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mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELL' UOMO CHE SPARI'

 (Prima pubblicazione 14.12.2009)

© Crenabog 




Mentre le ombre della sera scendevano sulla taverna di Tom de Danann, il Narratore si intratteneva a bere una pinta di birra con un gruppetto di piccoli Spriggan seduti sul tavolo rustico, e tutti intenti ad ascoltare le sue storie. A volte non ne capivano bene il senso e la morale ma era sempre una gioia per loro starlo a sentire. E lui narrò:

C'era una volta, proprio qui nel nostro villaggio, un uomo che non contava neanche più le ore, era sempre occupato in giro a far qualcosa, ora qui ora là, sempre a portare il figliolo a casa, a scuola, la moglie al lavoro, lui al lavoro, o chi sa a cos'altro fare. Ed era stanco, ma così stanco, che a volte gli occhi gli si chiudevano, con il cervello che se ne andava per conto suo, perso in chissà che fantasie. Non dormiva o se dormiva, dormiva pochissimo: un poco alla volta la fatica era diventata stanchezza e la stanchezza era diventata talmente immensa da non avere più dei limiti. Semplicemente si nutriva di sé stessa e lui andava avanti senza capire neanche cosa stesse facendo. Un giorno, mentre camminava veloce lungo una via, si fermò, si girò e si accorse che, a differenza di tutte le altre persone, non aveva dietro di sé la sua ombra. Si sentì prima imbarazzato poi impensierito, poi non ebbe il tempo per pensarci più. Ma l'ombra non tornò. Forse, era troppo stanca per seguirlo ancora. E passavano le ore, i giorni, i mesi quando, all'improvviso, il giorno dopo che nel villaggio aveva fatto un gran temporale e le strade erano piene di fango, l'uomo che camminava si fermò, si voltò e non vide, nel fango dietro di sé, alcuna impronta. Trovò la cosa molto strana, provò a schiacciare bene i piedi nel terreno, vide le suole delle scarpe affondare ma quando le rialzò non c'era nessuna impronta. Era come se volasse sul fango o come se il terreno stesso non volesse più saperne di farsi calpestare da lui. Non lasciava traccia. E un giorno, mentre si riparava dal sole gli occhi con la mano, essi continuarono a dolergli perché la mano non lo riparava: il sole ci passava attraverso. La stanchezza però gli impedì di starci a pensare, doveva andare, doveva fare, sempre qualcosa. Gli sarebbe tanto piaciuto poter sprofondare nel suo letto e dormire, dormire per anni e secoli, ma ogni volta c'era qualcosa da fare. Fino a che, un giorno che accompagnava suo figlio a scuola tenendolo per mano, semplicemente sparì. Il bambino si voltò a guardarlo e vide solo la sua piccola mano ferma lì, in alto, che non stringeva più nulla. Nell'aria era rimasto solo un fil di fumo e il suo ricordo. Ma anche quello sarebbe svanito presto.




*** FINE ***

LA FAVOLA DELLE SCARPE BEN PAGATE

 (Prima pubblicazione 24.07.2009)

© Crenabog 




Il Narratore stava percorrendo il sentiero per andare a trovare re Oberon nella sua reggia sotto la collina magica quando si sentì tirare il lembo dei calzoni, guardò in basso e vide un piccolo Spriggan. Si chinò a chiedere cosa mai volesse e il piccolo Spriggan  insistette per sentire una delle sue favole, il Narratore pensò che fosse proprio l'ascoltatore giusto per quella che aveva in mente, perciò si sedette nell'erba e cominciò a raccontare : 

C'era una volta, in quel certo villaggio che ben conosciamo, un uomo che faceva le scarpe: dai grandi stivali per andare a seminare le zolle alle scarpette da donna per andare al ballo di Calendimaggio, e gli venivano così bene che anche da altre località venivano per comprarle. Un giorno i Broggan che vivevano dentro le sue mura rubacchiando da mangiare si recarono a rendere omaggio a Re Brian e, davanti ai minuscoli boccali di birra, si vantarono di vivere a casa del più grande ciabattino vivente. Re Brian Borough si incuriosì parecchio e gli venne voglia di avere anche lui quelle scarpe così speciali. Re Brian infatti era solo il Re dei Folletti, non come Oberon che essendo il Re della Gente Segreta comandava su tutti, e perciò non aveva stuoli di servitori pronti a fargli qualsiasi cosa. Spesso le cose che voleva doveva rimediarle da sé. Una notte quindi, accompagnato da un gruppo di Leprechaun, andò dal ciabattino che fu molto sorpreso di trovarselo davanti: aveva sempre saputo di lui ma non lo aveva mai incontrato di persona. Si sedette sul tavolo (i folletti son proprio piccoli, si sa) e gli spiegò che voleva un paio di scarpe bianche e verdi, con i tacchi dorati e nel più breve tempo possibile, anzi, quella notte stessa! Il ciabattino gli propose di fargliele trovare per il tramonto seguente e si misero d'accordo sul prezzo, un paiolo di monete d'oro. Quando fu il momento Re Brian andò a prenderle e fu contentissimo di come gliele aveva fatte perciò fece comparire il paiolo promesso e se ne andò; poco dopo il ciabattino saltò sul suo carretto trainato da un pony e corse verso la Radura dei Tumuli. Ai folletti e altri esserini fatati che si presentarono disse che era venuto per acquistare tutto l'idromele che gli avessero portato e quelli, essendo molto avidi, si precipitarono a prendere tutte le botticelle che avevano con le quali riempirono la botte che aveva portato sul carretto. Lui l'assaggiò, ne fu soddisfatto e pagò tutti generosamente con le monete di Re Brian poi tornò alla locanda dove vendette la botte all'oste per l'equivalente di ben più di due paioli di monete d'oro. Il mattino dopo, appena sorse il sole, le monete di Re Brian, essendo fatate, scomparvero diventando cenere, suscitando l'ira dei folletti che andarono dal Re a protestare. Quando seppero che erano sue, si arrabbiarono talmente che Re Brian fu costretto a scappare a Cavanagh e a restarci per un mese finché non se ne furono dimenticati.. Anche il ciabattino non si era dimenticato delle storie che raccontava il narratore e ben sapeva quanto Re Brian potesse essere infido perciò aveva escogitato quel piano: se devi fare una cosa, falla in fretta! e non credere a tutto ciò che luccica.





*** FINE ***





LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***





martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEI SOGNI RUBATI

(Prima pubblicazione 27.04.2009)

© Crenabog 




Nell'antico villaggio da qualche tempo succedeva una strana cosa: nella piazzetta, all' uscita dalla scuola, era facile incontrare un nugolo di bambini che erano quasi sempre tristi. Anche il piccolo Finbar, il figlio del Narratore della cittadina si domandava cosa avessero da essere così immusoniti, ma non parlava molto con loro e non sapeva come aiutarli. Un giorno si decise, e chiese loro cosa fosse successo. Gli risposero che quando si svegliavano non ricordavano i loro sogni e tutto gli sembrava grigio ed incolore. Allora il bambino andò da suo padre a chiedere consiglio, lui ci ragionò sopra e disse:

- Credo sia colpa del Leprechaun che vive sotto la collina. La notte entra nei sogni dei bambini e li ruba, perché non sa sognare e allora prende quelli degli altri. Dovreste chiudere i vostri sogni in tanti cassetti, lui non li troverebbe.  

Allora il bambino, venuta la notte, si nascose sotto le coperte e si addormentò, iniziando a sognare. Sognò la sua soffitta, tutta di legno, con una grande finestra tonda da cui la luce del sole scendeva tranquilla. Col pensiero costruì tante librerie piene di scatole e cassetti e vi mise in bell'ordine tutti i suoi sogni, quelli di quando era piccino e il padre gli dava le pappe, le canzoni che gli cantava per farlo dormire, le favole che gli raccontava, i suoi giochi di oggi e di ieri, le storie che inventava con i suoi giocattoli, le idee ancora confuse su cosa fare da grande, i misteri che non capiva delle bambine che incontrava e tutte le altre cianfrusaglie che vorticavano nel suo cervellino. Finì il suo lavoro e chiuse tutto con una chiave d'oro che si legò al collo. Ed ecco bussare forte alla porta, aprì ed il Leprechaun, piccolo, peloso e tutto vestito di verde gli ordinò:

- Dammi tutti i tuoi sogni!  

Sempre dormendo Finbar lo lasciò entrare e assistette ridendo alla sfuriata del folletto che non trovava i sogni, e che se ne andò sbattendo la porta. Erano proprio al sicuro! Allora, una volta sveglio, corse dai bambini del luogo e gli raccontò tutto e loro, felici, aspettarono con gioia l'ora di andare a dormire. Guarda caso, la mattina dopo, erano tutti lì in piazza a giocare contenti, e i loro sorrisi rivaleggiavano con la lieta luce del sole. Anche il figlio del Narratore stavolta giocava con loro e lo festeggiarono a lungo. Da allora, la notte, solo i lontani lamenti del Leprechaun sotto la collina si alzano verso le stelle. Gli altri dormono. E sognano!






*** FINE ***