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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 26.11.2014)

© Crenabog 




Nel silenzio agghiacciante che era calato sui convenuti, le urla strazianti di Cinnia si levarono come caprimulghi nel crepuscolo, altrettanto portatrici di sventura e morte. Intorno al piccolo gruppo si era formato un cerchio di vuoto: Finbar steso a terra, subito adagiato su un folto tappeto, suo padre che lo teneva tra le braccia, Cinnia in ginocchio piangente e Paulie dietro al Narratore come a proteggerlo. Il re dei Sidhe si teneva la testa tra le mani, stupefatto, incredulo, mentre stringeva le mani di Titania, sua moglie. Poi si inginocchiò anche lui, la sua poderosa mole faceva ombra su tutti, e prese ad accarezzare il ragazzo, come a cercare la causa della tragedia.

- Ecco, toccate qui, sentite anche voi!

- E' gelato, sire. - disse suo padre.

- Sì, appunto. Ma alle estremità, vedi? Toccate le mani, i piedi, vedete? Non vi accorgete che salendo verso il corpo ancora c'è del calore?

- Avete ragione! Dunque, cosa è successo? Vive ancora?

- Certo, ma non so per quanto ancora. Di certo è un maleficio di quella maledetta di Eirwen. Non c'è un contro incantesimo da lanciargli quindi, l'unica speranza che abbiamo.. Forza, venite subito con me.

Si rivolse alle ancelle fatate, affidandogli Finbar, affinché lo avvolgessero nelle più pesanti pellicce e lo adagiassero sul suo letto e lo vegliassero, mise di guardia la sua scorta di coboldi guerrieri e guidò il gruppo dei familiari verso un lungo corridoio. Giunsero ad una massiccia porta serrata da chiavistelli magici che risposero solo al suo tocco, aprendosi silenziosamente, ed entrarono in una vasta camera le cui pareti erano interamente ricoperte da una sterminata libreria formata da scaffali, tutti occupati da minuscole scatole ed ampolle, ognuna con una targhetta indicatrice.

- Guardate, perché è molto raro che qualcuno entri qui dentro. Questa è la Sala del Mondo. Sapete già che con i sentieri specchi noi Sidhe possiamo raggiungere magicamente qualsiasi parte del mondo vogliamo visitare, ma voi, e tutti gli altri, di solito vi affidate al caso, tranne quando siete certi di quale sentiero imboccate. Qui invece sono conservate tracce di ogni luogo che mai sia stato visitato: ogni essere magico ha l'ordine di riportare un frammento, una pietra, dell'acqua, erba, fiori, del luogo dove va, e quando me li consegnano io li ripongo in una cassetta e ci scrivo sopra il nome del luogo. Così, tramite il sortilegio della unione, posso raggiungere ogni posto che voglio, in caso di bisogno, e senza sbagliare. Basta tenere in mano il frammento voluto ed imboccare da questo portale, - ed indicò un enorme anello aureo, grande al punto che potevano facilmente varcarlo almeno due persone affiancate, posto al centro della sala - e subito ci si trova dove si vuole andare. Questo è il Crocevia dei Sentieri Specchio e da qui controllo il mondo. Non perderete tempo prezioso, nella vostra ricerca. Perché, badate, non sarà una cosa facile. L'unica possibilità per salvare Finbar è ricostruire l'Oder.

- Ma non era perduto, infranto, diviso, sire? - esclamò Paulie.

- Vero, sì, ma certe reliquie non vanno mai perdute veramente. Vanno cercate, e forse so chi può aiutarci. Attendetemi qui.

Re Oberon frugò tra gli scaffali, prese una cassettina, ne cavò una piccola stalattite e, tenendola stretta entrò nel portale. Il Narratore, bianco in volto, strinse a sé in un abbraccio Cinnia e Paulie, come se questa consolazione potesse realmente preludere ad un positivo rivoltarsi della situazione; pochi minuti dopo Oberon tornò trascinandosi dietro un riluttante vegliardo, dalla lunga barba grigia ispida e coperto di un manto di pelli di topo.

- Questo è Luonnaja Radougha, la Memoria dell'Universo. O almeno, così va vantandosi da tempo immemorabile. Lui sa tutto di tutti e questo ha fatto la sua fortuna, visto che si è sempre fatto ben pagare i suoi responsi ad ogni pellegrino che arriva sino alla sua grotta. Dunque, Luonnaja, il tuo re ha bisogno dei tuoi servigi: sai dove sia finito l'Oder?

- Maestà, nessuno sa veramente dove siano i tre frammenti dell'Oder!

- Bada, che se stai cercando di patteggiare sulla ricompensa sappi che ti ricoprirò d'oro. Ma lo farò immergendoti nell'oro fuso.

- Per carità, per carità, non volevo certo.. Dunque, si dice, badate, si racconta che una volta infranto, i tre frammenti vennero divisi tra i tre re che avevano sconfitto i Tuatha. Poi, col passare dei secoli, ogni parte prese vie diverse: le ultime notizie che raccolsi, in merito, mi portano a credere che adesso si trovino in questi tre luoghi. Allora, uno è diventato lo scudo del re dei Troll, ed è sempre stato nel suo bottino di guerra. E certamente starà insieme ai suoi tesori, ben nascosto dove ora si trovi il re dei Troll che, per quanto ne so, alloggia sul Monte Atro dopo che gli è stato concesso da vostra maestà. Il secondo frammento precipitò nell'oceano quando la nave del re che lo trasportava incappò in una tremenda tempesta. Mentre affondava, si dice che nelle profondità stesse passando il Fastitocalone e che il frammento dell'Oder si sia incagliato sulla sua corazza. Ora, forse saprete che il Fastitocalone è la gigantesca , leggendaria testuggine sulla quale a volte compare Hi-Breasyl, l'isola cimitero dove riposano gli spiriti dei re del Mondo. E se si potesse giungere fin lì, tra le squame della corazza del mostro ancora sarà incastrato l'Oder. La terza parte del calderone di Lugh, così mi narrò un viaggiatore moltissimo tempo fa, era stata vista per l'ultima volta mentre un guerriero cimmero, che la usava a mo' di scudo anche lui, entrava nella locanda di Tom, che come saprete si trova qui, dentro Bosco Buio, e la barattava in cambio di una solenne ubriacatura. Ora, essendo quella più facilmente raggiungibile, ammetto che la mia insana cupidigia mi consigliò di cercare di appropriarmene ed in effetti mi recai da Tom, non in queste spoglie, ma travestito da viaggiatore comune. Cercai di farlo parlare, senza che si avvedesse di cosa veramente volevo, e dopo molti boccali di birra scambiati in sua compagnia, si vantò di aver avuto tra le sue mani il frammento dell'Oder ma di non potermelo far vedere perché a sua volta lo aveva regalato. Ma ci pensate? Il pazzo! Non ci aveva guadagnato niente, oh dei, non ci posso pensare - mugolò, tirandosi i fili della barba - lo aveva proprio regalato! E via, alla persona che meno avrei potuto raggiungere, qualsiasi cosa avessi potuto dare in cambio.

- Dunque, falla finita! , - sbottò re Oberon. - Chi è adesso che ha il terzo frammento?

- L'Uomo della Luna, sire. Tom non sapeva cosa regalargli in cambio del violino che il selenita aveva costruito per il suo gatto, e gli diede l'Oder. Ditemi, chi mai può arrivare lassù?




Continua nella sesta puntata QUI : La favola del paiolo magico 6


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 19.11.2014)

© Crenabog 




Il viaggio era stato lungo, anzi lunghissimo, considerato che una volta varcata la frontiera dell' Eirdheim e abbandonate le facili vie della Contea le strade avevano iniziato prima a costeggiare e poi a tagliare per le vaste catene montuose. Più si avvicinava al reame di Eirwen, più il gruppo dei mercanti aggiungeva vestiti sui vestiti. il freddo da opprimente era diventato decisamente glaciale. Pochi di loro si erano già spinti fin lassù, guidati dal miraggio dei favolosi guadagni promessi dagli emissari della Regina di Ghiaccio, uomini dispersi nelle principali città della Contea e dediti a mantenere rapporti con i commercianti tanto avventurosi quanto avidi che osavano raggiungerla. Il regno di Eirdheim non produceva ovviamente messi di nessun genere, visto che l'unico suo bene era il ghiaccio, ma era celebre per le inusitate quantità di pietre preziose scavate nelle profondità da comunità di nani passati al servizio della regina. Il levantino marciava coperto fino agli occhi da pellicce e mantelli, insieme al gruppo, tenendosi vicino ai carri carichi di masserizie di prima necessità, carni secche, legumi, cereali, e rarità provenienti da ogni dove. Enormi buoi muschiati dal pelo folto e lungo fino a terra trascinavano i carri legati alle giogaie, senza lamentarsi, abituati alle temperature estreme dell'Eirdheim. Venivano noleggiati alla frontiera e lì riportati dai commercianti al loro ritorno, e facevano compagnia ai viaggiatori con il loro fiato caldo, utilissimo durante le soste notturne nelle rade fattorie disseminate lungo il tragitto: fattorie per modo di dire, visto che nulla veniva coltivato, si trattava di grandi baite in tronchi delle foreste che servivano da poste per rendere meno difficile il cammino. Il levantino aveva saldato i suoi uomini e li aveva lasciati di guardia alla nave, ormeggiata nel porto di Ar-Ghala, in vista dei prossimi viaggi che lo avrebbero riportato nelle sue terre; calde terre, molto più desiderabili di dove si trovava ora, pensò con malinconia. Ma la golosità della regina bianca era ben nota ovunque, pari forse solo alla sua crudeltà, e non voleva lasciarsi sfuggire l'occasione di barattare il carico di dolci con i gioielli che avrebbe ben rivenduto ad Ar-Ghala, dove le botteghe dei cambiavalute spuntavano come i funghi e, nell'intento di strapparsi i clienti l'un l'altro, offrivano pagamenti decisamente interessanti. Il castello dei Mille Picchi comparve alla loro vista dopo un ultima, aspra arrampicata, rifulgente al sole e baluginante grazie al ghiaccio che lo ricopriva, dandogli un colore niveo che a malapena rallegrava, con la sua stupefacente bellezza, l'impressione di brutalità data dalle infinite guglie e picchi appuntiti che ne delimitavano i contorni. A prima vista sembrava che chi lo aveva progettato avesse disceso gli ultimi scalini della follia, angoli deliranti, colonne gigantesche, parti svettanti senza senso da ogni lato rendevano incomprensibile il loro uso. Il levantino pensò che potesse essere solo una rappresentazione concreta della personalità di Eirwen, tanto imprevedibile quanto pericolosa: l'isolamento tra i ghiacci eterni l'aveva resa inavvicinabile e nessun rapporto amoroso o familiare le era conosciuto. Solo il potere del regnare sulle sue terre guidava i pensieri della regina bianca e lo faceva con implacabile decisione, passando sopra a qualsiasi cosa la ostacolasse: non aveva mai guidato guerre d'invasione ma non aveva mai permesso a nessuno di uscire vivo dal suo regno, se per un qualsiasi motivo le fosse stato sgradito. Questi neri ragionamenti ronzavano certamente nelle menti dei mercanti, instillando in loro un nervosismo dal quale non potevano liberarsi e i brividi non erano dovuti soltanto al freddo intenso. Ognuno di loro stringeva nelle tasche i contratti stipulati con gli emissari, in attesa di poter consegnare il proprio carico, ricevere il pattuito e fuggire via il prima possibile. Mentre si approssimavano al castello i cancelli, enormi, di sbarre ciclopiche e puntali acuminati, cominciarono ad aprirsi, uno dopo l'altro, sospinti dai soldati della regina, imbacuccati nelle loro armature e nei pesanti mantelli di orso: il gruppo entrò, con gli occhi sbarrati fissi sulle altissime pareti di marmo e ghiaccio, scintillanti alla luce che proveniva da alte feritoie chiuse da vetrate in mosaico di vetri realizzati con scaglie di mica, schisto e lamine di pietre preziose. Vennero introdotti nella sala principale, vasta e dalla volta persa in una malaugurante oscurità. Al centro, perfettamente illuminata dalle luci spioventi, Eirwen sedeva su un alto trono, mirabilmente istoriato, in oro massiccio con ricami di perle incastonate. I mercanti sospirarono timorosi di fronte alla splendente bellezza sempiterna della regina, anch'ella discendente dagli antichi Tuatha in linea diretta, erede della loro barbarica beltà e dei loro poteri magici. I servitori si avvicinarono, presero in consegna i carichi, li distribuirono a terra ed iniziarono a confrontare il materiale con i contratti che i mercanti subito tirarono fuori in attesa del pagamento. Gli occhi di Eirwen giravano lentamente dal volto di uno a quello di un altro, come a volerli esaminare nel profondo, cosa che turbò alquanto gli animi di ognuno. Non aveva risposto ai saluti deferenti e alle parole di omaggio, limitandosi ad un breve cenno con la testa, che aveva fatto spiovere in avanti i suoi lunghi capelli di seta candida. Poi, tanto inattesa quanto terrificante, si alzò la voce di uno dei contabili:

" Maestà, qui c'è un ammanco."

E indicò la cassa del levantino. Il fiato gli si bloccò in gola, cosa poteva essere successo? Era certo di aver portato quanto pattuito! Istintivamente, gli altri mercanti si discostarono da lui facendo passi indietro, lasciandolo solo, come se fosse infetto, al cospetto della regina. Eirwen si alzò lentamente:

" Di cosa parli?" , sussurrò.

" Nella cassa non ci sono venti scatole di louchum, Maestà, bensì diciannove."

Il levantino sentì distintamente un sudore gelido scendergli per la schiena.

" Pensavi di ingannarmi, uomo?"

" Per carità, mia signora, mai e poi mai. Uno dei miei servi deve aver rubato una scatola senza che me ne accorgessi! Non avrei avuto alcun motivo per voler offendervi!"

" E la tua stupidità, se è davvero così, è giunta a non controllare il carico prima di venire, questo vorresti dirmi? Ti aspetti forse che invece di venti scatole te ne vengano pagate diciannove, e la cosa finisca così?"

"Oh, per tutti gli dei, mai sia, mi rendo conto di avervi dispiaciuto e desidero davvero regalarvi il carico, in remissione di quanto è successo! Vogliate perdonare la mia immensa stupidità, mia regina!"

Eirwen girò il capo intorno, osservando tutti i mercanti.

" Questo non è sufficiente. Nessuno inganna la regina di Ghiaccio e vive per vantarsene. Il primo e l'ultimo pagheranno. E ora vediamo di chi si tratta.."

Discese dal trono e si avvicinò ad una delle pareti, alzò un braccio e, con una mossa circolare, fece comparire un cerchio di luce. Un sottile vapore si diffuse nella sala, portando con sé aromi lontani. Al centro apparve dapprima il mercante che preparava la cassa con i louchum, poi il volto scimmiesco e infido del servo che la apriva e trafugava la scatola - cosa che provocò un singhiozzo disperato nel levantino - e il Narratore che la acquistava nella taverna di Tom. Il volto di Eirwen era sempre più furibondo, quando apparve re Oberon con davanti la scatola sul tavolo del banchetto.

" Ah! Nientemeno che il re dei Sidhe! Certamente lui è intoccabile.. - mormorò. - Ma come ho detto, il primo e l'ultimo pagheranno."

Si girò verso un cerimoniere rimasto nell'ombra dietro il trono, e ad un cenno della testa della regina questi si allontanò, tornando circondato da un gruppo di soldati che tenevano con grosse catene ben oliate un enorme orso bianco dallo sguardo folle e dalle fauci spalancate. Il gruppo dei mercanti si precipitò verso il portone e venne circondato da soldati che li mantennero fermi. Il levantino, paralizzato dal terrore, cadde in ginocchio supplicando pietà. Ma Eirwen pronunciò solo una parola, rivolta alla belva che la fissava:

" Mangialo."

Poi, ci furono solo le urla e il frangersi delle ossa del mercante. Trascinato via l'orso, con ancora i resti del miserabile ad imbrattare il pavimento di marmo venato, Eirwen tornò a guardare il cerchio di luce, dove poteva vedere scorrere le immagini del banchetto. Re Oberon, migliaia di miglia più lontano, aveva finito di narrare le sue storie, aveva alzato il brindisi e aveva aperto la scatola dei louchum, elogiandone vistosamente la bontà e magnanimamente offrendoli agli ospiti di riguardo seduti al suo tavolo. Titania ne prese uno, re Brian Borough anche, il re degli Elfi e Mab, la regina delle fate, apprezzarono gli altri. Mab passò la scatola al Narratore che ringraziò e si servì, poi la diede a Paulie che lo ringraziò con un bacio e la passò a Cinnia che sbattè le lunghe ciglia e ingoiò il dolce in un solo goloso boccone. E diede la scatola a Finbar che estrasse l'ultimo louchum, lo guardò un attimo, come impensierito, e lo mangiò.

" Muori ", disse Eirwen. E il figlio del Narratore crollò al suolo.




Continua nella quinta puntata QUI : La favola del paiolo magico 5


lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DI ABIDIAN (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 29.01.2014)

© Crenabog 




Poco alla volta, col passare dei giorni, le cose andarono sistemandosi nelle lande di BoscoBuio. I vari gruppi di gnomi, folletti, e tutte le strane genti fatate che erano dovute andare via da Monte Atro, scelsero i loro luoghi preferiti e cominciarono chi a costruire case sugli alberi, chi a scavare gallerie sotto le colline, chi a cercare grotte nei corsi d'acqua. Molti di loro però non trovavano adeguato nutrimento e andarono a parlare da re Oberon per avere consigli. Lui e Titania decisero di aiutarli, in attesa che quel che volevano coltivare desse i suoi frutti, lasciando libere le mucche magiche ospitate nelle grandi grotte del regno sotterraneo. Così, una notte di luna piena, stuoli di folletti guidarono le mucche magiche fuori dalla grande collina e ne portarono una ad ogni gruppo. Le mucche davano continuamente latte sostenendo i loro bisogni e vagavano libere e tranquille, controllate dai guardiani fatati, minuscoli esseri che le cavalcavano invisibili.


Il periodo di relativa tranquillità permise al Narratore di viaggiare in lungo e in largo per lo Shire, arrivando un giorno fino alla spiaggia dei Giganti, un altro fino alle propaggini dell'Ovesturia, e così via, passando per i borghi e le città, portando notizie e vendendo le sue storie. Non avrebbe avuto bisogno economicamente, considerato il tesoro che aveva accumulato al ritorno dal castello del signore del Wangshire, ma era così abituato alla sua vita che non avrebbe potuto farne a meno. Così, gli arrivò all'orecchio una notizia che, se fosse stata vera, non lo avrebbe rallegrato affatto. Dalle parti di Oonaville si vociferava che un tratto di bosco fosse stato incantato e reso irraggiungibile. Il Narratore riprese la via del ritorno, deciso ad andare a discuterne con il re del Popolo Segreto.




Abidian aveva deciso di festeggiare i suoi trecento anni nella maniera migliore, secondo lei. Realizzando il suo piccolo regno negli anfratti muscosi di Monte Atro. Quindi, quando anche a lei arrivò l'ordine di partire a causa dell'accordo stretto tra Oberon e i Trolls, andò su tutte le furie; pur piegandosi ai voleri del re, scese a valle ben decisa a fare quel che voleva. Girò per alcuni giorni, o meglio sarebbe dire volò, dato che Abidian era una fata, e pure alquanto bizzarra, visto che trecento anni sono la fanciullezza delle fate e ogni stramberia che gli passava per la mente la realizzava subito. E ultimamente gradiva parecchio svolazzare in sella ad una curiosa bicicletta incantata, spaventando a morte gli uccelli e gli insetti che potevano vederla, a differenza degli esseri umani che scorgevano nell'aria solo una piccola nuvola rosa dagli inconsulti movimenti. Così finì nella zona ai margini di Oonaville, un piccolo borgo rurale popolato da contadini superstiziosi che non avrebbero mai dubitato dell'esistenza del Popolo Segreto. Scelse una radura appartata dove proliferavano gli alberi di nocciole, cibo da lei molto gradito, e lanciò un potente sortilegio su tutti i frutti caduti e su quelli ancora appesi ai rami. Chiunque li avesse raccolti o mangiati avrebbe avuto la mente piena di visioni, illusioni e fantasticherie che gli avrebbero fatto dimenticare quel posto. E la cosa funzionò bene, mentre Abidian costruiva e arricchiva con tocchi di magia la sua casa arborea, coperta di muschio, dalle calde pareti di sughero e corteccia. I contadini arrivavano lì per caso e si smarrivano poco dopo, annebbiati da sogni e idee astruse, inseguendo fate immaginarie o spaventati da demoni inesistenti.




Il Narratore pose la questione al re e ricevette la richiesta - amichevole, ma insistente - di andare a verificare e a risolvere la questione se gli fosse stato possibile. Salutò Finbar, raccomandandogli di non combinare guai con Cinnia, passò a salutare Paulie e si avviò a cavallo verso i boschi di Oonaville.


Continua nella seconda puntata, QUI : La favola di Abidian



domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 16.09.2013)

© Crenabog 




Nella grotta del lago sotterraneo dove Titania aveva allestito l'alloggiamento di Paulie, per consentirle di vivere tra di loro e di avere sempre l'acqua a disposizione per poter nuotare, l'atmosfera non era delle migliori. Benché amorevolmente attorniato dalle fate e dalla stessa Paulie, il figlio del Narratore trascorreva il tempo tristemente, dopo aver avuto notizia della morte della madre. Essendo spesso in viaggio col padre e ancor più spesso in giro da solo nelle profondità di Bosco Buio, negli ultimi tempi si era trattenuto poco, troppo poco, a casa e ora rimpiangeva di non esserle stato vicino anche se, grazie a questo, si era salvato. Anche se stava decisamente crescendo, restava poco più che un bambino e tutti i momenti felici della sua infanzia tornavano a tormentarlo. Paulie cercò in tutti i modi di consolarlo, sempre senza mai fargli pesare il suo amore verso il padre e inventò per lui nuovi giochi e racconti per distrarlo.


Nella grande grotta, pulsante di una morbida luminescenza dovuta a certi funghi sotterranei diffusi su tutte le pareti, il tempo scivolava via senza soluzione di continuità, dilatandosi morbidamente nel quieto silenzio interrotto dalle risate delle fate e dal ritmico gocciolare delle formazioni rocciose. Paulie ogni tanto cantava, antiche canzoni del suo popolo, le fate foca dei mari del nord, con la sua voce a tratti roca, a tratti cristallina ma molto diversa dalla modulazione che un umano avrebbe dato. Il ragazzino si incantava perdendosi in quelle note e sembrava dimenticare, anche se per poco, la tragedia che lo aveva colpito. Pian piano comprese e accettò il fatto e il suo spirito iniziò a proseguire il cammino della vita, mentre nuotava scivolando lento sotto il pelo dell'acqua, tra le magiche ninfee sotterranee.


Era una notte buia, al punto che l'oscurità sembrava poter inghiottire anche il riverbero delle luci delle fiaccole accese lungo il sentiero che portava alla collina di re Oberon, quando il portavoce dei troll e la sua scorta giunsero. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerato che la luce del giorno paralizzava gli enormi esseri al punto da indurre le loro funzioni corporali ad una stasi quasi mortale. Se fossero rimasti a lungo esposti ai raggi solari, sarebbero stati prede inermi dei nemici, e avrebbero potuto comunque morire internamente anche se non attaccati da alcuno. Con grande difficoltà riuscirono ad entrare nel mondo sotterraneo del Popolo Segreto, e a sedersi nella enorme sala reale. La discussione durò un tempo infinito, i troll non amavano avere rapporti con nessuno, e di solito scendevano solo per divorare e depredare le zone circostanti. Erano creature estremamente pericolose e solitamente inaffidabili ma il loro portavoce sembrava avere grande voce in capitolo e gli altri obbedivano ad ogni suo cenno, limitandosi a restare silenziosi e fermi. Re Oberon spiegò la situazione e Rogh, il portavoce, ammise che bisognava prendere provvedimenti prima che la Corte infernale perdesse il controllo e devastasse anche i territori dei troll. Il re del Popolo Segreto chiese quindi se fossero disposti a combattere insieme a loro, certo che la loro forza avrebbe costituito un elemento di favore potente: Rogh replicò che una contropartita era necessaria e propose un accordo. Oberon si consultò con Titania e i dignitari, in molti scossero la testa e imprecarono, ma alla fine dovettero cedere. E i troll ripartirono nel buio.





Il Narratore venne quindi chiamato e lasciò suo figlio insieme a Paulie, per risalire la scalinata che conduceva alla sala delle riunioni di corte.


- Eccoti qui - disse Oberon. - Ho preferito non farti essere presente, i troll non amano il Popolo Segreto e ancora meno amano gli umani. Non volevo pensassero che volevamo ingannarli; comunque, la trattativa è stata conclusa.

- Sembra una buona notizia, sire.

- In verità, non ho idea di quanto lo sarà. Hanno accettato di scendere in campo con noi ma ho dovuto dargli quel che hanno sempre voluto..

- Cosa, se posso chiedere?

- Un trattato. Abbiamo dovuto riconoscere pubblicamente la loro forza, cosa alla quale tenevano particolarmente, essendo i troll una razza molto suscettibile e orgogliosa. E concedere loro il Monte Atro, promettendo che il Popolo Segreto non vi abiterà più, né sulla superficie né nelle profondità. Dovremo quindi avvertire tutti gli esseri fatati di allontanarsi e trovare altri alloggiamenti. Potrebbe essere un problema, questo.

- Perché mai?

- Perché ve ne sono moltissimi, di ogni specie: intanto, dovremo creare case per loro, anche se Bosco Buio è così grande che credo sarà abbastanza facile.


Il guaio è che molti di noi sono poco malleabili. Immagina andare a dire ai pooka, ai kneveleddin, agli spiriti, ai guardiani dei prugnoli e a tutti gli altri, quegli altri che di solito prima attaccano, uccidono e poi ti stanno a sentire, di lasciare le loro terre.. Mah. In qualche modo faremo. Da domattina le nostre fate voleranno su monte Atro e avvertiranno tutti, diffondendo la voce, noi invece da stasera stessa manderemo gli gnomi e i folletti a creare nuove case sugli alberi, sotto le colline.

- E magari anche a realizzare nuovi tumuli, direi. Sotto, potranno scavare e allargare le loro dimore quanto vorranno.

- Già. Re Brian, vuoi venire qui, per favore?

- Maestà?

- Immagino che tu abbia ascoltato, anche se facevi finta di stare a giocare seduto su quella pentola di monete d'oro. Per cortesia, comincia a farla sparire, qui non ne abbiamo bisogno. Ecco. Allora, puoi mandare i tuoi folletti a fare questo lavoro? Adesso?

Re Brian, sentendosi leggermente in colpa per aver origliato tutto, sorrise e si dichiarò disponibile ad eseguire l'ordine quanto prima, poi si congedò e tornò ai suoi possedimenti. Ma non prima di aver fatto comparire piccole pentole di monete qua e là, nei corridoi della reggia di Oberon, per la felicità degli spriggan che corsero a prenderle.. e per il loro disappunto quando scomparvero alla prima luce dell'alba.





Continua nella settima puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 7



LA FAVOLA DEI BWCA MIGRANTI

 (Prima pubblicazione 16.07.2013)

© Crenabog 





Centinaia d'anni prima dello svolgersi delle vicende del Narratore, dai gelidi mari del Nord giunsero sulle coste le lunghe navi, sottili ma irte di ferro e d'acciaio, dei Tuatha de Danann. Giunsero per cercare, per conoscere , sì, ma giunsero anche per depredare. E lunghissimi furono gli anni di guerra che sconvolsero tutto il paese, fino a che i Tuatha de Danann diventarono la prima popolazione, la più numerosa, feroce ed imbattibile. Padre e madre delle progenie che seguirono. Ora, quando i Tuatha decisero di imbarcarsi, portarono con sé anche Ragnar lo sciamano, un mago potente capace di comandare gli elementi e di volgere a loro favore la sorte delle battaglie. Ragnar aveva come spirito domestico - e animale da compagnia da lui molto amato - Angwie Sonny, la maialina fatata. Angwie Sonny era bianca, con le orecchie rotonde e gli occhi rossi e mai se ne era veduta l'eguale: tutti la tenevano in conto di portafortuna e a nessun costo la avrebbero lasciata nel loro paese di origine. Quel che i Tuatha non sapevano, e Ragnar non sospettava, era che la grande cuccia di Angwie - tutta di piccoli tronchi di legno istoriati da bizzarri motivi - era anche la casa preferita dei Bwca, i loro folletti locali, capaci di mutare dimensione e quindi di vivere - piccolissimi - nelle gallerie che avevano scavato nei tronchi. Dunque, quando i Tuatha si furono insediati nelle nuove terre conquistate, Ragnar lanciò un incantesimo taboo sulla cuccia e su Angwie Sonny, al fine di proteggerla da qualsiasi stregoneria nemica. Questo però costrinse anche i Bwca a scappare e a disperdersi per le lande e le contee. I Bwca cominciarono quindi ad avere rapporti con il Popolo Segreto locale e lentamente trovarono collocazione nelle case degli uomini, in varie forme. 

Nelle Alte Terre divennero i Bodach, ancora memori delle loro origini e tristi per la loro perdita, cosa che li rese cattivi di animo e pericolosi da incontrare di notte lungo i sentieri solitari. Nelle isole e talvolta presso i fiumi divennero i Fenoderee, usi ad abitare nei mulini disabitati, dove incessantemente macinavano il grano che trovavano nei fienili vicini, lasciandolo in sacchi bene impilati alla portata di chi lo desiderasse e apprezzando molto quando gli veniva lasciata una ricompensa. Il ramo più stupido della famiglia diede vita invece ai Brownie, che abitavano nelle case degli uomini, dentro i loro muri, ed il loro trapestìo veniva spesso creduto opera dei topi. Quando li si incontrava era solo perché loro si lasciavano vedere, dato che gli umani potevano vedere il Popolo Segreto solo se possedevano la seconda vista, o se avevano bagnato le loro palpebre con un particolare unguento magico. Chi vedeva un Brownie poteva chiedergli di aiutarlo nelle faccende domestiche, e di solito essi erano così semplici e creduloni che si facevano ingannare da vane promesse, finendo per servire le famiglie umane per generazioni. I Brownie, al pari degli elfi domestici - che nulla avevano a spartire con gli Alti Elfi, immortali e orgogliosi del loro stato di semidivinità - non gradivano l'essere ricompensati in più o in meno del pattuito. Ogni errore umano avrebbe provocato la loro fuga irata, e spesso anche la loro vendetta. E, come gli elfi domestici, i Brownie pensavano tradizionalmente che quando gli venivano donati degli indumenti questo li rendesse liberi. Molte furono le famiglie umane che persero i loro servi magici, pagando loro per errore anzi che con cibo o monete, con vestiti nuovi o usati che fossero. Certi Bwca infine, perdendosi nelle sterminate foreste del paese, si stabilirono vicino ai fiumi e si unirono agli Sprite che vi abitavano, dando origine alla razza degli Uruisg, dotata di forti poteri magici, e sovente amante delle Asrai, le fate dell'acqua. Così, il Popolo Segreto incrementò il già grandissimo numero dei suoi appartenenti e i re fatati delle contee ebbero davvero un gran daffare a tenere tutti sotto controllo.





*** FINE ***

sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DEL CUSCINO DI RE OBERON

 (Prima pubblicazione 21.06.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, oltre la valle dei Tumuli e nel folto di Bosco Buio, la collina sotto la quale viveva il Regno Segreto, governato da re Oberon e da sua moglie, Titania. Ora, accadde che re Oberon, per chi sa quale motivo, non riusciva più a dormire e questo lo aveva fatto diventare molto nervoso. Tutti sapevano quanto potesse diventare furioso il re, quando si arrabbiava, quindi folletti, gnomi, leprechaun, goblins e ogni altro abitante del mondo fatato cercavano una soluzione al problema. Anche re Brian, capo dei folletti, convocato a corte si scervellava tentando di trovare rimedi quando ebbe l'idea di andare a chiedere al Narratore. Detto fatto, seguito al solito dai suoi lacchè e fiduciari si incamminò verso l'antico villaggio. Giunsero a notte, non amavano farsi vedere dalla gente del posto, e bussarono alla porta del Narratore. Venne ad aprirgli il figlio e li condusse da lui. Se ne stettero a confabulare a lungo poi il Narratore ricordò una leggenda che aveva sentito tempo prima: sembrava che nelle grotte dei trolls fosse custodita un oca dalle piume morbidissime, che certo avrebbe dato al re un cuscino perfetto per dormire. Senza starci a ragionare oltre, i folletti si attrezzarono di tutto punto e partirono. Attraversare il Bosco Buio non fu complicato, si fermarono alla locanda di Tom de Danann a pranzare e bere birra, e proseguirono cantando canzoni follette e scambiandosi racconti e battute. Giunti che furono alle pendici di Monte Grigio, alzarono lo sguardo verso le caverne dei trolls, e prepararono il campo per la notte. Mai uscire di notte quando i trolls si muovono, lo sapevano bene!


Alle prime luci dell'alba si inerpicarono fino a raggiungere le caverne, in lontananza si sentiva il forte russare dei trolls e il loro terribile puzzo. Girarono in lungo e in largo alla ricerca dell'oca dalle piume morbidissime ma, arrivati in una sala sul cui pavimento erano disseminate tutte le ruberie dei trolls, tesori, scheletri, tutto l'immaginabile, videro una gabbia con due oche dentro, che dormivano. Si guardarono perplessi, senza sapere che fare ma re Brian, nella sua sterminata incoscienza, si buttò subito a spennarle tutte, aiutato dai suoi folletti, alcuni dei quali facevano da vedetta nel caso i trolls si fossero risvegliati ma era giorno e ovviamente gli orridi abitatori delle montagne non avrebbero mosso un passo alla luce del sole per paura di diventare di pietra. Re Brian finì di riempire un enorme fodera di cuscino con le piume e scapparono di gran carriera. Una volta al sicuro nella reggia di re Brian, i folletti si misero al lavoro per cucire e ricamare uno stupendo cuscino per il re Oberon, con l'emblema del Grande Lupo Notturno, sperando che servisse ad agevolare ancora di più il suo sonno.




Finalmente, tutti in corteo, si presentarono da re Oberon a consegnargli il dono. Il sovrano del Popolo Segreto, sentito la storia avventurosa, fu molto soddisfatto, li ringraziò promettendo loro bei doni e pensò di provare subito il cuscino. Lo poggiò sul letto ma... il cuscino prese il volo e iniziò a ballonzolare verso l'alto della sala reale! Tutti correvano qua e là nel tentativo di prenderlo e re Oberon diventava sempre più furioso quando, da una fessura del muro, sbucò un minuscolo spriggan che disse:- Ma cosa avete fatto dai trolls? Re Brian disse delle due oche e lo spriggan, ridendo:- Ma come, lo sanno tutti che i trolls custodivano le due oche più rare del mondo. Quella dalle piume morbidissime e quella capace di volare fin sulla luna! Non avrete mica mischiato le loro piume, vero? - disse, rotolandosi in terra dalle risate. Re Oberon, appena sentì cosa era successo, afferrò il minuscolo re Brian per un piede e lo lanciò verso il cuscino. Terrorizzato, re Brian ci cascò sopra e lo fece tornare verso terra. Le fate del regno riuscirono a legarlo con fili d'argento alla testata del letto e finalmente re Oberon poté provare a dormire. E come dormì! Ma re Brian e i suoi non restarono ad aspettare il suo risveglio, preferirono scappare il prima possibile.. Il Narratore e suo figlio, che erano stati chiamati dal corteo di re Brian affinché andassero con loro a portare il dono a re Oberon, invece, si godettero l'ospitalità di Titania al suo sontuoso banchetto di ringraziamento, prima di riprendere la via di casa con una nuova storia da narrare.





*** FINE ***

venerdì 21 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 01.02.2013)

© Crenabog 





" Finalmente, sei tornato. Iniziavamo a preoccuparci, poi le fate di Bosco Buio ci hanno avvertito che eravate ospiti di re Brian - esclamò Oberon, Signore del Popolo Segreto.- Immagino che te la sarai cavata bene, a quanto vedo!"

" Grazie, maestà. Ho avuto qualche incontro imprevisto ma alla fine sì, è andato tutto bene e ho potuto portare con me una parte del vecchio tesoro di Afelia."

" Sicuramente ti riferisci a Lahin; non credevo che fosse ancora là. Che fine ha fatto? "

" L'ho persa di vista quando le mura del castello non hanno retto e sono cadute. Immagino che possa essere morta ma non ne sono sicuro."

" Ad ogni modo non mi preoccuperei, il Portale è stato legato da un incantesimo e non può oltrepassarlo, quindi, a meno che non voglia viaggiare fin qui, e ne dubito, e sempre che sia ancora viva, Lahin non è un nostro problema. E poi,- fece, rivolto alla sua corte, - se mai si presentasse qui troverebbe una accoglienza adatta a lei! Giusto?" , concluse, lasciando che tutta la corte esplodesse in grasse risate. Tra il Popolo Segreto e streghe e negromanti non era mai corso buon sangue, e più d'uno di loro non aveva fatto ritorno vivo alle sue dimore.



" Maestà, per ringraziare vostra moglie per la sua infinita gentilezza, mi sono permesso di portare in offerta alcuni doni dal tesoro che ho portato con me... volete gradirli?"

" Uomo sciocco! Non ce n'era bisogno. Per noi è stato un piacere poterti aiutare ma, se proprio ti va, accettiamo di buon grado."

Il Narratore estrasse dalla giacca un anello elfico di grande bellezza e lo diede a Titania che sorridendo se lo mise al dito medio della mano destra; e una pietra preziosa dalle mille sfaccettature luminose donò a re Oberon, che lo ringraziò. Poi Titania si rivolse all'uomo:

" Le voci di Bosco Buio mi hanno narrato anche un altra storia, caro amico. Ho la sensazione che tu e Paulie abbiate qualcosa da dirmi.."

Il Narratore si voltò a guardare Paulie, seduta timidamente al suo fianco.

" E' esatto, mia signora. Voi conoscete la nostra storia, e avete accettato di ospitare Paulie nelle grotte sotterranee dove può nuotare liberamente insieme agli altri esseri fatati. Ma abbiamo dovuto fare i conti con i nostri cuori, e loro non sanno cosa sia la ragione. Stare lontani era una sofferenza, ora è un dolore. Qualcosa dobbiamo fare per risolvere questa faccenda: Paulie non accetterà mai di tornare al Mare del Nord né io me la sento di non rivederla più. So bene che la mia situazione mi impedisce di vivere una vita regolare insieme a lei ma almeno vi chiediamo di permetterci di viverla nel mondo del Popolo Segreto. Lei continuerà a stare qui, non verrà più al villaggio, io verrò a trovarla e quando lo farò sarà come se fossimo la stessa cosa. Ce lo concedete? ", disse, guardando Paulie negli occhi, mentre lei arrossiva in silenzio.




"Temevo che sarebbe successo, prima o poi. Sai che l'unione tra un uomo e una fata foca non è una cosa facile: la sua pelle originale va conservata nel più stretto segreto perché se venisse ridata a lei, sarebbe costretta ad indossarla e tornare al mare. Anche la lontananza dall'acqua la farà soffrire ma a questo si può rimediare. Tu, piuttosto, veramente la desideri al punto da voler vivere un altra vita qui tra noi, tutte le volte che lo potrai fare? Non tratterai male questa nostra sorella? "

" Ci ho pensato a lungo, mia signora. No. Non potrei mai, così come non posso più perderla."

" E allora va bene. Dopo che avremo festeggiato il tuo ritorno da Afelia, andrai al villaggio e ricomincerai come sempre la tua esistenza, badando a centellinare il tesoro che hai con te, cambiando le pietre in villaggi e città lontani, per non dare pensieri strani ai tuoi concittadini. Noi qui, intanto, sistemeremo alcune cose insieme a Paulie e poi ti manderemo a chiamare. Ora basta, pensiamo ad altro: sono certa che tutti, qui, sono ansiosi di ascoltare le tue avventure ad Afelia. E mio marito sarà sicuramente il più curioso tra di loro. - rise, rivolta a re Oberon. Il Narratore prese le mani di Paulie tra le sue, si alzò in piedi, guardò gli innumerevoli gnomi, coboldi, spriggan, boogie, nani, folletti, leprechaun seduti nella grande sala; le fate sedevano sugli scaffali che costellavano i muri illuminando a giorno la sala con il loro luccichio e persino qualche troll sedeva in fondo, intenti a maneggiare botti di sidro. I loro sorrisi riscaldarono il suo animo, alzò una coppa in segno d'omaggio a tutti loro, ed iniziò a narrare.


******

Re Brian parlottò a lungo, quella sera, insieme ai suoi luogotenenti, mentre sul lungo tavolo di quercia i boccali di idromele si susseguivano. Piani vennero elaborati, voglie inconfessate vennero espresse, problemi logistici vennero esaminati e le sacre pietre runiche vennero consultate, ma alla fine la conclusione non fu che una: i folletti volevano il resto del tesoro di Afelia e in un modo o nell'altro lo avrebbero avuto..




******

Seduta su un ramo, la gatta guardava la luna. Nell'aria ancora stagnava lieve il pulviscolo dei detriti. Ringraziò la Grande Madre per la sua capacità di mutare forma: un gatto, agile e scattante, aveva più possibilità di un essere umano di scivolare tra tra le rocce cadenti e salvarsi la vita..

" Tutta questa oscurità, tutti questi anni, tutta questa solitudine.

Così inutile..

Cercavo solo un bagliore che mi riscaldasse la vita.", pensava tra sé e, i suoi, furono pensieri di vendetta.


******

 Paulie sedeva allacciandosi le gambe con le braccia esili, tra le pellicce che coprivano il grande letto. Al morbido chiarore della luna, che filtrava dalle finestre della camera offerta da Titania, guardava il Narratore dormire disteso vicino a lei. Non l'aveva voluta prendere, e questo poteva comprenderlo. Anzi, ne era stata contenta, limitandosi a restare abbracciata a lui fin che il sonno non lo aveva trasportato nella dimensione del sogno. Lentamente, argentee lacrime di felicità scesero sul suo viso da bambina. Il Narratore dormiva, e i suoi sogni li conobbe soltanto lui.





     Qui termina la favola del Signore del Wangshire, così come viene ricordata dal Popolo Segreto.


*** FINE ***


giovedì 20 novembre 2025

LA FAVOLA DEL SOLSTIZIO D'INVERNO

 (Prima pubblicazione 21.12.2012)

© Crenabog 






Era un alba intrisa di nebbia, quella che si alzò sul villaggio; radi rumori si muovevano a fatica tra le brume, nel candore ovattato. Il Narratore non aveva dormito bene, la sera prima, probabilmente un boccale di idromele di troppo alla locanda aveva sortito il suo effetto, e restava in un blando dormiveglia seduto in poltrona quando gli sembrò di sentire un raspare alla porta. Si alzò per andare a vedere, aprì ma non vide nulla: abbassando lo sguardo vide un minuscolo gobelin, talmente ricoperto di pelli pelose da sembrare una specie di animale selvatico. Il Narratore lo fece entrare e sedere vicino al fuoco, poi andò a prendere una ciotola con del latte. Il gobelin produsse una specie di sorriso con la sua bizzarra faccia e poi disse:

" Sono venuto ad invitarti ufficialmente da parte di re Brian alla festa di stanotte. Tutti noi ci auguriamo che verrai ma ti raccomandiamo di coprirti molto bene. Fa un freddo terribile là fuori!"

Il Narratore sapeva, dato il periodo, di che festa si trattava e ne fu contento perché gli anni precedenti non era mai andato a curiosare e il sapere di essere richiesto gli dava una specie di minuscolo orgoglio, ben consapevole di quanto fosse rispettato nel Mondo Segreto. Chiese l'ora e il luogo ma il gobelin disse che sarebbero andati a prenderlo e che, se voleva, avrebbe potuto portare con sé suo figlio. Si accordarono poi se ne andò, facendo smorfie all'idea di dover uscire. La giornata passò tranquilla nelle faccende domestiche e, al tramonto, un allegro suono di campanelle giunse fuori di casa. Il Narratore e il figlio uscirono, intabarrati in pesanti cappotti e con mantelli di montone e si trovarono davanti un gruppo di kelpie, addobbati per la festa, con nastri rossi e campanellini d'argento, montati dai dignitari di re Brian. Faceva sicuramente un effetto bizzarro vedere quegli animali fatati, solitamente micidiali e dai quali non c'era scampo facile, agghindati in tal guisa ma, rassicurati dai folletti del re li montarono e si incamminarono sul sentiero che attraversava Bosco Buio.





Fu una strada lunga e tortuosa, resa solo un poco più facile dal luminoso volteggiare di sciami di minuscole fate, quella che li portò alla Brulla dei Dodici Troll; di solito la gente se ne teneva alla larga, a causa delle antiche leggende che la dipingevano come un luogo nefasto, testimone di sacrifici primitivi. La grande radura, circondata da alberi secolari, era stata preparata dalla corte di re Brian per l'occasione: al centro campeggiava una pira enorme di rami resinosi, mentre tutt'intorno tavoli imbanditi di cibo e frutta si preparavano a far passare degnamente le ore ai convenuti. L'aria era pervasa dai canti delle fate e il figlio del Narratore guardava tutto con occhi sbarrati, pieno di meraviglia. Quando tutti furono radunati, seduti in terra su stuoie e tappeti, re Brian diede il via alla festa e uno stuolo di folletti si precipitò ad accendere il falò, rischiarando a giorno il luogo. Mentre i leprechaun si dedicavano al versare le bevande nelle coppe a tutti, gremlins e gobelins tirarono fuori i loro bizzarri strumenti musicali: il Narratore pensava che sarebbe successo un caos, invece incredibilmente, riuscirono ad accordarsi e a dar vita alle loro musiche tradizionali. Le fate si avvicendarono alle vivande e tutti ebbero di che mangiare, le portate di maiale arrosto si susseguirono alle salse e ai piatti di patate bollite.



Vennero ultimi gli elfi portando grandi corone di vischio ed agrifoglio con le quali fecero un pittoresco abbellimento al trono portatile di re Brian Borough: il re dei folletti sapeva bene come far spettacolo! E, mentre le ore passavano tra risate, racconti di fantastiche avventure, gare a chi raccontasse bugie più inverosimili, giunsero infine anche gli Uomini Verdi, l'ultimo retaggio dei figli di Pan, da sempre celati tra gli inestricabili labirinti delle profondità di Bosco Buio, bastione contro un mondo che stava cambiando. Uomini dal sangue verde, dalla pelle verde, ricoperti di muschio, foglie e licheni, fieri nella loro orgogliosa e disumana bellezza, giunsero a testimoniare con la loro presenza che ciò che era stato non era ancora morto e, forse, mai lo sarebbe stato. Cantarono, in una lingua arcaica, della morte e della rinascita, del sonno e del sogno, della speranza. E anche se nessuno sapeva più capirli, i cuori di tutti gli esseri del Popolo Segreto li compresero a fondo. Inavvertita, sottile, si presentò al convegno anche la primissima luce dell'alba, così che i volti di ognuno, stanchi, accaldati, lieti, divennero riconoscibili agli altri. Venne l'alba, a decretare il termine della festa e a dichiarare la propria perenne immortalità; venne, e la ruota cosmica, come sempre tornò a girare.

"Felice Yule a tutti!" gridarono in coro, nessuno escluso. "Felice Yule!"







*** FINE ***  


LA FAVOLA DELLO GNOMO SFORTUNATO

 (Prima pubblicazione 31.10.2012) 

© Crenabog 




C'era una volta, lontano dal villaggio che conosciamo bene, la Radura dei Tumuli, quasi al centro di Boscobuio e là, sotto la più grande delle collinette, si celava l'ingresso principale al mondo del Popolo Segreto, saggiamente governato da Re Oberon e da sua moglie, la Regina Titania. Un giorno, poco discosti dall'ingresso, sedevano nell'erba morbida e riparata dal sole grazie alle ampie fronde degli antichi alberi, il Narratore del villaggio, suo figlio e Re Brian - il governatore dei Folletti. Amici da lungo tempo, avevano improvvisato una merenda campestre, in questo aiutati da una piccola corte dei servitori di Re Brian, che stavano appunto predisponendo tovaglie, stoviglie e vettovaglie, in bell'ordine, anche se - come c'era da aspettarsi dai folletti - tutto era spaiato e diverso, l'una cosa dall'altra.

" Oggi mi sento particolarmente allegro e per una volta, invece di sentire le tue storie, desidero narrarvene una io. Vi va? ", disse Re Brian.

Ovviamente padre e figlio accettarono di buon grado, anche perché l'uomo si guadagnava da vivere raccontando favole ai suoi concittadini e ogni cosa nuova che apprendeva lo aiutava.

" Dunque, forse ricorderete un certo furterello successo in casa vostra, parecchio tempo fa, un sacco di zucchero che sparì.. bene, ecco come andò realmente la faccenda. Lontano da qui, in una forra di rovi, aveva costruito la sua casa uno gnomo che era sempre scontento, rabbioso addirittura e che si considerava particolarmente sfortunato. In realtà non era buono a far nulla e non aveva mai voluto imparare a far niente, ma non era abbastanza intelligente da dare la colpa a sé stesso e cambiare. Se ne andava in giro sempre rimuginando e borbottando quando ecco che un giorno si infilò in una grotta da tempo abbandonata da altri gnomi scavatori, di quelli che cercano gemme nelle profondità della terra. Girò a lungo, rimestò tra le cose abbandonate là sotto poi, mentre si accingeva ad andarsene scorse in un anfratto una piccola scatola, quasi un forziere in miniatura. La afferrò circospetto e subito fuggì via, con l'intento di aprirla in un luogo sicuro. Tornò sotto il suo cespuglio e delicatamente la forzò per aprirla. Subito, dalla scatola si affacciò un piccolissimo folletto, si guardò intorno e lo salutò ringraziandolo per averlo liberato dalla sua prigione. Lo gnomo non sapeva che farsene, quando il folletto gli disse che avrebbe esaudito un suo desiderio. Lo gnomo non ci pensò su due volte, era così abituato a ripetere a tutti quanto fosse sfortunato che, appunto, chiese di diventare fortunato. Il folletto rispose che questo non poteva farlo ma che gli avrebbe concesso un colpo di fortuna e uno soltanto. Lo gnomo si disse d'accordo ed ecco comparire davanti a lui una tovaglia di seta finissima con una monumentale torta riccamente decorata. Lo gnomo disse che sì, aveva fame, ma che non capiva cosa significasse; il folletto gli rispose di aspettare almeno un ora e avrebbe capito anche troppo bene, poi sparì in una nuvoletta di fumo. Mentre dunque lo gnomo se ne stava seduto davanti a quel magnifico dolce, ecco passare Re Oberon con il suo seguito di dignitari per la passeggiata mattutina: davanti allo spettacolo di quella torta tutti si fermarono, Re Oberon chiese di poterla assaggiare e se ne deliziò; chiese allo gnomo se l'avesse fatta lui e quello, gloriandosene, rispose di sì. Per tutta risposta Re Oberon lo nominò seduta stante suo pasticcere ufficiale, con tutti i vantaggi di notorietà e guadagno che ne avrebbe ricavato, ordinandogli di prepararne un altra per la cena regale del giorno dopo. Quindi la corte si sedette e mangiò tutto il dolce mentre lo gnomo era combattuto tra l'inattesa felicità e il panico, ben sapendo che non aveva mai cucinato niente del genere in vita sua. Come restò da solo, ricominciò a lagnarsi di quanto fosse sfortunato anche nella fortuna e, invece di confessare tutto a Re Oberon e ottenere magari un posto da aiutante nelle cucine, si mise a pensare a come avrebbe potuto fare: aveva vaghi ricordi di certi pasticci dolci mangiati da piccolo e si illuse di farcela. Provò a mettere a bollire delle barbabietole per seccarne il succo e farne zucchero ma ne ottenne un impiastro puzzolente; provò ad allungare nell'acqua bollente la resina mielosa di certi alberi ma anche così ne ebbe solo una zuppa appiccicosa e aspra. Decise quindi di procurarsi dello zucchero e dove meglio avrebbe potuto rubarlo, se non a casa vostra, ben sapendo che tu eri in giro a narrare storie e avendo visto il bambino occupato a girare in groppa a un kelpie insieme a Paulie? Come? Non lo sapevi? ah ah! Va bene, litigherete poi a casa, adesso lasciami continuare. Insomma a farla breve, sgusciò in casa, rubò un sacchetto di zucchero e se ne scappò via. Passando sulla soglia della finestra però, incappò in un chiodo, e dal sacco uscì un sottile filo di zucchero che, dopo pochi minuti richiamò dietro di sé tutte le formiche e gli insetti di Boscobuio, che se ne rallegrarono abbondantemente. Quando arrivò nel suo rifugio si accorse di averne solo un piccolo pugno e ricominciò a prendersela con sé stesso, col mondo, con i folletti e solo gli Dei sanno con cosa altro. Temendo le ire di Re Oberon si precipitòn della nostra città, alla ricerca di un dolce il più sfarzoso possibile da offrirgli. Sbirciando tra le botteghe, come al solito molto male illuminate dal chiarore dei funghi sotterranei, dei mastri pasticceri ne vide uno particolarmente bello: gettò una moneta contro il vetro della bottega e quando lo sconsiderato pasticcere scattò fuori per arraffarla, lui schizzò dentro e uscì dal retro con la torta, dopo averla frettolosamente infilata nella scatola di raso più bella che trovò. Alla cena del Re eravamo presenti tutti, noi della corte, avvertiti che ci sarebbe stata una sorpresa: già si era sparsa la voce di un nuovo cuoco e tutti, gnomi, folletti, elfi, leprechaun, trolls, gobelins volevamo assaggiare le novità. I cuochi reali portarono le consuete cibarie e poi fu la volta del dolce: ecco quindi che questo gnomo, tutto pulito e lucidato, saltellante e piroettante, entrò tenendo bene in vista la scatola da regalo. La posò davanti al Re, si inchinò più volte e si pose in disparte per ricevere i sicuri elogi: la Regina Titania si alzò e la scartò per il marito poi tutti - io, lo ammetto, fui il primo - scoppiammo a ridere mentre il volto del Re si oscurava e lo gnomo cercava di farsi il più piccolo ed invisibile possibile. .. Finì a fare lo svuotatore delle fognature regie, sbeffeggiato da chiunque lo incontrasse e ancora sta lì, che si prende a sberle da solo. Sì, piccolo? Ah, vuoi sapere come mai successe tutto questo? Semplice, la torta era stata ordinata dai notabili della corte dei Folletti e, sul lato che lui non aveva guardato, c'era scritto " Lunga vita a Re Brian " .




*** FINE ***