(Prima pubblicazione 09.12.2014)
© Crenabog
Paulie posò i piedi su un prato basso, folto come una pelliccia, morbido e avvolgente. Aveva creduto di arrivare su una spiaggia, o su delle rocce, invece dopo aver attraversato l' anello del crocevia di Oberon si era venuta a trovare su una distesa d'erba profumata il cui vago sentore si univa agli effluvi salmastri provenienti dal mare che circondava Hy-Breasil. Si guardò intorno e tra le folate di nebbia iniziò a distinguere sempre più nitidamente i contorni del castello di Morgana, da secoli custode dei sepolcri dei re dei Sidhe. Sapeva di dover fare presto, e immediatamente si diede alla ricerca del frammento dell'Oder: temette però che, se fosse stato ricoperto d'erba, difficilmente sarebbe riuscita a distinguerlo. Avanzò, muovendo passi dapprima incerti, poi sempre più rapidi, spostandosi a destra, a sinistra, lanciando occhiate in lontananza; si rese conto che il prato contornava solo in parte le basi del castello, e lasciava quasi subito spazio a delle rocce incastrate tra enormi lastroni plumbei. Certamente dovevano essere le scaglie della corazza del Fastitocalone, la gigantesca testuggine sulla cui schiena Hy-Breasil vagava nei mari, e dunque era tra di esse che il frammento era incastrato. Cercando di non inciampare e di non procurarsi ferite o slogature, Paulie camminò ansiosamente, mentre la nebbia, in lente spirali lattiginose, andava diradandosi al sole. Le enormi scaglie apparivano corrose dal passare dei secoli e tra le loro fessure piccole polle d'acqua di mare davano ricettacolo a minuscole forme di vita, rosei granchiolini, piccoli pesci albini, alghe avvolte in ammassi molli e disfatti. Un luccichio distante attrasse la sua attenzione : comprese al volo che il sole si era riflesso su del metallo e non su materia vivente. Aveva trovato il frammento. Grande, alto quasi quanto lei stessa, lo spicchio dell'Oder era saldamente infisso tra le squame, la punta rivolta al cielo. Paulie lo tirò, spinse, fece forza in tutti i modi fino a farsi sanguinare le dita ma sembrava che non fosse possibile estrarlo. Cadde in ginocchio, colta dallo sconforto: si prese la testa tra le mani, le veniva da piangere poi, risoluta a farcela ad ogni costo, continuò appoggiandovisi contro con tutto il corpo. Aveva graffi ovunque, e il sangue aveva cominciato a colarle sul vestito, quando - dapprima lentamente, poi con maggiore facilità - il frammento iniziò a dondolare e cadde a terra con un sonoro clangore. Paulie, con un sorriso sul volto, riprese fiato e , ora che era riuscita ad estrarlo, lo sfiorò con le dita trasferendo al metallo il lieve tocco magico della sua essenza fatata, che lo rese leggerissimo e pronto ad essere facilmente trasportato verso la zona dove l'attendeva l'ingresso al crocevia.
- Cosa stai facendo?
Si girò e vide, in piedi sul bordo bagnato dai flutti, una forma umana. Il sudore che le era colato negli occhi le aveva reso la vista poco nitida: se lo terse col dorso della mano e riuscì a distinguere meglio di chi, o cosa, si trattava. Un tritone, alto, muscoloso, dal color bronzeo e dalla schiena squamata di verde, la fissava, ritto verso di lei, con le braccia dietro le spalle.
- Oh. Sto portando una cosa da re Oberon, - disse, preoccupata.
- Stai prendendo l'Oder, vero, sorella?
Paulie restò di stucco e non rispose.
- Sappiamo bene cosa stai facendo. Anche nelle profondità del mare arrivano le notizie: o non ricordi che il Popolo Segreto è unito ovunque?
- Sì, sì. Ma ora non posso prestarti attenzione, perdonami. Devo fare presto.
- Tutta questa fretta per salvare un umano?
- Non puoi capire. Ed io non posso stare qui a parlare con te, ti prego, lasciami fare.
- Capiamo benissimo, sorella. Forse sei tu che non capisci. O magari non ricordi le tue origini. Ti sarai anche abituata al tuo corpo da umana ma resti sempre una selkie. E noi, e le sirene, le ondine, tutti gli abitatori dell'acqua, siamo la tua famiglia. Come hai potuto abbandonarci e dimenticarti di noi?
- Ti prego, davvero, non posso stare a discutere con te di questo, ora.
- Ah, non puoi? Non vuoi, è più onesto dire. A noi tutti invece manchi tanto. Così come ci manca ognuno di noi che lascia il mare per vivere sulla terra ferma. Talvolta è vero, sono costretti a farlo; forse anche tu fosti obbligata? E' questa la tua scusa? - insisté il tritone, con aria malevola. Paulie cominciò ad avere davvero paura. - Magari qualcuno ti ha rubato la tua pelle di foca. E' per questo che non hai più ripreso le tue vere sembianze e non sei tornata da noi?
- Ti sbagli, - gridò Paulie. - Nessuno mi ha costretto!
- Però se tu riavessi la tua vera pelle dovresti indossarla e venire di nuovo negli abissi. Non è così? Non è questa, che ti manca?
E così dicendo mostrò cosa teneva nascosto dietro la schiena. Stretta in pugno, una lucida pelle di foca apparve agli occhi della disperata ragazza. Il colpo fu troppo forte e vacillò, smarrita. La legge obbligava ogni selkie che avesse preso aspetto umano, spogliandosi del suo vero aspetto, a indossarla nuovamente e a tornare tra le onde appena fosse tornata di nuovo in suo possesso. Paulie temette di svenire poi, con il cuore stretto dall'angoscia per il ritardo imprevisto, riuscì a ragionare e affrontò il tritone:
- Mi mancherebbe, e la dovrei indossare, se fosse la mia. Ma tu sai che mi stai ingannando e lo so bene anche io. Così come so perfettamente dove si trova , e chi la custodisce: e che me la darà solo quando gliela chiederò. Quindi, quella non è la mia pelle, e tu non puoi costringermi a nulla!
- Per vivere con un umano respingi la tua razza? Rinneghi te stessa, e quel che sei?
Il tritone era realmente infuriato e lanciò in acqua la pelle fatata, cominciando ad avanzare verso di lei con le mani palmate protese minacciosamente.
- Nessuno lascia il mare, se il mare non vuole lasciarlo, - gridò.
- Allora stavolta il mare dovrà farsene una ragione, perché non tornerò mai più! , - rispose la ragazza: con un rapido gesto lanciò l'Oder verso il portale e correndo lo seguì; mentre il tritone furibondo scattava in avanti nel tentativo di raggiungerla, arrivò nel punto da dove era comparsa. Un lampo di luce la avvolse e volò sul freddo pavimento di marmo della sala dove re Oberon la stava aspettando.


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