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lunedì 22 dicembre 2025

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLA FESTA NEL BOSCO

 (Prima pubblicazione 01.07.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, Bosco Buio e lì, sotto una collina ferveva la vita dei folletti e di re Brian Borough. Siccome il re amava le feste e non amava aspettare di essere invitato a quelle altrui, ben volentieri ne organizzava in proprio. Fu così che decise di darne una nel bosco e mandò le sue falene a portare gli inviti a tutto il Popolo Segreto. Ovviamente una falena andò a sbattere anche alla finestra del Narratore che, letto il minuscolo invito, si preparò a partire. Non aveva voglia di percorrere il consueto sentiero nel bosco, così percorse la via che portava alla spiaggia dei Giganti, allungando di molto la strada da fare. Mentre camminava sotto il sole, si accorse di una cosa strana: alla sua destra, nel folto del bosco che andava costeggiando, gli sembrava di vedere qualcuno camminare. Fermandosi non lo notava più, allora si inoltrò e vide chiaramente una figura umana avvicinarsi. Quando la raggiunse si accorse con stupore che era sè stesso: mentre cercava di raccapezzarsi sbucò un piccolo leprechaun da un cespuglio.

- Buongiorno Narratore, come mai da queste parti?
- Buongiorno a te! Passeggiavo per andare da re Brian Borough quando mi sono visto nel folto del bosco. Sai spiegarmi questa cosa?
- Ehhh... be', non avresti dovuto saperlo ma oramai tanto vale che te lo dica. Devi sapere che il Popolo Segreto ha creato i Sentieri Specchio, nei quali solo loro possono camminare, per andare da un luogo all'altro molto distanti tra loro. Siccome non vogliamo che gli umani conoscano questi sentieri, li abbiamo incantati e dunque riflettono quel che c'è intorno.






- Pensi che se lo percorressi arriverei più velocemente dal re?
- In realtà non si sa mai dove portino e non posso assicurarti la destinazione!,- disse ridendo il leprechaun. Il Narratore però volle provarci lo stesso, lo ringraziò e si incamminò nel Sentiero Specchio. Fatti pochi passi si trovò avvolto da una fitta nebbia: ne sbucò velocemente, ritrovandosi in una grande radura che riconobbe. Era giunto alle pendici del Monte Atro, parecchio lontano da dove voleva andare. Sentì delle voci e dei rumori avvicinarsi ed ecco giungere un gruppetto di elfi. Li salutò decorosamente e si presentò.
- Ti abbiamo sentito nominare, Narratore, - disse quello che sembrava il capo - anche se non ci siamo mai incontrati. Dove stai andando?
- Alla celebrazione organizzata da re Borough; anche voi?
- Effettivamente è così, anche se ci andiamo di rado. Non amiamo molto la vicinanza dei nani, ma ogni tanto è buona creanza che anche noi partecipiamo.
E fecero la lunga strada insieme. Il Narratore, ad un certo punto, mentre sostavano per cuocere della carne sul fuoco, chiese al capo del gruppo chi fosse uno strano elfo che li seguiva a breve distanza.
- Lo hai notato, vero? Non è proprio uno di noi, è un mezzelfo, nato da un elfo e da un umana, molti anni fa. E' un cantore, ma anche dopo tutti questi anni, ancora non si trova a suo agio insieme alla comunità elfica. D'altronde la nostra vita è lunghissima, speriamo possa abituarsi, prima o poi...






Giunsero al tramonto nel luogo dedicato alla festa e vi trovarono una enorme tavolata, carica di cibi elaborati e fumanti, tutt'intorno ogni specie del Popolo Segreto girava, rideva, chiacchierava e faceva baldoria. Perfino i kelpie caracollavano senza dar fastidio a nessuno, e sopportando gli scherzi dei pooka. Sedettero anche loro e mangiarono e bevvero birra, mentre l'atmosfera era riscaldata dall'enorme falò e dai canti e risa che si alzavano di continuo. Improvvisamente entrarono un nugolo di fate per danzare e gli occhi di tutti si rivolsero a loro. La fata nuova, inevitabilmente, accentrò su di sé l'attenzione, con la sua bravura magica ed impareggiabile. Il mezzelfo si alzò, le raggiunse e cominciò a cantare, la sua voce disumana e cristallina rivaleggiava con qualsiasi altro e superava di gran lunga ogni fantasia. Quando finì l'esibizione il mezzelfo e la fata nuova restarono a fissarsi a lungo.






Il Narratore si avvicinò a re Brian, lo prese sotto braccio, arraffarono due enormi boccali di birra spumeggiante e si allontanarono confabulando tra loro. A lungo gli raccontò le storie dei due, il mezzelfo e la nuova fata, e alla fine re Brian annuì più volte, mentre un gran sorriso gli invadeva la faccia. Ora, tutti sappiamo quanto potesse essere malevolo e inaffidabile, ma re Brian aveva anche il pregio di essere facilmente manipolabile. Il Narratore spinse sulla sua voglia di apparire magnanimo e gentile e ottenne che i due venissero ospitati dal re, per un lungo periodo, così da potersi conoscere meglio. E, come venne poi a sapere, mesi dopo, da un Tom  parecchio divertito, inevitabilmente si innamorarono e re Brian Borough, per non perdere la possibilità di veder danzare lei e sentir cantare lui, lasciò che andassero ad abitare in una delle sue villette fatate, vicino alla reggia, dove poterono unire le loro diversità, sfuggire dai rispettivi popoli che non sentivano veramente propri e vivere decorosamente. Il Narratore aveva previsto che solo tra loro avrebbero potuto stare a lungo: gli elfi hanno una vita quasi eterna e la nuova fata era già morta come umana e rinata magicamente, quindi non poteva morire di nuovo, naturalmente. Si ritenne felice di aver contribuito a risolvere i loro problemi e, ammettiamolo, magari se ne vantò anche un bel po' con Tom e sua moglie .



*** FINE ***







lunedì 15 dicembre 2025

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLO SCEMO DEL VILLAGGIO

 (Prima pubblicazione 15.04.2010)

© Crenabog 




C'era una volta uno scemo, ma era così scemo che era convinto di non esserlo. E aveste visto come si arrabattava, come si ingegnava di campare cercando talvolta l'approvazione degli altri abitanti del villaggio, visto che, essendo un dannato solitario e non avendo amici, parlava e straparlava con i muri, con gli alberi, con le tartarughe che siccome erano lente gli toccava di sorbirsi tutte le sue filippiche. Un giorno al limite del villaggio scoprì una casa abbandonata con un grande muro bianco e, oh!, prese matite colorate e ogni giorno ci andava a scrivere montagne di roba. Ma mica cavoli, proprio montagne, eh! E tutta roba del suo sacco e mai che fosse andato a scopiazzare dai diari degli altri, anche se li lasciavano incustoditi sulle finestre. La gente passava e la voce si sparse e tutti o quasi passavano ogni giorno di là, giusto per vedere che cosa aveva inventato lo scemo, e chi diceva oh, e chi diceva ah, e chi tornava a casa facendosi due risate e chi se ne andava rimuginando sulle cose del mondo. E lo scemo lì, contento, che si credeva di essere utile, considerato, ricordato. Che ne so, apprezzato, e già. Poi una sera fuori della taverna, mentre gli altri se ne stavano seduti a giocare a carte e lui senza quattrini gironzolava intorno, sentendoli, si accorse che parlavano - e tanto - di tutti meno che di lui, e chi pontificava su quelli che scrivevano tomi ponderosi ricalcandoli con la carta carbone da altre parti, e chi scriveva dizionari enciclopedici su tutti tranne che lui - perché si sa che più lui faceva e più la gente si ricordava d'altro - e insomma a farla breve se ne andò leggerissimamente perplesso. Ma allora, la gente davvero preferiva le sciocchezze da quattro soldi scritte dagli altri a tutte le sue facezie? Davvero si toglievano il cappello in segno d'omaggio agli appassionati della cartacarbone? Si sedette sulla riva del fiume a pensare, se valesse ancora la pena di aprire più bocca. E ci pensò, e ci pensò e alla fine aveva pensato talmente a lungo che non gli rimase più niente da pensare per poterlo scrivere su quel muro. Se passate da lì forse il muro ce lo trovate ancora, anche se alla fine la pioggia finirà pure per cancellare tutte quelle scemenze. Ma lui, mica lo so se ce lo trovate ancora.





*** FINE ***