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lunedì 5 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLA INVASIONE DEGLI GNOMI

 (Prima pubblicazione su Chatta.it nel blog Brunoakira, mio figlio, 18.10.2013)

© Crenabog 





Un giorno, nel paese del nostro mago giunse uno strano signore che, appena arrivato si mise a cercare la casa del mago, ma prima che vi entrasse, entrò il contadino Mac Jonson, che lo aveva incontrato per strada e, siccome era un grande impiccione, come una gran furia disse-: Signor Bruno,signor Bruno, è arrivato un uomo che vuole incontrarla, cosa faccio? Lo faccio entrare?

Il mago Bruno con tutta calma disse-: Certo, signor Mac Jonson, lo faccia entrare pure.

E con tutta calma si rimise a leggere il suo libro di formule e stregoneria che si portava sempre dietro durante i viaggi per i regni della magia. Ad un tratto si sentì un bussare alla porta:

TUMP TUMP !

- Chi è? - chiese il mago, mentre velocemente il signor Mac Jonson usciva dalla porta sul retro.

Subito la risposta:- Sono il portavoce del regno di Re Oberon e della Regina Titania, i regnanti su tutti gli esseri del popolo segreto. Posso entrare? - chiese.

- Entri - disse subito il mago che sapeva che quando veniva il loro portavoce doveva trattarsi di una cosa urgente.

- Salve, sono il portavoce del Re Oberon che mi manda da lei per chiederle di venire a corte per motivi importanti.- disse entrando il portavoce.

- Ma lei è… è un elfo!- esclamò Bruno.

- Si, perché?- chiese curioso l’elfo.

- No nulla, è raro che ne mandino uno! Comunque andiamo, preparo la sacca e arrivo subito cosi il mago prese tutto quello che gli serviva per partire, come: erbe magiche, pozioni varie, un rametto di timo serpillo per le fate maligne e una campana d’argento per i lupi mannari, e le provviste per il viaggio. - Bene, possiamo andare.-

Dopo aver attraversato il paesino si trovarono dentro una foresta e dopo una buon ora di cammino arrivarono a un palazzo stupendo e maestoso. 

 - Uh! Come mai il palazzo è qui, e non sotto la collina, come al solito?  

- Perché solo pochi umani scelti possono vedere il popolo segreto, e quindi ogni tanto sua Maestà si diverte a farlo uscire all'aperto, tanto nessuno se ne accorgerebbe. 

E detto questo entrarono dentro il palazzo, che era già buio.

 - Qui è dove starà per un po’ di tempo. Re Oberon la riceverà domani. - disse l'elfo. Il mago rispose:- D'accordo, siccome è tardi e sono stanco, sarà il caso che vada a dormire. Vuole gentilmente indicarmi la mia camera? , - e l'elfo, saltellando, gli fece strada nell'intrico di corridoi, mentre nell'aria si levavano i risolini sussurrati dei piccoli folletti, fate e altri appartenenti al Popolo Segreto che, passando di lì, vedevano il mago camminare tranquillo con il suo valigione di stoffa.

******

E così fu che il mago Bruno fu chiamato da re Oberon che lo aspettava a pranzo, dove mangiarono tutte cose strabilianti che avevano cucinato i folletti che erano il popolo del re. C'erano molte cose vegetali, erbe aromatiche, formaggi, cacciagione in stufato e altre cose del genere. Insomma, il mago mangiò con piacere e re Oberon gli disse che doveva aiutarlo perché stava per succedere un problema.
- Che cosa succede, Maestà? - chiese il mago.
- Succede che ci sono arrivate notizie dalla periferia del nostro regno che dicono che sta arrivando una invasione di gnomi!
- Ah! e perché?
- Come perché, perché sì. Comunque, dicono che sono scappati dalle loro terre perché sono stati invasi dai troll che sono scesi dalle montagne perché le montagne sono state invase dagli elfi, che sono scappati dalle loro terre perché erano state invase da un drago. E così si sono spostati tutti!
Il mago pensò e disse: - E allora che volete fare?
- Non ce ne vogliamo andare anche noi! Quindi devono andarsene loro. Che ne dici, come facciamo?
- Ma voi volete fare una guerra, Maestà? - disse il mago Bruno che si era preoccupato.
- Ma no, vogliamo solo che non vengano qua!
- Pensiamoci sopra.. e così ci pensarono, e ancora, e ancora, e arrivò ora di cena e tutti i folletti portarono la cena e mangiarono roba profumata. E si rimisero a pensare, e re Oberon bevve anche del liquore e il mago Bruno si fumò la pipa. E così arrivarono all'ora di colazione e mentre i folletti portavano latte, biscotti e dolcetti il mago disse:- Ho avuto una idea!

******

Tutti i folletti e il re andarono in cima alla montagna da cui vedevano le pianure in lontananza e aspettarono che arrivavano gli gnomi. Poi li videro, un mucchio di gnomi, una valanga di gnomi, una baraonda di gnomi che arrivavano correndo da lontano in mezzo a un mare di polvere, strillando e facendo macello. Ma mentre quelli arrivavano seguendo la strada principale che portava al regno del re dei folletti, il mago Bruno fece le sue magie recitando degli incantesimi e muovendo le mani e agitando il lungo bastone magico che si portava sempre dietro. Così la strada sembrò spostarsi e finì dentro il bosco, con tutti gli gnomi che ci correvano sopra, e poi la strada arrivò fino ad una parete di roccia dove il mago aveva fatto apparire il buco di una caverna e ci entrarono tutti sempre di corsa. Quando che furono tutti dentro il mago fece sparire l'entrata e i folletti videro alzarsi la finta montagna in volo. Perché era un incantesimo e tutti gli gnomi che ci stavano dentro volarono oltre le terre degli gnomi, poi oltre quelle dei troll e quelle degli elfi e quelle del drago. E finirono in una terra dove non c'era nessuno e uscirono e lì costruirono le loro grotte, i loro palazzi, i loro villaggi e insomma tutto quello che gli piaceva. Re Oberon fu molto soddisfatto e ordinò ai folletti di fare almeno una settimana di festa con grandi mangiate e regali che si scambiarono tra di loro perché erano contenti e anche al mago Bruno ne diedero molti. Così tutti furono felici e tranquilli e ognuno aveva trovato un posto dove stare!






*** Fine ***

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

ViolaNeve : Caro Bruno, qualcuno, vedo, ti ha dato una bella impronta. E oltretutto dimostri di avere molta fantasia.

crenabog : non mi copiare, peste !
brunoakira : Oh babbo ma che tu vo' i' scrivo come te da tuo discendente stretto!

MorganaMagoo : sei bravissimo a scrivere, complimenti, ciao!

Spiritwalker : bellissimo epilogo...tanti auguri di Buon Natale e di uno splendido 2014 !

salyma : Ah! quanto mi piacerebbe possedere anche solo per un giorno il bastone di Mago Bruno, solo un giorno, per togliermi qualche piccola soddisfazione. Senza fare male a nessuno eh? spostarli solo da un'altra parte 
Sei stato molto bravo nella descrizione di tutta la favola e la morale è, mai fare guerre con il prossimo ma ognuno a casa propria senza invadere le terre e i possedimenti altrui 
Grazie degli auguri che ricambio a te e famiglia, che il nuovo anno che sta per arrivare ti porti tanta felicità 
Sai che sei davvero bravo nello scrivere favole? del resto non poteva essere diversamente.....guarda che papi ti ritrovi!!!
Ciaooooooooooooooo

serenella21 : i folletti trovarono una nuova terra dove ognuno aveva trovato un posto
dove stare ..Bella storia Bruno
tanti auguri di un buon ANNO NUOVO
auguri

ViolaNeve : Mangiando mangiando, arrivano le idee. Bello vero? E tutto come per magia, va al giusto posto e così si festeggia, ricominciando a mangiare!
Se anche nella realtà ogni cosa si potesse risolvere davvero così, semplicemente e naturalmente, sarebbe una meraviglia.
Mi associo al tuo papà: scrivi. Anche questa è "magia" e tu sei davvero in gamba.
Buon Anno Bruno


sabato 3 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLE PECORE INVERNALI

 (Prima pubblicazione su Chatta.it nel blog Brunoakira, mio figlio, 18.01.2015)

© Crenabog 




Anche quell’anno era arrivato l’inverno nel villaggio del mago Bruno, e tutti si preparavano mettendo da parte cibo e altre provviste e per riscaldarsi iniziavano ad accendere i camini e a mettere coperte pesanti per riscaldare i letti e i lettini. Intanto a Bosco Buio Re Oberon e Re Brian pensavano a come fare per superare l’inverno perché avevano usato tutte le coperte per mantenere al caldo i malati e gli animali. Allora pensarono che sarebbero servite altre coperte di lana, così chiamarono il mago Bruno per avere un aiuto, per avere altre coperte, dato che conosceva tanti allevatori e quindi poteva chiedere se poteva averne un po’ . Quando il mago arrivò nel palazzo di Re Oberon disse che poteva dargli una mano, chiese solo due botti di idromele che poteva barattare con la lana, Oberon acconsentì a dare le botti, poi si salutarono e Bruno partì con il carretto con l‘idromele. Quando arrivò al primo allevamento chiese al proprietario se poteva vendergli un po’ di lana ma, l’allevatore gli disse che aveva venduto tutta la lana e gli era rimasta solo quella sufficiente per riscaldare lui e la sua famiglia, allora ringraziò e andò via. Continuando il suo viaggio raggiunse vari allevamenti ma la storia era sempre la stessa, o avevano venduto tutta la lana oppure avevano iniziato ad allevare altri animali. Arrivò in un villaggio dove chiedendo a vari allevatori riuscì a trovarne uno che possedeva un gregge di pecore giganti che gli producevano dei grandi guadagni, allora il mago si recò velocemente in quell’allevamento, chiedendo se poteva avere una di quelle pecore e che l’avrebbe pagato in maniera sostanziosa facendogli vedere le due botti. L’allevatore accettò l’offerta e aiutò Bruno a caricare la pecora sul carretto. Subito dopo iniziò il viaggio di ritorno verso Bosco Buio. Quando arrivò vide Re Oberon, la Regina Titania e Re Brian che lo aspettavano con al loro fianco uno squadrone di gnomi tutti pronti a tosare la pecora ed un altro squadrone pronto a creare delle splendide coperte dalla lana. Quando si fermò tutti gli gnomi sollevarono la pecora e la fecero scendere , la scena fu piuttosto buffa perché si vedeva questa pecora che si muoveva senza muovere le zampe e sotto un centinaio di gnomi che con tutte le loro forze la spostavano da una parte all’altra senza farla cadere. Tutti e due i Re e la Regina ringraziarono il mago Bruno per averli aiutati e gli regalarono una bellissima coperta fatta dalla lana di quella pecora. Alla fine tutti gli abitanti di Bosco Buio e il mago passarono un inverno caldo e soffice.





Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

Evelin64 : ..come per dire: "l'unione fa la forza"  Bellissima la morale di questa favola, complimenti! smile

albaincontro : Ciao mago, bentornato. Abbiamo bisogno di favole e di "lieto fine! Un bacione.

AllegroRagazzoMorto :  un degno inizio, per un nuovo inizio di anno... i tuoi spunti geniali e i tuoi racconti ancor più carichi sono la stamina ideale per appropinquarsi. Resto sempre convinto dell'idea che alcuni (geniali narratori) abbiano innata codesta capacità.. sia che narrino, sia che raccontino, sia che siano "semplicemente" dei carissimi amici. Gran bella storia, mi auguro la prima di un nuovo e lungo corso!!! Complimenti!

follettoarrabbiato : Mi piace e' bella nella sua semplicità e sono d'accordo con Evelin, dimostra che l'unione fa davvero la forza. Complimenti e in bocca al lupo anche al mago Bruno..

salyma : Il Mago Bruno con un grande cuore come quello del papà, si ma fatti leggere più spesso eh? magari quest'anno hai da studiare un po' più degli anni passati ma 10 minuti ogni tanto puoi trovarli dai!

giusi62 : bravissimo, questa favola mi è piaciuta molto!

Cicala:SRsiciliana : Chi scrive in modo semplice e fa capire a tutti il significato di un racconto, è già scrittore. La tua favola è bellissima e ti dirò che un giorno l’allievo supererà il maestro. Complimenti, Rita

patty1953 : Bellissima favola, già "l'unione fa la forza" come sempre nella vita complimenti......Ma un uccellino mi ha detto che domani è il compleanno di questo piccolo scrittore, allora per la paura di dimenticarmi li anticipo a oggi ( e poi così sono la prima eheheheh) tanti auguri cucciolo d'uomo un abbraccio Patrizia

Spiritwalker : Bella storia Bruno....colgo l'ccasione per farti tanti cari auguri per il tuo compleanno. Sono gli anni migliori quelli che stai vivendo: goditeli intensamente abbraccio


COMMENTO PER TUTTI QUELLI CHE SEGUONO ME E IL MAGO BRUNO

(24.02.2015)


Vi ringrazio tutti degli auguri e del fatto che da quando ho pubblicato il mio primo post voi mi seguite regalandomi degli ottimi suggerimenti per le mie storie e anche di tutte le cose belle che mi scrivete sempre riguardo alle storie, vi ringrazio anche del fatto che grazie a voi che avete pazienza nell'aspettare le mie storie smile insieme siamo riusciti a raggiungere un traguardo di ben 839 visualizzazioni ( e pensare che mi aspettavo solo 80 visualizzazioni smile smile ). Grazie a ogni vostro mi piace o commento io sento che riuscirò ad andare sempre più avanti nella mia scalata come blogger .

Be'  alla fine c'è solo una cosa da dire ed è GRAZIE,GRAZIE,GRAZIE. Per il vostro sostegno al mio blog.

Ora metterò qui sotto tutti i preferiti del blog che grazie ai loro mi piace mi hanno aiutato a scrivere sempre di più:

AquilaBianca.tp - albaincontro - crenabog - crenabog3 - Evelin64 - gattina1950 - Hamsho - julia.pink - malenaRM - MorganaMagoo - mpm.roma - pumalui86 - salyma -sayen -serenella21 -Spiritwalker - tina67 - volaminelcuore6

Anche a chi non ho tra i preferiti dico GRAZIE di cuore. E ringrazio anche mio padre che mi ha fatto conoscere questo favoloso mondo delle storie.

Commenti scelti dei lettori dell'epoca : 

follettoarrabbiato : Ti auguro un futuro fatto solo di tutte le cose che desideri, di tanta tanta felicita' e tanto tanto di tutto. Auguroni di buon compleanno!!!

graffiteorici : ..Buon compleanno caro Bruno...anche se il regalo sta sera, l´ho ricevuto io..leggendo i tuoi scritti..grazie di cuore! un abbraccio e un bacio dolcissimo.

julia.pink : Ciao Bruno intanto sono felice di scoprire di essere tra i tuoi blog preferiti smile è bellissimo vedere che un ragazzo così giovane ha voglia di scrivere e lo fa così bene, del resto buon sangue non mente  continua così!

cioccolatino111 : Tanti, ma tanti Auguri di Buon Compleanno.  Un altro simpatico e ottimo scrittore ora! Ti auguro tante belle cose e ancora i miei migliori Auguri

MorganaMagoo : carissimi auguri Bruno, continua così che superi il papà..


*** FINE ***

sabato 6 dicembre 2025

LE FAVOLE DEI LETTORI: LA FAVOLA DELLA PICCOLA FATA di "Cioccolatino111"

 (Prima pubblicazione 25.07.2013)

Copyright Cioccolatino111

N:B: questi racconti ritrovati, sono stati creati dai miei vecchi lettori del blog originale e non sempre si inseriscono nella Saga del Narratore e l'Antico Villaggio: come fatto in precedenza per il racconto inviato da MorganaMagoo, è la volta della storia mandata da C.ioccolatino111, per la quale ci vogliono alcune piccole precisazioni. C.ioccolatino111 ha chiamato l'Antico Villaggio col nome di Brescello, perché nel mio canovaccio descrivevo il villaggio come una via di mezzo tra i classici luoghi irlandesi o scozzesi e la tanto amata Brescello di Don Camillo e Peppone, cioè un posto fuori dal tempo preciso ma comunque lontana dal caos. Tenete conto che il villaggio - nella Saga - non viene mai nominato, così come il Narratore e suo figlio, per il quale il nome viene rivelato solo nelle ultime storie. Ma comunque il racconto è simpatico anche così com'è, dato che avevo dato libertà a tutti di esprimersi come preferivano. Buona lettura!




Poco lontano dal grazioso Brescello, sorgeva un fitto bosco in cui si dipanavano colline, radure, fiumi e cascatelle cristalline. Gli aggrovigliati rovi, la distesa di enormi alberi e il folto fogliame lo rendevano buio persino di giorno. Per questo motivo, molti anni or sono, gli abitanti del luogo lo soprannominarono "il Bosco Buio".

Le case che gli erano più vicine, dopo il calar del sole, parevano disabitate. Gli abitanti raccontavano che la sera sentivano rumori sinistri, scricchiolii e altri suoni strani provenire dal bosco...alcuni paesani, nell'intento di chiudere le persiane e i solidi portoni...si erano addirittura convinti di intravedere ombre furtive, corpi deformi, correre veloci qua e là tra gli alberi.

Mai nessuno ebbe l'ardire di attraversare il bosco di sera, tanto meno di notte.. fino a ieri.

Arrivò al villaggio uno straniero di primo mattino, il quale pernottò alla locanda del "Gatto che fuma".

Un tempo, il non tanto compianto Conte Guercino possedeva uno grosso grasso animale. Egli fu chiamato a questo modo dai paesani proprio a causa del suo enorme gatto guercio e bianco come un albume.

Una sola macchietta marrone macchiava il candido pelo ed era posizionata proprio all'angolo della bocca. La macchia aveva la forma di un sigaro e ogni volta che qualcuno guardava il muso del gatto.. gli pareva che fumasse un sigaro.

Il gattone aveva il vizio di appollaiarsi sul bancone del bar e scattare come un fulmine ogni qual volta che vedeva dall'occhio buono grossi ratti bighellonare nei paraggi.

Quando l'animale passò a miglior vita...il locandiere non si sognò neanche per l'abbaino del cervelletto di cambiare il nome alla locanda perché essa era diventata nota proprio grazie al suo placido "fumatore".

L'oste diede allo straniero la camera più bella e pulita che aveva.. e in quella vi erano un letto con un materasso e un cuscino fatti di lana infeltrita, un comodino e un cassettone in legno di betulla...un alto armadio a due ante odoroso di muffa a cui mancavano le chiavi nelle serrature e che sembrava incollato al muro per pietà.

Lo straniero non fece caso alla squallida stanza.. ma al piccolo bagno quando vi entrò sì perché notò un buco e dentro esso una piccola e logora borsa nera.

Stette a pensare un pochetto cosa fare...se consegnarla al taverniere...oppure...si chinò per..

sssssssshhhhh ...sentì uno strano sibilo e in quel mentre la borsa si mosse.

Lesto si alzò, fece due passi indietro e sbatté una spalla contro la porta...ma non sentì dolore perché la sua concentrazione era impegnata sulla borsa.

SSSSSSSSSSSSHHHHHHHSSSSSSSSSS ancora si mosse!

Orripilato e confuso, strisciò nella sua mente un mostriciattolo repellente e viscido, il quale, probabilmente, stava cambiando pelle nella borsa proprio in quell'istante.

Non ebbe il coraggio di avvicinarsi alla borsa di stoffa fino a quando non gli parve di percepire un miagolio sommesso.

- "i serpenti non miagolano" - pensò..

SSSSSSSSSSSSHHHHSSSSSSSSS iiiiiiiaooo

La borsa sbatté ancora di qua e di là...e si aprì.

Nuovamente lo straniero si ritrasse rapido e aprì la porta del bagno per darsela gambe in spalla!!

Di fatto...un piccolo serpentello verde uscì dalla borsa, ma era curioso che avesse ali colorate di un giallo splendente. Il serpente luccicava di fulgida luce infatti e inchiodò su di sé lo sguardo dello straniero prima di cambiare sembianze mostrando di essere una bellissima e minuscola fata.




Lo straniero in principio non credette a ciò che vide e strabuzzò gli occhi..

- Chi sei? - chiese con voce bassa e dubbiosa.

- Oddio...ma è impossibile tu mi vedi...mi vedi, mi senti? - gli rispose una vocina.

- Certo che ti vedo e ti sento piccola...come ho visto prima uno strano serpente con le ali! -

"Non posso tenere per me questa novità...la devo raccontare per forza a re Oberon e alla regina Titania e non saranno per nulla entusiasti di ciò che dirò loro!" pensò la fatina.

All'improvviso, una risata profonda vibrò nella stanza e non si fermò fino..

- Ma insomma! Cos'hai da abbaiare? Sembri i Trolls quando ridono. -

- E cosa sarebbero questi Trolls ? -

- Somigliano un po' ai vostri cani...ma non sono veri cani -

- ah ah ah ah che colpo di buonisima sorte ho avuto...arrivo in questo luogo, sicuro di non trovare alcuna prova dell'esistenza di gnomi, fate e folletti.. certo di poter confutare le sciocchezze, ogni diceria sorte nella mia città e limitrofi...e cosa trovo? Le prove delle balordaggini a cui non credevo ma che invece son veritiere. -

- Ma come parli umano? -

- Non farci caso...dimmi, come ti chiami piccolo sogno? -

- Non posso dirtelo..-

- Bene, dolce "nonpossodirtelo"...da dove vieni? Chi ti ha infilata in quella borsa? -

- E' una storia terrificante umano...e non so se faccio bene a raccontartela! -

- Non temere, se la storia oltre ad essere terrificante è anche confidenziale, io so mantenere un segreto. -

La fatina stette un momento a pensare se fosse meglio per lei dire o non dire...alla fine..

- Appartengo al Popolo Segreto che abita nel Bosco Buio...come voi altri, anche noi abbiamo amici e nemici. Ed è stato proprio un nostro acerrimo nemico...Berretto Rosso...a rapirmi e ad infilarmi in quella borsa maleodorante. Per puro caso ho ascoltato una conversazione tra lui e il Signore del Wangshire...ma prima che potessi sgattaiolare via e spiattellare tutto a re Oberon, il malefico folletto mi ha vista e in un lampo mi ha imprigionata in quella borsa e mi ha nascosta alla locanda. -

Ripensando al discorso sentito tra i due...la fata iniziò ad agitarsi.

- Debbo correre da re Oberon e dalla regina Titania - disse con voce tremante - per dire loro cosa stanno tramando i maledetti. Debbo affrettarmi umano...prima che arrivino con i Banshee alle colline per decimare il Popolo Segreto !! -

- Aspetta...non andartene, io..! -

Ma la fatina in preda al panico, non lo ascoltò e volò via velocissima!


- "Mamma ho sonno"..."

- "Va bene, continueremo la storia domani sera tesoro...ora dormi!" -




***  FINE ***


                                                      





sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DEL CUSCINO DI RE OBERON

 (Prima pubblicazione 21.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, oltre la valle dei Tumuli e nel folto di Bosco Buio, la collina sotto la quale viveva il Regno Segreto, governato da re Oberon e da sua moglie, Titania. Ora, accadde che re Oberon, per chi sa quale motivo, non riusciva più a dormire e questo lo aveva fatto diventare molto nervoso. Tutti sapevano quanto potesse diventare furioso il re, quando si arrabbiava, quindi folletti, gnomi, leprechaun, goblins e ogni altro abitante del mondo fatato cercavano una soluzione al problema. Anche re Brian, capo dei folletti, convocato a corte si scervellava tentando di trovare rimedi quando ebbe l'idea di andare a chiedere al Narratore. Detto fatto, seguito al solito dai suoi lacchè e fiduciari si incamminò verso l'antico villaggio. Giunsero a notte, non amavano farsi vedere dalla gente del posto, e bussarono alla porta del Narratore. Venne ad aprirgli il figlio e li condusse da lui. Se ne stettero a confabulare a lungo poi il Narratore ricordò una leggenda che aveva sentito tempo prima: sembrava che nelle grotte dei trolls fosse custodita un oca dalle piume morbidissime, che certo avrebbe dato al re un cuscino perfetto per dormire. Senza starci a ragionare oltre, i folletti si attrezzarono di tutto punto e partirono. Attraversare il Bosco Buio non fu complicato, si fermarono alla locanda di Tom de Danann a pranzare e bere birra, e proseguirono cantando canzoni follette e scambiandosi racconti e battute. Giunti che furono alle pendici di Monte Grigio, alzarono lo sguardo verso le caverne dei trolls, e prepararono il campo per la notte. Mai uscire di notte quando i trolls si muovono, lo sapevano bene!


Alle prime luci dell'alba si inerpicarono fino a raggiungere le caverne, in lontananza si sentiva il forte russare dei trolls e il loro terribile puzzo. Girarono in lungo e in largo alla ricerca dell'oca dalle piume morbidissime ma, arrivati in una sala sul cui pavimento erano disseminate tutte le ruberie dei trolls, tesori, scheletri, tutto l'immaginabile, videro una gabbia con due oche dentro, che dormivano. Si guardarono perplessi, senza sapere che fare ma re Brian, nella sua sterminata incoscienza, si buttò subito a spennarle tutte, aiutato dai suoi folletti, alcuni dei quali facevano da vedetta nel caso i trolls si fossero risvegliati ma era giorno e ovviamente gli orridi abitatori delle montagne non avrebbero mosso un passo alla luce del sole per paura di diventare di pietra. Re Brian finì di riempire un enorme fodera di cuscino con le piume e scapparono di gran carriera. Una volta al sicuro nella reggia di re Brian, i folletti si misero al lavoro per cucire e ricamare uno stupendo cuscino per il re Oberon, con l'emblema del Grande Lupo Notturno, sperando che servisse ad agevolare ancora di più il suo sonno.




Finalmente, tutti in corteo, si presentarono da re Oberon a consegnargli il dono. Il sovrano del Popolo Segreto, sentito la storia avventurosa, fu molto soddisfatto, li ringraziò promettendo loro bei doni e pensò di provare subito il cuscino. Lo poggiò sul letto ma... il cuscino prese il volo e iniziò a ballonzolare verso l'alto della sala reale! Tutti correvano qua e là nel tentativo di prenderlo e re Oberon diventava sempre più furioso quando, da una fessura del muro, sbucò un minuscolo spriggan che disse:- Ma cosa avete fatto dai trolls? Re Brian disse delle due oche e lo spriggan, ridendo:- Ma come, lo sanno tutti che i trolls custodivano le due oche più rare del mondo. Quella dalle piume morbidissime e quella capace di volare fin sulla luna! Non avrete mica mischiato le loro piume, vero? - disse, rotolandosi in terra dalle risate. Re Oberon, appena sentì cosa era successo, afferrò il minuscolo re Brian per un piede e lo lanciò verso il cuscino. Terrorizzato, re Brian ci cascò sopra e lo fece tornare verso terra. Le fate del regno riuscirono a legarlo con fili d'argento alla testata del letto e finalmente re Oberon poté provare a dormire. E come dormì! Ma re Brian e i suoi non restarono ad aspettare il suo risveglio, preferirono scappare il prima possibile.. Il Narratore e suo figlio, che erano stati chiamati dal corteo di re Brian affinché andassero con loro a portare il dono a re Oberon, invece, si godettero l'ospitalità di Titania al suo sontuoso banchetto di ringraziamento, prima di riprendere la via di casa con una nuova storia da narrare.





*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON PARLAVA

 (Prima pubblicazione 25.07.2009)

© Crenabog




Quando il Narratore veniva chiamato dalla piccola scuola del villaggio affinché allietasse i piccoli con le sue storie favolose, una di quelle che amavano di più era quella del bambino che non parlava, perché ovviamente si identificavano con lui. E anche questa volta, mentre tutti se ne stavano tranquilli ai loro banchetti, iniziò a narrarla :

C'era una volta, nel paesino che ben conosciamo, un uomo che aveva avuto un bambino e lo vedeva crescere e giocare sano e bello. Ma quel bambino di iniziare a parlare proprio non voleva saperne e la mamma si disperava anche perché si avvicinava il momento di andare a scuola e sarebbero stati guai. Il piccolo non ci pensava, contento di fare i suoi giochi e di esprimersi a segni e a borbottii. Il padre andò a parlarne col Narratore del villaggio, sperando che gli potesse dare qualche consiglio, ché di cose ne sapeva tante e lui gli raccontò di una vecchia credenza popolare. Bisognava recarsi all'antico castello di Blarney e far baciare la pietra magica al bambino, così si sarebbe risolto tutto, la pietra era la metà di quella posta sotto il trono degli antichi Re e sulla quale essi avevano giurato fedeltà alla nazione ed al popolo, ed aveva grandi poteri. Detto fatto, il buon uomo preparò la sua carrozza di legno, quelle grandi e belle carrozze con l'abitacolo in legno a forma di grande botte, con le finestrelle e le tendine, ci attaccò i cavalli, prese il piccolo e partì. Ci misero diversi giorni, passandoli a godersi il paesaggio e le meravigliose notti stellate, ascoltando i sussurri delle Fate della campagna e facendo a gara se vedevano qualche cappello di gnomo spuntare nei campi coltivati. Arrivarono al maestoso castello di Blarney che da secoli dominava le vallate circostanti, chiesero il permesso di salire in cima alla torre e quando furono lì, videro il famoso buco nel pavimento dal quale si accedeva ad un profondissimo cunicolo. La Pietra Magica di Scone era incastonata lì dentro a poche decine di centimetri dall'orlo. Il padre tenne il bambino ben fermo e questi si distese col capo nel buco, trovò la Pietra e la baciò. Soddisfatti se ne tornarono alla carrozza, dopo aver salutato i proprietari del maniero. Non passò un ora che il bambino cominciò ad elencare tutte le cose che vedeva rendendo suo padre molto soddisfatto. Ma poi, per tutto il viaggio, non tacque per un minuto, eccezion fatta per il tempo in cui dormiva. E parlò, e parlò, e una volta arrivati andò a salutare tutti i conoscenti intrattenendosi con loro in lunghissime chiacchierate. Andò anche dal Narratore per ringraziarlo e si fece raccontare tutte le favole che conosceva così da poterle ridire ad altri! E chiacchierò poi, per tutta la vita, diventando famoso anche fuori del villaggio e della sua contea. Ah, i miracoli sono una gran bella cosa ma se si potesse dosarli a volte sarebbe meglio!






*** FINE ***





LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***





LA FAVOLA DELLA PUZZA TERRIBILE

 (Prima pubblicazione 04.07.2009)

© Crenabog 






Le belle mattine soleggiate, nello Shire, erano il più gradevole invito per tutti a stare all' aperto, sia per gli abitanti dell' antico villaggio sia per il Popolo Segreto dei Sidhe, tranne ovviamente i troll che alla luce del sole si sarebbero pietrificati. E il profumo dell' erba e delle resine che arrivava dal vicino Bosco Buio era troppo invitante, persino per il figliolo del Narratore che benché piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco anche se suo padre lo aveva più volte avvertito dei pericoli che poteva trovarvi. E così, un giorno che a casa si annoiava, prese il suo cestello, ci mise i suoi balocchi e dei biscotti, aprì la porta e tranquillamente se ne andò per il sentiero che portava verso la radura dei Tumuli. Probabilmente pensava di andare a cogliere dei fiori o magari trovare qualche insetto di quelli bel grossi, tutti luccicanti, un carabo, una cetonia, chi sa. Una volta giunto nella radura iniziò a guardarsi in giro ma non passarono pochi momenti che, alzando gli occhi , si trovo faccia a faccia con un Leprechaun. I Leprechaun non sono molto grossi e solitamente sono anche ben disposti verso la razza umana ma bisogna starci attenti perché hanno un senso dell'umorismo affatto diverso dal nostro e quel che fa ridere nel Paese Fatato di solito fa piangere gli esseri umani. A farla breve il folletto chiese al bambino da mangiare e lui, essendo di natura buono e amabile, volentieri aprì il cestello e gli offrì i biscotti che si era portato appresso. Il folletto li scrutò, li addentò, ma erano così friabili che gli si polverizzarono in bocca. Per niente soddisfatto di questo il Leprechaun puntò il dito verso il bambino e borbottò qualcosa in lingua fatata poi si girò e fuggì nel bosco. Il piccolo rimase interdetto e in fondo dispiaciuto, così se ne tornò a casa mogio mogio, chiudendosi in camera sua. La sera, quando il padre tornò, lo chiamò per farsi narrare cosa avesse fatto durante il giorno ed ecco che lo vide scendere le scale avvolto in una nuvoletta grigiastra terribilmente puzzolente. Stupefatto, chiese al figlio che avesse combinato e, sentito il racconto, capì subito che il folletto aveva lanciato una Maledizione Puzzolosa. Ora sì che sarebbero stati guai! Comunque, lo rassicurò e gli disse di starsene tranquillo in poltrona a leggere, badando però di lasciare tutte le finestre aperte, tanto per il gran puzzo nessuna creatura fatata avrebbe avuto il coraggio di mettere il naso in casa, poi si gettò addosso il vecchio cappotto, prese qualcosa in cucina ed una lanterna, e uscì diretto verso il bosco. Era ormai buio ma non faticò a trovare la radura dei Tumuli, posò in terra una grossa fiasca e aspettò. Mezz'ora dopo ecco comparire il folletto che, appena vide la bottiglia la arraffò e portatala alle labbra la scolò in pochi sorsi. I Leprechaun hanno la pessima abitudine di ubriacarsi e allora diventano dei Clorichaun, pestiferi e maligni oltre ogni dire ma... non era vino quel che c'era nella fiasca. Subito il folletto cadde a terra tenendosi la pancia e ululando dai crampi poi corse verso un cespuglio per calarsi i pantaloni. Dietro di lui arrivò il padre che lo inquadrò con la lanterna dicendogli:- Allora, hai impuzzolato il bambino? E ora ben ti sta, dannato folletto. Ti è piaciuto il mio olio di ricino? Non smetterai di farla per un mese intero! Ma... se tu annullassi la maledizione.. Il folletto strillava e si contorceva, già tutto inzaccherato e si disse disposto a fare come voleva lui. Allora recitò la formula e chiese al padre che altro doveva fare; lui gli disse di andare fuori della sua casa entro un ora, e se ne andò. Tornato a casa trovò il bambino contento e profumato e allora si sedette nel portico ad aspettare il folletto fin che non lo vide trascinarsi, portandosi dietro un grosso mazzo di foglie per pulirsi. A quella vista il padre stava per sbottare a ridere ma si trattenne e gli diede un grosso sacco di limoni, raccomandandogli di mangiarli tutti e di non azzardarsi mai più a fare simili scherzi a suo figlio. Il Leprechaun fece di sì con la testa e se ne andò col sacco, tenendosi i pantaloni calati. Inutile che vi stia a dire quanti rimproveri si ebbe il piccolo per essere andato da solo nel bosco ma si sa come son fatti i piccini, se non si ficcano nelle peste non son mai contenti e non sempre c'è un papà con un sacco di limoni per tirarli fuori dai guai.




*** FINE ***



 




LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON VEDEVA

 (Prima pubblicazione 28.04.2009)

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Il sabato sera era il momento più atteso dagli abitanti del villaggio, che si radunavano per ascoltare il Narratore raccontare loro le antiche leggende, il folklore dello Shire e anche tenere storie morali. Una di queste era :

C'era una volta, tanti anni fa, in un paesino circondato da muretti a secco e basse colline, un bambino che aveva imparato a giocare con gli altri piccoli del luogo dopo una strana avventura con un folletto. Il bambino amava fare passeggiate lungo il ruscello e sedersi all'ombra di un grande albero, sentirlo stormire nell'aria serotina. Un giorno però all'improvviso, non vide più niente. Tutto era diventato buio, i suoni sembravano ovattati ed ebbe paura. Chiamò suo padre ad alta voce e per fortuna una zolla vagante che passava da lì lo sentì e corse a strusciarsi sulle gambe di suo padre per farsi seguire. Il papà lo trovò seduto sotto l'albero che piangeva e lo prese in braccio per portarlo a casa. Si sedette con lui sul letto, lo ascoltò e iniziò a raccontargli delle cose. Gli sussurrò delle fate che non possono entrare nelle case se sui davanzali ci sta il timo serpillo e lui intravide un barlume, gli raccontò degli elefanti che volarono via dopo aver bevuto alla fonte dell'acqua gassata e lui vide una scintilla,; gli spiegò perché Berretto Rosso fosse il folletto più crudele di tutto il sottobosco e come lo si potesse ammansire dandogli del pane crudo sbriciolato e il piccolo intravide delle ombre. Passò tutta la notte, gli portò del latte caldo e dei biscotti, continuò a narrargli delle fate foca che quando si innamorano perdono la loro forma e diventano umane, e se il pescatore nasconde l'abito da foca la può prendere in moglie, al largo dell'Isola di Man ed il bambino iniziò a sentire lontani campanelli...e gli narrò fino all'alba di come i Giganti della Scozia avessero giocato a tirarsi macigni fino a farne una scogliera dove andavano a fare il bagno e il piccolo iniziò a sentire cantare le silfidi. Il sole sorse lentamente, infiltrandosi tra le tende della loro camera da letto. L'aria si riempì del profumo delle bacche di vaniglia che il bambino tanto amava, e del profumo del gelsomino che il padre aveva amato da piccolo. Restarono così, il piccolo e il cantastorie, ad annusare e ad annusarsi, ritrovandosi: ora vedeva di nuovo. Vedeva tutto, anche quello che non c'era. Anche quello che aveva visto fino a pochi giorni prima e che d'improvviso era scomparso. Chiese quindi:- Papà, perché non vedevo più? , e lui rispose:- Stavi solo crescendo, amore mio. Ma ti ho salvato.




*** FINE ***





LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE CREDEVA A TUTTO

 (Prima pubblicazione 18.07.2009)

© Crenabog 






C'era una volta, in quel piccolo paese vicino al bosco, un bambino che stava sempre attento a quel che sentiva in giro e a quel che leggeva. E a tutto questo, lui ci credeva. Non lo faceva per cattiveria ma solo perché, essendo piccolo e avendo una mente semplice, non pensava che fossero bugie. Così facendo finiva per dare il tormento ai suoi genitori. Andavano a fare spese e insisteva per prendere un dentifricio perché solo quello gli avrebbe dato i denti bianchi, o una certa merendina perché solo quella era fatta col latte, o si arrabbiava con la madre che voleva comprare un certo sapone invece di un altro perché solo quello avrebbe fatto diventare i panni davvero puliti. I suoi genitori non ne potevano più anche perché non avevano molti soldi e cercavano di risparmiare, invece lui finiva per costringerli a comprare solo le cose che costavano di più, e non era mica detto che fossero migliori, anzi, spesso si rivelavano uguali se non addirittura delle grandi fregature. Sua madre, vedendo come era fatto, decise allora di fargli conoscere il narratore del paese, con la scusa che avrebbe potuto giocare col suo bambino, sperando che si sarebbe distratto ascoltando cose diverse. Un bel giorno quindi il narratore insieme ai due bambini presero la strada del bosco e si sistemarono nella radura, su una grande coperta, con il borsone pieno di frutta e panini per passare la giornata. Il brav'uomo iniziò a raccontare favolose storie della Gente Segreta, le avventure di Oberon, i tranelli dei Troll, persino come si fosse formato il letto del fiume migliaia di anni prima quando in un epica lotta i Thuatha Dè avevano preso per i piedi il grande Dio Dagda e lo avevano trascinato per tutta la valle. Il suo sedere era così pesante che aveva scavato il letto del fiume! I bambini si divertirono moltissimo e, dopo aver mangiato, si misero a fare collezione di foglie e sassi. Tornati a casa si salutarono e il bambino iniziò subito a dare il tormento al padre e alla madre chiedendo loro di cercare l'Undry, perché solo così avrebbero potuto risparmiare sulle cose che compravano da mangiare. Il padre, che aveva esaurito la pazienza, andò dal narratore a chiedere cosa mai fosse l'Undry e venne a sapere che si trattava del calderone magico di Dagda che donava cibo a chiunque glielo chiedesse. Logicamente, nessuno sapeva che fine avesse fatto l'Undry dopo tutte quelle migliaia di anni da quando il Dio Dagda si era ritirato dalla terra nel mondo degli Dei e allora il narratore si fece venire un idea per tenere occupato il bambino, la disse al padre e quegli se ne tornò a casa soddisfatto. Raccontò quindi a suo figlio che un antica leggenda voleva che solo chi fosse stato capace di fare il ritratto alle nuvole che passavano sul Picco Ventoso avrebbe avuto in dono l'Undry; il bambino ovviamente ci credette subito e da allora passò le sue giornate in giardino a consumare fogli di carta e matite colorate cercando di disegnare le nuvole ma siccome sul Picco Ventoso c'era un vento terribile queste cambiavano forma sempre più rapidamente di quanto lui le potesse disegnare. Solo da grande, quando diventò il più bravo disegnatore del paese, capì che quel che si vede e si cerca di raggiungere spesso ha una sostanza e una forma assai diversa da quel che è, e non desiderò più quel che vedeva o leggeva ma solo quel che realmente gli serviva.



*** FINE ***





LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE DISEGNAVA IL MONDO

 (Prima pubblicazione 13.05.2009)

© Crenabog



 

La scuola dei bambini dell'antico villaggio aveva da sempre l'abitudine di invitare il Narratore a raccontare le sue favole ai bambini piccoli e a lui, benché venisse comunque pagato per il suo servizio, questa cosa piaceva tanto perché era una grande soddisfazione vedere i loro occhietti curiosi brillare nell'ascoltarlo. Tra le tante favole, una delle più richieste era decisamente questa:

C'era una volta, in Paradiso, un grandissimo campo di nuvole morbide e bianche sul quale giocavano e ruzzolavano tantissimi angioletti in attesa di diventare bambini. Dall'alto di una nuvola-collinetta Dio li guardava paziente, intento a disegnare su grandi fogli con certe matite colorate che conservava in una scatola di legno, lasciata ai suoi piedi. Ogni tanto nell'aria si spargeva il suono di una campanella dorata e arrivava il Trenino dei Bambini dove, quelli che venivano chiamati, salivano correndo per venire sulla Terra. Ogni angioletto portava con sé un ricordo del Paradiso, una camiciola, una fialetta di pioggia, un bioccolo di nuvola, cose così. Il Trenino volava allegro e man mano che si avvicinava alle sue destinazioni, agli angioletti sparivano le ali perché non ne avevano più bisogno. Comparivano così, piccolissimi e felici, dentro le loro mamme e aspettavano tranquilli di venire alla luce, ognuno con il suo ricordino invisibile. Una volta diventati bambini però, per ogni nuovo giorno sulla Terra, un pezzetto di Paradiso veniva dimenticato e non ricordavano più di essere stati degli angioletti. Anche la casa del villaggio che conosciamo bene venne allietata dall'arrivo di un piccino e i suoi genitori lo vedevano crescere allegro e sano, intento a giocare con i suoi balocchi. Un giorno suo padre, il Narratore del villaggio, mentre fumava la pipa sul balcone vide in lontananza degli alberi davvero inconsueti, tutti dritti e con una specie di cespuglio per cappello, i colori che si differenziavano notevolmente dagli altri alberi del bosco. Restò perplesso e pensò che da quelle parti dovesse esserci un Cerchio delle fate. Qualche giorno dopo la madre, guardando dalla finestra, si inquietò vedendo uno stranissimo cane a sei zampe, viola, passare oltre il loro cancello. Ne parlò al marito ma non trovavano spiegazioni. Ma il giorno che entrambi videro volare fuori dalla porta un enorme pesce giallo decisero che certamente qualcosa di strano stava succedendo; pensando che sarebbe stato contento di vedere quell'assurdo pesce, il padre andò nella cameretta del figliolo per chiamarlo e lo vide lì, seduto sul tappeto a disegnare su grandi fogli. Gli si avvicinò e vide che razza di quadretti aveva fatto: un boschetto di alberi dritti e cespugliosi, un cane viola, un enorme pesce giallo che volava con la loro casa sullo sfondo. Al padre venne da ridere e lo lasciò fare, tanto aveva ben compreso cosa stava accadendo, e se volete saperla tutta, lo aveva ben compreso anche il buon Dio, che gli aveva già perdonato la birbonata di essersi portato via per ricordo le matite con le quali creava le cose..




*** FINE ***




martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEL TRALCIO D'UVA

 (Prima pubblicazione 27.05.2009)

© Crenabog 




La taverna di Tom de Danann per una volta aveva un pubblico insolito, non gli abitanti del villaggio e neanche re Brian e i suoi folletti, neppure i piccoli Spriggan. Sì era invece radunato un gruppetto di bambini perché la maestra della scuola aveva sentito che il Narratore stava pranzando lì e di corsa aveva portato tutti gli scolari sperando che lui volesse raccontare una delle sue tante favole. Tom e il Narratore li guardarono divertiti  e ben volentieri il Narratore dedicò loro il suo tempo con questa storia:

C'era una volta, nel villaggio al limitare del bosco, un bambino che aveva chiesto al padre di poter piantare qualcosa nel piccolo spazio antistante la loro casa. Il padre - che voleva tenerlo contento - trovò da un amico che aveva una vigna un buon pezzo di vite con la sua brava radice e lo portò a casa. Insieme, scavarono una buca nel terreno e dopo averla piantata ammonticchiarono terra tutt'intorno e vicino gli conficcarono anche un grosso ramo alla quale con leggerezza la legarono affinché potesse crescere sana e forte. Il bambino se la andava a veder crescere, controllava che le talpe non ne mangiassero le radici e che gli spriggan del bosco non venissero la notte ad ingarbugliarla per far dispetto. Gli portava l'acqua con una sua brocchetta e pian piano vedeva spuntare piccoli germogli di foglie che si libravano verso la calda luce del sole. Già si immaginava di poterne vedere i grappoletti d'uva e ne provava una grande soddisfazione. Nel frattempo il ramo che faceva da tutore alla vite aveva ripreso vita e aveva anche lui fatto spuntare qualche getto verde, sempre ergendosi bello robusto a fianco a lei. Padre e figlio se ne stavano a volte così, seduti nel meriggio, a lasciar passare il tempo e a guardarla, senza un motivo preciso, solo per vedere la vita che passava e cresceva nella pianta. Ma una notte alcune fate invidiose passarono da lì e decisero di portarsela via: le svolazzarono intorno e la strattonarono da tutte le parti ma inutilmente, che era ben aggrappata al suo ramo e non venne via. Se ne andarono e per vendicarsi andarono nella tana delle termiti a chiedere alla loro Regina di divorare la vite. La Regina delle termiti, che aveva un carattere pessimo ed era sempre pronta a distruggere quel che le capitava , non si fece pregare molto e subito mandò le sue servitrici a compiere il danno. Nel silenzio della notte la vite vide avanzare le termiti e cominciò a tremare, era ancora tanto giovane, voleva crescere, voleva giocare con le farfalle, voleva creare i suoi grappoli, non voleva morire. Il tronco se ne avvide e iniziò a piangere e dalla sua corteccia screziata ma pulsante lunghe lacrime di linfa scendevano in terra. La vite gli sussurrò: Piangi perché hai paura? - e lui le rispose: No. Piango per te. - La vite restò interdetta e le termiti la raggiunsero ma si accorsero delle lacrime del tronco e ne assaporarono avide il dolce gusto. Inebriate e completamente dimentiche del misfatto che erano andate a compiere lo attaccarono per suggere tutta la sua linfa. Lo scempio durò tutta la notte, e il tronco non emise un solo lamento. Solo, continuava a piangere. Al mattino le termiti istupidite dal banchetto tornarono alla loro tana e la vite guardò con infinita tristezza il tronco distrutto e senza più vita. Quando il bambino e suo padre uscirono al mattino videro cos'era successo, distrussero il termitaio e non ne lasciarono traccia poi tornarono vicino alla vite e al grosso ramo scavato fino al cuore. Il piccolo era triste ma felice che la vite fosse intatta e chiese al padre come mai fosse riuscita a resistere alle termiti, e lui gli rispose: Non lo ha fatto. Non poteva. E' per questo che esistono i padri. Per proteggere fino all'ultimo i nostri figli. Fino alla fine.






*** FINE ***




LA FAVOLA DEL RAGNO DELLA LUNA

 (Prima pubblicazione 24.06.2009)

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Per quanto la vita nell'antico villaggio scorresse tranquilla, con i ritmi scanditi dalle stagioni e dalle consuete occupazioni, il Narratore non riusciva a stare veramente tranquillo. Aveva viaggiato tanto, e ancora viaggiava, per raccontare le sue storie e così guadagnare per la sua famiglia, dunque aveva visto cose che la maggior parte degli altri neanche sognava. E tra queste cose non sempre ce n'erano di belle. Perciò il Narratore provava sempre una certa preoccupazione nei confronti di Finbar, il suo bambino. Un giorno che se ne stavano entrambi sul dondolo sotto la veranda a guardare in lontananza il fogliame del bosco muoversi al vento di primavera, il bambino gli domandò:- Papà , tu di cosa hai paura? Di morire? , Il padre ci pensò soltanto un attimo e gli rispose:- No, ho paura di perdere te. , e se ne restarono in silenzio ognuno immerso nei propri pensieri. Quando venne la notte, dopo averlo messo a letto e avergli raccontato una favola come sempre, il padre uscì di nuovo sulla veranda e lasciò che il tempo gli scorresse addosso lentamente, ogni tanto dando una boccata alla pipa. In alto le stelle cambiarono posizione e la luna si avvicinò quietamente alle cime degli alberi. Ed ecco che trasse di tasca un piccolo flauto d'argento, molto ma molto piccolo, quasi un fischietto, che anni prima, in gioventù, gli era stato donato da Titania, la Regina delle Fate, per ringraziarlo di aver raccontato molte bellissime storie durante una festa che lei aveva indetto per tutti gli abitanti fatati del bosco. Con quello strumento, gli aveva promesso, avrebbe potuto chiamare a sé qualsiasi essere fatato che avesse voluto, gli sarebbe bastato pensare chi desiderava. Lo suonò sommessamente, con la mente rivolta al Ragno della Luna ed ecco che, da dietro la parte buia del satellite il Ragno Gigante si mosse e scese nel bosco lungo il suo filo d'argento. Senza rumore che non fosse il leggero brusio delle stesse foglie degli alberi, il Ragno si avvicinò e l''uomo lo salutò con cortesia, chiedendogli un dono particolare. Il Ragno gli porse allora una matassa del suo filo d'argento, creato con la stessa materia di cui son fatti i sogni che il favoloso animale manda nelle menti degli uomini quando dormono, sottilissimo, invisibile, indistruttibile. Il padre lo ringraziò con calore e gli offrì di bere da una ciotola che aveva riempito di grappa di denti di leone, potente, del color del sole, inebriante. Il Ragno ne bevve e si allontanò barcollando ma molto allegro, arrampicandosi poi fino alla sua incredibile casa lunare. Il padre salì da suo figlio e legò il filo al polso del bambino, si mise la matassa in tasca e legò al suo polso l' altro capo poi se ne andò anche lui a dormire. E da quella notte in poi, per tutta la vita, ogni volta che non vedeva o non sapeva dove fosse suo figlio, dava un piccolo strattone al filo e poco tempo dopo ecco che suo figlio si faceva vivo e lo rassicurava. Grazie a questa bizzarra magia anche quando furono lontani l'uno dall'altro, lontani veramente non lo furono mai.





*** FINE ***

LA FAVOLA DEL PIGIAMA INCANTATO

 (Prima pubblicazione 14.05.2009)

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Nella villetta poco fuori dall'antico villaggio stava capitando sin troppo spesso che il piccolo Finbar la notte non voleva addormentarsi. E se ne andava a tirar le coperte al padre per andare a dormire con loro, dicendo che non riusciva a prendere sonno. Il padre per farlo contento ogni volta gli raccontava una favola nuova, inventandosele di sana pianta, ma a dir la verità certe volte era talmente stanco che gli si chiudevano gli occhi e si impappinava persino a parlare. Così, cercò un sistema per rendere il sonno di suo figlio più gradito e tranquillo. Il bambino lo vide, una mattina, uscirsene di casa con un pacchetto sotto braccio e restò incuriosito a inzuppare i suoi biscotti chiedendosi dove mai stesse andando. Il Narratore si recò ai limiti del bosco, si cavò il cappello in segno di omaggio perché si sa, certi alberi antichi a volte sono permalosi se gli calpesti le radici, e avanzò. Guardava bene in terra non volendo calpestare per sbaglio qualche zolla vagante, son sempre molto utili le zolle, se le tratti bene ti rendono piccoli servizi e se ogni tanto le bagni e gli lasci crescere il muschio sulla schiena si sentono fresche e sono contente. Arrivò alla piccola radura dei cespugli di gelsomino, sapeva che il loro profumo inebriava le fate e le attirava; aspettò che ne arrivasse qualcuna seduto comodamente in terra sui vecchi calzoni di fustagno. L'aria si mosse, il pulviscolo dorato preannunciò l'arrivo ed ecco comparire una minuscola fata, diretta ai fiori del gelsomino: ne coglievano in abbondanza per farsene ghirlande. Subito il padre tirò fuori un mazzolino di timo serpillo e disse:


- Ferma lì! Sappiamo bene come il timo serpillo spaventi le fate, specialmente quando è legato da un nastrino rosso!

... e lei si fermò chiedendogli cosa volesse . Il Narratore anzi tutto si scusò per il piccolo inganno, poi le spiegò la situazione chiedendole di aiutarlo. La fata ci pensò sopra poi sparse in terra un poco di polvere dorata e subito nacque un Cerchio magico, un anello di piccolissimi funghetti bianchi coperti da spore. Disse:

- Metti il tuo pacchetto in questo Cerchio e assorbirà il suo potere.

Allora lui ringraziò e fece quanto gli era stato consigliato. La sera, tornando a casa, andò da suo figlio e lo invitò a mettersi il nuovo pigiamino che gli aveva portato, Finbar lo indossò ringraziando e se ne andò sotto le coperte. Subito fu avvolto dal potere del Cerchio fatato, che provocava un grande sonno, e finalmente dopo tanto tempo, poté dormire in pace, trasportato sulle ali dei sogni nel paese delle fate, sotto la terza collina a destra,. dopo la grande quercia. Danzò con loro tutta la notte e bevve con Oberon e Titania, al suono delle arpe e dei cembali, il latte al miele versato dalle fate in coppe minuscole come ditali. Al mattino il padre andò a svegliarlo togliendogli il pigiamino fatato, che altrimenti se ne sarebbe rimasto in eterno nel paese delle fate e lo vide alzarsi felice e contento. Per una volta, le fate non avevano combinato danni!





 


*** FINE ***