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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 26.11.2014)

© Crenabog 




Nel silenzio agghiacciante che era calato sui convenuti, le urla strazianti di Cinnia si levarono come caprimulghi nel crepuscolo, altrettanto portatrici di sventura e morte. Intorno al piccolo gruppo si era formato un cerchio di vuoto: Finbar steso a terra, subito adagiato su un folto tappeto, suo padre che lo teneva tra le braccia, Cinnia in ginocchio piangente e Paulie dietro al Narratore come a proteggerlo. Il re dei Sidhe si teneva la testa tra le mani, stupefatto, incredulo, mentre stringeva le mani di Titania, sua moglie. Poi si inginocchiò anche lui, la sua poderosa mole faceva ombra su tutti, e prese ad accarezzare il ragazzo, come a cercare la causa della tragedia.

- Ecco, toccate qui, sentite anche voi!

- E' gelato, sire. - disse suo padre.

- Sì, appunto. Ma alle estremità, vedi? Toccate le mani, i piedi, vedete? Non vi accorgete che salendo verso il corpo ancora c'è del calore?

- Avete ragione! Dunque, cosa è successo? Vive ancora?

- Certo, ma non so per quanto ancora. Di certo è un maleficio di quella maledetta di Eirwen. Non c'è un contro incantesimo da lanciargli quindi, l'unica speranza che abbiamo.. Forza, venite subito con me.

Si rivolse alle ancelle fatate, affidandogli Finbar, affinché lo avvolgessero nelle più pesanti pellicce e lo adagiassero sul suo letto e lo vegliassero, mise di guardia la sua scorta di coboldi guerrieri e guidò il gruppo dei familiari verso un lungo corridoio. Giunsero ad una massiccia porta serrata da chiavistelli magici che risposero solo al suo tocco, aprendosi silenziosamente, ed entrarono in una vasta camera le cui pareti erano interamente ricoperte da una sterminata libreria formata da scaffali, tutti occupati da minuscole scatole ed ampolle, ognuna con una targhetta indicatrice.

- Guardate, perché è molto raro che qualcuno entri qui dentro. Questa è la Sala del Mondo. Sapete già che con i sentieri specchi noi Sidhe possiamo raggiungere magicamente qualsiasi parte del mondo vogliamo visitare, ma voi, e tutti gli altri, di solito vi affidate al caso, tranne quando siete certi di quale sentiero imboccate. Qui invece sono conservate tracce di ogni luogo che mai sia stato visitato: ogni essere magico ha l'ordine di riportare un frammento, una pietra, dell'acqua, erba, fiori, del luogo dove va, e quando me li consegnano io li ripongo in una cassetta e ci scrivo sopra il nome del luogo. Così, tramite il sortilegio della unione, posso raggiungere ogni posto che voglio, in caso di bisogno, e senza sbagliare. Basta tenere in mano il frammento voluto ed imboccare da questo portale, - ed indicò un enorme anello aureo, grande al punto che potevano facilmente varcarlo almeno due persone affiancate, posto al centro della sala - e subito ci si trova dove si vuole andare. Questo è il Crocevia dei Sentieri Specchio e da qui controllo il mondo. Non perderete tempo prezioso, nella vostra ricerca. Perché, badate, non sarà una cosa facile. L'unica possibilità per salvare Finbar è ricostruire l'Oder.

- Ma non era perduto, infranto, diviso, sire? - esclamò Paulie.

- Vero, sì, ma certe reliquie non vanno mai perdute veramente. Vanno cercate, e forse so chi può aiutarci. Attendetemi qui.

Re Oberon frugò tra gli scaffali, prese una cassettina, ne cavò una piccola stalattite e, tenendola stretta entrò nel portale. Il Narratore, bianco in volto, strinse a sé in un abbraccio Cinnia e Paulie, come se questa consolazione potesse realmente preludere ad un positivo rivoltarsi della situazione; pochi minuti dopo Oberon tornò trascinandosi dietro un riluttante vegliardo, dalla lunga barba grigia ispida e coperto di un manto di pelli di topo.

- Questo è Luonnaja Radougha, la Memoria dell'Universo. O almeno, così va vantandosi da tempo immemorabile. Lui sa tutto di tutti e questo ha fatto la sua fortuna, visto che si è sempre fatto ben pagare i suoi responsi ad ogni pellegrino che arriva sino alla sua grotta. Dunque, Luonnaja, il tuo re ha bisogno dei tuoi servigi: sai dove sia finito l'Oder?

- Maestà, nessuno sa veramente dove siano i tre frammenti dell'Oder!

- Bada, che se stai cercando di patteggiare sulla ricompensa sappi che ti ricoprirò d'oro. Ma lo farò immergendoti nell'oro fuso.

- Per carità, per carità, non volevo certo.. Dunque, si dice, badate, si racconta che una volta infranto, i tre frammenti vennero divisi tra i tre re che avevano sconfitto i Tuatha. Poi, col passare dei secoli, ogni parte prese vie diverse: le ultime notizie che raccolsi, in merito, mi portano a credere che adesso si trovino in questi tre luoghi. Allora, uno è diventato lo scudo del re dei Troll, ed è sempre stato nel suo bottino di guerra. E certamente starà insieme ai suoi tesori, ben nascosto dove ora si trovi il re dei Troll che, per quanto ne so, alloggia sul Monte Atro dopo che gli è stato concesso da vostra maestà. Il secondo frammento precipitò nell'oceano quando la nave del re che lo trasportava incappò in una tremenda tempesta. Mentre affondava, si dice che nelle profondità stesse passando il Fastitocalone e che il frammento dell'Oder si sia incagliato sulla sua corazza. Ora, forse saprete che il Fastitocalone è la gigantesca , leggendaria testuggine sulla quale a volte compare Hi-Breasyl, l'isola cimitero dove riposano gli spiriti dei re del Mondo. E se si potesse giungere fin lì, tra le squame della corazza del mostro ancora sarà incastrato l'Oder. La terza parte del calderone di Lugh, così mi narrò un viaggiatore moltissimo tempo fa, era stata vista per l'ultima volta mentre un guerriero cimmero, che la usava a mo' di scudo anche lui, entrava nella locanda di Tom, che come saprete si trova qui, dentro Bosco Buio, e la barattava in cambio di una solenne ubriacatura. Ora, essendo quella più facilmente raggiungibile, ammetto che la mia insana cupidigia mi consigliò di cercare di appropriarmene ed in effetti mi recai da Tom, non in queste spoglie, ma travestito da viaggiatore comune. Cercai di farlo parlare, senza che si avvedesse di cosa veramente volevo, e dopo molti boccali di birra scambiati in sua compagnia, si vantò di aver avuto tra le sue mani il frammento dell'Oder ma di non potermelo far vedere perché a sua volta lo aveva regalato. Ma ci pensate? Il pazzo! Non ci aveva guadagnato niente, oh dei, non ci posso pensare - mugolò, tirandosi i fili della barba - lo aveva proprio regalato! E via, alla persona che meno avrei potuto raggiungere, qualsiasi cosa avessi potuto dare in cambio.

- Dunque, falla finita! , - sbottò re Oberon. - Chi è adesso che ha il terzo frammento?

- L'Uomo della Luna, sire. Tom non sapeva cosa regalargli in cambio del violino che il selenita aveva costruito per il suo gatto, e gli diede l'Oder. Ditemi, chi mai può arrivare lassù?




Continua nella sesta puntata QUI : La favola del paiolo magico 6


martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 15.04.2014)

© Crenabog 




Una volta riportata a corte, la profezia degli Uomini Verdi aveva lasciato tutti perplessi: nessuno infatti sembrava capace di interpretarla correttamente, o almeno di trovare il sistema per portare la voce del mare nella foresta. I goblins si offrirono di scavare le spiagge a nord per cercare le conchiglie più grandi, nella convinzione che ascoltandole si sarebbe sentita la voce marina. Ma giustamente re Brian fece notare che anche se le avessero poggiate sul terreno, non per questo il terreno aveva orecchie. Gli gnomi chiesero ai nani se fossero stati disponibile ad aiutarli a scavare un canale che dalle spiagge avrebbe fatto scorrere l'acqua del mare fin laggiù ma si resero conto che sarebbe stata un impresa enorme e mai avrebbero fatto in tempo, prima che la continua presenza del sole nel cielo avesse creato ulteriori danni. Ogni idea, anche le più assurde, venne vagliata ma nessuna risultò veramente efficace. Quando il chiasso si calmò e tutti i rappresentanti delle varie razze del Popolo Segreto restarono in silenzio rimuginando sul problema, il Narratore - che si era mantenuto in disparte ma aveva fatto lavorare il cervello - chiese che lo lasciassero provare; re Oberon fu ben felice di lasciargli questa possibilità e l'uomo prima di tutto chiese a Mab se era disposta a guidarlo nel luogo vittima dell'incanto poi, insieme a lei, scesero nelle grotte per chiamare Paulie. La selkje fu subito disposta ad accompagnare il suo amato nell'impresa, anche se non aveva ancora ben compreso fino in fondo cosa fosse successo. Partirono e dopo alcune ore di cavalcata giunsero nel bosco e trovarono facilmente l'enorme cumulo di foglie, rami, alberi che copriva il suolo sotto il quale la Pietra Circolare tentava ancora, senza risultato, di diffondere il buio della notte. Nel viaggio, il Narratore aveva spiegato a Paulie cosa aveva combinato il Re dei Troll, così, una volta scesi da cavallo, la giovane aveva pronta quella che immaginava potesse essere l'ultima risorsa. Sorridendo, disse all'uomo e a Mab di tapparsi le orecchie nel miglior modo possibile perché non sarebbe stato uno scherzo poi, dopo essersi concentrata per qualche breve momento, iniziò una strana litania, quasi un canto il cui volume aumentò a dismisura. Il Narratore, per quanto avesse cercato di chiudere le orecchie con della cera presa da un favo, stentò a credere che quell'urlo infinito provenisse dalla donna che amava. Eppure.. eppure Paulie ricordava ancora benissimo il potente incantesimo che il capo dei tritoni insegnava alle creature marine, l'incantesimo capace di far sollevare ondate gigantesche, di provocare i gorghi, di scuotere persino il kraken dai suoi profondi recessi. Era la loro via di salvezza contro le imbarcazioni che gli davano la caccia, e invariabilmente conduceva allo sfacelo le barche dei pescatori, scaraventandole negli abissi. Paulie gridò, e un vento innaturale si scatenò, ma non c'erano onde da innalzare bensì un unica immensa ondata di foglie, rami e sassi che si alzò dal terreno volando alta nel cielo, sempre più lontano. E davanti agli occhi stupefatti della regina delle fate apparve finalmente il grande spiazzo, completamente spoglio, dal quale subito prese a sprigionarsi , come un vago sottile fumo, il buio. Sempre più scura si fece l'aria d'intorno, man mano che il fulgore dei raggi solari veniva coperto: un unica cosa ancora brillava, di un lucore verdastro, malato, rabbioso. L'albero intriso dall'invidia della strega. Mab lo distinse subito e con un comando delle sue minuscole dita lo ridusse in cenere poi, mentre il fragile equilibrio del mondo cominciava a ricostruirsi, tenendosi tutti abbracciati, risalirono a cavallo e presero la strada del ritorno.


La notte tornò, come sempre era accaduto, portando refrigerio e la salvifica rugiada. Tornò e oscurò le contee, anche lo Shire del Blubarth, dove si era rifugiato il Re dei Troll, intento a scavare sentieri nel sottosuolo per ripararsi dal sole. Il cambiamento di temperatura scese sottile fino a lui e il troll, incuriosito, decise di andare a vedere. Quale sorpresa lo colse quando, giunto all'imboccatura della caverna, si ritrovò immerso nell'oscurità esterna. Capì che il Popolo Segreto era riuscito ad annullare il suo malefico operato e perse il controllo: furibondo, si diede a scaraventare massi in ogni direzione, urlando e correndo come un pazzo sulle coste rocciose della montagna. Alla fine crollò, esausto, in un sonno costellato di sogni carichi d'ira: e così lo trovò il tenue spuntare della nuova alba. Di lui rimase soltanto un enorme roccia piena di fenditure, dal vago sembiante di quel che era stato. E a ben pensarci, fu un castigo anche troppo rapido e lieve, per quel che aveva inteso fare.




*** FINE ***

LA FAVOLA DEL RE DEI TROLL (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 03.04.2014)

© Crenabog 





Il sole continuava implacabile a mandare il suo calore, la gente boccheggiava cercando riparo all'ombra delle case e i grandi campi verdi mostravano l'erba che ingialliva seccandosi. Mab, dal canto suo, stava facendo saltare a più non posso la rana da corsa, e già vedeva in lontananza avvicinarsi il bosco degli Uomini Verdi. Una volta giuntavi, si rese conto che non tutti si erano trasformati in umani, molti alberi mostravano ancora volti che la osservavano. Mab frenò il bizzarro animale e cominciò a crescere di statura. Ogni fata può mutare dimensioni e la piccola regina ci teneva a presentarsi al meglio; si avvicinò ad un uomo albero dai tratti giovanili e gli chiese come mai non fossero tornati tutti alla loro forma originale. La spiegazione la lasciò stupita, alcuni di loro infatti col tempo avevano apprezzato tanto il fatto di essere intimamente connessi alla natura che non se l'erano sentita di ritrasformarsi, benché Finbar e Cinnia li avessero liberati dall'incantesimo. Mab raccontò loro quel che stava accadendo e domandò se potessero aiutarla a capire e a trovare un rimedio. Vlad, il giovane uomo albero, chiese di attendere e si concentrò poi disse:

- Le mie radici hanno parlato con la terra, regina. So cosa è successo e abbiamo ricordato. Tra i racconti dei nostri antichi padri ci sono molte leggende, e anche delle profezie. Secoli fa gli Uomini Verdi erano esperti in queste cose, predicevano il futuro, avevano visioni. E ricordiamo la profezia del sole eterno, che sarebbe sorto per bruciare tutto, e solo l'elemento contrario avrebbe sconfitto la magia. Ora, regina Mab, anche da così lontano noi sentiamo con le nostre radici il lamento della terra, e sappiamo dove è successo tutto, quindi potrò indicarti con precisione il posto. Ma quale è l'elemento che lì non esiste?

- Vlad, è in un bosco, una radura, un castello.. dove si è svolto l'incanto?

- E' nel mezzo di una foresta, ed è stato il Re Troll. Ha seguito le istruzioni di un albero che è stato maledetto da una piota vagante, intrisa di invidia.

- Ah! E noi che credevamo fosse andata via dalle nostre zone!

- No, si è fermata lì e ha bruciato lo spirito del nostro fratello albero, rendendolo crudele.

- Quindi è in un bosco. C'è la terra, c'è il legno, foglie.. cosa mai manca, Vlad?

- Pensaci, regina. Qualcosa che in un bosco non c'è, né ci sarà mai.

- L'acqua? No, perché anche il fiume passa dentro Bosco Buio.

- L'acqua sì, invece. Ma l'acqua del mare. Solo qualcosa di completamente sconosciuto al Bosco può far fuggire l'incanto. Puoi portare il mare nel Bosco, regina?

Mab scuoteva la testa sconfortata, perplessa, non riusciva a immaginare come fare. Poi:

- Deve essere per forza il mare? O basta il simbolo?

- Puoi provarci, questo la profezia non lo riporta. Dice che la voce del mare farà tornare il buio.

- La voce?

- Sì. Questo raccontavano i padri antichi.

- Grazie, grazie! - Mab abbracciò d'impulso il giovane uomo albero, si inchinò verso gli Uomini Verdi che avevano cominciato a radunarsi e avevano ascoltato pazientemente tutto, e vibrando ridusse le sue forme, tornò minuscola e salì sulla grande rana, lanciandosi in una corsa sfrenata.




I campi stavano cedendo, e solo i grandi boschi dello Shire resistevano ai giorni infuocati che si stavano susseguendo. Sarebbe arrivata in tempo?


Continua - e termina - nella quinta puntata, QUI : La favola del re dei troll 5


lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DI ABIDIAN (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 21.02.2014)

© Crenabog 




La gazza, dopo aver ascoltato le istruzioni del Narratore, spiccò il volo e si divertì ad inseguire i piccoli ghiotti insetti volanti, si tuffò tra le spesse nuvole, si lasciò distrarre dai riflessi del sole sui ciottoli levigati dei ruscelli, ma alla fine riuscì ad arrivare alla reggia di re Oberon. Fece un gran chiasso, alle pendici della collina fatata, sin che non vennero fuori alcuni folletti che capirono dovesse trattarsi di un messaggero. Tra di loro un bogan si vantava di saper parlare con gli animali e, colta al volo l'occasione di pavoneggiarsi con gli altri, iniziò a squittire alla gazza. Che, a modo suo, benchè leggermente perplessa, rispose. Il bogan, raggiante in viso - un viso da bogan, verdognolo e bitorzoluto, va detto - esclamò che l'animale portava un messaggio del Narratore per il re e si precipitò a riferirlo al signore del Popolo Segreto.


Re Oberon annuì, conscio degli sviluppi del caso; rifletté, accarezzandosi la barba, poi spedì subito il folletto nelle profondità della reggia, dove ancora alloggiava la regina Mab, che aveva approfittato della sua visita ai regnanti per stabilirsi in una camera anche troppo grande per le sue necessità, insieme alle sue ancelle e alla minuscola corte che si era portata dietro. La regina delle fate non ci pensò due volte, discusse con Oberon su come risolvere la faccenda e partì al galoppo - se così si poteva definirlo - in groppa alla sua lumaca preferita, diretta alla radura di Abidian. Difficilmente avrebbe corso dei pericoli, Mab era piccolissima e, benché le fate avessero il potere di cambiare statura a seconda del loro desiderio, preferiva restare tanto piccola da poter viaggiare sulla sua carrozza trainata dalle cavallette, o volare cavalcando upupe dalla bizzarra criniera.




Orna Baba si sedette sulla sua sedia preferita, una grande seggiola di legno intarsiato e annerita e resa lucida dal tempo. Pose davanti a sé un grande piatto colmo dei funghi raccolti da Bobul, li annusò complimentandosi con sé stessa per la perfetta cottura e disse a Finbar:

- E adesso possiamo procedere a chiamare la tua amichetta, giusto, ragazzo?

Non nascose un sorriso volpino, mentre brandiva nell'aria un grande cucchiaio di olmo.

- Userò una potente magia simpatica, nel senso che ciò che adopererò qui si rifletterà dove si trova lei, ricordandole la terra e di conseguenza te. Sentirà una grande malinconia e avrà voglia di tornare quaggiù, sempre che il Ragno Lunare non abbia nulla in contrario ad aiutarla e soprattutto, suo padre non abbia deciso di trattenerla nella sua dimora.

- Come pensi di fare, Signora? -, esclamò il figlio del Narratore, piuttosto nervoso all'idea del pagamento che gli sarebbe stato richiesto.

- Semplice! Cioè, semplice per me che sono una grande strega! Certamente tu non potresti mai farlo.. ora, mangerò volentieri questo tuo dono, concentrandomi sul fatto che sono stati colti pensando a Cinnia e, lanciando il mio spirito come un ago fin sulla Luna, farò apparire l'immagine dei funghi alla tua amica. Lassù non ne crescono di sicuro, non trovi? Quindi capirà che l'idea le viene dalla Terra, e penserà a te e vorrà rivederti prima possibile. Legherò questo mio pensiero ad un incantesimo d'amore che lo renda più forte; oh, vedrai, non potrà resistere.. -, e si concentrò, mentre intorno a lei si addensava una coltre di oscurità che Bobul non capì se fosse frutto della magia che si stava compiendo o semplicemente fosse fumo proveniente dal calderone rimasto a bollire sul falò, e nel quale i pochi funghi rimasti stavano allegramente passando dal bollire al carbonizzarsi.




Cinnia passeggiava tra le rocce perennemente immobili e polverose del suolo lunare, accompagnata dal gigantesco Ragno, vagamente stanca di stare lì. La malia del luogo aveva pian piano iniziato la sua opera di corrosione: se non si stava attenti si finiva per dimenticare che potesse esistere qualcosa d'altro oltre alle sterminate pianure, alle straordinarie montagne rocciose e alla sfavillante abitazione di suo padre, l'Uomo della Luna, che per decenni aveva raccolto minerali più o meno preziosi e l'aveva istoriata fino a farla diventare una vera piccola reggia. Nel profondo del suo animo, la ragazza, ancora poco più che una bambina, ricordava qualcosa, sentiva che c'era un legame che avrebbe dovuto farla ritornare dal Popolo Segreto ma era tutto così sfumato, sembravano solo sogni che si rincorressero. A volte il cuore le batteva più veloce, e sentiva come se stesse arrossendo ma non ne capiva il motivo. Suo padre, che in verità aveva accettato il fatto che fosse legata a Finbar per la legge fatata che prevedeva che chi avesse dato il nome ad una fata avrebbe creato una unione inscindibile, ma ancora non si sentiva pronto a distaccarsi da quella sua creatura tanto amata, si era ben guardato da parlarle del Popolo Segreto e tanto meno di Finbar, in quei giorni trascorsi insieme sul satellite, circondati dalla loro magica atmosfera. Cinnia, stanca, sedette su una roccia, volse il capo in alto e guardò quel pianeta così vicino e così pieno di colori, tanto diverso dal panorama silenzioso che la circondava. Poi, cosa assolutamente inattesa, tutto intorno a lei prese a cambiare forma, le rocce, i sassi, tutto si trasformò in un gioioso, rutilante, ammasso di funghi colorati. Cosa erano quelle cose? Da dove venivano? La sorpresa la colse ed ecco che le forme familiari di Bosco Buio le tornarono in mente: il fiume che lo attraversava precipitando da Monte Atro, i tumuli sotto cui si nascondevano le dimore dei folletti, l'antico villaggio che aveva scorto nascosta tra i rami degli alberi più alti, gli alberi.. oh sì, e l'aria profumata, il vento caldo, il cielo azzurro e la sua casa coperta di muschio! Paulie, con la quale aveva stretto la migliore delle amicizie, Paulie che nuotava nuda nel lago sotterraneo di Titania, Paulie che amava.. chi amava? Ah, certo, il Narratore, quell'uomo sempre in viaggio alla ricerca continua di storie da tramandare e avventure da vivere. Un momento.. il Narratore, il padre di.. Finbar le esplose in mente e ricordò tutto, cominciando a barcollare, in preda ad una euforia inarrestabile. Non poteva restare lì neanche un minuto, adesso che tutto le era tornato chiaro!






Continua nella settima puntata, QUI : La favola di Abidian 7


domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 31.08.2013)

© Crenabog 





  Qualcosa di tremendo sta per arrivare

 dentro le tue mura ti devi rintanare

                         né spade né denaro ti potranno salvare


Erano i primi giorni di maggio, e la natura sembrava volesse esplodere ovunque, dal limitare dell'antico villaggio fino a tutto lo Shire e su, su, fino al Monte Atro. L'aria era trapunta dal pulviscolo del polline e chi avesse posseduto la seconda vista avrebbe potuto facilmente scorgere un infinità di minuscole fate volteggiare tra i raggi del sole. Il villaggio e le fattorie dei dintorni godevano di una inaspettata prosperità e nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto.

Il Narratore partì, insieme a suo figlio, sulla carrozza coperta trainata dai due forti cavalli a pelo lungo delle Highlands e seguita dal pony giallo creato dal figlio con le matite magiche di Dio, per un lungo giro dei villaggi dello Shire, dove avrebbe venduto la sua arte di raccontare storie in cambio di viveri e soldi, allo scopo di prepararsi ai mesi invernali. Visitarono Coggenhall, Okayderry, Auchrieghen, Blackmoor e ancora più in su si spinsero, verso le Lande del Nord. Ogni villaggio li accoglieva con l'affetto e la stima che si era guadagnato negli anni e la sera, nelle piazze, si radunavano tutti ad ascoltarli: alla magia delle parole del Narratore si univa adesso il dolce ritmo del flauto che il figlio aveva imparato a suonare e le offerte non mancavano mai. La cassa rinforzata da strisce di ferro si riempì di monete e la carrozza di stoffe, carne secca, formaggi, salami e quanto altro la gente donava per mostrare la sua gratitudine. Durante il viaggio non mancarono mai di rendere omaggio ad ogni essere del Popolo Segreto che incontrarono, badando bene di non passare su terreni e piante di loro proprietà e proteggendosi dagli incontri sgraditi con ogni rituale ed elemento magico di cui erano a conoscenza.


Perciò, nulla turbò il loro cammino, fino a che decisero che sin troppo tempo era trascorso ed era giunto il momento di tornare verso casa. Sempre seguendo le strade degli uomini e sostando la notte nei villaggi, il Narratore approfittò per educare il figlio su tutto ciò che sapeva, mostrandogli i Sentieri Specchio quando capitava che vi passassero vicini, e insegnandogli rituali per salvarsi dai perfidi folletti e da altri ancor peggiori abomini. Furono giorni buoni, e notti serene, fin che rientrarono dentro Bosco Buio e decisero di andare a portare il loro saluto a re Oberon. Circondati da pixies, brownies e da un nugolo di minuscole fate svolazzanti, batterono tre volte il suolo sulla cima della collina di re Oberon e, aperta che fu la porta, vennero accolti con gioia dagli abitanti. Quando però re Oberon li fece sedere a tavola, il suo volto era oscurato e triste: il Narratore chiese cosa stesse succedendo, preoccupato anche lui.

- Amico mio, brutte cose al villaggio, purtroppo.

- Ditemi, sire, non fateci stare in pena.

- Poco dopo la vostra partenza, sembra che una epidemia abbia colpito il luogo. La gente sta male, i frutti spariscono dagli alberi, il grano si è seccato..

- Oh! Come è potuto accadere?

- Abbiamo chiamato a corte lo stregone di Cnoch Mara, arriverà a breve, ma temo che non si tratti di nulla di naturale.

- Forse una maledizione? Gli abitanti hanno commesso qualche scortesia al Popolo Segreto?

- No, ne sarei venuto a conoscenza. E' qualcosa che viene da lontano, non dalla nostra gente, ma ancora non capiamo il motivo di tutto questo. Vai pure a vedere ma fai molta attenzione. Se vuoi un consiglio, lascia tuo figlio con noi, Paulie sarà ben felice di potersene occupare, e torna presto così potremo ascoltare lo stregone e vedere cosa sta succedendo.

A queste parole il Narratore si consultò con il ragazzo e decisero che sarebbe rimasto con la Corte del re. Venne mandata a chiamare Paulie che giunse avvolta in una lunga veste fluttuante, dal colore cangiante e mutevole, i lunghissimi capelli sciolti sulle spalle dai quali faceva mostra di sé un filo di perle che il Narratore le aveva donato tempo addietro.




I suoi occhi brillavano di felicità nel rivederlo e lo baciò senza dargli il tempo di parlare, poi abbracciò il figlio e lo tenne per mano tutto il tempo della cena. Avevano così tanto da raccontarsi e sempre così poco tempo per stare insieme, ma Paulie e il suo amato riuscirono a stare insieme aiutati da certe fate che ben sapevano del loro amore, e che non li disturbarono affatto. Al mattino il Narratore riprese il viaggio verso casa, lasciando tutte le sue cose nella Corte, e salendo in groppa ad uno dei cavalli del re: non si fermò fin che non giunse al villaggio ma già da prima aveva potuto vedere, col cuore stretto dall'angoscia, i campi devastati, gli alberi dai rami spogli come in pieno inverno. Il suo stupore fu grande quando incontrò gli abitanti: erano tutti smunti, smagriti in maniera drammatica, i volti ingialliti e solcati da una amara tristezza. Andò a parlare con il Sindaco ma lo trovò a letto, senza alcuna voglia di vivere.


- Signore, torno dal viaggio e trovo null'altro che miseria e devastazione! Cosa sta succedendo?

- Oh, mio caro, - disse, con voce flebile - da tempo siamo stati tutti colpiti da qualcosa che il medico non comprende e per la quale non conosciamo cura. Abbiamo pensato ad una malattia venuta con i topi o al seguito di qualche viandante, ma vedi, è come se stessimo tutti morendo di fame. Prima, avevamo di che nutrirci, ma siamo dimagriti sempre più, poi anche le masserizie si sono rovinate o sono sparite e non abbiamo più la forza . E' una morte lenta, e tragica, quella alla quale siamo stati condannati.

- Ma padre O'Connell , se si è trattato di una maledizione, non ha potuto far nulla? Neanche preghiere, esorcismi, sono serviti?

- Nulla. I campi di verbena, di biancospino che circondano il villaggio per proteggerlo si sono seccati, le croci di ferro si sono arrugginite, niente sembra poterci proteggere. E le medicine non valgono a niente.

- Andrò a guardare con i miei occhi, Sindaco, e tornerò presto. Spero di riuscire a trovare aiuto. Non disperate. Non vi abbandonerò, farò tutto quel che posso.

- Grazie, vecchio amico. Fai, ma fai presto. E' morta già fin troppa gente.

Il Narratore si congedò con grande pena, andò a parlare con padre O'Connell alla chiesa ed ebbe conferma delle parole del sindaco. Doveva per forza trattarsi di qualche maleficio, e avrebbe dovuto trovare un rimedio solo presso il Popolo Segreto, il cui sapere travalicava le conoscenze degli esseri umani.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 2



giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DELLO GNOMO SFORTUNATO

 (Prima pubblicazione 31.10.2012) 

© Crenabog 




C'era una volta, lontano dal villaggio che conosciamo bene, la Radura dei Tumuli, quasi al centro di Boscobuio e là, sotto la più grande delle collinette, si celava l'ingresso principale al mondo del Popolo Segreto, saggiamente governato da Re Oberon e da sua moglie, la Regina Titania. Un giorno, poco discosti dall'ingresso, sedevano nell'erba morbida e riparata dal sole grazie alle ampie fronde degli antichi alberi, il Narratore del villaggio, suo figlio e Re Brian - il governatore dei Folletti. Amici da lungo tempo, avevano improvvisato una merenda campestre, in questo aiutati da una piccola corte dei servitori di Re Brian, che stavano appunto predisponendo tovaglie, stoviglie e vettovaglie, in bell'ordine, anche se - come c'era da aspettarsi dai folletti - tutto era spaiato e diverso, l'una cosa dall'altra.

" Oggi mi sento particolarmente allegro e per una volta, invece di sentire le tue storie, desidero narrarvene una io. Vi va? ", disse Re Brian.

Ovviamente padre e figlio accettarono di buon grado, anche perché l'uomo si guadagnava da vivere raccontando favole ai suoi concittadini e ogni cosa nuova che apprendeva lo aiutava.

" Dunque, forse ricorderete un certo furterello successo in casa vostra, parecchio tempo fa, un sacco di zucchero che sparì.. bene, ecco come andò realmente la faccenda. Lontano da qui, in una forra di rovi, aveva costruito la sua casa uno gnomo che era sempre scontento, rabbioso addirittura e che si considerava particolarmente sfortunato. In realtà non era buono a far nulla e non aveva mai voluto imparare a far niente, ma non era abbastanza intelligente da dare la colpa a sé stesso e cambiare. Se ne andava in giro sempre rimuginando e borbottando quando ecco che un giorno si infilò in una grotta da tempo abbandonata da altri gnomi scavatori, di quelli che cercano gemme nelle profondità della terra. Girò a lungo, rimestò tra le cose abbandonate là sotto poi, mentre si accingeva ad andarsene scorse in un anfratto una piccola scatola, quasi un forziere in miniatura. La afferrò circospetto e subito fuggì via, con l'intento di aprirla in un luogo sicuro. Tornò sotto il suo cespuglio e delicatamente la forzò per aprirla. Subito, dalla scatola si affacciò un piccolissimo folletto, si guardò intorno e lo salutò ringraziandolo per averlo liberato dalla sua prigione. Lo gnomo non sapeva che farsene, quando il folletto gli disse che avrebbe esaudito un suo desiderio. Lo gnomo non ci pensò su due volte, era così abituato a ripetere a tutti quanto fosse sfortunato che, appunto, chiese di diventare fortunato. Il folletto rispose che questo non poteva farlo ma che gli avrebbe concesso un colpo di fortuna e uno soltanto. Lo gnomo si disse d'accordo ed ecco comparire davanti a lui una tovaglia di seta finissima con una monumentale torta riccamente decorata. Lo gnomo disse che sì, aveva fame, ma che non capiva cosa significasse; il folletto gli rispose di aspettare almeno un ora e avrebbe capito anche troppo bene, poi sparì in una nuvoletta di fumo. Mentre dunque lo gnomo se ne stava seduto davanti a quel magnifico dolce, ecco passare Re Oberon con il suo seguito di dignitari per la passeggiata mattutina: davanti allo spettacolo di quella torta tutti si fermarono, Re Oberon chiese di poterla assaggiare e se ne deliziò; chiese allo gnomo se l'avesse fatta lui e quello, gloriandosene, rispose di sì. Per tutta risposta Re Oberon lo nominò seduta stante suo pasticcere ufficiale, con tutti i vantaggi di notorietà e guadagno che ne avrebbe ricavato, ordinandogli di prepararne un altra per la cena regale del giorno dopo. Quindi la corte si sedette e mangiò tutto il dolce mentre lo gnomo era combattuto tra l'inattesa felicità e il panico, ben sapendo che non aveva mai cucinato niente del genere in vita sua. Come restò da solo, ricominciò a lagnarsi di quanto fosse sfortunato anche nella fortuna e, invece di confessare tutto a Re Oberon e ottenere magari un posto da aiutante nelle cucine, si mise a pensare a come avrebbe potuto fare: aveva vaghi ricordi di certi pasticci dolci mangiati da piccolo e si illuse di farcela. Provò a mettere a bollire delle barbabietole per seccarne il succo e farne zucchero ma ne ottenne un impiastro puzzolente; provò ad allungare nell'acqua bollente la resina mielosa di certi alberi ma anche così ne ebbe solo una zuppa appiccicosa e aspra. Decise quindi di procurarsi dello zucchero e dove meglio avrebbe potuto rubarlo, se non a casa vostra, ben sapendo che tu eri in giro a narrare storie e avendo visto il bambino occupato a girare in groppa a un kelpie insieme a Paulie? Come? Non lo sapevi? ah ah! Va bene, litigherete poi a casa, adesso lasciami continuare. Insomma a farla breve, sgusciò in casa, rubò un sacchetto di zucchero e se ne scappò via. Passando sulla soglia della finestra però, incappò in un chiodo, e dal sacco uscì un sottile filo di zucchero che, dopo pochi minuti richiamò dietro di sé tutte le formiche e gli insetti di Boscobuio, che se ne rallegrarono abbondantemente. Quando arrivò nel suo rifugio si accorse di averne solo un piccolo pugno e ricominciò a prendersela con sé stesso, col mondo, con i folletti e solo gli Dei sanno con cosa altro. Temendo le ire di Re Oberon si precipitòn della nostra città, alla ricerca di un dolce il più sfarzoso possibile da offrirgli. Sbirciando tra le botteghe, come al solito molto male illuminate dal chiarore dei funghi sotterranei, dei mastri pasticceri ne vide uno particolarmente bello: gettò una moneta contro il vetro della bottega e quando lo sconsiderato pasticcere scattò fuori per arraffarla, lui schizzò dentro e uscì dal retro con la torta, dopo averla frettolosamente infilata nella scatola di raso più bella che trovò. Alla cena del Re eravamo presenti tutti, noi della corte, avvertiti che ci sarebbe stata una sorpresa: già si era sparsa la voce di un nuovo cuoco e tutti, gnomi, folletti, elfi, leprechaun, trolls, gobelins volevamo assaggiare le novità. I cuochi reali portarono le consuete cibarie e poi fu la volta del dolce: ecco quindi che questo gnomo, tutto pulito e lucidato, saltellante e piroettante, entrò tenendo bene in vista la scatola da regalo. La posò davanti al Re, si inchinò più volte e si pose in disparte per ricevere i sicuri elogi: la Regina Titania si alzò e la scartò per il marito poi tutti - io, lo ammetto, fui il primo - scoppiammo a ridere mentre il volto del Re si oscurava e lo gnomo cercava di farsi il più piccolo ed invisibile possibile. .. Finì a fare lo svuotatore delle fognature regie, sbeffeggiato da chiunque lo incontrasse e ancora sta lì, che si prende a sberle da solo. Sì, piccolo? Ah, vuoi sapere come mai successe tutto questo? Semplice, la torta era stata ordinata dai notabili della corte dei Folletti e, sul lato che lui non aveva guardato, c'era scritto " Lunga vita a Re Brian " .




*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELL'ALBERO INCANTATO

 (Prima pubblicazione 02.10.2012)

© Crenabog 




Oltre il villaggio che conosciamo bene, sorgeva Bosco Buio, dimora del Popolo Segreto, saggiamente governato da re Oberon e da sua moglie, la regina Titania. Il popolo degli gnomi, delle fate, dei folletti viveva la sua vita millenaria custodendo antichi segreti, creando malìe e sortilegi, sempre a contatto con la Natura, della quale, intimamente, profondamente, faceva parte. Tutto questo era ben conosciuto dal piccolo figlio del Narratore del villaggio, che così tante volte aveva accompagnato suo padre nel peregrinare alla ricerca di nuove storie da raccontare ai concittadini, cosa che gli forniva di che vivere con la sua famiglia. Il piccolo era entrato in amicizia con quasi tutto il Popolo Segreto, se vogliamo fare eccezione per certi soggetti alquanto inaffidabili e pericolosi, ma in qualche maniera, se l'era sempre saputa sbrigare, anche se a volte solo con il provvidenziale intervento di suo padre. Col passare del tempo era dunque diventato sempre più sicuro di sé e tendeva ad allontanarsi, quasi sempre di nascosto, per vagabondare anche lui; un giorno, di buon mattino, si caricò lo zaino con tutto quel che poteva servirgli, prese uno dei bastoni di suo padre - un vecchio ramo dritto e nodoso, lucido per gli anni - e si incamminò per uno dei tanti misteriosi sentieri che aveva imparato a memoria. Oltrepassò la Radura dei Tumuli, scorse in lontananza la locanda di Tom de Danann - che evidentemente doveva aver bevuto insieme ai suoi avventori fatati, la sera prima, visto che la sua mucca si era nuovamente arrampicata sul tetto per brucarne il muschio senza che la facesse scendere - e si diresse verso uno dei pozzi delle Fate, per rinfrescarsi. Giunto che fu, bevve e si sedette a riposare. Non aveva un'idea precisa su dove andare, lasciava che fosse il caso a decidere, come faceva sempre suo padre. Poco tempo dopo distinse chiaramente lo smuoversi dell'aria, come se qualcosa di invisibile vi passasse attraverso: erano certamente le piccole Fate che venivano a trovarlo.

Si resero distinguibili e si sedettero vicino e sopra di lui, essendo alquanto piccole e subito iniziarono il loro cicaleccio : il bambino si stava divertendo quando, da dietro di lui, si sentì scuotere. Volse gli occhi e riconobbe subito Paulie, la fata foca fuggita dai mari gelidi del Nord per rincorrere un impossibile amore per suo padre; Paulie si era affezionata a lui e talvolta gli regalava piccoli doni magici. " Sono felice di rivederti - disse la fata - Ti andrebbe di venire a vedere uno spettacolo davvero raro, insieme a noi? " Il bambino non ci pensò sopra neanche un minuto e accettò, lieto della novità che si prospettava. " Stiamo andando a vedere il passaggio dell'Albero di Luce, le nostre sorelle degli Alti Monti ci hanno avvertito, è in viaggio e sta per passare nel nostro territorio. " Le piccole fate alate si alzarono in volo, piroettando intorno a loro: Paulie, che anche se minuta era pur sempre più alta di lui, lo aiutò ad alzarsi. " Il viaggio però è lungo e non potremo farlo a piedi, quindi chiamerò un Kelpie, ma stai tranquillo che a noi non farà nulla di male..." Il bambino sapeva quanto fossero malvagi i Kelpie, spiriti che prendevano forma di cavallo per trarre in inganno i viaggiatori che si erano persi, e li conducevano ad una fine crudele ma si fidava di Paulie e non ebbe problemi a salire in groppa insieme a lei. In brevissimo tempo giunsero alle pendici di Monte Cupo, dove si apriva una delle porte del Popolo Segreto.




Entrarono tutti e imboccarono un sentiero in discesa, scavato da secoli nelle profondità della montagna. Le piccole fate illuminavano la strada e facilmente giunsero fino alla riva di un fiume sotterraneo, che scorreva placidamente da una caverna dirigendosi nelle oscurità di un'altra grotta. Sedettero, nel silenzio irreale, mentre il tempo veniva scandito solo dal quieto sgocciolare dell'umidità che dall'alto della volta cadeva a lustrare i ciottoli. Paulie tenne il bambino tra le sue braccia, seduti tranquilli, forse rimpiangendo dentro di sé di non aver potuto coronare il suo sogno d'amore quand'ecco che, in lontananza, un vago brillare avanzò sul fiume. Pian piano la caverna si riempì di luce mentre l'Albero fece il suo ingresso trascinato dalla corrente: uno spettacolo maestoso, quasi incomprensibile per le leggi della natura, ma reale e meraviglioso. Le sue fronde si muovevano placide, mosse dal dondolìo dell'acqua: un salice piangente enorme, dalle radici strettamente aggrovigliate ad una zolla di terra coperta di muschio e di funghi magici. Paulie, sussurrando, spiegò: " L'Albero di Luce è nato molti anni fa, in cima al picco di Krasnak, al centro di un cerchio delle fate. Una tempesta fece franare la roccia dove stava e la sua zolla precipitò in una grotta, in mezzo all'acqua. Pian piano crebbe, forte del potere del cerchio magico e prendendo la luce dalla luminescenza dei funghi fatati. Poi, quando l'acqua si alzò, trascinò con sé la zolla, la zolla raccolse fango e detriti e aumentò di volume e l'Albero con lei. Sono anni che vaga nelle profondità della terra, seguendo il corso del fiume, e un giorno arriverà alla foce, vagherà nel mare e certamente si unirà ad Hy Breasìl, l'isola magica che vaga eternamente, apparendo e scomparendo. Io la conosco bene, ci sono stata con tuo padre.."

Il bambino continuava a guardare l'Albero procedere sontuosamente, avvolto nella nuvola della sua luce incantata, finché non si perse in lontananza. Camminando in silenzio, tutti persi nei propri pensieri ma toccati nel profondo del cuore da quella visione, tornarono fuori. Le piccole fate si alzarono in volo chiacchierando e fluttuarono via verso le Colline dei Tumuli, Paulie e il bambino salirono in groppa al kelpie e galopparono verso il villaggio con i lunghissimi capelli neri di lei che lo proteggevano dal vento e dalle foglie del bosco. Giunta al limitare lo aiutò a scendere, gli posò un leggero bacio sulla fronte e gli chiese di portare i suoi saluti al padre. E, mentre il bambino sgambettava via, fremente di desiderio di raccontare quel miracolo a cui aveva assistito, Paulie, pensando a chi lo stava aspettando a casa, pianse.





*** FINE ***

LA FAVOLA DEL PICCOLO TROLL

 (Prima pubblicazione 16.07.2012)

© Crenabog 






Oltre il villaggio che conosciamo bene si trovava la grande estensione silvestre del Bosco Buio. Sembrava non avere mai fine ed era facile, una volta che ci si fosse inoltrati, perdersi nei suoi meandri. Il Bosco Buio era la dimora del Popolo Segreto e chi vi si avventurava poteva avere la fortuna - più spesso la sfortuna - di incontrare fate, folletti, gnomi ed altri esseri molto più pericolosi. Un giorno, come era solito fare, il Narratore del villaggio vi si recò, in cerca di ispirazione per le sue storie e sicuro di trovare alcuni degli esseri con i quali da sempre era in amicizia. Re Oberon stimava molto il Narratore e di conseguenza tutto il Popolo Segreto lo rispettava, tranne certi pessimi soggetti dall'indole inaffidabile. Giunse dunque ad una radura vicino alla fonte delle najadi e si sistemò sotto un maestoso albero, al riparo dal sole. Ad una cinquantina di metri di distanza sorgevano le propaggini della Muraglia Rocciosa, una sorta di contrafforte dalla incerta origine: a nessuno era chiaro se fosse naturale o se fosse stato eretto da qualche essere incantato, secoli prima. Il Narratore si mise ad osservarlo, cercando di capire se quel che vedeva oltre le fronde ed i cespugli, fosse un unico masso o un insieme di pietre saldate dall'usura del tempo e dall'azione degli elementi. Provò una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrasse, come se qualcosa fosse lì e non fosse lì, non sapeva decidersi. Improvvisamente dietro di lui giunse un fruscìo continuo, si voltò e vide giungere Re Brian insieme al solito gruppetto di cortigiani. Re Brian era il Re dei Folletti, quindi sottoposto a Re Oberon che guidava e comandava l'intero Popolo Segreto insieme alla sua meravigliosa sposa, Titania. Re Brian, fiero del suo titolo, era notevolmente perfido e dotato di un senso dell'umorismo che rasentava la crudeltà, ma il Narratore lo conosceva da tempo e non se ne preoccupava minimamente. Re Brian salutò allegramente l'uomo e si sedette a conversare con lui mentre i suoi accoliti restavano in disparte a complottare bofonchiando. " Salute, Vostra Maestà, come mai da queste parti?" - esordì il Narratore. " I soliti giri del mattino, me ne vado a controllare che i miei folletti non abbiano fatto troppi danni o magari.. che ne abbiano fatti a sufficienza, ah ah ah!" , rise beffardamente. " Maestà, volevo un vostro parere. Guardate laggiù, verso la Muraglia. Non c'è qualcosa di strano?" Re Brian fissò attentamente la zona indicata e si accarezzò la barba rossa con aria saputa. " Oh, ma certo. Guarda bene: vedi quel masso più piccolo, lì davanti? Non ti sembra strano?" " Ma certo, ecco cos'era. Sembra quasi che si muova.." Re Brian replicò: "Appunto. Guarda che bello scherzo che gli faccio!" e, prima ancora che avesse terminata la frase, agitò una bacchetta di pioppo dal manico ricoperto d'argento niellato e borbottò una frase in lingua folletta. Sopra il masso comparve una piccola nuvola nera che mandò tuoni, lampi ed un rovescio irrefrenabile di pioggia. Il masso cominciò a muoversi in fretta ma la nuvola lo inseguì fino a che al suo posto non comparve un troll, un piccolo troll roseo e pulito, benché come ovvio notevolmente brutto.

" Ma guarda - esclamò il Narratore - era un piccolo di troll talmente sporco di terra che gli erano cresciuti licheni e funghi sopra!" " Già, - disse Re Brian - e ora nessuno lo riconoscerà più!" e contento della beffa salutò sghignazzando l'uomo e ripartì con i suoi per il giro mattutino. Anche il Narratore si alzò, e riprese la strada di casa. Il piccolo troll, molto abbattuto, si recò alla grotta dove viveva la sua tribù ma, appena fu vicino, gli altri troll non riconobbero il suo odore e gli tirarono delle pietre ringhiando. Piangendo, il piccolo troll si inoltrò nel Bosco Buio, seguendo le tracce del Narratore. Quando fu buio arrivò alla sua casa, fuori dal villaggio, e si accucciò nel giardino, sotto un folto cespuglio. Sentendo dei rumori provenire dall'esterno, il Narratore e suo figlio si affacciarono per vedere e, capita la situazione, si avvicinarono. Il Narratore disse: " Mi dispiace per lo scherzo che ti ha fatto Re Brian, resta pure qui quanto ti fa piacere." e gli lasciarono una scodella di latte e una forma di pane. Il piccolo troll se ne stette nel giardino a rotolarsi nella terra e a bagnarsi nei rivoli fangosi che scendevano dalla piccola fontana , badando bene a non restare esposto alla luce diretta del sole che lo avrebbe pietrificato, restando poi tutto il tempo a farsi camminare sopra dagli uccelli e dagli altri animali diurni e notturni che scorrazzavano liberamente. Finalmente, dopo quasi un mese, soddisfatto dell'erba che gli era cresciuta addosso e dello strato di terra e fango che lo copriva, e particolarmente fiero di una colonia di lumache che si erano annidate tra i peli irsuti che aveva in testa, se ne tornò alla sua grotta dove venne accolto dai suoi parenti, così occupati a mangiare pietre da essersi quasi dimenticati di lui. Ma si sa, i troll sono creature piuttosto strane e certamente non di larghe vedute.








*** FINE ***

LA FAVOLA DELLE SCARPE BEN PAGATE

 (Prima pubblicazione 24.07.2009)

© Crenabog 




Il Narratore stava percorrendo il sentiero per andare a trovare re Oberon nella sua reggia sotto la collina magica quando si sentì tirare il lembo dei calzoni, guardò in basso e vide un piccolo Spriggan. Si chinò a chiedere cosa mai volesse e il piccolo Spriggan  insistette per sentire una delle sue favole, il Narratore pensò che fosse proprio l'ascoltatore giusto per quella che aveva in mente, perciò si sedette nell'erba e cominciò a raccontare : 

C'era una volta, in quel certo villaggio che ben conosciamo, un uomo che faceva le scarpe: dai grandi stivali per andare a seminare le zolle alle scarpette da donna per andare al ballo di Calendimaggio, e gli venivano così bene che anche da altre località venivano per comprarle. Un giorno i Broggan che vivevano dentro le sue mura rubacchiando da mangiare si recarono a rendere omaggio a Re Brian e, davanti ai minuscoli boccali di birra, si vantarono di vivere a casa del più grande ciabattino vivente. Re Brian Borough si incuriosì parecchio e gli venne voglia di avere anche lui quelle scarpe così speciali. Re Brian infatti era solo il Re dei Folletti, non come Oberon che essendo il Re della Gente Segreta comandava su tutti, e perciò non aveva stuoli di servitori pronti a fargli qualsiasi cosa. Spesso le cose che voleva doveva rimediarle da sé. Una notte quindi, accompagnato da un gruppo di Leprechaun, andò dal ciabattino che fu molto sorpreso di trovarselo davanti: aveva sempre saputo di lui ma non lo aveva mai incontrato di persona. Si sedette sul tavolo (i folletti son proprio piccoli, si sa) e gli spiegò che voleva un paio di scarpe bianche e verdi, con i tacchi dorati e nel più breve tempo possibile, anzi, quella notte stessa! Il ciabattino gli propose di fargliele trovare per il tramonto seguente e si misero d'accordo sul prezzo, un paiolo di monete d'oro. Quando fu il momento Re Brian andò a prenderle e fu contentissimo di come gliele aveva fatte perciò fece comparire il paiolo promesso e se ne andò; poco dopo il ciabattino saltò sul suo carretto trainato da un pony e corse verso la Radura dei Tumuli. Ai folletti e altri esserini fatati che si presentarono disse che era venuto per acquistare tutto l'idromele che gli avessero portato e quelli, essendo molto avidi, si precipitarono a prendere tutte le botticelle che avevano con le quali riempirono la botte che aveva portato sul carretto. Lui l'assaggiò, ne fu soddisfatto e pagò tutti generosamente con le monete di Re Brian poi tornò alla locanda dove vendette la botte all'oste per l'equivalente di ben più di due paioli di monete d'oro. Il mattino dopo, appena sorse il sole, le monete di Re Brian, essendo fatate, scomparvero diventando cenere, suscitando l'ira dei folletti che andarono dal Re a protestare. Quando seppero che erano sue, si arrabbiarono talmente che Re Brian fu costretto a scappare a Cavanagh e a restarci per un mese finché non se ne furono dimenticati.. Anche il ciabattino non si era dimenticato delle storie che raccontava il narratore e ben sapeva quanto Re Brian potesse essere infido perciò aveva escogitato quel piano: se devi fare una cosa, falla in fretta! e non credere a tutto ciò che luccica.





*** FINE ***





LA FAVOLA DELLA RAGNATELA ETERNA

 (Prima pubblicazione 21.07.2009)

© Crenabog




Quella sera Finbar, il piccolo figlio del Narratore, stentava a prendere sonno così suo padre si sedette vicino al suo letto e, mentre gli accarezzava la testa, prese a narrare una delle sue storie preferite :

C'era una volta, in una casa vicino al Bosco Buio, un bambino che amava giocare con i suoi trastulli e che spesso usciva per andare a vedere cosa stesse facendo la Gente Segreta, là nel folto del bosco. Così facendo aveva fatto amicizia con molti esseri fatati e spesso trovava da divertirsi parecchio insieme a loro; un giorno che stava passeggiando insieme a due scoiattoli, discutendo insieme a loro su quale albero avrebbero potuto trovare più nocciole, si trovarono davanti ad un piccolo sentiero, a malapena visibile tra la folta vegetazione. Incuriosito, ci si addentrò, noncurante del fatto che gli scoiattoli fossero voluti rimanere nella radura. E cammina, cammina, arrivò davanti ad una strana grotta che non aveva mai visto prima: si fece coraggio, accese la pila che portava con sé ed entrò dentro. Andando avanti cominciò a sentire freddo, era sempre più buio, alla fine si ritrovò la strada sbarrata da una ragnatela. Ma era una ragnatela enorme, immensa, fittissima, come una gigantesca nuvola rubata dal cielo e stipata lì dentro; non aveva mai visto una cosa simile! Sentiva distintamente in lontananza il frusciare dei ragni e cercando di vederli ne strappò qualche lembo. Subito sentì una vocina dirgli: "Non lo fare, non lo fare!" Ma lui, no, continuò imperterrito a strappare la ragnatela per arrivare dall'altra parte ed ecco che, dal profondo della grotta, si alzò come un vento fortissimo che uscì ruggendo dalla caverna. Il bambino rotolò fuori trasportato dal vento e pieno di paura iniziò a correre verso casa. Corse e corse e non si sentiva più nulla nel Bosco, nessun uccello cantare, nessun folletto fare musica, niente di niente. Quando fu arrivato a casa spalancò la porta e... guardò la sua mano. Era cresciuta! Non poteva essere la sua! Si fermò davanti allo specchio dell'ingresso ed ecco là un bel ragazzo, grande e grosso: Stupefatto chiamò suo padre ma solo una voce roca e stanca gli rispose. Andò di sopra e lo trovò steso sul letto, vecchio, pieno di rughe e incapace di alzarsi. "Figlio, cosa è successo mentre eri nel bosco?" sussurrò. Lui gli racconto tutto e il padre disse:" Oh no, hai distrutto la ragnatela proibita. Il Re dei Ragni la tesse da millenni e tutti gli anni che passano, quando fuggono via, finiscono lì. Tutto il tempo del mondo era tenuto dalla ragnatela. Ora è ritornato addosso a tutti noi.." Il bambino, ormai grande ma sempre spaventato da morire, chiese cosa si potesse fare mai. Il padre, allo stremo delle forze, gli spiegò cosa - secondo le antiche leggende - andava fatto. Quando venne la notte il giovane andò a bruciare dell'incenso all'imboccatura del Grande Pozzo Vuoto, che da secoli troneggiava al centro del Bosco e al quale nessuno si avvicinava. Al sentire il profumo poco dopo fece capolino la grande testa del gigantesco Verme Ouroborous, bianco come la luna, che vide il ragazzo e pensò bene di catturarlo. Lui si mise a correre in cerchio attorno al Pozzo e corse e corse e corse con tutte le sue forze e quando il Verme cominciò ad essere stanco, il ragazzo raccolse un pupazzo che aveva portato e nascosto in un cespuglio, e lo lanciò nel Pozzo. Subito il Verme si tuffò per catturarlo e lui tornò a casa. Trovò suo padre come lo aveva lasciato la mattina presto, allegro e davanti ad un bicchiere di birra e si accorse che non arrivava al tavolo: era ritornato piccolo. Ouroborous, gli spiegò il padre, creava il Tempo, girando all'infinito nelle profondità del mondo. Averlo fatto girare così tanto all'incontrario aveva riportato le cose a posto ma avevano corso un rischio terribile. Di certo da quella volta il bambino imparò a non toccare mai più, figurarsi a rompere!, le cose che non conosceva.





*** FINE ***





LA FAVOLA DELLA PUZZA TERRIBILE

 (Prima pubblicazione 04.07.2009)

© Crenabog 






Le belle mattine soleggiate, nello Shire, erano il più gradevole invito per tutti a stare all' aperto, sia per gli abitanti dell' antico villaggio sia per il Popolo Segreto dei Sidhe, tranne ovviamente i troll che alla luce del sole si sarebbero pietrificati. E il profumo dell' erba e delle resine che arrivava dal vicino Bosco Buio era troppo invitante, persino per il figliolo del Narratore che benché piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco anche se suo padre lo aveva più volte avvertito dei pericoli che poteva trovarvi. E così, un giorno che a casa si annoiava, prese il suo cestello, ci mise i suoi balocchi e dei biscotti, aprì la porta e tranquillamente se ne andò per il sentiero che portava verso la radura dei Tumuli. Probabilmente pensava di andare a cogliere dei fiori o magari trovare qualche insetto di quelli bel grossi, tutti luccicanti, un carabo, una cetonia, chi sa. Una volta giunto nella radura iniziò a guardarsi in giro ma non passarono pochi momenti che, alzando gli occhi , si trovo faccia a faccia con un Leprechaun. I Leprechaun non sono molto grossi e solitamente sono anche ben disposti verso la razza umana ma bisogna starci attenti perché hanno un senso dell'umorismo affatto diverso dal nostro e quel che fa ridere nel Paese Fatato di solito fa piangere gli esseri umani. A farla breve il folletto chiese al bambino da mangiare e lui, essendo di natura buono e amabile, volentieri aprì il cestello e gli offrì i biscotti che si era portato appresso. Il folletto li scrutò, li addentò, ma erano così friabili che gli si polverizzarono in bocca. Per niente soddisfatto di questo il Leprechaun puntò il dito verso il bambino e borbottò qualcosa in lingua fatata poi si girò e fuggì nel bosco. Il piccolo rimase interdetto e in fondo dispiaciuto, così se ne tornò a casa mogio mogio, chiudendosi in camera sua. La sera, quando il padre tornò, lo chiamò per farsi narrare cosa avesse fatto durante il giorno ed ecco che lo vide scendere le scale avvolto in una nuvoletta grigiastra terribilmente puzzolente. Stupefatto, chiese al figlio che avesse combinato e, sentito il racconto, capì subito che il folletto aveva lanciato una Maledizione Puzzolosa. Ora sì che sarebbero stati guai! Comunque, lo rassicurò e gli disse di starsene tranquillo in poltrona a leggere, badando però di lasciare tutte le finestre aperte, tanto per il gran puzzo nessuna creatura fatata avrebbe avuto il coraggio di mettere il naso in casa, poi si gettò addosso il vecchio cappotto, prese qualcosa in cucina ed una lanterna, e uscì diretto verso il bosco. Era ormai buio ma non faticò a trovare la radura dei Tumuli, posò in terra una grossa fiasca e aspettò. Mezz'ora dopo ecco comparire il folletto che, appena vide la bottiglia la arraffò e portatala alle labbra la scolò in pochi sorsi. I Leprechaun hanno la pessima abitudine di ubriacarsi e allora diventano dei Clorichaun, pestiferi e maligni oltre ogni dire ma... non era vino quel che c'era nella fiasca. Subito il folletto cadde a terra tenendosi la pancia e ululando dai crampi poi corse verso un cespuglio per calarsi i pantaloni. Dietro di lui arrivò il padre che lo inquadrò con la lanterna dicendogli:- Allora, hai impuzzolato il bambino? E ora ben ti sta, dannato folletto. Ti è piaciuto il mio olio di ricino? Non smetterai di farla per un mese intero! Ma... se tu annullassi la maledizione.. Il folletto strillava e si contorceva, già tutto inzaccherato e si disse disposto a fare come voleva lui. Allora recitò la formula e chiese al padre che altro doveva fare; lui gli disse di andare fuori della sua casa entro un ora, e se ne andò. Tornato a casa trovò il bambino contento e profumato e allora si sedette nel portico ad aspettare il folletto fin che non lo vide trascinarsi, portandosi dietro un grosso mazzo di foglie per pulirsi. A quella vista il padre stava per sbottare a ridere ma si trattenne e gli diede un grosso sacco di limoni, raccomandandogli di mangiarli tutti e di non azzardarsi mai più a fare simili scherzi a suo figlio. Il Leprechaun fece di sì con la testa e se ne andò col sacco, tenendosi i pantaloni calati. Inutile che vi stia a dire quanti rimproveri si ebbe il piccolo per essere andato da solo nel bosco ma si sa come son fatti i piccini, se non si ficcano nelle peste non son mai contenti e non sempre c'è un papà con un sacco di limoni per tirarli fuori dai guai.




*** FINE ***