. Un giorno che camminava sulla montagna in cerca di frutta o di qualche animale da cacciare si imbatté in un Leprechaun che si aggirava sperduto. Entrambi restarono stupiti nel vedersi e lui subito le chiese di aiutarlo, perché aveva perduto il giusto sentiero e non riusciva a tornare a Bosco Buio. Lei sulle prime si comportò in maniera molto scostante, non voleva avere a che fare con nessuno, ma alla fine gli spiegò tutto sperando che se ne andasse presto, ma lui insisté per restare da lei a riposarsi. Stette quindi nelle grotte un paio di giorni e ne approfittò per raccontarle tutto ciò che accadeva nel regno del Popolo Segreto e anche quel che succedeva nel villaggio, così come glielo aveva raccontato il Narratore quando andava in visita alla corte di Titania. Fin che passando davanti alle rocce lisce lei non esplose di nuovo dicendo che era brutta, orrida e inguardabile e che lui se ne doveva andare subito! Il Leprechaun la guardò incredulo e le disse:- "Ma non è affatto vero quel che dici. E' che le rocce sono tutte storte e riflettono di te un immagine che non è vera." Lei si sentì presa in giro e si arrabbiò ancora di più perciò al Leprechaun ci volle parecchio per convincerla che non stava scherzando; alla fine la convinse ad accompagnarlo fino alla sua casa per rendersene conto. Lei di malavoglia lo seguì, non si fidava proprio o meglio sarebbe dire che non voleva fidarsi affatto. Era stata sola tanto di quel tempo che credeva solo a se stessa. Quando alfine giunsero alla casa di tronchi coperta di muschio vide quanto era graziosa e ben sistemata, con mobili che aveva costruito e intagliato lui e persino un grosso specchio che aveva preso ad una fiera dei gobelins. Ci si guardò e rimase sbalordita: non era per nulla come credeva di essere! Lui le disse:- " Vedi? Non siamo come pensiamo noi, ma come ci vedono gli occhi degli altri e spesso siamo molto meglio di quel che ci immaginavamo.." Per festeggiare decisero di aprire le bottiglie di liquore che lui stesso distillava nella sua cantina e, ubriachi e felici, decisero di restare a vivere insieme nella casa coperta di muschio. Lei insistette per tornare a prendere le sue gemme e dopo, con quelle, comprarono talmente tante stoffe, vestiti e mobili che neanche Titania, quando passava da quelle parti con la sua corte, riusciva a riconoscerli...D'altronde persino la folletta non si riconosceva più!





*** FINE ***






LA FAVOLA DEL FOLLETTO NASONE

 (Prima pubblicazione 19.10.2009)

© Crenabog 







Finbar, il figlio del Narratore, un giorno se ne andò con i suoi amichetti del villaggio a giocare a palla oltre il fiume e verso il Bosco Buio. Una volta lì presero a correre e a scalmanarsi dietro la palletta, tirandola sempre più forte sino a che non finì oltre una massa di cespugli. Andarono a cercarla e scoprirono dietro i rovi l'imboccatura di una piccola grotta, stettero un attimo a decidere cosa fare quando ecco che la palla tornò verso di loro, lanciata forte, ma sgonfia. Ovviamente si arrabbiarono e , senza pensare a chi ci fosse dentro, si avvicinarono strillando che queste non erano cose da farsi. Gli rispose un vocione roco:-" Non voglio essere disturbato in casa mia!" I bambini restarono stupiti, chi mai poteva esserci là dentro, troppo piccola perché fosse un gigante, troppo vicina al fiume perché fosse un orco (che non amavano affatto l'acqua e l'idea stessa di pulircisi..). Poco dopo ecco affacciarsi all'imboccatura.. un naso! Un grosso, ma grosso naso! Decisamente un Nasone seguito da un folletto piccolissimo che trasportava il suo naso spropositato su una specie di carriola di legno sbilenca. I bambini scoppiarono a ridere e se la diedero a gambe con la palla sgonfia mentre il figlio del narratore, sempre curioso, restò lì e gli chiese:-" Scusa, ma tu chi sei?" Il folletto rispose:-" Ero uno dei lucidascarpe della Regina Titania, ma una sera ebbi la malaugurata idea di andare alla taverna per giocare a biliardo con altri folletti. Quando eravamo sul più bello entrò un leprechaun e cominciò ad ubriacarsi fino a non reggersi sui piedi. I miei compagni gli dissero di smetterla che si sarebbe di certo sentito male ma lui continuava, disturbando tutti. Allora anche io protestai e lui, girandosi arrabbiatissimo, mi puntò contro il suo bastone dicendo che avrei imparato a non mettere il naso nelle sue faccende, poi uscì nella notte. Tornammo a casa e quando mi svegliai mi ritrovai con questo naso enorme e da allora vivo nascosto qui, vergognandomi da morire.. Non ho più neanche la mia casetta perché non riuscivo a muovermici dentro e sto in questa grotta, dividendola con le talpe e i conigli." Il bambino lo invitò a casa sua e lo prese in braccio per non fargli fare tutta quella strada a piedi poi, giunti che furono, lo presentò a suo padre che decise di porre rimedio in qualche modo a quel danno. Il padre conosceva una piccola sorgente, in cima ai monti, tenuta nascosta dal Popolo Segreto, famosa per le sue capacità curative e si incamminò per andare a riempirne una fiasca. L'aria fresca del meriggio accompagnò il suo cammino e la vista dall'alto del villaggio come sempre lo confortò. Raggiuntala, caricò la fiasca e pagò con una delle sue favole le driadi che la sorvegliavano. Le driadi sorrisero felici e lo invitarono ad andarle nuovamente a trovare quando ne avesse avuto bisogno. La sera, a casa, lui e suo figlio lavarono ben bene il folletto nasone e lasciarono che si addormentasse su un cuscino. Al mattino eccolo lì, bello e piccolo come era sempre stato! Si misero al lavoro tutti insieme e costruirono una nuova casetta per lui, adattando una di quelle per gli uccelli che il padre solitamente appendeva agli alberi del giardino e permettendogli di vivere con loro purché non avesse combinato danni. Lui, riconoscente, da allora si dedicò a sorvegliare i buchi nei muri da dove entravano e uscivano gli spriggan (ai quali evidentemente l'uovo di drago non era bastato per tenerli lontani) e a preparare strani intrugli con i quali lucidava a meraviglia le loro scarpe riportandole sempre a nuovo. Il leprechaun? ah, ma questa è un altra storia..







*** FINE ***
 



LA FAVOLA DEL CUSCINO

 (Prima pubblicazione 18.07.2009)

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Nella casetta vicino al Bosco Buio, la famiglia del Narratore del villaggio, che viveva abbastanza tranquilla e indaffarata. Da qualche tempo però il bambino sentiva i suoi genitori discutere, sempre più spesso. All'inizio pensò che qualche Fata avesse tirato un Colpo Gobbo alla sua famiglia per farli litigare e andò subito ad accertarsi che le piantine di timo serpillo sulle verande fossero a posto e ben verdi, visto che di solito erano l'unica protezione valida per certe cose. Poi, avendo ascoltato ben nascosto, aveva capito cos'era che non andava. Molto semplicemente, la madre si era messa in testa di cambiare i materassi del letto e il padre, che su quei materassi aveva dormito sin da bambino e se li era portati dietro quando si era sposato, non ne voleva sapere. A sentir lui, ci aveva messo mezzo secolo per ammorbidirli come voleva! Erano dei vecchi materassi pieni di lana delle pecore delle Terre Alte, gran bioccoli giallognoli che ogni tanto facevano capolino da un buco del materasso che la madre ci teneva a non ricucire, dando così la prova che si stavano rompendo. E dava a loro la colpa della polvere che si depositava in casa; benché il padre avesse spiegato mille volte che era colpa degli Esserini della Polvere, che vivono lanuginosi e minuscoli nelle soffitte e dietro ai termosifoni o sotto gli armadi e che si possono scacciare via dalle case solo attirandoli fuori con delle ghiande di cui son ghiottissimi, non c'era verso che la moglie cambiasse idea. Alla fine, per riavere un poco di pace in casa, il padre aveva acconsentito a cambiarli e lei si era subito messa in giro per comprare i nuovi. Il giorno che glieli portarono a casa però ci fu una nuova litigata: il padre non voleva rinunciare almeno al proprio cuscino! Mentre stavano ancora discutendo il bambino prese il cuscino del padre e lo nascose sotto il suo piccolo materasso. Quando non lo trovarono più la madre restò soddisfatta e il padre pensò che un Leprechaun fosse entrato di soppiatto dalla finestra, ci restò male ma se ne fece una ragione. La sera, il piccolo gli chiese perché ci tenesse tanto, e lui gli confidò che - siccome ci aveva dormito su per cinquant'anni - il cuscino era ormai pieno di tutti i suoi sogni e glieli conservava assieme ai ricordi di tutta una vita perciò, non avendolo più, ora poteva contare solo sul cappello di suo nonno, che aveva portato anche suo padre e ora lui e che - a suo dire - invece dei sogni, conservava tutte le idee che erano passate nella testa della sua famiglia. Il piccolo annuì, lo prese per mano e lo portò nella sua cameretta, alzò il materasso e glielo fece vedere, dicendogli di stare tranquillo che adesso tutti i suoi sogni li avrebbe tenuti al sicuro lui.. Il padre lo abbracciò commosso e gli augurò che fosse abbastanza grande da poter metterci anche tutti i sogni che avrebbe fatto poi uscirono insieme sotto la veranda e se ne stettero ad ascoltare il concerto che i grilli e le cicale stavano facendo alla luna, certi che la notte sarebbe stata ancora una volta dolce per entrambi.







*** FINE ***




LA FAVOLA DEL BORBOTTONE

 (Prima pubblicazione 16.05.2009)

© Crenabog 




Il più grande divertimento, per i bambini del villaggio che andavano nella scuola di miss Durham, erano le visite del Narratore. Quando arrivava si sedevano tutti tranquilli ad ascoltare le antiche leggende e gli insegnamenti su come comportarsi con il Popolo Segreto. Perché anche se era cosa assai rara che qualcuno dei Sidhe entrasse nel villaggio, tutti sapevano che dentro Bosco Buio e Monte Atro, e ovunque nello Shire, gli esseri magici vivevano le loro bizzarre esistenze.  Anche quel giorno il Narratore raccontò di una leggendaria battaglia di Lugh e i Tuatha de Danann poi, come sempre, volle lasciare ai bambini un buon consiglio sotto forma di una piccola favola :

C'era una volta, in un certo paesino vicino al bosco, un bambino che la sera non voleva andare a dormire. Infatti, andava da suo padre e gli chiedeva di lasciare tutte le luci accese, poi si faceva i suoi giri dentro casa, apriva gli armadi, guardava sotto i letti.. cose così. Suo padre lo osservava da un po' finché si decise a chiedergli cosa mai avesse. Titubante e vergognoso, il bambino gli disse che sentiva dei rumori e vedeva delle ombre muoversi e questo gli metteva paura. Il padre gli disse che probabilmente era il boogie che viveva nel camino ma lui rispose di no, che il boogie raspava i muri del camino solo quando aveva freddo e voleva che lo accendessero e siccome in quei giorni ci bruciavano i ciocchi non poteva essere lui. Allora suo padre disse che magari era il leprechaun che viveva nella siepe sotto la finestra e il bambino rispose che no, non poteva essere lui perché gli lasciava dei biscotti sulla veranda e se ne stava tranquillo. Allora il padre disse:- Va bene, stasera vedremo chi è! , e aspettarono la notte sistemando tutto quel che di solito si sistema, un filo di farina davanti alla porta per non fare entrare spiriti cattivi, timo serpillo sul balcone per non fare entrare le fate dispettose, un pane sul tavolo del salotto se il boogie fosse sceso dal camino e una ciotola d'acqua fuori casa per lasciare abbeverare il kelpie. Calò il buio e se ne stavano assieme seduti sul letto quando ecco, dalle lontananze della casa, vaghi rumori, come di strisciare furtivo e un sommesso bro-bro-bro.. Il bambino tremava tutto, sicuro che quel che avevano fatto non sarebbe servito a niente. Il padre gli disse:- Ecco che cos'è, è l'orrido Borbottone! Ah, con questo c'è solo un sistema che non fallisce mai! , e intanto si avvicinava, si avvicinava...e mentre il frusciare arrivava alla loro porta, suo padre tirò di corsa il lenzuolo sulle loro teste. Si sentì una specie di "pufff!" e i rumori sparirono. Dopo un po' uscirono da sotto e suo padre gli disse:- Quando tutti i trucchi per far sparire un folletto o un mostro falliscono, ricordati, tira su il lenzuolo. Non possono resistere! , e infatti da quella notte l'orrido Borbottone dovette andarsene a disturbare qualche altro bambino. Ne sapeva di cose, quel brav'uomo!





*** FINE ***