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martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PIXIE CHE VOLEVA LE UOVA

 (Prima pubblicazione 02.07.2014)

© Crenabog 




Si avvicinava lentamente il sole all'orizzonte, regalando al cielo uno spettacolare fuoco d'artificio di nuvole incendiate dei molti toni del rosso e dell'arancio. E nella Contea, con la solita calma, il Popolo Segreto si preparava alle attività notturne: chi pregustava il sonno ristoratore, chi qualche abbondante bevuta alla taverna di Tom, le cucine dei folletti di re Oberon erano ribollenti e fumiganti.. nell'antico villaggio la gente tornava a casa, chiudeva bene le porte e si assicurava che non fossero entrati spiriti, folletti o altre cose più temibili. E naturalmente c'era anche chi si preparava a compiere qualche birbonata, se non addirittura qualcosa di peggio perché, lo sanno tutti, il mondo è vasto e non ci sono solo fate e fiori. Lungo le rive del fiume che nasceva dalle caverne di Monte Atro e attraversava la Contea e il villaggio, chi si fosse attardato in giro e avesse avuto la fortuna di una vista aguzza, avrebbe potuto scorgere un piccolo pixie, con un piccolo sacco a tracolla, che sembrava intento a cercare qualcosa di importante, tanta era la foga con cui girava la testa qua e là. In verità, il minuscolo folletto si era reso conto dell'ora e sperava che le cose malvage che abitano la notte si trovassero tutte dall'altra parte del fiume. Quasi tutti i componenti del Popolo Segreto evitano come la peste di bagnarsi in acque correnti e spesso un fiume, anche un torrentello, bastava a salvare una vita. Il pixie si avvicinò ad una grande quercia, alzò lo sguardo e vide quel che cercava: un nido, lassù tra i rami. Se c'era un nido, probabilmente ci sarebbero state delle uova, cosa di cui era ghiottissimo; si aggiustò il sacco sulle spalle e vagliò attentamente il tronco alla ricerca degli appigli migliori quando, nella quiete campestre che lo circondava, sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Cosa poteva esserci, tra le ombre del fogliame e dei cespugli, che iniziavano a diventare più cupe e pesanti? Osò lentamente voltarsi ed eccolo, proprio poco distante. Enorme, anche per via che il pixie era davvero piccolo, nero come la notte e con due occhi rossi di brace che lo fissavano. Non si muoveva, e neanche il folletto: sapeva bene di cosa fosse capace un kelpie.

Perché di questo si trattava, del feroce spirito fatato che prendeva la forma di un cavallo per farsi cavalcare dai viaggiatori sperduti nelle lande e nelle brughiere, galoppando poi all'impazzata per trascinarli nei corsi d'acqua, affogarli e divorare il loro fegato. Dunque, dal kelpie il fiume non lo avrebbe salvato: cosa fare? Il cavallo mostruoso si avvicinava piano, muovendo furtivamente gli zoccoli nella sua direzione; poteva distinguere il vapore che usciva dalle narici, da quel gelido corpo mortale. Con un balzo, il kelpie prese ad arrampicarsi furiosamente sulla quercia, senza pensare a cosa sarebbe successo poi, l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sul cervello. Il nitrito di rabbia del kelpie squarciò l'aria e l'essere balzò sotto l'albero, scalpitando e sbuffando, la grande testa rivolta all'insù a fissare il pixie che si aggrappava ad ogni fessura della corteccia. Il folletto malediceva l'albero, cosparso per ogni dove di resina molle e profumata, ma estremamente appiccicosa, che lo stava coprendo fin sopra i capelli, gli entrava nelle orecchie, quasi gli tappava il respiro. Ma saliva, ancora e ancora, puntando ai primi grossi rami dove contava di riprendere fiato. E ci arrivò, a stento, completamente coperto di grumi di resina giallastra, e poté sedersi a gambe larghe e ragionare sulla situazione senza scampo nella quale si era cacciato. Nel frattempo, continuava ad inveire contro la quercia appiccicosa, contro sé stesso, contro la sua stupidità nell'uscire a quell'ora e contro il suo insaziabile desiderio di mangiare uova. Uova? Certo, se l'era scordate, ma forse, se stavano nel nido, avrebbe potuto riprendere le forze e resistere sin che il kelpie non avesse adocchiato qualche preda più facile: così un po' strisciando, un po' aggrappandosi, arrivò fino al ramo sul quale era incastrato il grande nido che aveva scorto. Guardò dentro e, come c'era da aspettarsi, di uova non ce n'era nessuna, a parte vecchi frammenti di gusci, il che provocò nel pixie un nuovo scoppio di parolacce e maledizioni. Furibondo, saltò nel nido e cominciò a prendere a calci i gusci vuoti, ricoprendosi di piume e penne lasciate dai proprietari del nido, volati via chissà quando, che subito si impiastrarono alla resina e aderirono al pixie trasformandolo in una specie di assurdo uccello scalciante. E urla, strilla, prendi a calci, tanto fece che perse l'equilibrio e cadde dal ramo.




Mentre precipitava, continuando ancora a urlarne di tutti i colori, in preda al terrore si sbracciò come un ossesso e... cominciò a volare. Certo, non un bel volare, sia chiaro, uno svolazzare demente ma salvifico, visto che lo manteneva in aria, così piccolo, leggero e coperto di penne. Il kelpie lo guardava e nella sua testa malefica l'idea che il folletto potesse sfuggirgli ci mise un po' a farsi strada ma alla fine capì che non sarebbe riuscito a prenderlo. Con un ultimo sbuffo velenoso, il cavallo fatato si girò e galoppò via tra gli alberi: il pixie continuò a ballonzolare in aria cercando di dirigersi verso il più vicino luogo di ritrovo dei folletti e stavolta di certo dalla sua bocca non furono maledizioni che sortirono, ma canti di gioia, peana di battaglia, urla di giubilo e risate sguaiatissime di beffa contro il kelpie. E magari sarà questo il motivo per cui, una settimana dopo, chi passava nei dintorni della quercia la vedeva sempre più curata, abbellita, da un giardinetto fiorito che la circondava, allargandosi nel tempo sempre più, a distinguerla da ogni altro albero della zona.




** FINE **

venerdì 21 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 01.02.2013)

© Crenabog 





" Finalmente, sei tornato. Iniziavamo a preoccuparci, poi le fate di Bosco Buio ci hanno avvertito che eravate ospiti di re Brian - esclamò Oberon, Signore del Popolo Segreto.- Immagino che te la sarai cavata bene, a quanto vedo!"

" Grazie, maestà. Ho avuto qualche incontro imprevisto ma alla fine sì, è andato tutto bene e ho potuto portare con me una parte del vecchio tesoro di Afelia."

" Sicuramente ti riferisci a Lahin; non credevo che fosse ancora là. Che fine ha fatto? "

" L'ho persa di vista quando le mura del castello non hanno retto e sono cadute. Immagino che possa essere morta ma non ne sono sicuro."

" Ad ogni modo non mi preoccuperei, il Portale è stato legato da un incantesimo e non può oltrepassarlo, quindi, a meno che non voglia viaggiare fin qui, e ne dubito, e sempre che sia ancora viva, Lahin non è un nostro problema. E poi,- fece, rivolto alla sua corte, - se mai si presentasse qui troverebbe una accoglienza adatta a lei! Giusto?" , concluse, lasciando che tutta la corte esplodesse in grasse risate. Tra il Popolo Segreto e streghe e negromanti non era mai corso buon sangue, e più d'uno di loro non aveva fatto ritorno vivo alle sue dimore.



" Maestà, per ringraziare vostra moglie per la sua infinita gentilezza, mi sono permesso di portare in offerta alcuni doni dal tesoro che ho portato con me... volete gradirli?"

" Uomo sciocco! Non ce n'era bisogno. Per noi è stato un piacere poterti aiutare ma, se proprio ti va, accettiamo di buon grado."

Il Narratore estrasse dalla giacca un anello elfico di grande bellezza e lo diede a Titania che sorridendo se lo mise al dito medio della mano destra; e una pietra preziosa dalle mille sfaccettature luminose donò a re Oberon, che lo ringraziò. Poi Titania si rivolse all'uomo:

" Le voci di Bosco Buio mi hanno narrato anche un altra storia, caro amico. Ho la sensazione che tu e Paulie abbiate qualcosa da dirmi.."

Il Narratore si voltò a guardare Paulie, seduta timidamente al suo fianco.

" E' esatto, mia signora. Voi conoscete la nostra storia, e avete accettato di ospitare Paulie nelle grotte sotterranee dove può nuotare liberamente insieme agli altri esseri fatati. Ma abbiamo dovuto fare i conti con i nostri cuori, e loro non sanno cosa sia la ragione. Stare lontani era una sofferenza, ora è un dolore. Qualcosa dobbiamo fare per risolvere questa faccenda: Paulie non accetterà mai di tornare al Mare del Nord né io me la sento di non rivederla più. So bene che la mia situazione mi impedisce di vivere una vita regolare insieme a lei ma almeno vi chiediamo di permetterci di viverla nel mondo del Popolo Segreto. Lei continuerà a stare qui, non verrà più al villaggio, io verrò a trovarla e quando lo farò sarà come se fossimo la stessa cosa. Ce lo concedete? ", disse, guardando Paulie negli occhi, mentre lei arrossiva in silenzio.




"Temevo che sarebbe successo, prima o poi. Sai che l'unione tra un uomo e una fata foca non è una cosa facile: la sua pelle originale va conservata nel più stretto segreto perché se venisse ridata a lei, sarebbe costretta ad indossarla e tornare al mare. Anche la lontananza dall'acqua la farà soffrire ma a questo si può rimediare. Tu, piuttosto, veramente la desideri al punto da voler vivere un altra vita qui tra noi, tutte le volte che lo potrai fare? Non tratterai male questa nostra sorella? "

" Ci ho pensato a lungo, mia signora. No. Non potrei mai, così come non posso più perderla."

" E allora va bene. Dopo che avremo festeggiato il tuo ritorno da Afelia, andrai al villaggio e ricomincerai come sempre la tua esistenza, badando a centellinare il tesoro che hai con te, cambiando le pietre in villaggi e città lontani, per non dare pensieri strani ai tuoi concittadini. Noi qui, intanto, sistemeremo alcune cose insieme a Paulie e poi ti manderemo a chiamare. Ora basta, pensiamo ad altro: sono certa che tutti, qui, sono ansiosi di ascoltare le tue avventure ad Afelia. E mio marito sarà sicuramente il più curioso tra di loro. - rise, rivolta a re Oberon. Il Narratore prese le mani di Paulie tra le sue, si alzò in piedi, guardò gli innumerevoli gnomi, coboldi, spriggan, boogie, nani, folletti, leprechaun seduti nella grande sala; le fate sedevano sugli scaffali che costellavano i muri illuminando a giorno la sala con il loro luccichio e persino qualche troll sedeva in fondo, intenti a maneggiare botti di sidro. I loro sorrisi riscaldarono il suo animo, alzò una coppa in segno d'omaggio a tutti loro, ed iniziò a narrare.


******

Re Brian parlottò a lungo, quella sera, insieme ai suoi luogotenenti, mentre sul lungo tavolo di quercia i boccali di idromele si susseguivano. Piani vennero elaborati, voglie inconfessate vennero espresse, problemi logistici vennero esaminati e le sacre pietre runiche vennero consultate, ma alla fine la conclusione non fu che una: i folletti volevano il resto del tesoro di Afelia e in un modo o nell'altro lo avrebbero avuto..




******

Seduta su un ramo, la gatta guardava la luna. Nell'aria ancora stagnava lieve il pulviscolo dei detriti. Ringraziò la Grande Madre per la sua capacità di mutare forma: un gatto, agile e scattante, aveva più possibilità di un essere umano di scivolare tra tra le rocce cadenti e salvarsi la vita..

" Tutta questa oscurità, tutti questi anni, tutta questa solitudine.

Così inutile..

Cercavo solo un bagliore che mi riscaldasse la vita.", pensava tra sé e, i suoi, furono pensieri di vendetta.


******

 Paulie sedeva allacciandosi le gambe con le braccia esili, tra le pellicce che coprivano il grande letto. Al morbido chiarore della luna, che filtrava dalle finestre della camera offerta da Titania, guardava il Narratore dormire disteso vicino a lei. Non l'aveva voluta prendere, e questo poteva comprenderlo. Anzi, ne era stata contenta, limitandosi a restare abbracciata a lui fin che il sonno non lo aveva trasportato nella dimensione del sogno. Lentamente, argentee lacrime di felicità scesero sul suo viso da bambina. Il Narratore dormiva, e i suoi sogni li conobbe soltanto lui.





     Qui termina la favola del Signore del Wangshire, così come viene ricordata dal Popolo Segreto.


*** FINE ***


giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DELLO GNOMO SFORTUNATO

 (Prima pubblicazione 31.10.2012) 

© Crenabog 




C'era una volta, lontano dal villaggio che conosciamo bene, la Radura dei Tumuli, quasi al centro di Boscobuio e là, sotto la più grande delle collinette, si celava l'ingresso principale al mondo del Popolo Segreto, saggiamente governato da Re Oberon e da sua moglie, la Regina Titania. Un giorno, poco discosti dall'ingresso, sedevano nell'erba morbida e riparata dal sole grazie alle ampie fronde degli antichi alberi, il Narratore del villaggio, suo figlio e Re Brian - il governatore dei Folletti. Amici da lungo tempo, avevano improvvisato una merenda campestre, in questo aiutati da una piccola corte dei servitori di Re Brian, che stavano appunto predisponendo tovaglie, stoviglie e vettovaglie, in bell'ordine, anche se - come c'era da aspettarsi dai folletti - tutto era spaiato e diverso, l'una cosa dall'altra.

" Oggi mi sento particolarmente allegro e per una volta, invece di sentire le tue storie, desidero narrarvene una io. Vi va? ", disse Re Brian.

Ovviamente padre e figlio accettarono di buon grado, anche perché l'uomo si guadagnava da vivere raccontando favole ai suoi concittadini e ogni cosa nuova che apprendeva lo aiutava.

" Dunque, forse ricorderete un certo furterello successo in casa vostra, parecchio tempo fa, un sacco di zucchero che sparì.. bene, ecco come andò realmente la faccenda. Lontano da qui, in una forra di rovi, aveva costruito la sua casa uno gnomo che era sempre scontento, rabbioso addirittura e che si considerava particolarmente sfortunato. In realtà non era buono a far nulla e non aveva mai voluto imparare a far niente, ma non era abbastanza intelligente da dare la colpa a sé stesso e cambiare. Se ne andava in giro sempre rimuginando e borbottando quando ecco che un giorno si infilò in una grotta da tempo abbandonata da altri gnomi scavatori, di quelli che cercano gemme nelle profondità della terra. Girò a lungo, rimestò tra le cose abbandonate là sotto poi, mentre si accingeva ad andarsene scorse in un anfratto una piccola scatola, quasi un forziere in miniatura. La afferrò circospetto e subito fuggì via, con l'intento di aprirla in un luogo sicuro. Tornò sotto il suo cespuglio e delicatamente la forzò per aprirla. Subito, dalla scatola si affacciò un piccolissimo folletto, si guardò intorno e lo salutò ringraziandolo per averlo liberato dalla sua prigione. Lo gnomo non sapeva che farsene, quando il folletto gli disse che avrebbe esaudito un suo desiderio. Lo gnomo non ci pensò su due volte, era così abituato a ripetere a tutti quanto fosse sfortunato che, appunto, chiese di diventare fortunato. Il folletto rispose che questo non poteva farlo ma che gli avrebbe concesso un colpo di fortuna e uno soltanto. Lo gnomo si disse d'accordo ed ecco comparire davanti a lui una tovaglia di seta finissima con una monumentale torta riccamente decorata. Lo gnomo disse che sì, aveva fame, ma che non capiva cosa significasse; il folletto gli rispose di aspettare almeno un ora e avrebbe capito anche troppo bene, poi sparì in una nuvoletta di fumo. Mentre dunque lo gnomo se ne stava seduto davanti a quel magnifico dolce, ecco passare Re Oberon con il suo seguito di dignitari per la passeggiata mattutina: davanti allo spettacolo di quella torta tutti si fermarono, Re Oberon chiese di poterla assaggiare e se ne deliziò; chiese allo gnomo se l'avesse fatta lui e quello, gloriandosene, rispose di sì. Per tutta risposta Re Oberon lo nominò seduta stante suo pasticcere ufficiale, con tutti i vantaggi di notorietà e guadagno che ne avrebbe ricavato, ordinandogli di prepararne un altra per la cena regale del giorno dopo. Quindi la corte si sedette e mangiò tutto il dolce mentre lo gnomo era combattuto tra l'inattesa felicità e il panico, ben sapendo che non aveva mai cucinato niente del genere in vita sua. Come restò da solo, ricominciò a lagnarsi di quanto fosse sfortunato anche nella fortuna e, invece di confessare tutto a Re Oberon e ottenere magari un posto da aiutante nelle cucine, si mise a pensare a come avrebbe potuto fare: aveva vaghi ricordi di certi pasticci dolci mangiati da piccolo e si illuse di farcela. Provò a mettere a bollire delle barbabietole per seccarne il succo e farne zucchero ma ne ottenne un impiastro puzzolente; provò ad allungare nell'acqua bollente la resina mielosa di certi alberi ma anche così ne ebbe solo una zuppa appiccicosa e aspra. Decise quindi di procurarsi dello zucchero e dove meglio avrebbe potuto rubarlo, se non a casa vostra, ben sapendo che tu eri in giro a narrare storie e avendo visto il bambino occupato a girare in groppa a un kelpie insieme a Paulie? Come? Non lo sapevi? ah ah! Va bene, litigherete poi a casa, adesso lasciami continuare. Insomma a farla breve, sgusciò in casa, rubò un sacchetto di zucchero e se ne scappò via. Passando sulla soglia della finestra però, incappò in un chiodo, e dal sacco uscì un sottile filo di zucchero che, dopo pochi minuti richiamò dietro di sé tutte le formiche e gli insetti di Boscobuio, che se ne rallegrarono abbondantemente. Quando arrivò nel suo rifugio si accorse di averne solo un piccolo pugno e ricominciò a prendersela con sé stesso, col mondo, con i folletti e solo gli Dei sanno con cosa altro. Temendo le ire di Re Oberon si precipitòn della nostra città, alla ricerca di un dolce il più sfarzoso possibile da offrirgli. Sbirciando tra le botteghe, come al solito molto male illuminate dal chiarore dei funghi sotterranei, dei mastri pasticceri ne vide uno particolarmente bello: gettò una moneta contro il vetro della bottega e quando lo sconsiderato pasticcere scattò fuori per arraffarla, lui schizzò dentro e uscì dal retro con la torta, dopo averla frettolosamente infilata nella scatola di raso più bella che trovò. Alla cena del Re eravamo presenti tutti, noi della corte, avvertiti che ci sarebbe stata una sorpresa: già si era sparsa la voce di un nuovo cuoco e tutti, gnomi, folletti, elfi, leprechaun, trolls, gobelins volevamo assaggiare le novità. I cuochi reali portarono le consuete cibarie e poi fu la volta del dolce: ecco quindi che questo gnomo, tutto pulito e lucidato, saltellante e piroettante, entrò tenendo bene in vista la scatola da regalo. La posò davanti al Re, si inchinò più volte e si pose in disparte per ricevere i sicuri elogi: la Regina Titania si alzò e la scartò per il marito poi tutti - io, lo ammetto, fui il primo - scoppiammo a ridere mentre il volto del Re si oscurava e lo gnomo cercava di farsi il più piccolo ed invisibile possibile. .. Finì a fare lo svuotatore delle fognature regie, sbeffeggiato da chiunque lo incontrasse e ancora sta lì, che si prende a sberle da solo. Sì, piccolo? Ah, vuoi sapere come mai successe tutto questo? Semplice, la torta era stata ordinata dai notabili della corte dei Folletti e, sul lato che lui non aveva guardato, c'era scritto " Lunga vita a Re Brian " .




*** FINE ***

martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEL KELPIE

 (Prima pubblicazione 05.06.2009)

© Crenabog 




Una notte particolarmente scura e silenziosa, nell'antico villaggio si sentirono certi rumori nelle strade, come di uno scalpiccio, come se qualcosa stesse passando, qualcosa che non doveva essere lì. Gli abitanti sentirono e si strinsero nelle coperte, si assicurarono che le imposte fossero ben chiuse e si rimisero a dormire. Passarono un paio di giorni e di notti e non si era più sentito niente nelle strade; quella sera Finbar se ne stava in cucina a preparare la cena, era solo perché suo padre, il Narratore del villaggio, era dovuto andare a raccontare favole alla festa di compleanno di Tom de Danann nella taverna che da moltissimi anni mandava avanti insieme a sua moglie. Se lo immaginò, circondato dai vecchi amici, tutti con i boccali in mano schiumanti , mentre raccontava della spiaggia dei Giganti o di come Jack O'Gill avesse fatto volare un sasso a mo' di un uccello e tutti intorno che se la ridevano affascinati dai vecchi miti e dalle leggende che troppo spesso finivano dimenticate. Per fortuna che ancora c'era suo padre a ricordarle.. Se ne stava lì a preparare un insalata mista quando ebbe caldo e decise di affacciarsi sulla veranda. Aprì la porta finestra e uscì nel patio con il cesto delle verdure e là, nel buio che avanzava della notte, proprio al limite del giardino, vide due occhi grandi brillare. Si facevano avanti. Ancora più vicini. Ma era un cavallino! Una specie di pony, molto piccolo, dal pelo bianco e marrone, ben pettinato indietro. Il bambino gli si avvicinò e lo vide inchinarsi, come se lo invitasse a salirgli in groppa. Pensò che sarebbe stato divertente, posò in casa il cesto di verdura e salì, il pony si incamminò lentamente verso il villaggio ma, come d'incanto, ecco che iniziò a crescere, a diventare più grande, a cambiare colore...il bambino all'inizio perplesso si spaventò! Era ormai diventato un cavallo, anzi un gran cavallo, dal pelo nero e ispido e quando si girò a guardarlo aveva occhi gialli come il demonio e denti lunghi e appuntiti, e soprattutto stava cominciando a correre. A correre via dal villaggio, verso l'oscuro intrico del bosco. Il bambino si ricordò di un antica leggenda locale e capì con chi aveva a che fare, era un kelpie, l'elfo demone che prendeva sembianze di cavallo per aiutare i pellegrini che si perdevano e poi trascinarli nel bosco per divorarli. Ebbe paura ma subito pensò a come cavarsela: tirò fuori dalla tasca due grosse carote che gli dovevano servire per l'insalata e le sventolò davanti all'occhio del kelpie che , desideroso di prenderle, iniziò a curvare la testa e la direzione della sua corsa. Sempre incitandolo a prenderle lo costrinse a correre fin verso il campo di grano di Padre O'Donnell, il kelpie ci si infilò dentro sempre correndo e all'improvviso scomparve in uno sbuffo di fumo, facendo cascare il bambino in mezzo al grano alto. Padre O'Donnell aveva l'abitudine di tracciare sempre una grande croce celtica in mezzo al grano, con la falce, per far fuggire i folletti e gli spiriti del bosco ma dal basso non la si vedeva, si notava solo dalla cima del campanile. Però il bambino lo sapeva bene e se ne era ricordato appena in tempo. Restò un po' in terra a riposarsi poi si rialzò e se ne tornò verso casa sgranocchiando le carote, felice di avere una nuova storia da raccontare a suo padre quando sarebbe tornato.




*** FINE ***




LA FAVOLA DEL BORBOTTONE

 (Prima pubblicazione 16.05.2009)

© Crenabog 




Il più grande divertimento, per i bambini del villaggio che andavano nella scuola di miss Durham, erano le visite del Narratore. Quando arrivava si sedevano tutti tranquilli ad ascoltare le antiche leggende e gli insegnamenti su come comportarsi con il Popolo Segreto. Perché anche se era cosa assai rara che qualcuno dei Sidhe entrasse nel villaggio, tutti sapevano che dentro Bosco Buio e Monte Atro, e ovunque nello Shire, gli esseri magici vivevano le loro bizzarre esistenze.  Anche quel giorno il Narratore raccontò di una leggendaria battaglia di Lugh e i Tuatha de Danann poi, come sempre, volle lasciare ai bambini un buon consiglio sotto forma di una piccola favola :

C'era una volta, in un certo paesino vicino al bosco, un bambino che la sera non voleva andare a dormire. Infatti, andava da suo padre e gli chiedeva di lasciare tutte le luci accese, poi si faceva i suoi giri dentro casa, apriva gli armadi, guardava sotto i letti.. cose così. Suo padre lo osservava da un po' finché si decise a chiedergli cosa mai avesse. Titubante e vergognoso, il bambino gli disse che sentiva dei rumori e vedeva delle ombre muoversi e questo gli metteva paura. Il padre gli disse che probabilmente era il boogie che viveva nel camino ma lui rispose di no, che il boogie raspava i muri del camino solo quando aveva freddo e voleva che lo accendessero e siccome in quei giorni ci bruciavano i ciocchi non poteva essere lui. Allora suo padre disse che magari era il leprechaun che viveva nella siepe sotto la finestra e il bambino rispose che no, non poteva essere lui perché gli lasciava dei biscotti sulla veranda e se ne stava tranquillo. Allora il padre disse:- Va bene, stasera vedremo chi è! , e aspettarono la notte sistemando tutto quel che di solito si sistema, un filo di farina davanti alla porta per non fare entrare spiriti cattivi, timo serpillo sul balcone per non fare entrare le fate dispettose, un pane sul tavolo del salotto se il boogie fosse sceso dal camino e una ciotola d'acqua fuori casa per lasciare abbeverare il kelpie. Calò il buio e se ne stavano assieme seduti sul letto quando ecco, dalle lontananze della casa, vaghi rumori, come di strisciare furtivo e un sommesso bro-bro-bro.. Il bambino tremava tutto, sicuro che quel che avevano fatto non sarebbe servito a niente. Il padre gli disse:- Ecco che cos'è, è l'orrido Borbottone! Ah, con questo c'è solo un sistema che non fallisce mai! , e intanto si avvicinava, si avvicinava...e mentre il frusciare arrivava alla loro porta, suo padre tirò di corsa il lenzuolo sulle loro teste. Si sentì una specie di "pufff!" e i rumori sparirono. Dopo un po' uscirono da sotto e suo padre gli disse:- Quando tutti i trucchi per far sparire un folletto o un mostro falliscono, ricordati, tira su il lenzuolo. Non possono resistere! , e infatti da quella notte l'orrido Borbottone dovette andarsene a disturbare qualche altro bambino. Ne sapeva di cose, quel brav'uomo!





*** FINE ***


LA FAVOLA DEI DUE COCOMERI

(Prima pubblicazione 29.05.2009)

© Crenabog



 

Verde come uno smeraldo era l'erba dello Shire, e azzurro come gli occhi di una donna amata era il cielo che la sovrastava, con le morbide nuvole che si rincorrevano. Lo Shire sterminato, con i suoi villaggi, e la grande foresta di Bosco Buio, le aspre montagne e Monte Atro e oltre, sempre più lontano fino alla Scogliera dei Giganti dove la risacca mormora e il forte odore del salmastro si sposa con il fumo greve della torba bruciata.  Lo Shire, patria e culla di infinite leggende, di miti, di folklore, là dove  la vita più semplice e comune cammina a volte insieme al Popolo Segreto. Terra sconfinata in un tempo che non è, non sarà e chi può dire se ci sia stato davvero. Terra dove anche il più semplice degli uomini può finire per diventare il protagonista di epiche, incredibili avventure. 

 Proprio lì, poco lontano dall'antico villaggio che sorgeva da tempo immemorabile ai limiti di Bosco Buio, c'era la rustica villetta del Narratore, e la vallata che la circondava in estate diventava gialla come il sole per quante bocche di leone ci spuntavano. L'aria diventava pesante per l'aroma del gelsomino rampicante che colorava di bianco i muretti delle case e tutti gli insetti del mondo - prima o poi - venivano a visitarlo per danzare nell'aria con le fate del bosco e per passeggiare tra i piedi dei kelpies sperando di rimediare qualche briciola.. Un giorno Finbar, il figlio del Narratore del villaggio, se ne stava seduto su un piccolo tumulo a guardare i bombi e le cetonie fare curiose scie nell'aria quando la sua attenzione fu attratta da due piccoli cocomeri verdi, così brillanti, spersi nel mezzo della piana e che stranamente sembravano muoversi. Andò a vedere e li trovò circondati da due gruppi di formiche, molto indaffarate. Trovando la scena assai bizzarra andò a chiamare suo padre, che stava scrivendo sotto il patio, per mostraglieli. Tornarono insieme nei pressi dei due cocomeri e videro che il gruppo di formiche rosse spingeva in avanti uno dei due, mentre un gruppo di formiche nere spingeva l'altro. Le prime faticavano a spingerlo verso il loro formicaio che era piuttosto lontano mentre le altre avevano preso a spingerlo su un tumulo sbreccato poco più lontano. Padre e figlio ristettero a guardarle a lungo. Le prime spingevano, spingevano e molte crollavano immobili per la fatica e per il caldo. Le altre spingevano e alcune finivano schiacciate sotto il suo peso quando perdevano la presa e lentamente tornava un poco più giù. Un paio d'ore dopo le prime erano tutte ferme, schiantate intorno al cocomero; le altre, ormai ridotte ad un pugno, erano arrivate in cima al tumulo ed ecco il cocomero cadere dall'altra parte e spaccarsi. Le formiche nere corsero giù per la china e si tuffarono nel liquido zuccherino, godendoselo tutto e strappando piccoli pezzi di polpa per portarli verso il loro formicaio. Il padre, sorridendo, indicò la scena al piccolo, dicendogli:

- Vedi? Anche una cosa così strana può insegnarti qualcosa. Pensaci un po' e dimmi che ne pensi.. 

Il bambino ridendo rispose :- Che le formiche nere non si ricordavano la strada di casa? 

- Eh! eh!, No tesoro, che spesso non è la via più facile quella che porta a dei risultati.. 

E se ne tornarono insieme verso casa, mano nella mano, come sempre.





*** FINE ***