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lunedì 16 febbraio 2026

LA FAVOLA DEL NOME DEL VILLAGGIO

 (Prima pubblicazione su Blogspot 16.02.2026)

© Crenabog




Il Narratore e Paulie si recarono al villaggio in una tiepida giornata di primavera senza sapere che sarebbe stato l'inizio di uno degli avvenimenti più inconsueti capitati alla piccola comunità rurale. Giunti nella piazza principale incontrarono Moribund O'Keefe, il borgomastro, che restò affascinato dal nuovo ed inatteso aspetto di Paulie; dal giorno che erano andati ad abitare nella nuova villetta regalata loro da Titania e costruita sulla cima della collina che celava la reggia segreta di re Oberon, a causa degli incantesimi protettivi di Titania l'umanizzazione di Paulie  dalla sua origine di selkie - le fate foca - si era praticamente compiuta. Ora la moglie del Narratore non aveva più i lunghissimi capelli neri che l'avevano resa famosa tra i Sidhe ma era diventata bionda  e con i boccoli. Questa cosa divertiva il Narratore, che oramai aveva visto talmente tante cose nella vita da non stupirsi più di nulla, e attirava gli sguardi di tutti gli abitanti del villaggio. Passeggiando insieme al borgomastro a Paulie venne da dire:

- C'è una cosa che mi ha sempre incuriosito. Quando ne parliamo, tutti dicono sempre "l'antico villaggio". Ma qual'è il nome del villaggio?

Moribund e il Narratore si guardarono e scoppiarono a ridere. Ma non per l'innocenza della domanda, bensì perché dovettero ammettere che nessuno, da tempo immemorabile, chiamava il villaggio con un nome preciso. Arrivarono alla taverna di Tom de Danann, presero posto ad uno dei robusti tavoli di quercia e il borgomastro dovette ammettere, davanti ad una pinta di birra scura, che il nome del villaggio non era riportato su nessuno dei - pochi - documenti ufficiali presenti nella casetta rustica che pomposamente veniva considerata il municipio locale. Iniziarono a discutere su cosa sarebbe stato meglio fare, perché prima o poi a livello legale nello Shire il villaggio avrebbe avuto bisogno di essere nominato con il suo vero nome. Tom de Danann, il robusto oste dalla folta barba rossa amico di tutti, si aggiunse al loro gruppo e lanciò una proposta: scegliere il nuovo e definitivo nome del villaggio con una estrazione a sorte a cui avrebbe partecipato tutta la cittadinanza.  E forse per la buona birra che avevano bevuto, o perché trovarono l'idea interessante, la accolsero decisamente e iniziarono a programmare l'annuncio da dare agli abitanti. Non avevano fatto caso che tra gli avventori della taverna, che nella morbida semioscurità chiacchieravano e bevevano allegramente, c'era anche l'Uomo della Luna, cosa alquanto insolita visto che era abituato a scendere dal satellite nella bolla magica legata al filo d'argento creato dall'enorme Ragno Lunare e a venire a divertirsi alla taverna sempre e solo di notte. In verità l'Uomo della Luna era sceso la sera prima e aveva bevuto così tanto e così a lungo da essere rimasto a dormire nella cantina di Tom, che gentilmente gli aveva preparato una brandina. Ecco perché, nascosto in mezzo agli altri avventori, all'Uomo della Luna capitò di ascoltare il dialogo tra Tom, il Narratore, Paulie e il borgomastro e siccome era il più allegro buontempone che avesse mai calpestato l'erba verde smeraldo dello Shire, subito gli venne in mente di giocare uno scherzo dei suoi. 
Scesa la sera, l'Uomo della Luna rientrò nella bolla magica e si fece tirare su fino alla sua reggia candida e brillante, preparò un tavolino e ci mise a sedere sopra Acci, la Talpa Lunare, il bizzarro animaletto che tanto tempo prima si era infilata di nascosto nella bolla ed era finita sulla Luna, assorbendo i poteri magici del luogo e diventando l'amato cucciolo da compagnia  del Selenita.  Pose con riguardo davanti ad Acci, che osservava incuriosita attraverso gli enormi occhialoni che lui le aveva regalato, un sacchetto pieno di tesserine con le lettere dell'alfabeto e si divertì a guardarla giocare.






Arrivò il giorno tanto atteso dagli abitanti , un evento del genere non capitava da anni, la curiosità era il sentimento che serpeggiava ad ogni angolo, vicolo, abitazione dell'antico villaggio. Scese la sera, la piazza era illuminata da festoni gioiosi e il viottolo che portava fuori dall'abitato fino alla taverna di Tom era stato adornato da fiaccole. Bizzarra era la definizione più modesta che si potesse dare alla taverna, con quel suo tetto assurdo che su un lato spioveva e scendeva fino a terra, tutto coperto di terra, muschio ed erba e la sciocca mucca di Tom che ci pascolava sopra brucando la verdura.   E vogliamo parlare del suo gatto rosso? Proprio quel grasso gatto rosso che accoglieva gli avventori all'ingresso suonando il violino? Il Narratore se lo ricordava bene, anche perché il violino - costruito dal Selenita - era stato la moneta di scambio per il frammento dell'Oder, il Paiolo Magico, che Cinnia era andata a recuperare sulla Luna da suo padre. La sera calava tranquilla e la fila degli abitanti si snodava  per il sentiero: all'interno era ormai tutto pronto, Tom aveva predisposto un gioioso paiolo in cui tutti, nessuno escluso , lasciarono cadere  il foglietto su cui avevano scritto il nome che gli sarebbe piaciuto dare all'antico villaggio. Foglietti che graziosamente venivano dati in bianco a tutti da Vivvi, la bellissima fata dell'aria, che da quando si era trasformata in umana viveva e serviva presso la taverna di Tom, che insieme a sua moglie l'avevano ospitata. Il borgomastro, insieme al Narratore e a Paulie, sedevano sulle alte  seggiole del bancone controllando sorridenti che tutto filasse liscio. Salutarono alzando le pinte di birra il passaggio dell'Uomo della Luna, come sempre assurdamente vestito completamente di bianco sfavillante in una foggia che nessuno aveva mai visto nello Shire, anche lui posò il suo foglietto nel paiolo e venne invitato a bere dal borgomastro. La sua presenza rendeva ancora più eccezionale la serata per  i villici, che lo vedevano raramente. Poi, quando tutti ebbero lasciato cadere il proprio foglietto nel paiolo, Tom a gran voce chiese se avrebbero voluto lasciare all'Uomo della Luna il compito di estrarre il nome che il destino avrebbe designato. Tra grandi risate tutti accettarono, trovavano decisamente valida l'idea che ad estrarre il nome fosse proprio l'unico che con il villaggio non aveva niente a che fare, visto che regnava sulla Luna: così, mentre ognuno borbottava tra sé in maniera scaramantica il nome che si era inventato  sperando che fosse estratto, l'Uomo della Luna, tutto allegro e sorridente, infilò la mano nel paiolo, la rimestò un pochino per godersi la suspense e poi estrasse il foglietto fatale, declamando ad alta voce il nome che vi era scritto... " DRUIMASHOLL " disse a gran voce. Calò un attimo di sbalordito silenzio poi esplose una risata collettiva: oh sì, tutti pensarono, questo è di certo il nome più assurdo e mai sentito che si potesse inventare! E iniziarono a guardarsi l'un l'altro cercando di capire chi avesse potuto inventare quel nome quasi impronunciabile mentre invece lo pronunciavano, lo ripetevano, se lo gustavano come se stessero masticando una radice di liquirizia. DRUIMASHOLL, DRUIMASHOLL... si sentiva sussurrare per tutta la taverna. Allora dal gruppetto del borgomastro  partì il brindisi al nuovo nome dell'Antico Villaggio perché se quello doveva essere allora tanto valeva festeggiare!  La birra fu spillata, i boccali corsero qua e là, l'allegria era palpabile, e ancor più quella dell'Uomo della Luna perché, ovviamente, era l'assurdo nome che la piccola Acci aveva composto con le sue zampine giocando con le tessere dell'alfabeto, che poi il Selenita aveva scritto sul foglietto incantandolo  al punto che si era subito incollato alla sua mano quando l'aveva messa nel paiolo. Fu decisamente un gran bello scherzo, peccato però che l'Uomo della Luna non poté mai raccontarlo a nessuno...se non ad Acci e al Ragno Lunare.





*** FINE ***


 

mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (nona puntata)

(Prima pubblicazione 15.12.2014)

© Crenabog 





Il silenzio dello spazio era rotto solo dai singhiozzi di Cinnia, in preda al terrore. La navicella precipitava sempre più velocemente verso la Terra e sembrava che non ci fossero più speranze per loro; la distanza era talmente grande che il tempo scorreva lentamente, rendendo l'angoscia ancora più profonda. La ragazza si teneva abbracciata al padre con la mente sconvolta, lui invece appariva concentrato dietro a qualche suo pensiero, poi disse:

- C'è una possibilità, forse. E a questo punto tentarla é l'unica..

Infilò una mano nella giacca e prese qualcosa, poi la estrasse e la iniziò a fissare. Cinnia guardò esterrefatta il gesto :

- Che stai facendo, papà?

- Va bene, te lo spiego poi però non mi interrompere più. Allora, tu sai la storia tra me e tua madre, di come dormivo in mezzo ad un campo quando lei mi vide e approfittò del fatto che non me ne rendevo conto per.. fare quel che ha fatto. Poi, ti lasciò alla corte di Oberon che mi diede questa bella sorpresa. Quel che non sa nessuno invece, è che evidentemente tua madre si era innamorata e ci siamo incontrati, anche se in segreto, altre volte. Mi ha sempre cercato lei poi, una notte, mi ha lasciato questa pietra - aprì la mano e mostrò a Cinnia una pietra tonda sulla quale erano scolpite delle rune - dicendomi che se l'avessi chiamata col pensiero, mi avrebbe raggiunto. In verità, fino ad oggi, non ho mai provato ad usarla perché non ne abbiamo avuto bisogno. Ecco perché ti dico, forse questa è la nostra ultima speranza. Ora lascia che mi concentri.

La ragazza vide distintamente suo padre concentrarsi, con gli occhi serrati e il pugno teso verso l'alto. Intorno a loro il sipario scuro dello spazio scivolava via sempre più rapidamente, e le stelle sembravano strappate da una mano gigantesca che le rubasse per portarle via, sempre più su. In basso il chiarore del pianeta avvolgeva tutto di una luminescenza rosata, i contorni delle terre si fecero nitidi, vicini, continuamente più vicini, ogni attimo che passava portava via con sé la speranza di salvezza e i sogni di un futuro. Ed ecco, apparvero le cime dei monti, perfino le onde spumeggianti sul mare erano visibili, mentre brandelli di nuvole bianche venivano tranciati dalla folle corsa della navicella. Le nuvole, pensò Cinnia piangendo, quante volte avevano immaginato forme e disegni guardandole, lei e Finbar. Cosa era rimasto, adesso? Finbar disteso sul letto di Titania, gelido nella morsa del ghiaccio di Eirwen che stava distruggendo il suo spirito vitale, in attesa inconsapevole che la ricerca dei frammenti dell'Oder si compisse e la magia dei Tuatha lo riportasse a lei. E qualsiasi cosa avessero sognato, immaginato, deciso per un loro futuro, svaniva velocemente; il futuro - pensò Cinnia. Quale futuro, se io ho sangue di fata e lui è umano? Come avremmo potuto vivere insieme?

- Guarda! ,- gridò suo padre, stringendola tra le braccia e indicando in basso.

Una nuvola di mille colori si agitava, mutando forma, come agitata dai venti, piccola, compatta, poi larga e dai contorni fluenti. Non era ferma, anzi, pareva proprio voler salire verso di loro.. Ancora pochi attimi e furono raggiunti da un enorme nugolo di fate dalle ali iridescenti, e le loro risate sembrarono a Cinnia la cosa più assurda che avesse mai udito. Ma sicuramente anche la più gradita.. Centinaia di piccole e grandi braccia si protesero ad afferrare la navicella, fate di ogni colore e dimensione si affollarono intorno a loro, sorridenti, salutanti, assolutamente decise a fermare la corsa del minuscolo bolide lunare. E ci riuscirono, dapprima con fatica nel contrastare l'enorme spinta poi senza più alcuno sforzo apparente. Cinnia non credeva ai propri occhi, rise follemente mandando baci a tutte le fate più vicine. Anche suo padre aveva stampato sul volto un sorriso pieno e libero, forse - ma chi sa se lo avrebbe ammesso - anche per la conferma ricevuta che quello della pietra non era stato un altro degli scherzi della sua fata. Si sentì accarezzare la nuca, si voltò e lei, ovviamente, era lì.

- Cinnia, ti presento Clodagh, tua madre.

La ragazza vide per la prima volta la faccia splendente della fata, che si era sempre tenuta lontana e nascosta da lei, per timore che la sua dissennatezza nel lasciarla ne avesse esacerbato l'animo.

- Ciao, piccola. Strano modo di conoscerci, non è vero?

La felicità per quel che era avvenuto era talmente grande che nessun pensiero vendicativo corse nella mente di Cinnia. Li abbracciò entrambi, perdendosi nel bizzarro profumo che avvolgeva la fata, un misto di ambra, cannella, resina odorosa e in fondo, laddove poteva persistere più a lungo, il sentore di vaniglia calda e aromatica.

- Mamma, sembri una pasticceria volante..

Il coro delle risate discese dal cielo come una pioggia bene augurante.




Il Narratore si ritrovò nel buio delle caverne di Monte Atro e perse minuti preziosi cercando di abituare la vista all'oscurità. Tenendosi con una mano alla parete scheggiata, mosse passi incerti verso una lontana luminescenza, poi comprese che doveva trattarsi della luce di alcune torce poste a guardia di una grande spelonca. Sempre più deciso, avanzò e finì in un ampio spazio quasi circolare: vide i tenui splendori delle fiamme riflettersi sul metallo delle spade d'acciaio, i sacchi di monete d'oro, le casse d'argento. I tesori trafugati nel tempo dal re dei Troll erano tutti lì, accatastati ai suoi piedi. Tese le orecchie nel tentativo di scoprire i loro passi pesanti, nel caso fossero andati nella sua direzione. Al momento però, sembrava che avrebbe potuto agire con calma: iniziò a frugare, dopo aver preso una torcia, spostando tappeti rosi dalla muffa per l'umidità, scheletri sbiancati di antichi nemici - o forse prigionieri - che avevano osato cercare di rubare il tesoro prima di lui. Contro una parete, una fila di grandi scudi corrosi dal tempo, dal metallo annerito, lasciavano ancora intravvedere preziose immagini finemente niellate a sbalzo, frutto di civiltà totalmente dissimili dalla gretta violenza dei Troll. Tra di questi, appoggiato con noncuranza, come se nessuno sapesse di cosa si trattava, scorse una forma triangolare, certamente aveva trovato quel che cercava. Esultò tra sé, poggiando la fiaccola su una catasta di elmi dorati, e prendendo l'Oder tra le mani. Se lo portò al viso, commosso, assaporando il sentore di enorme antichità che misticamente lo avvolgeva poi, mentre iniziava a ritrarsi verso lo spazio del portale, le grida di allarme dei Troll esplosero in lontananza. Alzò gli occhi, nel buio non aveva osservato la parte superiore: ora, illuminandola con la torcia, notò delle grate, forse usate per far scorrere l'aria nell'ambiente, dalle quali evidentemente il muoversi della luce della fiaccola era stato notato da qualcuno di loro, lasciato di guardia. I capelli si rizzarono sulla nuca del Narratore, e si preparò a difendere sino all'ultima goccia di sangue il frammento dell'Oder. Sguainò Trinker, godendo del bagliore assassino della lama azzurra, e iniziò a correre verso il portale: non ebbe tempo, la prima carica di Troll proruppe nella caverna con urla bestiali. Enormi, roteavano contro di lui gigantesche mazze ferrate irte di spuntoni ancora coperti del sangue disseccato delle vittime: l'uomo scansò abilmente i loro movimenti scomposti, e ad ogni fendente di Trinker vedeva i corpi mostruosi avvizzire urlando e disfarsi sul pavimento. Dalle profondità di Monte Atro l'ululato dei corni di guerra chiamò a raccolta i Troll disseminati nelle varie caverne, mentre il re schiumava di rabbia all'idea che un miserabile essere umano stesse mettendo in pericolo il suo tesoro. Ma il cupo, roco suono dei corni svegliò anche qualcos'altro e questo qualcosa iniziò a scivolare segretamente, nero nel nero del buio, verso il luogo della lotta.

Il Narratore non dubitò della inaudita potenza di Trinker, e continuò a spezzare ossa, recidere arti e succhiare via l'anima dai Troll che si riversavano, calpestandosi come dementi, accecati dalla brama di uccidere; improvvisamente sbandarono, arrestandosi. L'uomo ne approfittò per ritrarsi verso la parete del tesoro, e riprendere fiato, perché iniziava a sentire la stanchezza nei muscoli. Dal retro del gruppo di mostri giungevano urla di terrore, cosa che stupì il Narratore. Che poteva mai aver spaventato quei giganteschi guerrieri? Poi, con un fruscio, una specie di sibilo, vide qualcosa strisciare sui muri e sul soffitto, un ombra indistinguibile.

- Babook! Babook! ,- urlavano i Troll, spingendosi l'un l'altro nel tentativo di fuggire. L'ombra si lasciò cascare su di loro, avvolgendoli, sbranandoli. Lo scricchiolio delle ossa spezzate si mischiava all'osceno risucchiare del sangue prodotto dall'orrore ancestrale, uscito dalle profondità di Monte Atro per placare la sua fame. L'uomo capì che si trattava di quel qualcosa di cui lo aveva avvertito re Brian poco prima di partire e cominciò a pensare realmente che da lì non sarebbe uscito vivo. Provò a slanciarsi contro di esso, approfittando che era intento a fare a pezzi un troll, e lo colpì con forza. Trinker lo passò da parte a parte e l'unico risultato fu una risata agghiacciante.

- Pazzo! Con la Bevitrice cerchi di uccidermi?

Le parole, se parole erano, rimbombarono nella mente del Narratore, non nelle orecchie. Aveva dunque anche poteri mentali, rifletté, tirandosi indietro con timore. Il Babook si girò verso di lui, strisciandogli contro; le braccia si allungarono esageratamente mentre gli artigli fremevano alle estremità. Più che una terrificante realtà, sembrava un incubo.

E, del tutto inaspettatamente, vicino al Narratore comparve una forte luminescenza, un bagliore al cui centro cominciò a distinguersi una forma umana. Un uomo alto, magro, albino e dai lunghissimi capelli sciolti sulle spalle, candidi come neve, ricoperto da una cotta di maglia, una corazza a difesa del petto e un corto gonnellino di strisce di cuoio borchiato guardò il Narratore poi si chinò verso un Troll svenuto ma illeso, con forza indicibile lo afferrò per i capelli con una sola mano e lo lanciò verso il Babook. L'essere reagì d'istinto, allungò le braccia, si strinse intorno al Troll e spalancò una bocca enorme, irta di zanne: sembrava non avere una mascella, perché allargò la bocca sino ad avvolgere interamente la testa del Troll, come a volerlo ingoiare intero.

- Ora! Colpisci il Troll! ,- gridò l'albino, e il Narratore gli sferrò un colpo al cuore. Trinker fece il suo lavoro: in pochi secondi avvizzì l'enorme corpo del Troll e trascinò con sé anche il Babook le cui urla deliranti echeggiarono a lungo nei recessi della mente del Narratore.




Continua - e termina - nella decima puntata QUI : La favola del paiolo magico 10


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 03.12.2014)

© Crenabog 




Il Narratore non mostrò di dare troppo peso alle parole del re dei folletti, o forse, semplicemente non voleva dover pensare - in quel momento - a cosa sarebbe successo. Si voltò verso Cinnia, estrasse il flauto che gli aveva donato Titania e, rivolto alla luna che splendeva gelida in cielo, pensò fortemente al Ragno, ed iniziò a suonare. La magia delle fate fece giungere la melodia sino alle orecchie della gigantesca bestia, occupata come al solito a dormire nella perenne zona d'ombra del lato oscuro: si agitò, si risvegliò e cercò di capire di cosa si trattasse poi, siccome riconosceva bene il richiamo del flauto, si mise subito a dipanare il suo filo d'argento al quale legò la navicella magica. Non era per il suo padrone quindi era necessaria: avrebbe permesso a chi l'adoperava di stare al sicuro in una grande bolla d'aria.

Nella camera da letto di Oberon, Titania e un gruppo di fate vegliavano intorno a Finbar, sempre privo di conoscenza. La regina era profondamente in pena e continuava ad accarezzarlo, illudendosi di sentire regredire il gelo; purtroppo dovette notare che avanzava, lentamente, sempre più verso il cuore. Il tempo cominciava a diminuire e la speranza anche.

Mentre Cinnia entrava nella navicella ed iniziava a tornare da suo padre, il Narratore si accomiatò dagli amici entrando anche lui nel crocevia dei sentieri specchio. La ragazza-bambina, ché era ancora così tremendamente giovane, anche se gli incanti delle fate avevano fatto sviluppare il suo aspetto sino a fargli raggiungere l'età di Finbar, si torceva le dita ansiosa, mentre saliva nello spazio. Neanche la consueta vista delle stelle e delle costellazioni, che sempre l'affascinava nella sua irrealtà, riusciva a distrarla dal pensiero di Finbar morente. Per un bizzarro caso del destino, quando si erano incontrati per la prima volta lui, non sapendo come si chiamasse, si era rivolto a lei chiamandola con un nome tradizionale - il cui significato, le aveva spiegato poi, implicava il concetto di grande bellezza, cosa che l'aveva lusingata - e questo fatto, di per sé poco importante, si era invece rivelato fondamentale per le loro vite. La legge antica dei Sidhe voleva infatti che chi avesse dato il nome a qualcuno, l'avrebbe avuto per sempre: ed era successo proprio il giorno in cui suo padre si preparava alla cerimonia in cui l'avrebbe chiamata per la prima volta. Così, la loro unione era stata automaticamente sancita sin dall'inizio, e benedetta dall'amore che si era subito sviluppato tra loro. Anche se, rifletté Cinnia, suo padre non l'aveva affatto presa bene, anzi. Comunque aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco e forse anche per questo aveva diradato le sue visite sulla Terra, giustificando la cosa con il dover curare il grande giardino di fiori bianchi e neri che era nato dopo che la talpa, giunta assolutamente imprevista sulla Luna, aveva tanto scavato da far affiorare l'acqua sul suolo da sempre coperto di polvere. Una volta giunta sulla superficie, accarezzò il folto pelo dell'enorme Ragno che la aspettava ubbidiente e si diresse verso il luccicante palazzo di marmo e pietra. L'Uomo della Luna, che aveva visto stupefatto il Ragno mettersi a sciogliere il suo filo d'argento, stava sulla scalinata d'ingresso, curioso di sapere chi stesse venendo a visitarlo. Quando vide la figlia l'abbracciò e le chiese come mai quella visita inaspettata. La piccola spiegò, con voce rotta, la tragedia che si stava svolgendo sotto la collina di re Oberon e il selenita si decise a farle quelle domande che da tempo gli premevano:

- Dimmi la verità. E' soltanto per via della legge magica, che state insieme? E' per la tradizione antica?

- No, padre. Io lo amo. Ci siamo amati dalla prima volta che ci siamo visti. E' vero che Finbar ci ha messo un po' a dichiararsi, ma non stiamo insieme perché dobbiamo. E' perché lo vogliamo. Davvero.

- Se questo è veramente quel che senti, allora dovrò farmene una ragione. Capisci però a cosa vai incontro, vero? Tu sei figlia di una fata e mia, quasi fatata e quasi umana, anche se io discendo dai Tuatha e quindi anche in me scorre sangue magico. Le nostre vite sono diverse dalle loro. Riuscirai a sopportare questo, quando gli anni, tanti anni, saranno scesi su di voi?

- Lo so, me ne rendo conto. Ma non importa, sarà quel che sarà.

- E allora, andiamo a prendere il pezzo dell'Oder. Oh, è così tanto tempo che ce l'ho.. prima, sai, lo tenevo nella sala dei ricordi poi, ehm, l'ho adoperato per qualcosa di più concreto..

- Cosa ne hai fatto?

- Eh, adesso lo vedrai.

Girarono intorno al palazzo ed entrarono nel vasto terreno coltivato dei fiori che avevano così stupito la regina Titania. Il loro profumo ammaliante, stordente, frutto dell'unione di tanti diversi effluvi, lasciò la piccola a bocca aperta. Penetrarci in mezzo era una esperienza mai sognata, fu come se fosse entrata in una densa coltre di nebbia, invisibile ma profumatissima. Camminarono lungo le rive del lago creato dallo scavo della talpa e poi suo padre cominciò a fischiare forte.

- Acci! Acciiii!

- Come Acci! Chi è?

- Ma è la mia talpa, no?

- Perché l'hai chiamata così?

- Ah, ti sembrerà stupido, ma siccome quasi non ci vede, finiva sempre per starmi tra i piedi e mi ha fatto cascare tante di quelle volte.. così siccome continuavo a gridare "Accidenti!", per fare prima l'ho chiamata Acci.

- Sei veramente bizzarro, padre.

- Sì, va bene, ma adesso dove si sarà ficcata?

Non riuscendo a trovare Acci, lui le indicò una curiosa costruzione.

- Ecco, Acci abita lì sotto. Prima stava con me nel palazzo ma, siccome ho visto che si diverte di più a girare nel giardino, per evitare che qualche frammento di stella possa cascare giù e colpirla, le ho fatto una piccola casa. Sì, tanto piccola non è, ma insomma, per lei va bene. E quindi, ecco l'Oder.

La cuccia di Acci era composta da tre basse pareti di pietra levigata, aperta convenientemente sul davanti, e coperta dalla cosa più robusta che l'Uomo aveva trovato: il grande frammento curvo del calderone di Lugh. Insieme lo alzarono e lo staccarono dalle pareti, trasportandolo verso la navicella: Cinnia non finiva di ringraziarlo e pregava solo di fare in tempo a portarlo ad Oberon, nella fucina dei suoi nani. Il selenita invece, rimuginava tra sé pensando che Acci non sarebbe stata affatto contenta quando non l'avesse trovato. Era un curioso animale, e lo stare nel mondo dei Sidhe aveva fatto scorrere qualche potere magico anche in lei, così aveva sviluppato modi di fare totalmente diversi da quelli di un comune animale dei boschi e probabilmente anche un certo grado di intelligenza. Finirono di spingere l'Oder dentro la navicella poi si abbracciarono:

- Che ne dici se vengo anche io? Magari potrei tornare utile e, insomma, sarei contento di poter essere presente quando cercheranno di guarirlo.

- Ma certo, sono felice che ci hai pensato. Non avrei avuto il coraggio di chiedertelo.

- Ma no, suvvia. Ho capito come stanno le cose e mi sta bene, non preoccuparti. Allora, vediamo di sbrigarci.

Salirono entrambi e il selenita fece cenno al Ragno di liberare il filo, così da poter partire subito. E, mentre volavano verso la Terra, Acci fece capolino da sopra la testa del Ragno. Nessuno sapeva che aveva preso l'abitudine di dormire nella folta pelliccia del mostro, e certamente neanche esso se ne era mai accorto, tanto era grosso lui e tanto era piccola lei in confronto. Stando lassù aveva sentito tutto e aveva anche visto tutto: il flusso magico aveva molto aumentato la sua capacità oculare e così aveva assistito a quello che pensava fosse un furto ai suoi danni. Perché mai le avevano tolto il tetto della sua casa? Per quanto fosse affezionata all'Uomo della Luna, essendo comunque una bestiola, il concetto di possesso era una priorità in lei. E si arrabbiò. Si arrabbiò parecchio. Tanto da saltare al suolo e mettersi a rosicchiare il filo d'argento che, pure robustissimo, nulla poteva contro i suoi denti abituati a scavare la roccia. Quando il Ragno se ne accorse e cercò di scacciarla, era ormai troppo tardi: il filo si spezzò. E la navicella cominciò a precipitare.




Continua nella ottava puntata QUI : La favola del paiolo magico 8


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 26.11.2014)

© Crenabog 




Nel silenzio agghiacciante che era calato sui convenuti, le urla strazianti di Cinnia si levarono come caprimulghi nel crepuscolo, altrettanto portatrici di sventura e morte. Intorno al piccolo gruppo si era formato un cerchio di vuoto: Finbar steso a terra, subito adagiato su un folto tappeto, suo padre che lo teneva tra le braccia, Cinnia in ginocchio piangente e Paulie dietro al Narratore come a proteggerlo. Il re dei Sidhe si teneva la testa tra le mani, stupefatto, incredulo, mentre stringeva le mani di Titania, sua moglie. Poi si inginocchiò anche lui, la sua poderosa mole faceva ombra su tutti, e prese ad accarezzare il ragazzo, come a cercare la causa della tragedia.

- Ecco, toccate qui, sentite anche voi!

- E' gelato, sire. - disse suo padre.

- Sì, appunto. Ma alle estremità, vedi? Toccate le mani, i piedi, vedete? Non vi accorgete che salendo verso il corpo ancora c'è del calore?

- Avete ragione! Dunque, cosa è successo? Vive ancora?

- Certo, ma non so per quanto ancora. Di certo è un maleficio di quella maledetta di Eirwen. Non c'è un contro incantesimo da lanciargli quindi, l'unica speranza che abbiamo.. Forza, venite subito con me.

Si rivolse alle ancelle fatate, affidandogli Finbar, affinché lo avvolgessero nelle più pesanti pellicce e lo adagiassero sul suo letto e lo vegliassero, mise di guardia la sua scorta di coboldi guerrieri e guidò il gruppo dei familiari verso un lungo corridoio. Giunsero ad una massiccia porta serrata da chiavistelli magici che risposero solo al suo tocco, aprendosi silenziosamente, ed entrarono in una vasta camera le cui pareti erano interamente ricoperte da una sterminata libreria formata da scaffali, tutti occupati da minuscole scatole ed ampolle, ognuna con una targhetta indicatrice.

- Guardate, perché è molto raro che qualcuno entri qui dentro. Questa è la Sala del Mondo. Sapete già che con i sentieri specchi noi Sidhe possiamo raggiungere magicamente qualsiasi parte del mondo vogliamo visitare, ma voi, e tutti gli altri, di solito vi affidate al caso, tranne quando siete certi di quale sentiero imboccate. Qui invece sono conservate tracce di ogni luogo che mai sia stato visitato: ogni essere magico ha l'ordine di riportare un frammento, una pietra, dell'acqua, erba, fiori, del luogo dove va, e quando me li consegnano io li ripongo in una cassetta e ci scrivo sopra il nome del luogo. Così, tramite il sortilegio della unione, posso raggiungere ogni posto che voglio, in caso di bisogno, e senza sbagliare. Basta tenere in mano il frammento voluto ed imboccare da questo portale, - ed indicò un enorme anello aureo, grande al punto che potevano facilmente varcarlo almeno due persone affiancate, posto al centro della sala - e subito ci si trova dove si vuole andare. Questo è il Crocevia dei Sentieri Specchio e da qui controllo il mondo. Non perderete tempo prezioso, nella vostra ricerca. Perché, badate, non sarà una cosa facile. L'unica possibilità per salvare Finbar è ricostruire l'Oder.

- Ma non era perduto, infranto, diviso, sire? - esclamò Paulie.

- Vero, sì, ma certe reliquie non vanno mai perdute veramente. Vanno cercate, e forse so chi può aiutarci. Attendetemi qui.

Re Oberon frugò tra gli scaffali, prese una cassettina, ne cavò una piccola stalattite e, tenendola stretta entrò nel portale. Il Narratore, bianco in volto, strinse a sé in un abbraccio Cinnia e Paulie, come se questa consolazione potesse realmente preludere ad un positivo rivoltarsi della situazione; pochi minuti dopo Oberon tornò trascinandosi dietro un riluttante vegliardo, dalla lunga barba grigia ispida e coperto di un manto di pelli di topo.

- Questo è Luonnaja Radougha, la Memoria dell'Universo. O almeno, così va vantandosi da tempo immemorabile. Lui sa tutto di tutti e questo ha fatto la sua fortuna, visto che si è sempre fatto ben pagare i suoi responsi ad ogni pellegrino che arriva sino alla sua grotta. Dunque, Luonnaja, il tuo re ha bisogno dei tuoi servigi: sai dove sia finito l'Oder?

- Maestà, nessuno sa veramente dove siano i tre frammenti dell'Oder!

- Bada, che se stai cercando di patteggiare sulla ricompensa sappi che ti ricoprirò d'oro. Ma lo farò immergendoti nell'oro fuso.

- Per carità, per carità, non volevo certo.. Dunque, si dice, badate, si racconta che una volta infranto, i tre frammenti vennero divisi tra i tre re che avevano sconfitto i Tuatha. Poi, col passare dei secoli, ogni parte prese vie diverse: le ultime notizie che raccolsi, in merito, mi portano a credere che adesso si trovino in questi tre luoghi. Allora, uno è diventato lo scudo del re dei Troll, ed è sempre stato nel suo bottino di guerra. E certamente starà insieme ai suoi tesori, ben nascosto dove ora si trovi il re dei Troll che, per quanto ne so, alloggia sul Monte Atro dopo che gli è stato concesso da vostra maestà. Il secondo frammento precipitò nell'oceano quando la nave del re che lo trasportava incappò in una tremenda tempesta. Mentre affondava, si dice che nelle profondità stesse passando il Fastitocalone e che il frammento dell'Oder si sia incagliato sulla sua corazza. Ora, forse saprete che il Fastitocalone è la gigantesca , leggendaria testuggine sulla quale a volte compare Hi-Breasyl, l'isola cimitero dove riposano gli spiriti dei re del Mondo. E se si potesse giungere fin lì, tra le squame della corazza del mostro ancora sarà incastrato l'Oder. La terza parte del calderone di Lugh, così mi narrò un viaggiatore moltissimo tempo fa, era stata vista per l'ultima volta mentre un guerriero cimmero, che la usava a mo' di scudo anche lui, entrava nella locanda di Tom, che come saprete si trova qui, dentro Bosco Buio, e la barattava in cambio di una solenne ubriacatura. Ora, essendo quella più facilmente raggiungibile, ammetto che la mia insana cupidigia mi consigliò di cercare di appropriarmene ed in effetti mi recai da Tom, non in queste spoglie, ma travestito da viaggiatore comune. Cercai di farlo parlare, senza che si avvedesse di cosa veramente volevo, e dopo molti boccali di birra scambiati in sua compagnia, si vantò di aver avuto tra le sue mani il frammento dell'Oder ma di non potermelo far vedere perché a sua volta lo aveva regalato. Ma ci pensate? Il pazzo! Non ci aveva guadagnato niente, oh dei, non ci posso pensare - mugolò, tirandosi i fili della barba - lo aveva proprio regalato! E via, alla persona che meno avrei potuto raggiungere, qualsiasi cosa avessi potuto dare in cambio.

- Dunque, falla finita! , - sbottò re Oberon. - Chi è adesso che ha il terzo frammento?

- L'Uomo della Luna, sire. Tom non sapeva cosa regalargli in cambio del violino che il selenita aveva costruito per il suo gatto, e gli diede l'Oder. Ditemi, chi mai può arrivare lassù?




Continua nella sesta puntata QUI : La favola del paiolo magico 6


martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 11.09.2014)

© Crenabog 




Titania avanzò, si avvicinò, guardò, apprezzò, ringraziò e si ritirò nelle sue stanze. Senza l’ombra di un sorriso ma sempre regalmente composta. Oberon non disse una parola, si limitò a cambiare colore in viso poi alzò un dito e fece segno a re Libdian di avvicinarsi, lo prese in braccio - era piccolissimo, si sa - e discese nella reggia sotto la collina. Poi, si sentirono le urla del Re..

Il consiglio dei reali suggeritori era riunito da ore per trovare un modo adatto a risolvere il danno provocato dai Wee quando, stanco, sudato e notevolmente bisognoso di un bagno profumato, re Brian propose come ultima risorsa di chiedere consiglio al Narratore. Spedirono subito un wurp domestico, ma bravo nell’eseguire i servizi che gli venivano affidati, alla volta dell’antico villaggio. La bestiola si lanciò al galoppo sulle sue zampette, fermandosi ogni tanto nel folto di Bosco Buio in cerca di qualche leccornia ma infine, mentre le prime stelle cominciavano a prender posto nella volta celeste e l’aria risuonava dei richiami degli esserini notturni, arrivò al villaggio: annusò, puntando il muso aguzzo qua e là, in cerca del Narratore e, avvistata la sua casa, ci andò e prese a zampettare contro la porta. Il Narratore accolse la bestiola con curiosità, si sedette sul pavimento ad ascoltare poi, dopo essere esploso in una risata, si riprese e lo seguì nella notte.




Dire che il Narratore restò affascinato dalla varietà dei fiori del giardino di Oberon, è dire poco ma ancor più se riusciva ad immaginarseli in bianco e nero. Certo, doveva essere stata una cosa incredibile… Il Narratore scese nelle profondità della reggia per andare dal suo amore , Paulie, la fata foca che abitava nel grande lago ipogeo donatogli dal re; lei, che non lo vedeva da giorni, gli corse incontro e lo abbracciò, lasciandolo stupito, come sempre, dalla forza del suo sentimento. Si sedettero alla luce morbida delle migliaia di piccoli funghi, licheni e lucciole che tappezzavano l’alta volta della caverna, avvolgendo tutto con una calda luminescenza, e ragionarono su cosa fare fin che, ovviamente, l’idea giusta arrivò. E così Oberon mise al lavoro tutti i Wee: in fila , in silenzio e a testa bassa, estirparono tutte le piante lunari con le loro zolle di terra, le portarono ai bordi del lago di Paulie e coprirono tutto con un soffice strato di terra fertile scavato dai prati esterni. E attesero che la luce chimica della caverna facesse scomparire i colori dai fiori. Passò un giorno, ne passò un altro ma ancora nulla. Allora Paulie ebbe un’altra idea e subito re Oberon la fece mettere in pratica: davanti ad ogni fiore, un piccolo Wee con una tazzina piena di nerissimo succo di sambuco si dedicava ad innaffiarlo. Ogni ora qualche goccia… di tempo ne avevano tanto e certamente re Oberon non li avrebbe lasciati andare fin che non fossero riusciti ad ottenere il risultato sperato. Intanto Paulie e il suo amato cantastorie se ne stettero tranquilli nella piacevole dimora che le fate avevano costruito per la loro sorella che viveva lontana dal mare, assaporando quel momento dilatato e senza tempo che li avvolgeva, con gli occhi persi in quelli dell’altro e le anime perse in un mondo tutto loro.

Finalmente, pochi giorni dopo, le fate volarono a chiamare il re con piccoli strilli di gioia: Oberon discese nella grotta, abbracciò Paulie e il Narratore, girò gli occhi sul popolo dei Wee steso a terra, stanchissimo, e annuì: ecco, questo era quel che ci voleva! La rigogliosa distesa floreale brillava di un nero sontuoso, pesante come velluto orientale, e di un bianco diamantino rilucente della luce sotterranea dei funghi. Il profumo, denso come giulebbe, si srotolava nell’aria inebriando la mente degli astanti, provocando stordimento e subitanea gioia. Poi, accolta dal saluto festoso dei Sidhe, arrivò Titania e alla vista di quella incredibile meraviglia ringraziò suo marito con un sorriso che illuminò la caverna. E la festa poté cominciare davvero.





*** FINE ***



LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 02.09.2014)

© Crenabog 




Libdian alzò una mano ad indicare ai suoi di fermarsi e il folto gruppo dei Wee immediatamente si precipitò a stendersi sull’erba, lasciando qua e là tutte le masserizie, i bagagli e le altre cose che si erano portati appresso. Era sì, giunto il momento di riposarsi dal viaggio, ma c’era anche un altro motivo, molto più logico - secondo la logica del cervello di un folletto. La spianata di Colle Rogath era letteralmente coperta di frondosi alberi che garantivano una sosta fresca e rilassante. Ma ancor di più: erano tutti alberi di sambuco. E Libdian si sarebbe mai lasciato sfuggire la possibilità di riempire le botti vuote che aveva fatto portare, con il nerissimo succo dei sambuchi, in previsione di qualche tiro mancino agli umani? Ovviamente no. Così, radunati i suoi e spiegato il piano, si misero allegramente ed alacremente al lavoro.


L’Uomo della Luna aveva preparato alcune cassette, riempiendole di terra e di piante fiorite, aveva legato perfettamente tutto insieme, e adesso stava calandosi nuovamente verso Bosco Buio, convinto di aver trovato la cosa più sorprendente possibile per riportare il buonumore alla regina Titania. Mentre scendeva nel buio cosmico, alla luce eterna delle stelle, apprezzò il lontanissimo, sublime spettacolo del sorgere del sole al più remoto orizzonte terrestre. Giunto nei pressi della taverna di Tom, mandò ad avvertire i servitori di Oberon: quando arrivarono si caricarono in spalla le cassette e si affrettarono verso la collina che nascondeva la reggia sotterranea alla vista degli umani. Re Oberon, saputo della novità, era lì ad attenderli e presiedette allo scavo nel suo giardino esterno e alla minuziosa posa in opera delle piante di fiori lunari. Intanto, mentre discorreva amabilmente con l’Uomo della Luna, pregustava la sorpresa che avrebbe avuto la sua triste sposa. Finalmente avevano trovato la più sorprendente delle sorprese! L’effluvio speziato, esotico, veramente fuori del comune, dei fiori si alzava nell’aria del crepuscolo, inebriando tutti i folletti, gnomi, e altre bizzarre creature. Finito che ebbero di sistemare il tutto, le piccole fate posarono un magico velo ad un metro da terra, così da nascondere le piante alla vista. Re Oberon voleva davvero godersi la sorpresa di sua moglie… poi si ritirarono, in attesa che il giorno passasse e venisse la notte. Una grande fiaccolata, pensavano, avrebbe illuminato il nuovo giardino e avrebbe fatto da degna corona alla festa che progettavano.




Nel pomeriggio il popolo dei Wee, nascosti dalla vegetazione a causa della loro piccolissima statura, giunse in vista della collina fatata sotto la quale sorgeva il regno del Popolo dei Sidhe. Solo le botti piene di succo di sambuco sporgevano tra i cespugli offrendo alla vista dei casuali osservatori animali un ben bizzarro spettacolo. Certo, non tutte erano piene: ne sapevano qualcosa le massaie del Gleeshire, che si erano trovate tutti i panni lavati e appesi coperti da minuscole impronte di mani inchiostrate, e i pesci del lago di pesca della città di Brandan, ormai immangiabili, visto che erano diventati tutti neri avendo bevuto le acque sporcate dai Wee. A farla breve, i Wee si accamparono vicino all’ingresso della collina e si riposarono, ridendo tra sé e continuandosi a raccontare le malefatte compiute nel viaggio. Poi, lo sguardo sempre attento di re Libdian, intravide il velo magico della fate e la troppa curiosità ebbe il sopravvento. Si avvicinò, mentre l’ultimo sole fiammeggiava verso le cime dei monti facendo risplendere il polline volteggiante nell’aere, e allungò la mano ad alzare il velo. Cosa poteva mai esserci sotto?, si domandava il sovrano dei Wee. Ed ebbe la risposta: ai suoi occhi ecco apparire la più incredibile distesa di fiori bianchi, neri e grigi che avesse mai colpito i sogni degli umani o dei Sidhe. Restò affascinato e lanciò un grido che fece accorrere tutti i suoi folletti. Che meraviglia! Che splendore! Oh, re Oberon ha davvero trovato la cosa più strana da offrire a Titania, ripetevano tra loro i folletti, facendo a gara per alzare il velo e intrufolarsi tra le piante per annusarle. E così, alzato che fu il velo delle fate, anche gli ultimi raggi del sole baciarono gli stranissimi fiori seleniti. Fu forse un atto d’amore del sole verso qualcosa che apparteneva alla luna? Chi può dirlo. Certo fu che tutti i fiori cominciarono ad agitarsi, a fremere, e a colorarsi. Sì. Mille e mille sfumature di ogni colore apparvero su corolle, pistilli, foglie e petali. I fiori erano ridiventati normali. Terrestri. Solari. E re Lindian non aveva più la forza di muovere un dito, agghiacciato, mentre le sue orecchie coglievano il rumore del lento alzarsi della sommità della collina. Re Oberon stava conducendo Titania ad ammirare il suo regalo.




Continua nella quarta puntata QUI : La favola dei fiori lunari 4



LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 30.08.2014)

© Crenabog



 

All’alba, l’Uomo della Luna uscì clamorosamente ubriaco dalla taverna, spingendosi e sbracciandosi insieme a re Brian e ad altre creature del Popolo Segreto, finendo per rotolare direttamente dentro il curato e molto amato giardino di Tom, tra cespugli, essenze e fiori in boccio. Il potente effluvio floreale , tipico dell’alba intrisa di rugiada, finì per stordirlo completamente e brancolò a mani avanti fino a che non sbatté contro il filo d’argento del ragno gigante. Seguendo l’antico riflesso automatico, iniziò ad arrampicarsi, con un sorriso sulle labbra dovuto al sidro, alla birra, al glorioso sorgere del sole all’orizzonte, all’inebriante profumo dei fiori e alle mille chiacchiere e facezie che durante le libagioni aveva scambiato con gli amici. Salì, giunse nuovamente a toccare con i piedi barcollanti il suolo lunare e, mentre il ragno gigante, il suo unico amico e coinquilino del satellite, ritraeva il lunghissimo filo, si incamminò verso il suo palazzo che vedeva in modo piuttosto annebbiato. Inciampò su qualcosa, cadde a faccia avanti e con enorme sorpresa finì nel lago magico, bagnandosi fino alla punta dei capelli. E sopra tutto, rilasciando nel lago tutto il polline dei fiori del giardino di Tom… dopo di che si trascinò lentamente nella sua stanza da letto e cadde profondamente addormentato.


Lontano, nella grande contea di Fairyland - conosciuta agli esseri umani come Wolkershire - il popolo dei Wee aveva avuto sentore del malessere di Titania e anche Libdian, il loro re, si era sentito in dovere di cercare di aiutarla. Siccome i Wee, uno tra i più minuscoli popoli di folletti dell’intera genìa dei Sidhe, noti per la loro natura ridanciana e burlesca, erano specializzati in scherzi più o meno maligni ai danni degli uomini, Libdian pensò bene di formare una delegazione e partire alla volta di Connemara per andare a raccontare le ultime beffe che avevano realizzato, così da cercare di far sorridere la regina dei Sidhe. Partirono, dunque, e nel lungo cammino combinarono i disastri più inaspettati a fattorie e villaggi, cambiando magicamente i sapori dei cibi nelle locande, trasformando il latte in birra, il burro in formaggio e viceversa, facendo venire zampe da papera alle mucche e penne ai pesci dei laghetti. E il bardo Boblum, fidato servitore di Libdian, annotò tutto con cura in un sontuoso libro in carta pergamena e rilegato in pesante cuoio martellato, per farne dono alla loro regina.




Quando l’Uomo della Luna si svegliò, un paio di giorni più tardi, si ritrovò con la testa ovattata e un peso sul petto che gli dava fatica a respirare. Aprì gli occhi e gettò un urlo quando scorse davanti al suo naso un grosso muso a punta, viola e con minuscole vibrisse che si agitavano. Si alzò di scatto e vide chiaramente che gli si era addormentata addosso una enorme talpa. Come poteva mai essere finita lassù? Mistero. E mai riuscì a capirlo, in verità. Però trovò la cosa alquanto divertente e decise di tenerla come animale da compagnia, visto che sembrava desiderare di restargli sempre intorno mentre girava per il suo palazzo. E con il talpone che lo seguiva a ruota, uscì con l’intenzione di presentarlo al ragno gigante che viveva nella zona oscura del satellite, sperando che avrebbero fatto amicizia. Fu quindi enorme la sorpresa che ebbe quando, aperto il portone, vide nel chiarore della Terra riflesso il grande lago. E tutto intorno alle sue rive, una vasta distesa di fiori. Tutti enormi, tutti profumatissimi e tutti, nessuno escluso, bianchi o neri o grigi. Nemmeno il più piccolo colore spiccava sulle foglie e sui petali.




Continua nella terza puntata QUI : La favola dei fiori lunari 3


LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 25.08.2014)

© Crenabog 




Era una sera particolarmente triste, quella che avvolgeva del profumo di fiori e resine la collina di Connemara: nel silenzio, lontano, giù giù nel profondo della collina, solo un singhiozzo si alzava nell’aria. E re Oberon non sapeva come scacciare la tristezza dal cuore della sua sposa; da tempo Titania anelava a qualcosa di nuovo, dopo secoli trascorsi a comandare sul Popolo Segreto. Gli anni passavano, il mondo lentamente mutava anche se i Sidhe vivevano esistenze lunghissime, ma nulla sembrava veramente portare un soffio di novità. L’accorgersi di questo aveva trascinato Titania in uno stato di profonda malinconia e il suo sposo aveva cercato di tutto per sorprenderla ma nulla sembrava abbastanza strano da poterla svagare. Oberon aveva anche chiamato a consulto presso di sé i capi di ogni genere, razza, specie appartenente al Popolo Segreto, e ovviamente anche il Narratore: giorni e notti passati a pensare, discutere, cercare idee ma nulla ancora aveva riportato il sorriso a Titania.




L’ultima notte del plenilunio di agosto nella taverna di Tom sembrava essersi scatenato l’inferno. Urla, salti, balli, danze scatenate e persino fiaccole accese sul prato circostante: una folla di esseri fatati gozzovigliava a tutto spiano per festeggiare l’arrivo dalle lontane contee oltre Monte Atro di parecchie botti di sidro aromatizzato, una cosa mai assaggiata prima nella taverna. Re Brian Borough si era presentato con tutti i suoi, al completo, con i migliori panciotti festaioli, cappelli piumati e calze gialle che sfavillavano alla luce delle torce. Il gatto di Tom, che aveva spillato il primo boccale, suonava come un pazzo il suo violino sul tetto coperto di muschio ed erba mentre la mucca, abituata a certi spettacoli indecorosi, brucava tranquilla come se nulla stesse accadendo. Allo scorrere delle sue melodie forsennate si susseguivano le gighe e certo il divertimento non calò di un attimo. Il chiasso era tale da disturbare anche l’attività notturna dei trolls che avevano preso possesso del Monte Atro e che ora stavano valutando se scendere a dare una lezione a quegli scapestrati, frenati solo dal ricordo del trattato di pace firmato con Oberon. Il cielo era così terso che nessuna nuvola impedì alla musica di dipanarsi sempre più in alto, fino a svegliare l’Uomo della Luna. Era da parecchio che non scendeva a farsi un buon boccale, così prese la palla al balzo, ordinò al ragno gigante di calare il suo filo argentato e scese velocemente deciso a fare bisboccia insieme agli altri amici terrestri. Quando ebbe toccato con i piedi l’erba alta e morbida, non gli passò neanche per la testa di approfittare per andare a trovare sua figlia Cinnia, che viveva nella casa incantata sull’albero donatogli dal re delle fate, anzi, aprì il portone e si precipitò ad abbracciare Tom e a dare gran pacche sulla spalla a re Brian, chiedendo a gran voce da bere. E così, mentre tutti se la spassavano, dal terreno sbucò il muso di una talpa che aveva perso la strada: annusò qua e là, girellò intorno incuriosita senza vedere niente e sbatté il muso contro il filo d’argento del ragno gigante. Come era sua natura, si aggrappò con le zampette e si arrampicò. Ma il filo era magico, ovviamente, e la magia scivolò nella talpa, metro dopo metro, donandogli la forza per arrivare fin sulla luna, senza che la mancanza di ossigeno le procurasse alcun fastidio… Giunta che fu in fondo al filo, proprio vicino al palazzo dell’Uomo della Luna, la piccola talpa diventata magica e dalle capacità insospettabili, si diede a scavare. E scavò, scavò, scavò. Poi, siccome la Luna niente altro era che un pezzo della Terra, distaccatosi milioni di anni prima per l’urto di un enorme meteorite, finì che nel profondo della Luna la talpa incappò in un enorme bolla di acqua, e appena ebbe scavato l’ultimo velo di terreno e roccia, subito il flusso liquido venne risucchiato all’esterno, con la talpa che galleggiava senza capirci nulla. Così, per un bizzarro destino, un lago magico apparve davanti al palazzo, la talpa se ne restò tranquilla a dormire sui gradini d’ingresso e il ragno si limitò a guardare senza giudicare.




E laggiù, ignari di questa incredibile stranezza, i Sidhe continuarono a danzare…


Continua nella seconda puntata QUI : La favola dei fiori lunari 2



sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA BAMBINA LUNARE

 (Prima pubblicazione 09.07.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre la collina dei tumuli, la locanda di Tom, nella quale - specialmente la sera - amava radunarsi il Popolo Segreto, quando passavano da quelle parti, per un boccale di birra e magari per ascoltare il suo gatto che suonava il violino. Cosa che inevitabilmente portava la sua mucca a salire sul tetto della locanda per brucarne il muschio fresco e saporito, col pericolo che potesse - una volta o l'altra - precipitare dentro, sulle teste di tutti. Quando il gatto beveva, il gatto suonava; e quando il gatto suonava, l'Uomo della Luna si faceva filare un filo d'argento dal ragno che vive nel lato oscuro e scendeva ad ascoltarlo. Anche quella sera successe, ma la melodia del violino era così struggente, così commovente, che l'Uomo della Luna bevve un boccale di troppo e si ritirò dietro una collinetta a rimuginare sulla sua sempiterna solitudine. Vedere tutti gli esseri fatati lì a divertirsi gli fece pesare sin troppo il suo vivere sulla Luna, unico abitante (a parte il Ragno, ovviamente!) e desiderò di avere compagnia, qualcuno che lo amasse e vivesse con lui. Mentre intontito dall'alcool finiva per addormentarsi, passò di lì una fata che lo vide e se ne invaghì perdutamente. E, siccome le abitudini del Popolo Segreto sono molto diverse da quelle degli esseri umani, non si fece alcuno scrupolo di prendersi con lui delle libertà, per poi svolazzare via allegramente. Al mattino l'Uomo della Luna riprese i sensi, si arrampicò sul filo argentato e tornò nella sua reggia.



Qualche tempo dopo, il vecchio Tom andò nottetempo a bussare alla porta del Narratore che lo accolse, preoccupato nel vedere la sua aria così stranita. Tom gli raccontò una storia parecchio confusa, ma quel che il Narratore poté capire era che l'Uomo della Luna si era cacciato in qualche guaio. Accettò quindi di seguire il buon Tom e andare a vedere. Tutto quel trambusto aveva svegliato anche il figlio del Narratore che aveva origliato e deciso di seguirli: non ci fu verso di fargli cambiare idea così lo portarono con loro. Giunti alla locanda, ecco lì seduto, ad un tavolo di quercia, l'Uomo della Luna, con alcuni boccali di birra vuoti davanti e lo sguardo spaesato. Il Narratore gli chiese cosa mai fosse successo e lui, imbarazzato, disse che, dopo aver calato come sempre il suo filo d'argento per scendere, la notte prima, quando era arrivato sulla terra vi aveva trovato legato un cesto. Un cesto fatato, naturalmente, tutto brillante nel buio, e dentro c'era qualcosa che desiderava ma che non si sarebbe mai aspettato. Avvolta in una stoffa di broccato, una bambina sonnecchiava tranquilla.




Non aveva la più pallida idea di chi o perché l'avesse lasciata lì ma lei aveva aperto gli occhi, lo aveva guardato e aveva detto:-" Papà! ", lasciandolo di stucco. Oh sì, una certa somiglianza c'era, ma da chi poteva averla avuta? Lui non se lo ricordava affatto! E così, ora, l'Uomo della Luna non sapeva più che fare... Stettero a lungo a parlare di questo curiosissimo fatto, il Narratore gli diede parecchi consigli paterni e Tom continuò a portare boccali di birra. Il figliolo del Narratore intanto si era messo a cercarla e Tom gli aveva detto di averla sistemata nella sua camera da letto così si recò lì per osservare questa nuova creatura, immaginando di trovare una lattante. Con sua grande sorpresa invece trovò una bambina, piccola, certo, ma che sembrava avere già qualche anno. Oh, le cose nel mondo del Popolo Segreto vanno in modi impensati, ragionò tra sé. E senza farsi altri problemi, la salutò e si presentò molto cortesemente, poi si accinsero a giocare insieme.


Alla fine, Tom disse loro che la cosa migliore sarebbe stata andare a discutere la faccenda con la regina Titania e così fecero. Si incamminarono tutti insieme, con i due piccoli dietro di loro, cantando ballate lunari, fino alla reggia sotto la grande collina. La regina, dopo averli ascoltati, capì cosa fosse successo, conosceva bene quel che combinavano certe fate, e disse che siccome la bambina era per metà lunare e per l'altra fatata, avrebbe potuto vivere presso la sua corte. L'Uomo della Luna perse le staffe e disse che la voleva con sé e che se non fosse stato possibile avrebbe oscurato la Luna fino alla fine dei tempi. Per trovare una soluzione , Titania comandò che le avrebbe fatto costruire una casa bellissima e che di giorno sarebbe vissuta sulla terra e la notte insieme al padre: messisi d'accordo e acquietati gli animi, Titania batté le mani e spedì i suoi sudditi a creare la nuova abitazione, che in effetti risultò molto accogliente e gioiosa, con grande soddisfazione di tutti.

L'inaugurazione fu fatta con grandi balli e festeggiamenti, mentre l'Uomo della Luna continuava a fissare le fate, sperando di indovinare chi potesse essere stata la sua moglie di una notte ma tutte gli volavano intorno ridacchiando e non riuscì mai a capirlo. I bambini se la spassarono un mondo e si promisero segretamente di continuare a vedersi di giorno. Re Oberon alzò un calice tempestato di gemme per brindare e disse:

- Quanto ne sai del popolo fatato?

- Non moltissimo, Maestà, - replicò l'Uomo della Luna.

- Allora sarà bene che ricordi questo. Avrai forse notato che non usiamo nomi, i pochissimi di noi che li portano li hanno ricevuto dai loro mariti o mogli. Questo perché in un nome c'é una magia troppo potente, che può legarti per sempre con un incantesimo. Dunque, devi dare subito un nome a tua figlia, se vuoi che stia con te per sempre.

E, mentre l'altro iniziava a pensare quale bellissimo nome gli sarebbe piaciuto darle, li videro entrare rincorrendosi nel salone delle feste, lei davanti, lui dietro che la chiamava a gran voce cercando di prenderla. Perché, quando lui si era presentato lei non aveva saputo cosa dirgli e così, ingenuamente, in tutta semplicità, le aveva dato il primo nome che gli era passato in mente. Il Narratore guardò imbarazzatissimo l'Uomo della Luna, che sembrava sul punto di esplodere, e pensò, tra sé:

"C'è davvero troppa magia a questo mondo.."





*** FINE ***