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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 09.12.2014)

© Crenabog 




Paulie posò i piedi su un prato basso, folto come una pelliccia, morbido e avvolgente. Aveva creduto di arrivare su una spiaggia, o su delle rocce, invece dopo aver attraversato l' anello del crocevia di Oberon si era venuta a trovare su una distesa d'erba profumata il cui vago sentore si univa agli effluvi salmastri provenienti dal mare che circondava Hy-Breasil. Si guardò intorno e tra le folate di nebbia iniziò a distinguere sempre più nitidamente i contorni del castello di Morgana, da secoli custode dei sepolcri dei re dei Sidhe. Sapeva di dover fare presto, e immediatamente si diede alla ricerca del frammento dell'Oder: temette però che, se fosse stato ricoperto d'erba, difficilmente sarebbe riuscita a distinguerlo. Avanzò, muovendo passi dapprima incerti, poi sempre più rapidi, spostandosi a destra, a sinistra, lanciando occhiate in lontananza; si rese conto che il prato contornava solo in parte le basi del castello, e lasciava quasi subito spazio a delle rocce incastrate tra enormi lastroni plumbei. Certamente dovevano essere le scaglie della corazza del Fastitocalone, la gigantesca testuggine sulla cui schiena Hy-Breasil vagava nei mari, e dunque era tra di esse che il frammento era incastrato. Cercando di non inciampare e di non procurarsi ferite o slogature, Paulie camminò ansiosamente, mentre la nebbia, in lente spirali lattiginose, andava diradandosi al sole. Le enormi scaglie apparivano corrose dal passare dei secoli e tra le loro fessure piccole polle d'acqua di mare davano ricettacolo a minuscole forme di vita, rosei granchiolini, piccoli pesci albini, alghe avvolte in ammassi molli e disfatti. Un luccichio distante attrasse la sua attenzione : comprese al volo che il sole si era riflesso su del metallo e non su materia vivente. Aveva trovato il frammento. Grande, alto quasi quanto lei stessa, lo spicchio dell'Oder era saldamente infisso tra le squame, la punta rivolta al cielo. Paulie lo tirò, spinse, fece forza in tutti i modi fino a farsi sanguinare le dita ma sembrava che non fosse possibile estrarlo. Cadde in ginocchio, colta dallo sconforto: si prese la testa tra le mani, le veniva da piangere poi, risoluta a farcela ad ogni costo, continuò appoggiandovisi contro con tutto il corpo. Aveva graffi ovunque, e il sangue aveva cominciato a colarle sul vestito, quando - dapprima lentamente, poi con maggiore facilità - il frammento iniziò a dondolare e cadde a terra con un sonoro clangore. Paulie, con un sorriso sul volto, riprese fiato e , ora che era riuscita ad estrarlo, lo sfiorò con le dita trasferendo al metallo il lieve tocco magico della sua essenza fatata, che lo rese leggerissimo e pronto ad essere facilmente trasportato verso la zona dove l'attendeva l'ingresso al crocevia.

- Cosa stai facendo?

Si girò e vide, in piedi sul bordo bagnato dai flutti, una forma umana. Il sudore che le era colato negli occhi le aveva reso la vista poco nitida: se lo terse col dorso della mano e riuscì a distinguere meglio di chi, o cosa, si trattava. Un tritone, alto, muscoloso, dal color bronzeo e dalla schiena squamata di verde, la fissava, ritto verso di lei, con le braccia dietro le spalle.

- Oh. Sto portando una cosa da re Oberon, - disse, preoccupata.

- Stai prendendo l'Oder, vero, sorella?

Paulie restò di stucco e non rispose.

- Sappiamo bene cosa stai facendo. Anche nelle profondità del mare arrivano le notizie: o non ricordi che il Popolo Segreto è unito ovunque?

- Sì, sì. Ma ora non posso prestarti attenzione, perdonami. Devo fare presto.

- Tutta questa fretta per salvare un umano?

- Non puoi capire. Ed io non posso stare qui a parlare con te, ti prego, lasciami fare.

- Capiamo benissimo, sorella. Forse sei tu che non capisci. O magari non ricordi le tue origini. Ti sarai anche abituata al tuo corpo da umana ma resti sempre una selkie. E noi, e le sirene, le ondine, tutti gli abitatori dell'acqua, siamo la tua famiglia. Come hai potuto abbandonarci e dimenticarti di noi?

- Ti prego, davvero, non posso stare a discutere con te di questo, ora.

- Ah, non puoi? Non vuoi, è più onesto dire. A noi tutti invece manchi tanto. Così come ci manca ognuno di noi che lascia il mare per vivere sulla terra ferma. Talvolta è vero, sono costretti a farlo; forse anche tu fosti obbligata? E' questa la tua scusa? - insisté il tritone, con aria malevola. Paulie cominciò ad avere davvero paura. - Magari qualcuno ti ha rubato la tua pelle di foca. E' per questo che non hai più ripreso le tue vere sembianze e non sei tornata da noi?

- Ti sbagli, - gridò Paulie. - Nessuno mi ha costretto!

- Però se tu riavessi la tua vera pelle dovresti indossarla e venire di nuovo negli abissi. Non è così? Non è questa, che ti manca?

E così dicendo mostrò cosa teneva nascosto dietro la schiena. Stretta in pugno, una lucida pelle di foca apparve agli occhi della disperata ragazza. Il colpo fu troppo forte e vacillò, smarrita. La legge obbligava ogni selkie che avesse preso aspetto umano, spogliandosi del suo vero aspetto, a indossarla nuovamente e a tornare tra le onde appena fosse tornata di nuovo in suo possesso. Paulie temette di svenire poi, con il cuore stretto dall'angoscia per il ritardo imprevisto, riuscì a ragionare e affrontò il tritone:

- Mi mancherebbe, e la dovrei indossare, se fosse la mia. Ma tu sai che mi stai ingannando e lo so bene anche io. Così come so perfettamente dove si trova , e chi la custodisce: e che me la darà solo quando gliela chiederò. Quindi, quella non è la mia pelle, e tu non puoi costringermi a nulla!

- Per vivere con un umano respingi la tua razza? Rinneghi te stessa, e quel che sei?

Il tritone era realmente infuriato e lanciò in acqua la pelle fatata, cominciando ad avanzare verso di lei con le mani palmate protese minacciosamente.

- Nessuno lascia il mare, se il mare non vuole lasciarlo, - gridò.

- Allora stavolta il mare dovrà farsene una ragione, perché non tornerò mai più! , - rispose la ragazza: con un rapido gesto lanciò l'Oder verso il portale e correndo lo seguì; mentre il tritone furibondo scattava in avanti nel tentativo di raggiungerla, arrivò nel punto da dove era comparsa. Un lampo di luce la avvolse e volò sul freddo pavimento di marmo della sala dove re Oberon la stava aspettando.




Continua nella nona puntata QUI : La favola del paiolo magico 9


domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 18.09.2013)

© Crenabog 




I sentieri, sotto i grandi alberi, e le strade dei villaggi, apparivano tristemente vuoti e desolati. In breve, tutti gli insediamenti umani siti al limitare di Bosco Buio, si erano svuotati, sia per l'esodo in massa sia per le molte morti, rapimenti e sparizioni provocati dalla Corte Selvaggia. Non ci fu famiglia che non avesse perso qualcuno, né contadino che non avesse visto devastato i suoi campi. Si rifugiarono tutti alle estreme propaggini sud della Contea, nell'Ooganshire, ben lontani dalla furia imperante nella grande foresta: e lì rimasero, timorosi, in attesa di notizie. Una calma irreale scese sulle distese boscose, sulle rocce coperte di muschio, sulle macerie dei villaggi. Nel silenzio dovuto alla fuga degli uccelli e degli altri piccoli animali solo si potevano distinguere lo scalpitare degli zoccoli dei pooka di Dando, della Corte Scontenta e del raspare dei mastini infernali. Vagavano, ovunque, senza requie. In caccia.


Ci aveva riflettuto a lungo, Paulie, ed alla fine aveva preso la sua decisione. Chiese quindi udienza a re Oberon che la ricevette insieme al Narratore.

- Sire, sono al corrente di quel che accade e vorrei chiedervi, come pensate di far fronte a Dando?

- Come abbiamo deciso. Ci sarà uno scontro, cercheremo di distruggerli e in questo saremo aiutati dai troll, anche se ci potrà costare caro.

- Ecco. Sapete tutti che la Corte è costituita da esseri umani rapiti e trascinati a fare del male contro la loro volontà, da spiriti crudeli e da demoni. Ora, i troll sono di carne, anche se possenti, e solo la carne potranno combattere, quindi immagino che potranno distruggere gli umani corrotti dal potere della Corte. Ma contro gli spiriti anche loro, e voi, e tutti i folletti, potranno ben poco. Servono degli incantesimi, e per questo come farete?

- Abbiamo dalla nostra gli incantatori di re Midhir, il signore di Bri Leith: e loro hanno grandi poteri.

- E se non bastassero, sire?

- Allora non so cosa ci resterà se non cadere con onore.

- Parlavate di consegnare loro i fratelli Corchoran...

- Certo, ci proveremo e vedremo se questo calmerà la loro furia.

- Sono già stati presi?

- In questo momento gli spriggan stanno andando a prenderli. Anche sotto la reggia abbiamo un nodo e sono partiti da lì.

- Che intendete per nodo, maestà? - chiese il Narratore.

- Uno degli incroci fatati da cui si dipartono i Sentieri Specchio. O un portale, se preferisci; da qui possiamo arrivare in qualsiasi luogo del Popolo Segreto, senza perdere tempo in lunghi viaggi.

- Capisco. Bene. Allora immagino che almeno questa faccenda sarà risolta presto.

- Sicuramente. Anche se i Corchoran sono protetti dall'incantesimo chiesto a Grandi Orecchie, gli spriggan appariranno direttamente dentro la loro casa e li porteranno qui.

- C'è una cosa di cui vorrei parlarvi, maestà. - Disse Paulie, torcendosi le mani, agitata. - E' uno dei segreti del nostro popolo. Forse faccio male a rivelarvelo ma potrebbe salvare tutti quanti noi.

- E allora, ti prego, dicci di cosa si tratta!




- Le fate foca sono sempre in pericolo, quando nuotano in mare, di essere catturate e uccise dai marinai. A volte le sirene riescono ad aiutarci, ammaliando i pescatori e trascinandoli nel profondo per divorarli, ma non sempre sono presenti quando veniamo catturate. Per questo, nei tempi antichi, venne creato un potente talismano in grado di colpire e assorbire dentro di sé l'essenza fisica e spirituale di chi ci dava la caccia. E per questo, a volte, le imbarcazioni tornano a riva spinte dalla corrente senza nessuno a bordo. E' l'unica arma che ha il mio popolo.

- Sarebbe un grandissimo aiuto! Pensi che potrebbero prestarcelo?

- Non so, sire. Ma possiamo provare a chiederlo ai nostri regnanti.

- Sarà il caso che parli io con loro, allora...

- Faremo così, andremo alla Spiaggia dei Giganti e cercheremo di convocarli, sperando che comprendano.

- Va bene. Prepariamoci subito a partire

Seguiti da una scorta fidata di folletti pesantemente armati, scesero alla sala del nodo, varcarono la porta e si ritrovarono sulla grande distesa di enormi massi levigati da centinaia di anni di acqua salmastra, dove per la prima volta si erano incontrati Paulie e il Narratore. L'odore di alghe era pesante e gli spruzzi salmastri bagnarono i loro visi. Paulie si avvicinò all'acqua, vi pose le mani e mosse a lungo le labbra, in una silenziosa richiesta. Passò un ora, a giudicare dall'abbassarsi del sole nel cielo, e infine apparvero. Dalla spuma del mare sorsero i tritoni e le fate foca, tanti, a perdita d'occhio, come se tutta la sua gente fosse tornata a cercarla. Non si sentì alcuna parola, gli esseri del mare comunicavano tra loro col pensiero quando non erano in forma umana. Re Oberon sentiva su di sé il peso dei loro sguardi: iniziò ad avvicinarsi, inchinandosi, ma uno di loro alzò sdegnosamente una mano per fermarlo.


Poi, fece un cenno a Paulie, mostrando di volerla come interlocutrice. Davanti a questo spettacolo, riconoscendo in lei quello che era l'unico tramite tra il Popolo del mare e il Popolo Segreto, il Narratore si sentì profondamente in colpa per aver posseduto la sua pelle di foca, evitando che ritornasse nella sua forma naturale. Poi ricordò che era stata lei a chiedergli di farlo, per poter rimanere insieme nel suo mondo terrestre: ma quel vago senso di rimorso, nel vedere la magnificenza del loro essere parte stessa di quell'infinito oceano, non lo abbandonò. Alla fine, quello che sembrava il più imponente tra loro, assentì, si tuffò in mare e riemerse poco dopo recandole qualcosa, ben celato in un cofano di legno incrostato da antiche conchiglie. Poi, sempre in silenzio, si immersero nuovamente e sparirono.





Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 8



giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 29.01.2013)

© Crenabog 




...mentre nuvole di polvere scendevano lentamente in terra, il Narratore uscì finalmente all'aperto, alla luce del sole e si incamminò in direzione del Portale. Nell'aria una sottile vibrazione, quasi un sommesso lamento della natura , come l'allontanarsi di un carico secolare di ricordi giunti al loro termine. Tutta l'aura negativa di Afelia sembrava vorticare attorno al Portale, come se anch'essa volesse sfuggire, una volta per tutte, da quei luoghi: l'uomo si fece avanti, controllò di avere con sé le bisacce e portò alle labbra la fiala donatagli da Titania. Il liquido aromatico fece subito effetto, donandogli un momentaneo oblio dei sensi, ma lo stesso attraversò la porta. Era preparato a quel che lo aspettava, e stavolta non ne rimase scosso troppo. Si fece scudo chiudendo la mente ai richiami strazianti delle migliaia di vite che iniziavano e finivano nel vortice del tempo e uscì dall'altra parte.


Intravvide il sentiero, nel bosco fitto che faceva da frontiera, e iniziò il ritorno verso le dimore del Popolo Segreto. Dopo poco, però, desiderò sedersi per riprendere bene i sensi e così, semplicemente, si addormentò. La sua mente prese a vagare tra i ricordi, ma sottile, giù nel profondo, l'immagine di Paulie tornava e tornava, ricorrente, calmante, dolce. Quando si risvegliò vide seduto vicino a lui un leprechaun, che ridendo disse: "Ben tornato, finalmente! Eccoti qui! Ah, ah! Re Brian era preoccupato che ti fosse successo qualcosa di brutto!"

Il Narratore lo rassicurò e il piccolo essere continuò:




"Il re mi ha comandato di portarti un cavallo, sarebbe oltremodo felice se tu volessi passare da lui a salutarlo, prima di andare dalla regina Titania. Tranquillo, non è un kelpie, ah ah! Sì, oramai lo sanno tutti, anche se lui non voleva che la strillata che Titania gli ha fatto si sapesse in giro.. Guarda, l'ho legato a quell'albero, prendilo e vai, io me ne vado a cercare della birra!" e sparì tra i cespugli. Il Narratore salì sul cavallo, una bella bestia dall'aspetto docile, e si avviò. Attraversò la landa godendo del calore del sole poi, rientrando nel fitto di Bosco Buio, gli sembrò di scorgere una figura che danzava eterea ed eccola, sognante, bella come sempre. Paulie. Che evidentemente aveva saputo del suo viaggio e si era appostata ad aspettarlo.


" Paulie! Eri venuta a cercarmi? "

" Pensavi che ti avrei lasciato da solo? Se solo mi avessi detto quel che avevi in mente, sarei venuta con te."

" No, ti assicuro, è stato meglio così. Ma sono lo stesso felice di vederti. Era tanto che non.."

" Colpa tua, che mi hai lasciato a vivere nelle grotte di Titania. Non che sia brutto, nuoto con le fate, scherzo con i folletti, ma tu, tu non ci sei. "

" E' vero, ma le cose devono cambiare. Non so come, ma in qualche modo.."

" Lo sai, in quale modo, - sussurrò Paulie. - Non ce n'è un altro."

Da sempre, dal primo momento che si erano incontrati, quando il Narratore vide Hy-Breasyl fluttuare sul mare, il loro destino era stato uno. E accadde. Fu un bacio lungo, silente, un fondersi di anime. E una promessa.





Continua nella nona puntata, QUI : La favola del Signore del Wangshire 9


mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DI PAULIE CHE VENNE

 (Prima pubblicazione 09.09.2009)

© Crenabog 




Ai limiti del villaggio si dipartiva la lunga via che portava ai confini della Contea, una strada lunga che portava fino al mare. Era la strada che aveva percorso il Narratore quando era andato a cercare ispirazione per le sue storie e alla fine della quale aveva incontrato le fate foca che gli avevano donato la pietra magica della pioggia. Lungo quella strada si aprivano sentieri giovani ed antichi, le vie attraversate dal Popolo Segreto per incontrarsi. Tutta la regione subiva un sottile fascino, c'era nell'aria un qualcosa di magico che neanche gli anni riuscivano a cancellare. I viaggiatori a volte facevano incontri curiosi, a volte finivano in qualche guaio perché il Popolo Segreto sa essere buono ma è sempre pericoloso per gli esseri umani che non sanno come rivolgersi a loro. E su quella strada, una notte, chi vi fosse passato avrebbe sentito il passo lento e cadenzato degli zoccoli di un cavallo ma non avrebbe visto nulla, per quanto fosse stata forte la bianca luce della luna. Era un kelpie quello che avanzava senza fermarsi lungo la vecchia strada, un kelpie uscito dal mare, con piccoli granchi aggrappati alla sua criniera verdastra, con minuscole conchiglie attaccate al suo pelo sempre umido e gocciolante. Lenta batteva la sua lunga coda contro i fianchi, non aveva fretta, sapeva dove andare. Aveva un compito, gli era stato dato un comando e, anche se i kelpie sanno essere delle belve feroci quando riescono a trovare un viaggiatore solitario, sono pur sempre degli esseri fatati e obbediscono ai propri simili. Quel che portava in groppa era qualcuno che soffriva, qualcuno che non si rassegnava, qualcuno che aveva perduto il cuore.
Nel villaggio come ogni giorno fervevano le attività, chi si recava al lavoro, chi al mercato a vendere o ad acquistare, il borgomastro con la sua cricca si inventavano di che passare la giornata, qualcuno invece se ne stava nel fresco della taverna a bere sidro e ad ascoltare il Narratore che deliziava tutti con le sue storie e le sue leggende del Popolo Segreto e così facendo si guadagnava di che vivere. Non era in fondo una brutta vita, sempre alla giornata, ma sì, però una vita ricca, dei continui colloqui con tutti gli abitanti, della stima che riceveva, della fantasia che poteva scatenare e dei sogni a cui dava vita continuamente. Una casa ce l'aveva, una famiglia pure e quando aveva voglia di distrarsi un saltino alla reggia di Re Oberon non gli era mai vietato. Certo, i piedi nei cerchi delle fate non li aveva mai messi ma qualche boccale di birra con Re Brian Borough lo aveva ben bevuto! E così, anche quel giorno, finito che ebbe i suoi racconti, raccolto che ebbe tutte le offerte che gli abitanti gli donavano con simpatia e larghezza (non era forse lui la loro principale fonte di svago?) se ne partì per tornare a casa; sulla strada gli venne voglia di andare a vedere la Casa sul Masso degli Elfi perciò si incamminò verso il Bosco Buio ma si fermò d'improvviso quando, nel soleggiato meriggio, pur non vedendo nulla distinse perfettamente il suono degli zoccoli.







Capì subito che doveva esserci un kelpie in cammino e passò sul lato erboso della strada per non rischiare di essere catturato ma una voce gli giunse, cristallina, quasi divertita:- "Dove te ne vai?" Restò un attimo interdetto, non sapeva se crederci oppure no, ma... "Sei davvero tu?", disse. "Certo! Ti dispiace?" e lentamente il pulviscolo dorato che fluiva nell'aere si addensò rivelando la grande forma del kelpie e quella, più minuscola, di chi lo stava cavalcando. Era lì, come sempre splendida, come sempre coperta solo dai suoi lunghissimi capelli, e rideva felice, con quel viso da bambina che non gli aveva mai voluto dire quanti anni aveva in realtà. Paulie tese verso di lui la mano per farsi aiutare a scendere, accarezzando il kelpie e sussurrandogli qualcosa in un orecchio appuntito, bizzarramente pieno di alghe. "Che fai qui, Paulie?", disse il Narratore. "Tu non venivi, mi manchi tanto...ho pensato di venire io. " "Piccola, sei stata tanto gentile ma non puoi stare qui con me, te l'avevo già spiegato.." Si sedettero sotto un albero, lui non sapeva proprio cosa fare, completamente perso nei suoi occhi, infine le disse:" Senti, parliamone con Titania, forse troverà una soluzione" ed entrarono nel Bosco diretti alla radura dove si incontravano le creature magiche. Scese leggera la notte, in alto nel cielo una luna piena enorme, abbagliante, seguita da una piccolissima stellina illuminava tutta la radura. Venne al fine Titania con la sua corte, abbigliati nei loro mille colori, attorniati dalle luci delle lucciole e il Narratore, dopo aver presentato alla Regina la piccola Paulie, chiese il suo consiglio. La Regina sapeva che un amore tra un uomo e una fata foca sarebbe stato una cosa davvero complicata, anche perché lui non era libero, e disse che volentieri avrebbe ospitato la fata nel grande lago sotterraneo della sua reggia, dove avrebbe potuto vivere insieme alla sua corte e avrebbero potuto incontrarsi quando avessero voluto. Sapevano che era l'unica soluzione per non dover rimandare Paulie al mare del Nord e decisero dunque di fare così. Titania rimandò il kelpie nelle sue limacciose paludi e quello se ne partì al galoppo, scrutandosi attorno con gli occhi di fiamma in cerca di qualcuno da attaccare, poi congedò il narratore e riprese la sua strada nel Bosco Buio. Dolcemente, iniziava a cadere una calda pioggia, sottile, come se il cielo stesso piangesse e Paulie lo abbracciò, lo baciò e gli sussurrò:-"Ti amo. Ti ho sempre amato e sempre ti amerò." Il Narratore rispose:-" Lo so. Anch'io. Verrò a trovarti." E restò lì, nel buio, a guardarla andare via col Popolo Segreto, mentre la pioggia scorreva sul suo capo e scivolava a terra, piano, delicatamente.






*** FINE ***

LA FAVOLA DI HY BREASIL

 (Prima pubblicazione 16.08.2009)

© Crenabog 




C'era la nebbia, quando uscì di casa, era l'alba ed era il momento in cui iniziava sempre i suoi viaggi alla ricerca di leggende, miti, tradizioni orali da imparare e tramandare.  Non era altro che un narratore che aveva così tante cose da raccontare, forse tante quante ne aveva raccontate sino ad allora e sempre più ne trovava durante i suoi viaggi e durante i suoi incontri con il Popolo Segreto. A volte il suo bambino lo accompagnava , altre volte se ne andava da solo sempre godendo di quanto lo circondava, della natura che sempre sapeva ricominciare a vivere anche dopo qualche disastro. Ogni filo d'erba sembrava parlargli, ogni tramonto nascondeva in sé qualche perla da rubare per donarla agli altri. Un giorno che era in viaggio, con l'idea di giungere alla spiaggia dove aveva incontrato Paulie per vedere se il mare avrebbe avuto per lui nuovi doni e nuove storie, cominciò stranamente a sentirsi poco bene, ad avvertire i refoli del vento più freddi sul collo, le nuvole sembravano più grigie, l'erba aveva assunto una tonalità spenta. Ebbe forte la sensazione che tutto stesse sfilacciandosi, come se dovesse giungere ad una fine e ne provò una sottile paura. Ma non smise di andare avanti, si concesse solo qualche sosta in più lungo il cammino, approfittando dell'ospitalità delle rare fattorie che incontrava nelle quali scambiava racconti con un pranzo anche se povero, ed un giaciglio anche se di fortuna. Dormì su letti di piume, su sacchi imbottiti di fieno, nelle stalle vicino alle zampe dei cavalli e più spesso sotto alberi nodosi, coperto da cespugli profumati e cullato dal canto delle fate silvestri. Il sonno però tardava a raggiungerlo, e quel poco che dormiva lo faceva in maniera agitata, come se un urgenza lo spingesse a non perdere tempo, come se qualcosa dovesse accadere e si rialzava più stanco di prima. Aveva anche smesso di farsi la barba e le occhiaie oscuravano i suoi occhi, dandogli un aspetto sfinito. Giunse una mattina alla fine del sentiero e rimirò la grande spiaggia e le onde frangersi verso la riva. Si sedette con la schiena contro un enorme masso, lasciandosi andare alla stanchezza, assaporando il salmastro degli spruzzi del mare che gli riportarono alla mente il gioioso sapore, caldo e rotondo, del buon whisky che si produceva nel villaggio, affumicato su letti di torba accesa. Le goccioline d'acqua imperlavano il suo viso e ristette così a lungo, finendo per addormentarsi mentre l'umidità penetrava piano nel suo corpo, freddandolo fino alle ossa. La notte era scesa da un pezzo e chi sa se e come si sarebbe risvegliato, in quelle condizioni, quando lo scoppiettare del fuoco di legna lo riscosse; aprì gli occhi e poco distante la luce delle fiamme danzava allegra su una catasta di rami disseccati dal sole e dal vento. Restò sorpreso, chiedendosi chi avesse acceso quel fuoco, si voltò e la vide, seduta a gambe incrociate su un piatto masso alla sua destra, bianca e risplendente della luce della luna, con i lunghissimi capelli mossi dal vento, silenziosa come sempre, intenta a guardarlo. Sorrideva e quel volto di eterna bambina gli procurò una stretta al cuore. Sorrise anche lui e Paulie scese per andargli a fianco, non avevano bisogno di parlarsi, si comprendevano sin troppo bene. Restarono così a lungo e lui le disse di essere venuto per chiedere al mare altre storie, altre leggende, altre fiabe da narrare. Paulie annuì e gli prese la mano tra le sue. Aspettarono l'alba. Quando i primi raggi del sole comparvero maestosi all'orizzonte, tergendo di rosso e poi di rosa le ultime nuvole della notte Paulie si portò l'indice alle labbra a chiedergli di restare in silenzio poi indicò il mare dove una vaga forma stava avanzando, sempre più vicina, ingrandendo a vista d'occhio. Sembrava galleggiare sopra le onde, come se neanche le sfiorasse, invece era solo l'effetto della schiuma che si frangeva contro i suoi bastioni di roccia. Eccola lì, pensò il narratore, nessuno l'ha mai vista davvero e invece eccola lì.. Hy Breasil avanzava, sorprendente, enorme, come tutti l'avevano sempre sognata e come ognuno - nei secoli - l'aveva narrata senza averla mai vista davvero. Erano forse flauti quelli che udì? o dei cori? o le campane d'argento degli antichi re? non lo sapeva ma era un lontano, meraviglioso concerto quello che fendeva l'aria intorno ad Hy Breasil. La luce che la permeava si diffuse sulle acque ed un raggio più potente arrivò sino a loro, Paulie tenendolo per mano avanzò, lui la seguì e camminando sulla luce giunsero all'isola magica. Era Morgana quella che li attendeva? Oh sì, dalla bellezza capace di incenerire, dalle vesti di un verde smeraldo ricamate sontuosamente d'oro. Morgana offrì al narratore l'unguento fatato da mettere sulle palpebre e lui vide, fino all'ultimo particolare, la favolosa reggia degli antichi re e ne restò affascinato poi entrarono nella corte dove per lunghi giorni e lunghe notti, mentre Hy Breasil avanzava sul mare celata agli sguardi del mondo, poté ascoltare leggende di cui non aveva mai avuto sentore, onorato dalla grande ospitalità della corte del Popolo Segreto. Venne poi il momento del distacco che Morgana volle rendergli meno faticoso lasciando che si addormentasse, magicamente facendolo giungere ai bordi del Bosco Buio, così che non avesse a patire le fatiche del lungo viaggio. Quando si svegliò, contornato dai leprechaun di Re Brian, che gli sedevano intorno incuriositi, si sentì bene, persino ringiovanito, pieno di forza e quasi accecato dai nuovi meravigliosi colori che tutto quel che aveva intorno mostrava; qualcosa però gli sfuggiva dalla mente, qualcosa che non riusciva ad afferrare. Come mai, se era partito per un lungo viaggio, era ancora nei pressi del villaggio? E come mai aveva la testa piena di incredibili storie se nessuno gliele aveva raccontate? Decise di non pensarci troppo, si rialzò salutando dignitosamente i leprechaun che apprezzarono e nascosero vergognosi dietro la schiena i fuscelli di biancospino che tenevano pronti per tirargli un "colpo d'elfo" se si fosse comportato male, e se ne andò verso casa. Non ricordava il viaggio, non ricordava la malattia che lo aveva afflitto, non ricordava.. perché Morgana sapeva che non è un bene che alcuno veda Hy Breasil, certe leggende devono restare leggende. Soltanto Paulie, che gli aveva rubato il male dal corpo per gettarlo nel buio profondo del mare, ricordava tutto, sospirando, seduta su uno scoglio.





*** FINE ***

LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***





LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON VEDEVA

 (Prima pubblicazione 28.04.2009)

© Crenabog 




Il sabato sera era il momento più atteso dagli abitanti del villaggio, che si radunavano per ascoltare il Narratore raccontare loro le antiche leggende, il folklore dello Shire e anche tenere storie morali. Una di queste era :

C'era una volta, tanti anni fa, in un paesino circondato da muretti a secco e basse colline, un bambino che aveva imparato a giocare con gli altri piccoli del luogo dopo una strana avventura con un folletto. Il bambino amava fare passeggiate lungo il ruscello e sedersi all'ombra di un grande albero, sentirlo stormire nell'aria serotina. Un giorno però all'improvviso, non vide più niente. Tutto era diventato buio, i suoni sembravano ovattati ed ebbe paura. Chiamò suo padre ad alta voce e per fortuna una zolla vagante che passava da lì lo sentì e corse a strusciarsi sulle gambe di suo padre per farsi seguire. Il papà lo trovò seduto sotto l'albero che piangeva e lo prese in braccio per portarlo a casa. Si sedette con lui sul letto, lo ascoltò e iniziò a raccontargli delle cose. Gli sussurrò delle fate che non possono entrare nelle case se sui davanzali ci sta il timo serpillo e lui intravide un barlume, gli raccontò degli elefanti che volarono via dopo aver bevuto alla fonte dell'acqua gassata e lui vide una scintilla,; gli spiegò perché Berretto Rosso fosse il folletto più crudele di tutto il sottobosco e come lo si potesse ammansire dandogli del pane crudo sbriciolato e il piccolo intravide delle ombre. Passò tutta la notte, gli portò del latte caldo e dei biscotti, continuò a narrargli delle fate foca che quando si innamorano perdono la loro forma e diventano umane, e se il pescatore nasconde l'abito da foca la può prendere in moglie, al largo dell'Isola di Man ed il bambino iniziò a sentire lontani campanelli...e gli narrò fino all'alba di come i Giganti della Scozia avessero giocato a tirarsi macigni fino a farne una scogliera dove andavano a fare il bagno e il piccolo iniziò a sentire cantare le silfidi. Il sole sorse lentamente, infiltrandosi tra le tende della loro camera da letto. L'aria si riempì del profumo delle bacche di vaniglia che il bambino tanto amava, e del profumo del gelsomino che il padre aveva amato da piccolo. Restarono così, il piccolo e il cantastorie, ad annusare e ad annusarsi, ritrovandosi: ora vedeva di nuovo. Vedeva tutto, anche quello che non c'era. Anche quello che aveva visto fino a pochi giorni prima e che d'improvviso era scomparso. Chiese quindi:- Papà, perché non vedevo più? , e lui rispose:- Stavi solo crescendo, amore mio. Ma ti ho salvato.




*** FINE ***