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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 03.12.2014)

© Crenabog 




Il Narratore non mostrò di dare troppo peso alle parole del re dei folletti, o forse, semplicemente non voleva dover pensare - in quel momento - a cosa sarebbe successo. Si voltò verso Cinnia, estrasse il flauto che gli aveva donato Titania e, rivolto alla luna che splendeva gelida in cielo, pensò fortemente al Ragno, ed iniziò a suonare. La magia delle fate fece giungere la melodia sino alle orecchie della gigantesca bestia, occupata come al solito a dormire nella perenne zona d'ombra del lato oscuro: si agitò, si risvegliò e cercò di capire di cosa si trattasse poi, siccome riconosceva bene il richiamo del flauto, si mise subito a dipanare il suo filo d'argento al quale legò la navicella magica. Non era per il suo padrone quindi era necessaria: avrebbe permesso a chi l'adoperava di stare al sicuro in una grande bolla d'aria.

Nella camera da letto di Oberon, Titania e un gruppo di fate vegliavano intorno a Finbar, sempre privo di conoscenza. La regina era profondamente in pena e continuava ad accarezzarlo, illudendosi di sentire regredire il gelo; purtroppo dovette notare che avanzava, lentamente, sempre più verso il cuore. Il tempo cominciava a diminuire e la speranza anche.

Mentre Cinnia entrava nella navicella ed iniziava a tornare da suo padre, il Narratore si accomiatò dagli amici entrando anche lui nel crocevia dei sentieri specchio. La ragazza-bambina, ché era ancora così tremendamente giovane, anche se gli incanti delle fate avevano fatto sviluppare il suo aspetto sino a fargli raggiungere l'età di Finbar, si torceva le dita ansiosa, mentre saliva nello spazio. Neanche la consueta vista delle stelle e delle costellazioni, che sempre l'affascinava nella sua irrealtà, riusciva a distrarla dal pensiero di Finbar morente. Per un bizzarro caso del destino, quando si erano incontrati per la prima volta lui, non sapendo come si chiamasse, si era rivolto a lei chiamandola con un nome tradizionale - il cui significato, le aveva spiegato poi, implicava il concetto di grande bellezza, cosa che l'aveva lusingata - e questo fatto, di per sé poco importante, si era invece rivelato fondamentale per le loro vite. La legge antica dei Sidhe voleva infatti che chi avesse dato il nome a qualcuno, l'avrebbe avuto per sempre: ed era successo proprio il giorno in cui suo padre si preparava alla cerimonia in cui l'avrebbe chiamata per la prima volta. Così, la loro unione era stata automaticamente sancita sin dall'inizio, e benedetta dall'amore che si era subito sviluppato tra loro. Anche se, rifletté Cinnia, suo padre non l'aveva affatto presa bene, anzi. Comunque aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco e forse anche per questo aveva diradato le sue visite sulla Terra, giustificando la cosa con il dover curare il grande giardino di fiori bianchi e neri che era nato dopo che la talpa, giunta assolutamente imprevista sulla Luna, aveva tanto scavato da far affiorare l'acqua sul suolo da sempre coperto di polvere. Una volta giunta sulla superficie, accarezzò il folto pelo dell'enorme Ragno che la aspettava ubbidiente e si diresse verso il luccicante palazzo di marmo e pietra. L'Uomo della Luna, che aveva visto stupefatto il Ragno mettersi a sciogliere il suo filo d'argento, stava sulla scalinata d'ingresso, curioso di sapere chi stesse venendo a visitarlo. Quando vide la figlia l'abbracciò e le chiese come mai quella visita inaspettata. La piccola spiegò, con voce rotta, la tragedia che si stava svolgendo sotto la collina di re Oberon e il selenita si decise a farle quelle domande che da tempo gli premevano:

- Dimmi la verità. E' soltanto per via della legge magica, che state insieme? E' per la tradizione antica?

- No, padre. Io lo amo. Ci siamo amati dalla prima volta che ci siamo visti. E' vero che Finbar ci ha messo un po' a dichiararsi, ma non stiamo insieme perché dobbiamo. E' perché lo vogliamo. Davvero.

- Se questo è veramente quel che senti, allora dovrò farmene una ragione. Capisci però a cosa vai incontro, vero? Tu sei figlia di una fata e mia, quasi fatata e quasi umana, anche se io discendo dai Tuatha e quindi anche in me scorre sangue magico. Le nostre vite sono diverse dalle loro. Riuscirai a sopportare questo, quando gli anni, tanti anni, saranno scesi su di voi?

- Lo so, me ne rendo conto. Ma non importa, sarà quel che sarà.

- E allora, andiamo a prendere il pezzo dell'Oder. Oh, è così tanto tempo che ce l'ho.. prima, sai, lo tenevo nella sala dei ricordi poi, ehm, l'ho adoperato per qualcosa di più concreto..

- Cosa ne hai fatto?

- Eh, adesso lo vedrai.

Girarono intorno al palazzo ed entrarono nel vasto terreno coltivato dei fiori che avevano così stupito la regina Titania. Il loro profumo ammaliante, stordente, frutto dell'unione di tanti diversi effluvi, lasciò la piccola a bocca aperta. Penetrarci in mezzo era una esperienza mai sognata, fu come se fosse entrata in una densa coltre di nebbia, invisibile ma profumatissima. Camminarono lungo le rive del lago creato dallo scavo della talpa e poi suo padre cominciò a fischiare forte.

- Acci! Acciiii!

- Come Acci! Chi è?

- Ma è la mia talpa, no?

- Perché l'hai chiamata così?

- Ah, ti sembrerà stupido, ma siccome quasi non ci vede, finiva sempre per starmi tra i piedi e mi ha fatto cascare tante di quelle volte.. così siccome continuavo a gridare "Accidenti!", per fare prima l'ho chiamata Acci.

- Sei veramente bizzarro, padre.

- Sì, va bene, ma adesso dove si sarà ficcata?

Non riuscendo a trovare Acci, lui le indicò una curiosa costruzione.

- Ecco, Acci abita lì sotto. Prima stava con me nel palazzo ma, siccome ho visto che si diverte di più a girare nel giardino, per evitare che qualche frammento di stella possa cascare giù e colpirla, le ho fatto una piccola casa. Sì, tanto piccola non è, ma insomma, per lei va bene. E quindi, ecco l'Oder.

La cuccia di Acci era composta da tre basse pareti di pietra levigata, aperta convenientemente sul davanti, e coperta dalla cosa più robusta che l'Uomo aveva trovato: il grande frammento curvo del calderone di Lugh. Insieme lo alzarono e lo staccarono dalle pareti, trasportandolo verso la navicella: Cinnia non finiva di ringraziarlo e pregava solo di fare in tempo a portarlo ad Oberon, nella fucina dei suoi nani. Il selenita invece, rimuginava tra sé pensando che Acci non sarebbe stata affatto contenta quando non l'avesse trovato. Era un curioso animale, e lo stare nel mondo dei Sidhe aveva fatto scorrere qualche potere magico anche in lei, così aveva sviluppato modi di fare totalmente diversi da quelli di un comune animale dei boschi e probabilmente anche un certo grado di intelligenza. Finirono di spingere l'Oder dentro la navicella poi si abbracciarono:

- Che ne dici se vengo anche io? Magari potrei tornare utile e, insomma, sarei contento di poter essere presente quando cercheranno di guarirlo.

- Ma certo, sono felice che ci hai pensato. Non avrei avuto il coraggio di chiedertelo.

- Ma no, suvvia. Ho capito come stanno le cose e mi sta bene, non preoccuparti. Allora, vediamo di sbrigarci.

Salirono entrambi e il selenita fece cenno al Ragno di liberare il filo, così da poter partire subito. E, mentre volavano verso la Terra, Acci fece capolino da sopra la testa del Ragno. Nessuno sapeva che aveva preso l'abitudine di dormire nella folta pelliccia del mostro, e certamente neanche esso se ne era mai accorto, tanto era grosso lui e tanto era piccola lei in confronto. Stando lassù aveva sentito tutto e aveva anche visto tutto: il flusso magico aveva molto aumentato la sua capacità oculare e così aveva assistito a quello che pensava fosse un furto ai suoi danni. Perché mai le avevano tolto il tetto della sua casa? Per quanto fosse affezionata all'Uomo della Luna, essendo comunque una bestiola, il concetto di possesso era una priorità in lei. E si arrabbiò. Si arrabbiò parecchio. Tanto da saltare al suolo e mettersi a rosicchiare il filo d'argento che, pure robustissimo, nulla poteva contro i suoi denti abituati a scavare la roccia. Quando il Ragno se ne accorse e cercò di scacciarla, era ormai troppo tardi: il filo si spezzò. E la navicella cominciò a precipitare.




Continua nella ottava puntata QUI : La favola del paiolo magico 8


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 26.11.2014)

© Crenabog 




Nel silenzio agghiacciante che era calato sui convenuti, le urla strazianti di Cinnia si levarono come caprimulghi nel crepuscolo, altrettanto portatrici di sventura e morte. Intorno al piccolo gruppo si era formato un cerchio di vuoto: Finbar steso a terra, subito adagiato su un folto tappeto, suo padre che lo teneva tra le braccia, Cinnia in ginocchio piangente e Paulie dietro al Narratore come a proteggerlo. Il re dei Sidhe si teneva la testa tra le mani, stupefatto, incredulo, mentre stringeva le mani di Titania, sua moglie. Poi si inginocchiò anche lui, la sua poderosa mole faceva ombra su tutti, e prese ad accarezzare il ragazzo, come a cercare la causa della tragedia.

- Ecco, toccate qui, sentite anche voi!

- E' gelato, sire. - disse suo padre.

- Sì, appunto. Ma alle estremità, vedi? Toccate le mani, i piedi, vedete? Non vi accorgete che salendo verso il corpo ancora c'è del calore?

- Avete ragione! Dunque, cosa è successo? Vive ancora?

- Certo, ma non so per quanto ancora. Di certo è un maleficio di quella maledetta di Eirwen. Non c'è un contro incantesimo da lanciargli quindi, l'unica speranza che abbiamo.. Forza, venite subito con me.

Si rivolse alle ancelle fatate, affidandogli Finbar, affinché lo avvolgessero nelle più pesanti pellicce e lo adagiassero sul suo letto e lo vegliassero, mise di guardia la sua scorta di coboldi guerrieri e guidò il gruppo dei familiari verso un lungo corridoio. Giunsero ad una massiccia porta serrata da chiavistelli magici che risposero solo al suo tocco, aprendosi silenziosamente, ed entrarono in una vasta camera le cui pareti erano interamente ricoperte da una sterminata libreria formata da scaffali, tutti occupati da minuscole scatole ed ampolle, ognuna con una targhetta indicatrice.

- Guardate, perché è molto raro che qualcuno entri qui dentro. Questa è la Sala del Mondo. Sapete già che con i sentieri specchi noi Sidhe possiamo raggiungere magicamente qualsiasi parte del mondo vogliamo visitare, ma voi, e tutti gli altri, di solito vi affidate al caso, tranne quando siete certi di quale sentiero imboccate. Qui invece sono conservate tracce di ogni luogo che mai sia stato visitato: ogni essere magico ha l'ordine di riportare un frammento, una pietra, dell'acqua, erba, fiori, del luogo dove va, e quando me li consegnano io li ripongo in una cassetta e ci scrivo sopra il nome del luogo. Così, tramite il sortilegio della unione, posso raggiungere ogni posto che voglio, in caso di bisogno, e senza sbagliare. Basta tenere in mano il frammento voluto ed imboccare da questo portale, - ed indicò un enorme anello aureo, grande al punto che potevano facilmente varcarlo almeno due persone affiancate, posto al centro della sala - e subito ci si trova dove si vuole andare. Questo è il Crocevia dei Sentieri Specchio e da qui controllo il mondo. Non perderete tempo prezioso, nella vostra ricerca. Perché, badate, non sarà una cosa facile. L'unica possibilità per salvare Finbar è ricostruire l'Oder.

- Ma non era perduto, infranto, diviso, sire? - esclamò Paulie.

- Vero, sì, ma certe reliquie non vanno mai perdute veramente. Vanno cercate, e forse so chi può aiutarci. Attendetemi qui.

Re Oberon frugò tra gli scaffali, prese una cassettina, ne cavò una piccola stalattite e, tenendola stretta entrò nel portale. Il Narratore, bianco in volto, strinse a sé in un abbraccio Cinnia e Paulie, come se questa consolazione potesse realmente preludere ad un positivo rivoltarsi della situazione; pochi minuti dopo Oberon tornò trascinandosi dietro un riluttante vegliardo, dalla lunga barba grigia ispida e coperto di un manto di pelli di topo.

- Questo è Luonnaja Radougha, la Memoria dell'Universo. O almeno, così va vantandosi da tempo immemorabile. Lui sa tutto di tutti e questo ha fatto la sua fortuna, visto che si è sempre fatto ben pagare i suoi responsi ad ogni pellegrino che arriva sino alla sua grotta. Dunque, Luonnaja, il tuo re ha bisogno dei tuoi servigi: sai dove sia finito l'Oder?

- Maestà, nessuno sa veramente dove siano i tre frammenti dell'Oder!

- Bada, che se stai cercando di patteggiare sulla ricompensa sappi che ti ricoprirò d'oro. Ma lo farò immergendoti nell'oro fuso.

- Per carità, per carità, non volevo certo.. Dunque, si dice, badate, si racconta che una volta infranto, i tre frammenti vennero divisi tra i tre re che avevano sconfitto i Tuatha. Poi, col passare dei secoli, ogni parte prese vie diverse: le ultime notizie che raccolsi, in merito, mi portano a credere che adesso si trovino in questi tre luoghi. Allora, uno è diventato lo scudo del re dei Troll, ed è sempre stato nel suo bottino di guerra. E certamente starà insieme ai suoi tesori, ben nascosto dove ora si trovi il re dei Troll che, per quanto ne so, alloggia sul Monte Atro dopo che gli è stato concesso da vostra maestà. Il secondo frammento precipitò nell'oceano quando la nave del re che lo trasportava incappò in una tremenda tempesta. Mentre affondava, si dice che nelle profondità stesse passando il Fastitocalone e che il frammento dell'Oder si sia incagliato sulla sua corazza. Ora, forse saprete che il Fastitocalone è la gigantesca , leggendaria testuggine sulla quale a volte compare Hi-Breasyl, l'isola cimitero dove riposano gli spiriti dei re del Mondo. E se si potesse giungere fin lì, tra le squame della corazza del mostro ancora sarà incastrato l'Oder. La terza parte del calderone di Lugh, così mi narrò un viaggiatore moltissimo tempo fa, era stata vista per l'ultima volta mentre un guerriero cimmero, che la usava a mo' di scudo anche lui, entrava nella locanda di Tom, che come saprete si trova qui, dentro Bosco Buio, e la barattava in cambio di una solenne ubriacatura. Ora, essendo quella più facilmente raggiungibile, ammetto che la mia insana cupidigia mi consigliò di cercare di appropriarmene ed in effetti mi recai da Tom, non in queste spoglie, ma travestito da viaggiatore comune. Cercai di farlo parlare, senza che si avvedesse di cosa veramente volevo, e dopo molti boccali di birra scambiati in sua compagnia, si vantò di aver avuto tra le sue mani il frammento dell'Oder ma di non potermelo far vedere perché a sua volta lo aveva regalato. Ma ci pensate? Il pazzo! Non ci aveva guadagnato niente, oh dei, non ci posso pensare - mugolò, tirandosi i fili della barba - lo aveva proprio regalato! E via, alla persona che meno avrei potuto raggiungere, qualsiasi cosa avessi potuto dare in cambio.

- Dunque, falla finita! , - sbottò re Oberon. - Chi è adesso che ha il terzo frammento?

- L'Uomo della Luna, sire. Tom non sapeva cosa regalargli in cambio del violino che il selenita aveva costruito per il suo gatto, e gli diede l'Oder. Ditemi, chi mai può arrivare lassù?




Continua nella sesta puntata QUI : La favola del paiolo magico 6


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 19.11.2014)

© Crenabog 




Il viaggio era stato lungo, anzi lunghissimo, considerato che una volta varcata la frontiera dell' Eirdheim e abbandonate le facili vie della Contea le strade avevano iniziato prima a costeggiare e poi a tagliare per le vaste catene montuose. Più si avvicinava al reame di Eirwen, più il gruppo dei mercanti aggiungeva vestiti sui vestiti. il freddo da opprimente era diventato decisamente glaciale. Pochi di loro si erano già spinti fin lassù, guidati dal miraggio dei favolosi guadagni promessi dagli emissari della Regina di Ghiaccio, uomini dispersi nelle principali città della Contea e dediti a mantenere rapporti con i commercianti tanto avventurosi quanto avidi che osavano raggiungerla. Il regno di Eirdheim non produceva ovviamente messi di nessun genere, visto che l'unico suo bene era il ghiaccio, ma era celebre per le inusitate quantità di pietre preziose scavate nelle profondità da comunità di nani passati al servizio della regina. Il levantino marciava coperto fino agli occhi da pellicce e mantelli, insieme al gruppo, tenendosi vicino ai carri carichi di masserizie di prima necessità, carni secche, legumi, cereali, e rarità provenienti da ogni dove. Enormi buoi muschiati dal pelo folto e lungo fino a terra trascinavano i carri legati alle giogaie, senza lamentarsi, abituati alle temperature estreme dell'Eirdheim. Venivano noleggiati alla frontiera e lì riportati dai commercianti al loro ritorno, e facevano compagnia ai viaggiatori con il loro fiato caldo, utilissimo durante le soste notturne nelle rade fattorie disseminate lungo il tragitto: fattorie per modo di dire, visto che nulla veniva coltivato, si trattava di grandi baite in tronchi delle foreste che servivano da poste per rendere meno difficile il cammino. Il levantino aveva saldato i suoi uomini e li aveva lasciati di guardia alla nave, ormeggiata nel porto di Ar-Ghala, in vista dei prossimi viaggi che lo avrebbero riportato nelle sue terre; calde terre, molto più desiderabili di dove si trovava ora, pensò con malinconia. Ma la golosità della regina bianca era ben nota ovunque, pari forse solo alla sua crudeltà, e non voleva lasciarsi sfuggire l'occasione di barattare il carico di dolci con i gioielli che avrebbe ben rivenduto ad Ar-Ghala, dove le botteghe dei cambiavalute spuntavano come i funghi e, nell'intento di strapparsi i clienti l'un l'altro, offrivano pagamenti decisamente interessanti. Il castello dei Mille Picchi comparve alla loro vista dopo un ultima, aspra arrampicata, rifulgente al sole e baluginante grazie al ghiaccio che lo ricopriva, dandogli un colore niveo che a malapena rallegrava, con la sua stupefacente bellezza, l'impressione di brutalità data dalle infinite guglie e picchi appuntiti che ne delimitavano i contorni. A prima vista sembrava che chi lo aveva progettato avesse disceso gli ultimi scalini della follia, angoli deliranti, colonne gigantesche, parti svettanti senza senso da ogni lato rendevano incomprensibile il loro uso. Il levantino pensò che potesse essere solo una rappresentazione concreta della personalità di Eirwen, tanto imprevedibile quanto pericolosa: l'isolamento tra i ghiacci eterni l'aveva resa inavvicinabile e nessun rapporto amoroso o familiare le era conosciuto. Solo il potere del regnare sulle sue terre guidava i pensieri della regina bianca e lo faceva con implacabile decisione, passando sopra a qualsiasi cosa la ostacolasse: non aveva mai guidato guerre d'invasione ma non aveva mai permesso a nessuno di uscire vivo dal suo regno, se per un qualsiasi motivo le fosse stato sgradito. Questi neri ragionamenti ronzavano certamente nelle menti dei mercanti, instillando in loro un nervosismo dal quale non potevano liberarsi e i brividi non erano dovuti soltanto al freddo intenso. Ognuno di loro stringeva nelle tasche i contratti stipulati con gli emissari, in attesa di poter consegnare il proprio carico, ricevere il pattuito e fuggire via il prima possibile. Mentre si approssimavano al castello i cancelli, enormi, di sbarre ciclopiche e puntali acuminati, cominciarono ad aprirsi, uno dopo l'altro, sospinti dai soldati della regina, imbacuccati nelle loro armature e nei pesanti mantelli di orso: il gruppo entrò, con gli occhi sbarrati fissi sulle altissime pareti di marmo e ghiaccio, scintillanti alla luce che proveniva da alte feritoie chiuse da vetrate in mosaico di vetri realizzati con scaglie di mica, schisto e lamine di pietre preziose. Vennero introdotti nella sala principale, vasta e dalla volta persa in una malaugurante oscurità. Al centro, perfettamente illuminata dalle luci spioventi, Eirwen sedeva su un alto trono, mirabilmente istoriato, in oro massiccio con ricami di perle incastonate. I mercanti sospirarono timorosi di fronte alla splendente bellezza sempiterna della regina, anch'ella discendente dagli antichi Tuatha in linea diretta, erede della loro barbarica beltà e dei loro poteri magici. I servitori si avvicinarono, presero in consegna i carichi, li distribuirono a terra ed iniziarono a confrontare il materiale con i contratti che i mercanti subito tirarono fuori in attesa del pagamento. Gli occhi di Eirwen giravano lentamente dal volto di uno a quello di un altro, come a volerli esaminare nel profondo, cosa che turbò alquanto gli animi di ognuno. Non aveva risposto ai saluti deferenti e alle parole di omaggio, limitandosi ad un breve cenno con la testa, che aveva fatto spiovere in avanti i suoi lunghi capelli di seta candida. Poi, tanto inattesa quanto terrificante, si alzò la voce di uno dei contabili:

" Maestà, qui c'è un ammanco."

E indicò la cassa del levantino. Il fiato gli si bloccò in gola, cosa poteva essere successo? Era certo di aver portato quanto pattuito! Istintivamente, gli altri mercanti si discostarono da lui facendo passi indietro, lasciandolo solo, come se fosse infetto, al cospetto della regina. Eirwen si alzò lentamente:

" Di cosa parli?" , sussurrò.

" Nella cassa non ci sono venti scatole di louchum, Maestà, bensì diciannove."

Il levantino sentì distintamente un sudore gelido scendergli per la schiena.

" Pensavi di ingannarmi, uomo?"

" Per carità, mia signora, mai e poi mai. Uno dei miei servi deve aver rubato una scatola senza che me ne accorgessi! Non avrei avuto alcun motivo per voler offendervi!"

" E la tua stupidità, se è davvero così, è giunta a non controllare il carico prima di venire, questo vorresti dirmi? Ti aspetti forse che invece di venti scatole te ne vengano pagate diciannove, e la cosa finisca così?"

"Oh, per tutti gli dei, mai sia, mi rendo conto di avervi dispiaciuto e desidero davvero regalarvi il carico, in remissione di quanto è successo! Vogliate perdonare la mia immensa stupidità, mia regina!"

Eirwen girò il capo intorno, osservando tutti i mercanti.

" Questo non è sufficiente. Nessuno inganna la regina di Ghiaccio e vive per vantarsene. Il primo e l'ultimo pagheranno. E ora vediamo di chi si tratta.."

Discese dal trono e si avvicinò ad una delle pareti, alzò un braccio e, con una mossa circolare, fece comparire un cerchio di luce. Un sottile vapore si diffuse nella sala, portando con sé aromi lontani. Al centro apparve dapprima il mercante che preparava la cassa con i louchum, poi il volto scimmiesco e infido del servo che la apriva e trafugava la scatola - cosa che provocò un singhiozzo disperato nel levantino - e il Narratore che la acquistava nella taverna di Tom. Il volto di Eirwen era sempre più furibondo, quando apparve re Oberon con davanti la scatola sul tavolo del banchetto.

" Ah! Nientemeno che il re dei Sidhe! Certamente lui è intoccabile.. - mormorò. - Ma come ho detto, il primo e l'ultimo pagheranno."

Si girò verso un cerimoniere rimasto nell'ombra dietro il trono, e ad un cenno della testa della regina questi si allontanò, tornando circondato da un gruppo di soldati che tenevano con grosse catene ben oliate un enorme orso bianco dallo sguardo folle e dalle fauci spalancate. Il gruppo dei mercanti si precipitò verso il portone e venne circondato da soldati che li mantennero fermi. Il levantino, paralizzato dal terrore, cadde in ginocchio supplicando pietà. Ma Eirwen pronunciò solo una parola, rivolta alla belva che la fissava:

" Mangialo."

Poi, ci furono solo le urla e il frangersi delle ossa del mercante. Trascinato via l'orso, con ancora i resti del miserabile ad imbrattare il pavimento di marmo venato, Eirwen tornò a guardare il cerchio di luce, dove poteva vedere scorrere le immagini del banchetto. Re Oberon, migliaia di miglia più lontano, aveva finito di narrare le sue storie, aveva alzato il brindisi e aveva aperto la scatola dei louchum, elogiandone vistosamente la bontà e magnanimamente offrendoli agli ospiti di riguardo seduti al suo tavolo. Titania ne prese uno, re Brian Borough anche, il re degli Elfi e Mab, la regina delle fate, apprezzarono gli altri. Mab passò la scatola al Narratore che ringraziò e si servì, poi la diede a Paulie che lo ringraziò con un bacio e la passò a Cinnia che sbattè le lunghe ciglia e ingoiò il dolce in un solo goloso boccone. E diede la scatola a Finbar che estrasse l'ultimo louchum, lo guardò un attimo, come impensierito, e lo mangiò.

" Muori ", disse Eirwen. E il figlio del Narratore crollò al suolo.




Continua nella quinta puntata QUI : La favola del paiolo magico 5


martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 13.11.2014)

© Crenabog 





Piccoli nugoli di fate svolazzanti giravano tra i grandi tavoli di quercia depositando boccali di sidro e birra spumeggiante, mentre un gruppo di nani si occupava di far girare la carne sugli spiedi e sulle graticole, ungendole con le leccarde fornite di olio di olive fragrante, curandone la lucentezza e il sapore. Appena si formava una crosta dorata subito le toglievano e correvano a portare i piatti a tutti i convenuti tra strilli di gioia e mugolii di soddisfazione. Piccoli folletti rovistavano tra le ceneri a caccia delle patate per aggiungerle alle vivande mentre nelle cucine un paio di enormi troll, venuti in rappresentanza del loro popolo insediato su Monte Atro, pestavano con fragore nei mastelli con le zangole riempiendo di burro schiumoso dei piccoli recipienti per annaffiarne grandi fette di pane scaldato al fuoco. L'atmosfera nel salone dei ricevimenti era caldissima e l'autunno poteva quasi essere stato dimenticato dalla bolgia dei convenuti. Dopo che anche i dolci e i liquori furono distribuiti, il signore del popolo dei Sidhe alzò la mano a comandare la calma. Lentamente il brusio si calmò e scese un silenzio pieno di aspettative. Re Oberon si accinse a narrare la sua storia, dopo aver guardato tutto intorno i volti di ognuno ed essersi accertato della loro attenzione: " Siete soddisfatti? Avete mangiato bene? " , disse ad alta voce, ricevendo unanime risposta da parte di tutti. " Allora, posso cominciare. Questa notte andremo indietro nel tempo, oh sì, molto indietro, in epoche che videro l'inizio di ogni nostra storia. Certamente ci saranno tra voi alcuni che ne sono a conoscenza - e qui guardò sia il Narratore, che chinò il capo in segno di intesa, sia certi tra i più saggi ed anziani della sua corte - ma è probabile che moltissimi di voi non ne sappiano nulla. Dunque, in tempi antichissimi le nostre terre erano abitate dal popolo dei Fomorean, dediti alla coltivazione dei campi e alla pastorizia. Greggi immense di pecore, grasse e dal pelo che giungeva sino a terra, si spostavano nelle loro transumanze da una regione all'altra, perché i Fomorean non avevano l'abitudine di costruire villaggi ma erigevano accampamenti là dove passavano le stagioni. Solo alcune città rappresentavano lo stato, ben tenute e guardate dalle legioni dei soldati Fomorean. Anche allora c'erano dei principi che avevano suddiviso tra loro, secondo la dignità e le unioni familiari, le terre ma senza far pesare sulla popolazione il loro dominio, semplicemente curando che la vita scorresse sicura come da tempo immemorabile. Nelle loro città gli artigiani creavano opere in metallo, armi, arnesi, che facevano muovere il commercio, dando un senso alle visite di gente da altri paesi e muovendo le finanze che servivano alle bisogna della popolazione. Per centinaia d'anni il popolo dei Fomorean guidò queste regioni, da nord a sud, da est a ovest, finché, un giorno, dalle nebbie e dal gelo dei mari del nord calarono fino alle nostre coste le lunghe navi nere dei figli di Diana. I Tuatha dè Danann, che chinavano il capo solo davanti alla loro dea, la Luna, ed erano dediti alle esplorazioni e alla conquista di nuovi paesi. Una spaventosa tempesta li aveva fatti deviare dalle loro rotte consuete e la nebbia, che da sempre aveva protetto le nostre coste, per una volta malauguratamente produsse l'effetto contrario: ne nascose ai Fomorean l'arrivo e sorprese i Tuatha quando si alzò, mostrando loro una terra nuova e sconosciuta. I Tuatha decisero subito di scendere dalle navi e impadronirsi di tutto; erano guerrieri formidabili, dai grandi corpi nudi coperti soltanto da pelli di animale e da corazze d'oro e argento rilucenti al sole in tutto il loro splendore barbarico. Le sentinelle avevano avvertito i principi locali che si diressero alla spiaggia con un forte contingente dei loro soldati, trovando già l'esercito Tuatha in formazione di guerra. Mandarono avanti un ambasciatore, offrendo loro di dividere la terra, donandogli l'estremo nord e dichiarandosi disposti a ritirarsi a sud, per governare insieme il territorio in cambio della pace - dato che sapevano di non essere in grado di tenere testa a simili guerrieri - ma i Tuatha risero di loro e rimandarono indietro il corpo decapitato dell'ambasciatore, preparandosi a combattere. Seguì un periodo di devastazione e morte, con i Fomorean trincerati nelle città fortificate e tutti gli altri che scappavano disperdendosi per le contee e i Tuatha che ricevevano nuove truppe dal mare e costringevano i vecchi abitanti legittimi di queste terre alla resa con l'assedio o con i massacri. I Fomorean giunsero alla disperazione e mandarono i loro stregoni a chiamare l'antichissima razza dei Giganti nelle montagne più lontane: viaggiando solo di notte essi giunsero alfine e sulla spiaggia che aveva visto l'arrivo dei Tuatha si combatté la battaglia definitiva - la stessa spiaggia, Narratore, dove incontrasti Paulie, ricordi? - con i Giganti impegnati a gettare nugoli di pietre divelte dalle rocce contro gli invasori. Da allora sino ad oggi quella spiaggia è composta solo di enormi lastre di pietra che nessuno capisce come ci siano giunte. Ebbene, ecco come fu. Ma nemmeno questo bastò a soverchiare gli invasori e dopo giorni e notti di lotta, i Tuatha ebbero la meglio. Da allora nessuno vide più i Giganti e, ve lo confesso, anche io che ho vissuto secoli ne ho incontrato le tracce solo di rado e solo in luoghi innominabili ed inaccessibili. Se ancora esistono, si guardano bene dal farsi vedere.. Così, dunque, i figli di Diana occuparono tutte le terre, rendendo servi - ma non schiavi - i vecchi abitanti, e lentamente, col tempo, fondendosi con loro. Il regno dei figli della Luna - sì, Cinnia, è probabile che tuo padre sia l'ultimo discendente puro di quella razza, destinato da sempre a vegliare sul mondo dal trono della dea - durò quasi un millennio e le loro abitudini guerriere, pur restando forti nelle loro tradizioni, avevano lentamente perso la spinta iniziale che li trasformava in berserker. Poi, quando il regno era all'apice del suo splendore, le loro arti magiche e officinali elevatissime, i commerci che si stendevano da un luogo all'altro, dal lontano sud giunse una nuova minaccia: gli Uomini dell'Inferno."




Continua nella terza puntata QUI : La favola del paiolo magico 3



LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 11.11.2014)

© Crenabog 




L'autunno, con le sue folate di vento ed il cielo plumbeo, era lentamente sceso sullo Shire e le sue prime avvisaglie erano state il soffice letto di foglie ingiallite che calavano lentamente a terra dagli enormi alberi di Bosco Buio. Come sempre, da tempo immemorabile, la natura si cambiava d'abito e anche stavolta aveva abbandonato sul terreno quello più rigoglioso e colorato, dando vita ad un alto, soffice tappeto sotto il quale ancora scorreva la vita delle molteplici forme animali intente a prepararsi per i rigori invernali. Un caleidoscopio di colori, dal giallo vivo al marrone più scuro, tappezzava la foresta e nell'aria si snodava greve un sentore di marcita, di funghi, di castagne e di resina. Per festeggiarne l'arrivo , e per distrarre il suo popolo dalla malinconia che sempre lo accompagnava, re Oberon decise di radunare tutti nella enorme sala del trono e dar vita ad un banchetto durante il quale promise di raccontare ai più piccoli certe antiche storie della loro gente. Da ogni luogo della contea giunsero alla corte del re del Popolo Segreto, gnomi, nani, folletti d'ogni tipo, dai leprechaun ai gobelin, e molti portarono con sé i loro piccoli che non avevano spesso occasione di essere invitati a raduni del genere. Re Oberon non dimenticò di mandare a chiamare anche il Narratore e suo figlio, e loro si presentarono puntuali, dopo essere passati dal grande albero secolare nel quale i Sidhe le avevano costruito casa per portare anche Cinnia, la figlia dell'Uomo della Luna. Re Brian era stato incaricato da Oberon di badare all'accoglienza e, tutto orgoglioso del suo ruolo, se ne stava in cima ad un palchetto all'ingresso della collina fatata, circondato da uno stuolo dei suoi folletti agghindati con mantelli che strusciavano in mezzo al fogliame e impreziositi di piume colorate, piccoli monili dei nani in argento, panciotti in tweed e qualsiasi altra bizzarria gli fosse venuta in mente per dimostrarsi più importanti degli altri. Quando scorsero arrivare il trio proruppero in esclamazioni di saluto: il Narratore era celebre in tutto il Popolo Segreto per la sua fama di cantastorie e ormai era divenuto una specie di memoria viaggiante degli accadimenti recenti e lontani dello Shire. Vero è che da tempo non andava più a far visita ai villaggi e città per narrare le sue favole in cambio di ricompense o cibo come aveva fatto per anni, per mantenere la sua famiglia. Da quando aveva lottato contro la Strega e aveva messo le mani su una cospicua parte del suo tesoro nascosto, antichissimi gioielli e lingotti d'oro, amministrava parsimoniosamente la sua ricchezza e conduceva la stessa vita di sempre ma con molta più tranquillità. 

Adesso infatti la contea faceva a gara per averlo ospite e godere dei suoi racconti, e i doni che gli elargivano erano più un segno di antica amicizia e di apprezzamento, che una retribuzione vera e propria. La sua vita era cambiata drasticamente, e non solo per questo: durante l'attacco degli Spettri all'antico villaggio, oltre a moltissimi dei suoi concittadini, era deceduta anche sua moglie e, dopo un giusto lasso di tempo, l'uomo aveva sancito definitivamente la sua unione con Paulie, la fata foca che lo amava dal loro primo incontro alla spiaggia dei Giganti, e che ora viveva nel grande lago sotterraneo sotto la collina di Oberon. Re Brian Borough scese dal palco per abbracciare il cantastorie e Finbar, suo figlio, che oramai era diventato alto quanto il padre e altrettanto incosciente nel gettarsi a capofitto nelle avventure più strane insieme alla piccola Cinnia, la bellissima figlia del selenita, metà fata e metà umana, dotata di poteri magici e legata a lui da un bizzarro incantesimo. Il re dei folletti volle condurli personalmente da Oberon, al quale resero simpaticamente omaggio con il dono di un cesto di dolci mollici, bianchi, una specie di pasta di castagne aromatizzata da spezie rare e ricoperta da un velo di zucchero candido. Re Oberon, che nella sua vita secolare aveva assaggiato qualsiasi tipo di cibo, restò meravigliato da quella inconsueta stranezza e volle saperne di più. Finbar spiegò che si trattava dei louchum, dei pasticcini introvabili portati da un mercante levantino attraverso mezzo mondo, e destinati alla regina di Ghiaccio: un infido servitore ne aveva trafugato una piccola cassa e li aveva venduti ad altissimo prezzo, una notte, nella taverna di Tom quando tutti erano troppo ubriachi per capire il pericolo di sfidare la regina di Ghiaccio e troppo curiosi di assaggiare quella prelibatezza. Era subito partita una disputa e un asta, a colpi di urla, e monete gettate sul bancone, e boccali di cervogia rovesciati qua e là. Mentre gli animi dei folletti convenuti cominciavano a scaldarsi, e più di un leprechaun cominciava a trasformarsi in claurichaun, il Narratore aveva lanciato all'ometto una piccola sacca di pelle di daino contenente tre enormi perle rilucenti. Lo stupore del servo era stato tale che aveva immediatamente consegnato la cassetta ed era fuggito a gambe levate nella notte per non dar tempo al Narratore di ripensarci; lui invece l'aveva aperta, ne aveva tirato fuori una ventina di louchum e aveva chiesto a Tom di farne tante fette quanti fossero stati i presenti. Poi, non contento, aveva anche offerto a tutti un giro di bevute del fortissimo liquore di gemme di pino che distillava la moglie del taverniere, tanto bionda quanto perennemente allegra. E tutti insieme si erano estasiati dello stranissimo, quasi ipnotico, sapore dei louchum. Ovviamente re Oberon apprezzò molto il racconto, immaginandosi la scena e pensando al brutto tiro giocato alla regina di Ghiaccio, una sua antica conoscenza, regnante su una terra di montagne innevate, spaventosi strapiombi, artigli di rocce insuperabili, e gelo, gelo dappertutto. Ma per fortuna era talmente lontana e al nord da non doversene preoccupare. Ringraziò il trio, mandò le sue ancelle a chiamare Paulie affinché salisse a far compagnia al suo amato e diede il via al banchetto, mentre tutto intorno grida, canti e risate si alzavano al calore dei falò scoppiettanti nei grandi camini.



Continua nella seconda puntata QUI : La favola del paiolo magico 2




LA FAVOLA DELLE CASTAGNE

 (prima pubblicazione 26.09.2014)

© Crenabog 




Era una serena giornata d'autunno e tra gli alberi di Bosco Buio spirava un refolo di vento appena accennato, come un sospiro che preannunziasse i giorni freddi che sarebbero giunti. Tra i cespugli e l'erba ancora verde fluiva tutta la brulicante vita degli insetti e dei minuscoli animali, affaccendati nella quotidiana ricerca del cibo e i loro sommessi rumori stendevano nell'aria la vibrante sinfonia della natura. In questa placida, pacifica atmosfera, passeggiavano il Narratore e Paulie, senza parlare, godendosi semplicemente il tutto che li circondava, e ponendo attenzione a non infastidire troppo le bestiole. Il vento muoveva i lunghi capelli della fata foca, come uno strascico tessuto da lembi di ragnatela rilucente ai bagliori del sole che filtrava tra le cime dei maestosi alberi. Quand'ecco, la loro attenzione venne attratta da un susseguirsi di strani gridolini rabbiosi provenienti dal folto del bosco: incuriositi lasciarono il sentiero appena accennato dai molteplici passaggi dei folletti e si fecero largo tra la vegetazione.




Sotto un gigantesco castagno se ne stava, sconsolato, un giovane leprechaun, tutto azzimato nel suo panciotto verde, le fibbie d'ottone delle scarpe rilucenti e la barba rossa ancora non folta ma curata. Poggiato in terra, c'era il solito pentolone di monete che ogni bravo leprechaun si porta appresso, sia mai comparisse un arcobaleno, per porvelo sotto. Prendeva a calci il suo cappello di panno verde, evidentemente infuriato per qualche motivo. Si fecero avanti e il Narratore disse:

- Buona giornata! Possiamo esserti utili?

Il leprechaun, che come tutto il popolo dei Sidhe ben conosceva l'uomo, rispose:

- Ah, siete voi! Serena e limpida giornata! Tranne che per me, è ovvio..

- Cosa ti rende così sconsolato, dicci.

- Sapete come succede, certi giorni ti svegli con una idea in testa, una voglia di qualcosa... e non ti dai pace fin che non ce l'hai, quella cosa. Bene. Stamattina mi si era ficcata in testa l'idea di cucinarmi un pentolone di castagne. Ne avrei fatto un bel piatto, morbide, profumate, con un brodo di erbe del bosco.. ma niente!

- Come niente, non ne hai trovate?

- Per Toutatis, certo che ne ho trovate. Non è forse questo, guarda un po', un meraviglioso castagno? Un castagno alto, folto, e pieno di castagne?

- Certo che lo è!

- Appunto. Ed è bello alto, vero?

- Oh, sì. - , aggiunse Paulie, sorridendo.

- Ed è così alto che non arriverò mai a prenderle!

- Ma guarda - fece il Narratore - guarda quanti ricci ci sono in terra. Prendi quelle, no?

- Che Belenos ci protegga, anzi, che protegga le mie mani delicate! Appena ho provato a prenderne una mi sono riempito il palmo di spine e ci ho messo un ora, urlando e piangendo, per levarmele. No, grazie!




- Mh, - rifletté l'uomo - allora forse ti serve una mano, eh?

- Sarebbe di certo molto apprezzata, mio caro!

- Ma noi non ti prenderemo le castagne, oh no, dovrai pensarci da solo!

- Ah, e questo sarebbe un aiuto?

- Pensaci un po', - fece Paulie. - Se te le prendiamo, la prossima volta che le vuoi e noi non ci fossimo, resteresti di nuovo senza, non è così?

- Anche il tuo ragionamento è corretto, mia signora.

- Quindi - disse il Narratore - ti diremo come fare e poi lo farai da solo. Ti va bene?

- Oh sì, grazie. Cosa devo fare?

- Intanto, troviamo.. ah, quella penso vada bene.. sì, una o più belle pietre piatte, ecco, le portiamo sotto l'albero.. ecco fatto. Ora, ce l'abbiamo un fazzoletto?

Il leprechaun estrasse dal panciotto un fazzoletto quasi più grande di lui - i leprechaun mica son tanto alti, si sa - e glielo porse.

- Dunque, guarda come devi fare. Prendi un bel ciottolo rotondo, eccone uno.. lo metti in mezzo al fazzoletto ripiegato, tieni i due capi in una mano.. così, bravo, ora fallo ruotare velocemente.. poi lascia andare un capo e il ciottolo tiralo verso l'alto.

Il folletto ubbidì, era giovane e pronto ad apprendere al volo cose che magari potevano essergli utili un domani per fare qualche birbonata. La pietra volò tra le chiome dell'albero, smosse i rami, un riccio si staccò e, cadendo sulle pietre piatte, sbatté e si aprì.

- Ecco pronta la tua castagna, contento?

- Ah, ma che bella pensata! Ma grazie, grazie ancora! Posso invitarvi nella mia casa per bere qualcosa?

I due risero, scuotendo la testa.

- Grazie, ma so benissimo che dopo diventeresti un claurichaun e combineresti qualche guaio. No, grazie, fai conto che ci siamo venuti, gentilissimo.

- Allora, - disse la fata foca - cosa hai imparato stamattina, giovane folletto?

- A tirar giù i ricci con i sassi!

- Ah, ah! Ma no, o meglio, pensaci un po'. Che per avere quel che si vuole non serve essere alti!

- E non serve nemmeno essere forti ,- aggiunse il Narratore. - Basta solo essere intelligenti!

E lo lasciarono, contento e indaffarato a tirar giù tutti i frutti che poteva.




*** FINE ***



LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 11.09.2014)

© Crenabog 




Titania avanzò, si avvicinò, guardò, apprezzò, ringraziò e si ritirò nelle sue stanze. Senza l’ombra di un sorriso ma sempre regalmente composta. Oberon non disse una parola, si limitò a cambiare colore in viso poi alzò un dito e fece segno a re Libdian di avvicinarsi, lo prese in braccio - era piccolissimo, si sa - e discese nella reggia sotto la collina. Poi, si sentirono le urla del Re..

Il consiglio dei reali suggeritori era riunito da ore per trovare un modo adatto a risolvere il danno provocato dai Wee quando, stanco, sudato e notevolmente bisognoso di un bagno profumato, re Brian propose come ultima risorsa di chiedere consiglio al Narratore. Spedirono subito un wurp domestico, ma bravo nell’eseguire i servizi che gli venivano affidati, alla volta dell’antico villaggio. La bestiola si lanciò al galoppo sulle sue zampette, fermandosi ogni tanto nel folto di Bosco Buio in cerca di qualche leccornia ma infine, mentre le prime stelle cominciavano a prender posto nella volta celeste e l’aria risuonava dei richiami degli esserini notturni, arrivò al villaggio: annusò, puntando il muso aguzzo qua e là, in cerca del Narratore e, avvistata la sua casa, ci andò e prese a zampettare contro la porta. Il Narratore accolse la bestiola con curiosità, si sedette sul pavimento ad ascoltare poi, dopo essere esploso in una risata, si riprese e lo seguì nella notte.




Dire che il Narratore restò affascinato dalla varietà dei fiori del giardino di Oberon, è dire poco ma ancor più se riusciva ad immaginarseli in bianco e nero. Certo, doveva essere stata una cosa incredibile… Il Narratore scese nelle profondità della reggia per andare dal suo amore , Paulie, la fata foca che abitava nel grande lago ipogeo donatogli dal re; lei, che non lo vedeva da giorni, gli corse incontro e lo abbracciò, lasciandolo stupito, come sempre, dalla forza del suo sentimento. Si sedettero alla luce morbida delle migliaia di piccoli funghi, licheni e lucciole che tappezzavano l’alta volta della caverna, avvolgendo tutto con una calda luminescenza, e ragionarono su cosa fare fin che, ovviamente, l’idea giusta arrivò. E così Oberon mise al lavoro tutti i Wee: in fila , in silenzio e a testa bassa, estirparono tutte le piante lunari con le loro zolle di terra, le portarono ai bordi del lago di Paulie e coprirono tutto con un soffice strato di terra fertile scavato dai prati esterni. E attesero che la luce chimica della caverna facesse scomparire i colori dai fiori. Passò un giorno, ne passò un altro ma ancora nulla. Allora Paulie ebbe un’altra idea e subito re Oberon la fece mettere in pratica: davanti ad ogni fiore, un piccolo Wee con una tazzina piena di nerissimo succo di sambuco si dedicava ad innaffiarlo. Ogni ora qualche goccia… di tempo ne avevano tanto e certamente re Oberon non li avrebbe lasciati andare fin che non fossero riusciti ad ottenere il risultato sperato. Intanto Paulie e il suo amato cantastorie se ne stettero tranquilli nella piacevole dimora che le fate avevano costruito per la loro sorella che viveva lontana dal mare, assaporando quel momento dilatato e senza tempo che li avvolgeva, con gli occhi persi in quelli dell’altro e le anime perse in un mondo tutto loro.

Finalmente, pochi giorni dopo, le fate volarono a chiamare il re con piccoli strilli di gioia: Oberon discese nella grotta, abbracciò Paulie e il Narratore, girò gli occhi sul popolo dei Wee steso a terra, stanchissimo, e annuì: ecco, questo era quel che ci voleva! La rigogliosa distesa floreale brillava di un nero sontuoso, pesante come velluto orientale, e di un bianco diamantino rilucente della luce sotterranea dei funghi. Il profumo, denso come giulebbe, si srotolava nell’aria inebriando la mente degli astanti, provocando stordimento e subitanea gioia. Poi, accolta dal saluto festoso dei Sidhe, arrivò Titania e alla vista di quella incredibile meraviglia ringraziò suo marito con un sorriso che illuminò la caverna. E la festa poté cominciare davvero.





*** FINE ***



LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 25.08.2014)

© Crenabog 




Era una sera particolarmente triste, quella che avvolgeva del profumo di fiori e resine la collina di Connemara: nel silenzio, lontano, giù giù nel profondo della collina, solo un singhiozzo si alzava nell’aria. E re Oberon non sapeva come scacciare la tristezza dal cuore della sua sposa; da tempo Titania anelava a qualcosa di nuovo, dopo secoli trascorsi a comandare sul Popolo Segreto. Gli anni passavano, il mondo lentamente mutava anche se i Sidhe vivevano esistenze lunghissime, ma nulla sembrava veramente portare un soffio di novità. L’accorgersi di questo aveva trascinato Titania in uno stato di profonda malinconia e il suo sposo aveva cercato di tutto per sorprenderla ma nulla sembrava abbastanza strano da poterla svagare. Oberon aveva anche chiamato a consulto presso di sé i capi di ogni genere, razza, specie appartenente al Popolo Segreto, e ovviamente anche il Narratore: giorni e notti passati a pensare, discutere, cercare idee ma nulla ancora aveva riportato il sorriso a Titania.




L’ultima notte del plenilunio di agosto nella taverna di Tom sembrava essersi scatenato l’inferno. Urla, salti, balli, danze scatenate e persino fiaccole accese sul prato circostante: una folla di esseri fatati gozzovigliava a tutto spiano per festeggiare l’arrivo dalle lontane contee oltre Monte Atro di parecchie botti di sidro aromatizzato, una cosa mai assaggiata prima nella taverna. Re Brian Borough si era presentato con tutti i suoi, al completo, con i migliori panciotti festaioli, cappelli piumati e calze gialle che sfavillavano alla luce delle torce. Il gatto di Tom, che aveva spillato il primo boccale, suonava come un pazzo il suo violino sul tetto coperto di muschio ed erba mentre la mucca, abituata a certi spettacoli indecorosi, brucava tranquilla come se nulla stesse accadendo. Allo scorrere delle sue melodie forsennate si susseguivano le gighe e certo il divertimento non calò di un attimo. Il chiasso era tale da disturbare anche l’attività notturna dei trolls che avevano preso possesso del Monte Atro e che ora stavano valutando se scendere a dare una lezione a quegli scapestrati, frenati solo dal ricordo del trattato di pace firmato con Oberon. Il cielo era così terso che nessuna nuvola impedì alla musica di dipanarsi sempre più in alto, fino a svegliare l’Uomo della Luna. Era da parecchio che non scendeva a farsi un buon boccale, così prese la palla al balzo, ordinò al ragno gigante di calare il suo filo argentato e scese velocemente deciso a fare bisboccia insieme agli altri amici terrestri. Quando ebbe toccato con i piedi l’erba alta e morbida, non gli passò neanche per la testa di approfittare per andare a trovare sua figlia Cinnia, che viveva nella casa incantata sull’albero donatogli dal re delle fate, anzi, aprì il portone e si precipitò ad abbracciare Tom e a dare gran pacche sulla spalla a re Brian, chiedendo a gran voce da bere. E così, mentre tutti se la spassavano, dal terreno sbucò il muso di una talpa che aveva perso la strada: annusò qua e là, girellò intorno incuriosita senza vedere niente e sbatté il muso contro il filo d’argento del ragno gigante. Come era sua natura, si aggrappò con le zampette e si arrampicò. Ma il filo era magico, ovviamente, e la magia scivolò nella talpa, metro dopo metro, donandogli la forza per arrivare fin sulla luna, senza che la mancanza di ossigeno le procurasse alcun fastidio… Giunta che fu in fondo al filo, proprio vicino al palazzo dell’Uomo della Luna, la piccola talpa diventata magica e dalle capacità insospettabili, si diede a scavare. E scavò, scavò, scavò. Poi, siccome la Luna niente altro era che un pezzo della Terra, distaccatosi milioni di anni prima per l’urto di un enorme meteorite, finì che nel profondo della Luna la talpa incappò in un enorme bolla di acqua, e appena ebbe scavato l’ultimo velo di terreno e roccia, subito il flusso liquido venne risucchiato all’esterno, con la talpa che galleggiava senza capirci nulla. Così, per un bizzarro destino, un lago magico apparve davanti al palazzo, la talpa se ne restò tranquilla a dormire sui gradini d’ingresso e il ragno si limitò a guardare senza giudicare.




E laggiù, ignari di questa incredibile stranezza, i Sidhe continuarono a danzare…


Continua nella seconda puntata QUI : La favola dei fiori lunari 2



LA FAVOLA DEL PIXIE CHE VOLEVA LE UOVA

 (Prima pubblicazione 02.07.2014)

© Crenabog 




Si avvicinava lentamente il sole all'orizzonte, regalando al cielo uno spettacolare fuoco d'artificio di nuvole incendiate dei molti toni del rosso e dell'arancio. E nella Contea, con la solita calma, il Popolo Segreto si preparava alle attività notturne: chi pregustava il sonno ristoratore, chi qualche abbondante bevuta alla taverna di Tom, le cucine dei folletti di re Oberon erano ribollenti e fumiganti.. nell'antico villaggio la gente tornava a casa, chiudeva bene le porte e si assicurava che non fossero entrati spiriti, folletti o altre cose più temibili. E naturalmente c'era anche chi si preparava a compiere qualche birbonata, se non addirittura qualcosa di peggio perché, lo sanno tutti, il mondo è vasto e non ci sono solo fate e fiori. Lungo le rive del fiume che nasceva dalle caverne di Monte Atro e attraversava la Contea e il villaggio, chi si fosse attardato in giro e avesse avuto la fortuna di una vista aguzza, avrebbe potuto scorgere un piccolo pixie, con un piccolo sacco a tracolla, che sembrava intento a cercare qualcosa di importante, tanta era la foga con cui girava la testa qua e là. In verità, il minuscolo folletto si era reso conto dell'ora e sperava che le cose malvage che abitano la notte si trovassero tutte dall'altra parte del fiume. Quasi tutti i componenti del Popolo Segreto evitano come la peste di bagnarsi in acque correnti e spesso un fiume, anche un torrentello, bastava a salvare una vita. Il pixie si avvicinò ad una grande quercia, alzò lo sguardo e vide quel che cercava: un nido, lassù tra i rami. Se c'era un nido, probabilmente ci sarebbero state delle uova, cosa di cui era ghiottissimo; si aggiustò il sacco sulle spalle e vagliò attentamente il tronco alla ricerca degli appigli migliori quando, nella quiete campestre che lo circondava, sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Cosa poteva esserci, tra le ombre del fogliame e dei cespugli, che iniziavano a diventare più cupe e pesanti? Osò lentamente voltarsi ed eccolo, proprio poco distante. Enorme, anche per via che il pixie era davvero piccolo, nero come la notte e con due occhi rossi di brace che lo fissavano. Non si muoveva, e neanche il folletto: sapeva bene di cosa fosse capace un kelpie.

Perché di questo si trattava, del feroce spirito fatato che prendeva la forma di un cavallo per farsi cavalcare dai viaggiatori sperduti nelle lande e nelle brughiere, galoppando poi all'impazzata per trascinarli nei corsi d'acqua, affogarli e divorare il loro fegato. Dunque, dal kelpie il fiume non lo avrebbe salvato: cosa fare? Il cavallo mostruoso si avvicinava piano, muovendo furtivamente gli zoccoli nella sua direzione; poteva distinguere il vapore che usciva dalle narici, da quel gelido corpo mortale. Con un balzo, il kelpie prese ad arrampicarsi furiosamente sulla quercia, senza pensare a cosa sarebbe successo poi, l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sul cervello. Il nitrito di rabbia del kelpie squarciò l'aria e l'essere balzò sotto l'albero, scalpitando e sbuffando, la grande testa rivolta all'insù a fissare il pixie che si aggrappava ad ogni fessura della corteccia. Il folletto malediceva l'albero, cosparso per ogni dove di resina molle e profumata, ma estremamente appiccicosa, che lo stava coprendo fin sopra i capelli, gli entrava nelle orecchie, quasi gli tappava il respiro. Ma saliva, ancora e ancora, puntando ai primi grossi rami dove contava di riprendere fiato. E ci arrivò, a stento, completamente coperto di grumi di resina giallastra, e poté sedersi a gambe larghe e ragionare sulla situazione senza scampo nella quale si era cacciato. Nel frattempo, continuava ad inveire contro la quercia appiccicosa, contro sé stesso, contro la sua stupidità nell'uscire a quell'ora e contro il suo insaziabile desiderio di mangiare uova. Uova? Certo, se l'era scordate, ma forse, se stavano nel nido, avrebbe potuto riprendere le forze e resistere sin che il kelpie non avesse adocchiato qualche preda più facile: così un po' strisciando, un po' aggrappandosi, arrivò fino al ramo sul quale era incastrato il grande nido che aveva scorto. Guardò dentro e, come c'era da aspettarsi, di uova non ce n'era nessuna, a parte vecchi frammenti di gusci, il che provocò nel pixie un nuovo scoppio di parolacce e maledizioni. Furibondo, saltò nel nido e cominciò a prendere a calci i gusci vuoti, ricoprendosi di piume e penne lasciate dai proprietari del nido, volati via chissà quando, che subito si impiastrarono alla resina e aderirono al pixie trasformandolo in una specie di assurdo uccello scalciante. E urla, strilla, prendi a calci, tanto fece che perse l'equilibrio e cadde dal ramo.




Mentre precipitava, continuando ancora a urlarne di tutti i colori, in preda al terrore si sbracciò come un ossesso e... cominciò a volare. Certo, non un bel volare, sia chiaro, uno svolazzare demente ma salvifico, visto che lo manteneva in aria, così piccolo, leggero e coperto di penne. Il kelpie lo guardava e nella sua testa malefica l'idea che il folletto potesse sfuggirgli ci mise un po' a farsi strada ma alla fine capì che non sarebbe riuscito a prenderlo. Con un ultimo sbuffo velenoso, il cavallo fatato si girò e galoppò via tra gli alberi: il pixie continuò a ballonzolare in aria cercando di dirigersi verso il più vicino luogo di ritrovo dei folletti e stavolta di certo dalla sua bocca non furono maledizioni che sortirono, ma canti di gioia, peana di battaglia, urla di giubilo e risate sguaiatissime di beffa contro il kelpie. E magari sarà questo il motivo per cui, una settimana dopo, chi passava nei dintorni della quercia la vedeva sempre più curata, abbellita, da un giardinetto fiorito che la circondava, allargandosi nel tempo sempre più, a distinguerla da ogni altro albero della zona.




** FINE **

LA FAVOLA DEL FAVOLOSO REGALO

(Prima pubblicazione 11.06.2014)

© Crenabog 




Lontano dall’antico villaggio, nel profondo di Bosco Buio, si trovava la collina sotto la quale viveva e prosperava la corte di re Oberon, il grande re del Popolo Segreto. Intorno ad essa ruotava tutta la vita e l’attività del popolo fatato, come era naturale che fosse, benché ogni foresta, lago, contea avesse i propri abitanti e i loro capi designati e riconosciuti. Avvenne dunque, un giorno, che re Brian, recatosi in visita ad Oberon, lo trovasse alquanto nervoso e immusonito. Non ci fu verso di cavargli una risposta e il re dei folletti se ne andò rimuginando la cosa. Mentre attraversava i grandi corridoi scavati nella pietra delle profondità per tornare al suo bosco, incappò in Paulie, l’amata del Narratore, che viveva nel grande lago sotterraneo, perennemente rischiarato dal lucore di milioni di funghi luminosi e dalla compagnia delle piccole fate volanti. Paulie spiegò a re Brian che si stava avvicinando il compleanno di Oberon e lui, preso da tristezza forse per via della incommensurabile età, si era convinto che tutti se ne sarebbero scordati e non gli avrebbero regalato nulla. Re Brian, ricevuta l’informazione, la ringraziò e decise di farne tesoro. Puntava ovviamente a trovare un regalo splendido senza dir nulla a nessuno così da farsi bello a corte: naturalmente, data la natura dei folletti, appena il suo attendente fu messo al corrente, il giorno dopo tutta la corte di re Brian si era scatenata a cercare regali.

E tutti quelli che uscivano da sotto la collina, inevitabilmente ne parlavano, con la scusa di consigliarsi, con troll, fate, hob goblin, nuckelawee,pixie, e tutti i tipi di esseri fatati in cui incappavano. In una settimana tutto lo Shire era in subbuglio, al punto che perfino il Narratore e suo figlio Finbar lo avevano saputo. Non che a Finbar interessasse gran che, dato che era sempre occupato in giro con Cinnia, la sua promessa, la piccola figlia dell’Uomo della Luna, ma il Narratore, amico di antica data del re ci pensava sopra anche lui. Pensò quindi di fare qualcosa di semplice ma accessibile a lui e si mise a scrivere le sue favole su un mucchio di fogli di pregiata pergamena, rilegandoli poi con gran cura in un bel volume su cui appose una dedica.





Arrivò alla fine il giorno tanto atteso e tutti ricevettero da re Oberon un invito a corte. Lui pensava di fare una sorpresa mettendoli in imbarazzo, loro invece se lo aspettavano da tempo. Così, giunsero tutte le rappresentanze del Popolo Segreto. I Porcari dell’Isola di Man, i Goblin di Bryn yr Ellyllon, gli elfi di Knockgrafton, gli Spriggan da Saint Just, le fate del Lago Povero, l’antica dimora del re O’Donoghue. E ancora tanti, che non se ne vedeva la fine… Le Gwragged Annwn dei laghi vennero ospitate nel lago sotterraneo di Paulie, i Daohine Sidhe di re Finvarra - sempre guardati con sospetto - vennero messi negli angoli più lontani della sala, controllati dai troll di montagna. I Leprechaun si sistemarono vicino alle botti di sidro, mentre i Coboldi e i Wichtlein cominciarono a discutere dei modi migliori per scavare le loro gallerie. Insomma, la festa andava bene, tutti cantarono, mangiarono, parlarono, fecero baccano. Come sempre i Leprechaun si trasformarono in Clurichaun ubriacandosi e si misero a dar fastidio a tutte le fate che trovarono.


E ad un certo punto suonò un grande gong bronzeo, re Oberon si alzò e fece un brindisi alla sua salute e a quella di tutti gli astanti: il suo proposito, neanche tanto velato, era certo quello di indurre tutti a presentarsi con qualche insperato dono… Come rappresentante degli Uomini, per primo avanzò il Narratore accompagnato dalla dolce Paulie. L’uomo teneva avanti a sé il gran volume che venne molto apprezzato da Oberon, che subito lo diede a vedere a Titania, sua moglie, che aveva aiutato Paulie a vivere alla corte quando era giunta dalla Spiaggia dei Giganti. Re Oberon abbracciò con antica amicizia il Narratore e li salutò con parole di augurio e felicità, poi ristette sul trono in attesa. Cominciò a preoccuparsi quando notò il silenzio imbarazzato che si sparse per la grande, maestosa sala del trono…


Avanzò re Brian accompagnato dal suo attendente.

- Maestà, ho cercato per voi il nettare dell’eterna giovinezza! Eccovelo!

E l’attendente, a mani vuote :- Perdonate Maestà, ma mentre lo stavo portando sono stato circondato dalle api della valle del Brinaugh che se lo sono succhiato tutto. Ora sono perennemente giovani e mi hanno detto di riferirvi che vi ringraziano.

Detto questo si ritirarono mogi…

Il capo dei Goblin avanzò con i suoi servitori.

- Maestà, abbiamo preparato per voi il migliore pasticcio di carne delle nostre terre! Eccovelo!

E i suoi servitori, uno più brutto dell’altro, come era logico trattandosi di goblin, esplosero: - Io lo stavo portando, ma lui me lo ha preso! No, è stato lui! A me è caduto! Io l’ho raccolto! E io, scusate, l’ho mangiato perché era sporco e non potevo portarvelo… scusateci…

La triade degli Elfi arrivò, e recitò in coro: - Maestà, abbiamo preparato per voi una meravigliosa parrucca , tagliandoci tutti i capelli! - ed in verità erano tutti accuratamente calvi, cosa alquanto insolita per loro. - Eccovela!

Si guardarono tra loro e terrorizzati dissero: Ma dov’è, dov’è? Ghillie Dhu, maledizione! Ce l’aveva lui! Chi gliel’ha data? Lo sapete che non gli crescono i capelli! L’ha rubata! Oh, Maestà, scusate…




Questa storia andò avanti a lungo e nessuno riuscì a presentare un regalo. Chi lo aveva perso, chi si era sbagliato, chi lo aveva lasciato a casa, chi gli era stato rubato… di scuse re Oberon dovette sentirne un enormità e cominciò a prendere prima un colorito grigiastro, segno di grande insoddisfazione, poi rossastro, segno di ira pronta ad esplodere. Dopo che tutto il corteo si fu disciolto si presentò una piccolissima fata che, tutta allegra e svampita, disse a voce altissima:- Maestà, io ho preso il regalo più bello di tutti!

- E dunque, mia cara, di cosa si tratta?

- Ho catturato per voi il maestoso unicorno bianco dal corno d’oro della montagna del Dartmoor!

- Fantastico! E dov’è?

- Ehm, dunque, mi ci sono avvicinata mentre dormiva, gli ho legato al collo un laccio fatato così da poterlo portare con me. Si è svegliato e, molto gentilmente, mi ha chiesto cosa volessi da lui. Così, gliel’ho detto. E… insomma, Maestà, vi fa tanti auguri ma si è messo a ridere e mi è scappato…

Re Oberon parve sul punto di esplodere, si prese la testa tra le mani, si tolse la corona - fatto mai accaduto prima e che terrorizzò tutti gli astanti - riprese fiato e disse: - Insomma, come dite voi tra gli umani -e si girò verso il Narratore, con un sorriso tirato - di buone intenzioni è lastricato l’Inferno, eh? Anche se noi non abbiamo l’Inferno, ma l’Ade. Che ne dici, tu, Gwyn ap Nudd?



Gwyn ap Nudd, il temuto capo della famiglia dei regnanti di Plant Annwn - l’inferno sotterraneo del Popolo Segreto -ghignando replicò:- Ma certo, Maestà. E per l’appunto è proprio il regalo che vi ho portato. Un sacco di buone intenzioni! Gliele porto lì o vuole che le lascio qui da qualche parte?
Nel silenzio più totale che era calato nella sala, persino le luci delle fiaccole, candele e torce sembrarono abbassarsi. Re Oberon finalmente esplose. Ma non in una ondata di furia, bensì in una risata colossale, al punto da far tremare persino le altissime mura: quando finalmente riprese fiato si rivolse a tutti e disse: - Va bene, alla fin fine tutti insieme mi avete veramente fatto il migliore dei regali. Una grande, grossa, immensa risata. Vi ringrazio tutti!
L’applauso che partì dal fondo giunse come un ondata liberatoria, in omaggio alla secolare saggezza di re Oberon. E la festa durò non una ma tre notti… e chi sa, forse qualcuno sta ancora lì a far festa…






 
 
*** FINE ***