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venerdì 27 febbraio 2026

LA FAVOLA DEL NOME RIVELATO

(Prima pubblicazione su Blogspot   27.02.2026)

© Crenabog




Quella mattina il Narratore scriveva, come faceva ormai ogni giorno, nella vecchia poltrona di cuoio accanto alla finestra. Davanti a lui, sul minuscolo tavolino a tre piedi, si accumulavano fogli fitti di appunti: ricordi di lunghi viaggi, storie raccolte nei villaggi più remoti, leggende ascoltate nelle notti di vento.

Da quando si erano stabiliti nella rustica casetta in pietra e tronchi in cima alla grande collina, quasi nel cuore di Bosco Buio, egli aveva deciso che la memoria andava custodita anche sulla carta. Raccontare non bastava più. Le storie, come le persone, meritavano di restare.

Lassù la vita scorreva quieta. Sotto la collina fervevano le attività del Popolo Segreto, i Sidhe governati con saggezza da re Oberon e dalla regina Titania. Era stata proprio Titania a volere che i suoi amici potessero vivere anche al di fuori del regno ipogeo: aveva fatto costruire la villetta da gnomi e folletti, e tramite le scale vorticose Paulie poteva ancora raggiungere il lago sotterraneo, dove sorgeva la loro prima casa, per nuotare con le fate quando ne aveva avuto desiderio. E il Narratore, dal canto suo, poteva godere del cielo azzurro che coronava lo Shire.

Paulie non aveva mai desiderato altro che stare con lui. Da quando lo aveva incontrato sulla battigia della Spiaggia dei Giganti e gli aveva sussurrato il suo vero nome, donandogli anche la sua pelle di foca e scegliendo di restare umana accanto a lui, la sua felicità era stata semplice e assoluta. Ora si dedicava alla casa, ai piccoli gesti quotidiani, ai viaggi condivisi, e ricamava pazientemente motivi celtici su fazzoletti, tessuti e mantelli.

Il Narratore non aveva più bisogno di vagabondare per guadagnarsi il pane con le sue storie: da quando aveva sottratto parte del tesoro di Lahin, la strega del Wangshire, poteva provvedere a ogni necessità e, di tanto in tanto, sorprendere Paulie con qualche dono.
Così, quella mattina, ognuno era immerso nelle proprie occupazioni. Paulie cuciva un ricamo su un fazzoletto bianco; il Narratore scriveva. Dopo un poco, senza neppure sollevare lo sguardo dall'ago, lei disse:

- Tesoro, stavo pensando una cosa…

- Mh? Che cosa, amore mio? — rispose lui, posando la penna.

- Pensavo… ormai sono anni che stiamo insieme, vero? E ne abbiamo viste di cose. Ne abbiamo passate tante…

- Oh certo. Cose belle e cose brutte. E bruttissime, purtroppo. Però siamo sempre insieme.

- Sì, caro, e ringraziamo gli dei e la buona fortuna. Ma sai… mi è venuta in mente una cosa che non ti ho mai chiesto. Forse ti sembrerà ridicolo, e per favore non metterti a ridere. Tesoro, dimmi... qual è il tuo nome?

Il Narratore la guardò. Ripensò al giorno in cui lei gli aveva sussurrato “Paulie” all'orecchio, legandosi a lui per sempre. Si rese conto che, in effetti, nessuno gli aveva mai chiesto quel dettaglio.

Per tutto lo Shire era sempre stato “il Narratore”, Finbar lo aveva sempre chiamato papà.
E Paulie, semplicemente, amore, caro, tesoro.

Secondo le antiche tradizioni, il nome poteva essere usato contro un uomo; era un varco, un punto fragile che maghi e streghe sapevano riconoscere. Per questo non lo aveva mai offerto a nessuno. Ma Paulie era il suo bene più prezioso. La sua ingenua fiducia lo stupiva e lo affascinava ancora. Perciò si alzò, le si avvicinò e appoggiò la fronte alla sua.

Per un istante rimase in silenzio. Poi le diede il potere.

- Finnegan, amore mio. Mi chiamo Finnegan.



*** FINE ***

lunedì 24 novembre 2025

LA FAVOLA DI ABIDIAN (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 25.02.2014)

© Crenabog 




Il Narratore sedeva tranquillamente appoggiato all’albero sul quale Abidian se ne stava nascosta, avvolto dal leggero fumo della pipa di radica che suo figlio gli aveva regalato. L’aroma speziato saliva in placide volute verso il cielo, inebriando la piccola fata che non ne conosceva l’uso. E, mentre si cullava in bizzarre visioni di nuvole aromatiche, sentì un fruscio farsi largo nel profondo silenzio della piccola radura; nessun animale osava più avvicinarsi, dopo aver mangiato le nocciole incantate che coprivano il terreno. La risata cristallina di Mab eruppe da un cespuglio, anticipando il suo ingresso, poco trionfale in verità, a cavallo della enorme chiocciola: dietro di lei atterrò anche la gazza che era volata ad avvertirla.

- Narratore! Ogni volta che vai da qualche parte ci son sorprese, non è così? Re Oberon mi dice che qui qualcuno ha fatto pasticci… Vero, tu, lassù! Inutile che cerchi di nasconderti, scendi immediatamente!

Abidian scivolò a terra e si inchinò profondamente alla regina delle fate.

- Allora! Chi ti avrebbe dato il permesso di prenderti questa radura? E con che modi, poi! Mi hai fatto perdere la faccia con tutto il Popolo Segreto!

- Oh, maestà, chiedo perdono! Ero talmente arrabbiata per essere dovuta fuggire dai trolls che volevo a tutti i costi un luogo tranquillo per me.

- E c’era bisogno di far fuggire tutti? Di lanciare incantesimi sulla roba da mangiare? Cosa ti ha mai detto quel cervello?

- E’ stata la prima cosa che mi è venuta in mente…

- Figuriamoci se una fata perdeva tempo a ragionare. E a chi tocca sistemare le cose? A Mab, certo, se non ci fossi io cosa fareste, eh? Cosa sareste? Un mucchio di pazze che vanno in giro a far follie! Vergogna!

Abidian era senza parole e sembrava sul punto di piangere. Il Narratore si godeva la scena, conoscendo Mab sapeva quanto le piacesse fare queste scene teatrali; in fondo la regina accudiva e badava affettuosamente a tutto il suo popolo e avrebbe risolto la situazione senza problemi. Ci teneva però a far sì che la fata non dimenticasse la lezione, quindi disse:

- Ora ci penso io, ma non mi scorderò di punirti in qualche modo. Tornatene sull’albero e lasciami fare. Narratore, per favore, saresti così gentile da trovarti un bel masso su cui andare a sederti così posso darmi da fare?

- Ci mancherebbe, mia signora, vado subito! ,- e si allontanò. Mab battè forte le mani e al suo comando si fece strada tra l’erba un lunghissimo esercito di gigantesche formiche. La minuscola regina si avvicinò a quella in testa al gruppo, borbottò qualcosa di incomprensibile e rapidamente raggiunse l’uomo sul rialzo muschioso.

- Che intenzioni hai, regina?

- Le formiche son tutto istinto e obbedienza, ma di cervello ne hanno veramente poco. Gli ho detto che possono mangiarsi tutti i frutti che trovano e stai certo che di visioni e allucinazioni non ne avranno nessuna! Non è una bella pensata?

- Ottima, direi. Godiamoci lo spettacolo e, se mi è concesso, posso permettermi di offrirti un dolcetto? ,- disse, estraendo dal tascapane un pasticcino di marzapane colorato e invitante.

- Ah, tu sì che sai come far felice una donna!


Cinnia sgattaiolò fuori della dimora di suo padre e a grandi salti - ogni volta che tornava sulla Luna si divertiva un mondo con la differenza di gravità - raggiunse il Ragno e lo pregò di srotolare il suo filo d’argento: aveva una fretta indiavolata di tornare da Finbar e aveva deciso di non aspettare più. La grande bestia ronfava placidamente e ci mise un po’ a comprendere cosa volesse la ragazzina poi, come sempre ubbidiente, si mise al lavoro…






- A quest’ora la tua amichetta starà già precipitandosi da te, ragazzo mio. - disse Orna Baba, asciugandosi le labbra dalla zuppa di funghi che aveva avidamente mangiato. - E quindi, - soggiunse, con aria sorniona, - direi che è venuto il momento che mi ripaghi dei miei servigi…

Finbar era piuttosto preoccupato, aveva ingenuamente pensato che il grande cesto di funghi raccolti insieme a Bobul, il folletto che dimorava nella cantina della locanda di Tom, potesse essere un pagamento sufficiente. E’ vero che il figlio del Narratore non aveva esperienza di traffici con le streghe e ora, a mente fredda, si rese conto che poteva anche costargli caro.

- Come posso farlo?

- Ah, un bel ragazzo come te mi ha fatto venire in mente qualcosa che non ho da tanto tempo. Ti ho realizzato un sortilegio d’amore e dunque voglio anche io un segno d’amore. Ho letto nella tua mente, sai, e ho visto te e, come si chiama? Ah, sì, Cinnia. Non vi siete ancora dichiarati quindi non vi siete ancora baciati. Ed è questo che voglio. Il tuo primo bacio deve essere per me!

Orna Baba era una bella donna, indubbiamente, anche se Finbar sospettava che quello fosse solo l’aspetto che aveva assunto quando li aveva ricevuti, e se fosse stato un uomo probabilmente non si sarebbe fatto problemi; ma adesso, nel sentire il prezzo da pagare, iniziò a ritrarsi. Nel suo intimo non voleva assolutamente dare ad altri quel che voleva riservare alla ragazza che amava ma, come evitare di farlo? Mentre Orna accennava a spostare la sedia per alzarsi e andare da lui, il giovane cercava pian piano di avvicinarsi alla porta, quando la strega se ne accorse.

- Ah! Cerchiamo di svignarcela, eh? Quel che hai avuto, ora lo pagherai… ,- ma finì la frase farfugliando, e ricadde pesantemente a sedere. Il suo sguardo si fece vago e poi crollò con la faccia nella zuppiera. Bobul prese la mano di Finbar e lo trascinò rapidamente all’esterno:- Padrone, immagino che tu mi veda come un folletto nasuto, panciuto e basta, ma questo folletto ne sa di cose ed è anche molto previdente. E i funghi che ho scelto, li ho scelti molto accuratamente… ,- esplose in una risata che sarebbe degnamente potuta uscire dalla gola di un troll. - Come vedi, niente più da pagare! Orna Baba ne aveva combinate anche troppe, e non è il caso che stia qui a raccontartele. Forza, torniamo da dove siamo venuti!







Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola di Abidian 8

LA FAVOLA DI ABIDIAN (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 18.02.2014)

© Crenabog 




In breve tempo il Narratore raggiunse un intrico di vegetazione così fitto da rendergli quasi impossibile attraversarlo. Tutt'intorno, nel pulviscolo dell'aria, si accavallavano i consueti rumori del sottobosco e i versi di uccelli e animali: pensò che non ci fosse nulla di strano, tranne forse il sovrabbondante rigoglio di frasche, cespugli, rovi, che raggiungevano una altezza inusitata. La gazza sembrava insistere sul fatto che lui dovesse procedere, quindi legò il cavallo ad un albero e cercò di aprirsi un varco. Non riuscendoci, estrasse un grande coltello da caccia che gli era stato donato da re Oberon e, a furia di fendenti, finì per ritrovarsi in una vasta radura, quasi completamente ricoperta da nocciole cadute dagli alberi circostanti; nel mezzo spiccava un albero maestoso, dalla base istoriata di funghi e licheni e dal fusto ricoperto di un morbido vello di muschio verde. Nell'area regnava un silenzio innaturale e immaginò di trovarsi nella zona di cui gli avevano parlato. Subito, si fece diffidente e cercò di individuare la fonte dell'incanto. Silenziosa, e ben nascosta tra i rami, Abidian osservava l'uomo avvicinarsi.





La strega trafficò con i suoi scaffali ricolmi di ampolle, libri e altre strane cose poi si rivolse a Finbar, dicendo:

- Allora, vogliamo stringere questo patto?

- Io.. penso di sì, è per questo che sono venuto, ma sarei forse poco accorto se non le chiedessi cosa desidera in pagamento.

- Giovane e saggio, a quanto vedo. E un pochino ingenuo nel pensare che mi sarei accontentata di una cesta di funghi anche se hanno un aspetto davvero allettante.

- Non avevo idea di come si svolgono questi commerci, la prego di scusarmi.

- Davvero allettanti, dicevo, sì, e immagino che se ne mettessi qualcuno a bollire non sarebbe fatica sprecata..

Orna tornò a gironzolare nella cucina, o nel laboratorio, a seconda dei punti di vista: rovesciò il contenuto della cesta in un calderone pieno d'acqua calda e si godette la vista dei funghi raccolti da Bobul mentre salivano e scendevano tra le bolle. Il grasso folletto intanto, dal fondo della sala buia, cercava di richiamare l'attenzione di Finbar con dei cenni sommessi. Mentre Orna Baba proseguiva nella preparazione il ragazzo gli si avvicinò:

- Cosa vuoi, Bobul? ,- sussurrò.

- Stai attento, che di lei non c'è da fidarsi, padrone. Oh sì, le cose le fa, è risaputo ma è anche ben nota per tutte le volte che ha cercato di rivoltarle a proprio vantaggio. Lo vedo, sai, con che occhi ti guarda.

- Mica vorrà.. mangiarmi, eh!

- Ah no, non penso proprio, non ho mai sentito cose del genere. Comunque, cercherò di darti una mano.

- Come pensi di farlo?

- Di questo non ti preoccupare.. ,- replicò Bobul, pizzicandosi il lungo naso e tornando nell'ombra.


Il Narratore si sedette su un masso ricoperto di muschio vellutato, pensoso, sperando che accadesse qualcosa in grado di illuminarlo quand'ecco che da un albero discese uno scoiattolo dal pelo fulvo, e tranquillamente adocchiò la distesa di nocciole, ne afferrò una e cominciò a rosicchiarla. Neanche un attimo più tardi il Narratore vide l'animale rizzare la grossa coda e barcollare, lo sguardo vitreo, iniziò a fischiare e sibilare, muovendo le zampe in modo assurdo, e cadde disteso a pancia all'aria come inebetito, sognando chi sa cosa.

"Dunque è questo, sono i frutti che sono stati incantati, chi li mangia non capisce più nulla. Ma chi può averlo fatto?" , pensò tra sé e sé . Un vago rumore gli fece alzare gli occhi e intravvide un muoversi tra le foglie.

- C'è qualcuno lassù? ,- disse a voce alta. - Non ho intenzione di farti del male.

Abidian, che nel frattempo aveva preso le dimensioni di un grosso gatto, si affacciò tra il verde, mostrandosi.

- Sei una piccola fata?

- Sono Abidian , signora e padrona della radura e dell'albero dove vivo. ,- disse orgogliosamente.

- Io sono il Narratore del Popolo Segreto e ti porgo il mio rispettoso saluto.

- Dunque sei tu il Viaggiante, colui che vaga per raccontare le leggende? Non ti avevo mai incontrato prima. Ma è comprensibile, se non eri mai venuto nelle mie terre, al nord.

- E' così, evidentemente il mondo è troppo grande perché io possa averlo percorso tutto.

- E cosa vuoi da me?

- Con rispetto, vorrei chiederti cosa hai intenzione di fare tu qui, incantando le cose. Molte persone ne hanno riportato danno e penso anche molti animali.

- Cosa me ne importa! ,- replicò, stizzita. - Nessuno deve entrare qui.

- Capisco, vuoi solo essere lasciata in pace?

- Esattamente!

- Ma non credi di aver fatto abbastanza danno?

- Impudente! Potrei anche lanciarti un incanto! Però.. devo ammettere che forse ho esagerato un pochino..

- Credo anche io. Sarebbe ora di porci rimedio, sei d'accordo?

- Ma voglio essere sicura che nessuno venga a disturbarmi!

- Oh, se è solo per questo il modo si troverà. Hai incantato tutti i frutti?

- Giusto. Tutte le nocciole che sono cadute e anche quelle sugli alberi.

- Allora basterà che le disincanti, se vorrai essere così gentile.

- Potessi lo farei, a questo punto. Mi vergogno a dirlo, ma gli incanti so solo lanciarli e questo, quando l'ho tirato, ero così furibonda che temo non sia annullabile in alcun modo.

Il Narratore si prese la testa tra le mani, a volte la leggerezza con cui le fate combinavano i loro pasticci lo lasciava senza parole. Cominciò a intravvedere come si sarebbe potuta risolvere la faccenda e con un lungo fischio, chiamò a sé la gazza.







Continua nella sesta puntata, QUI : La favola di Abidian



LA FAVOLA DI ABIDIAN (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 11.02.2014)

© Crenabog 




Proprio mentre Bobul stava per staccare certi grandi funghi che aveva adocchiato sotto un albero, Finbar gli fece cenno di fermarsi. Aveva notato qualcosa di strano..

- Guarda meglio, è una mia impressione o quei funghi non sono funghi?

- Eh? Ah, aspetta, sì, hai ragione, oh dei, stavo per staccare le case dei folletti dei funghi!

Dai funghi vennero fuori dei piccolissimi Kippan, strepitanti ed evidentemente impauriti. Bobul si mise subito a parlottare con loro in lingua folletta, rassicurandoli e scusandosi per l'equivoco. I Kippan, poco noti a BoscoBuio, prediligevano costruire le loro microscopiche abitazioni nei grandi funghi del nord, al buio delle foreste, dove gli uomini non andavano per la raccolta e dove gli animali non brucavano né erba né funghi. Vivevano indaffarati e pacifici, forti della loro presenza nascosta agli occhi estranei. Bobul approfittò per chiedere loro se la direzione per la casa di Orna Baba fosse giusta e quelli gliela spiegarono con dovizia di particolari. Si rimisero quindi in cammino, senza sapere che Orna era già stata avvertita della loro venuta da Maghnu, lo spirito-cerbiatto. Non tutte le streghe tenevano presso di sé dei gatti, come la tradizione avrebbe voluto, per usarli come compagni elementali: certe grandi streghe del nord, come Orna, mantenevano un più profondo legame con la natura accogliendo presso i loro antri gli spiriti degli animali del bosco morti. Davano loro riparo e conforto, intrattenendoli in lunghe, solitarie conversazioni quando le notti erano più fredde, ed in cambio quegli spiriti vagavano per i boschi riferendo loro le notizie che potevano interessarle, mettendole in guardia contro l'arrivo di ospiti indesiderati e impaurendo eventuali aggressori con il loro freddo alito mortale.




Il Narratore guardò stupito la grande gazza che era scesa davanti a lui sulla chiatta. Sembrava proprio che volesse attirare la sua attenzione. L'animale scosse più volte la testa e l'uomo fu certo che aveva qualcosa da dirgli.

- Stavi cercando me?

L'uccello scosse il capo arruffando le ali.

- E' successo qualcosa, hai bisogno di aiuto?

Nuovamente accennò di sì.

- Qualcuno ti ha fatto del male, o forse è in pericolo?

La gazza girò più volte la testa in direzione dell'approdo.

- Devo andare là? Ci stavo giusto venendo, vuoi che facciamo la strada insieme?

La gazza scosse le ali e volò sulla spalla del Narratore. Era abituato a stare a contatto con gli animali della foresta e non si creò problemi. Nel frattempo la chiatta ormeggiò e poté scendere, salendo nuovamente a cavallo. L'uccello si alzò in volo e lui prese a seguirlo.


Orna Baba aprì la porta, guardò il giovane e il folletto grassoccio, e fece loro cenno di entrare. Quella che da fuori appariva come una collina uguale a tante altre era invece all'interno ben riscaldata da un grande fuoco che ruggiva nella bocca del camino, piena di mobili in legno intarsiato e tutta la attrezzatura che ci si sarebbe aspettati in un luogo simile. La strega si tolse la maschera di cuoio che portava sempre per spaventare chi fosse venuto a disturbarla e fissò Finbar negli occhi; negli angoli bui della sua casa frusciavano piccoli folletti e altri misteriosi animali, sgattaiolando qua e là, indaffarati in chi sa cosa.

- Dunque, avete fatto un lungo viaggio per venire a trovare Orna Baba. C'è qualcosa che volevate chiedermi?

Finbar cominciava ad avvertire la profonda malia della donna avvolgerlo.

- Signora, mi chiamo Finbar e sono qui per chiedervi di aiutarmi. Sto cercando una ragazza, credo di sapere dove sia ma non ho modo di raggiungerla e vorrei farle sapere che la aspetto.

- Oh, qui siamo nel pieno di una storia d'amore, allora. Quando parli di ragazza, intendi dire che è la "tua" ragazza?

- Ehm, penso che si possa dire così, Signora. Il nostro è un legame particolare, anche se in verità non mi sono ancora dichiarato a lei.

- Ah ah! Le solite cose! E che legame sarebbe mai, questo, se non ve lo siete detto?

- Gli ho dato il nome.

- Ecco. Ora le cose sono più chiare. Quindi è una fata?

- Non esattamente, lo è solo in parte, ma appartiene comunque al Popolo Segreto.

- Mentre tu sei solo un ragazzino, umano, giusto? Non dovresti neanche essere qui, figuriamoci chiedermi certe cose.

- Ma può fare qualcosa? ,- disse Finbar, angosciato e timoroso che la strega potesse rifiutarsi. Orna scosse la testa.

- Posso chiamartela, e fare in modo che desideri tornare da te al più presto. Questo è tutto quel che vuoi?

- Sì, certo.

- Ci sarà comunque un prezzo da pagare, mio caro ragazzo.







Continua nella quinta puntata, QUI : La favola di Abidian 5



LA FAVOLA DELL'INVIDIA (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 02.11.2013)

© Crenabog 




Re Oberon, soddisfatto di come erano andate le cose, decise dunque di dare il via ai festeggiamenti e tutti si prodigarono nell'organizzazione. Intanto, Gros Fil, furibondo, prese nuovamente la strada per Mount Radah, deciso ad andare a litigare anche con la strega. Mentre il tempo si oscurava e un vento freddo cominciava a sibilare nella foresta, continuò ad inoltrarsi tra rovi e sentieri scoscesi, fino a raggiungere il rifugio di Agdan. Ma l'invidia che covava nel suo cuore rattrappito era decisamente nulla in confronto a quella che infuriava nella mente della strega. Da quando era stata esiliata, la sua rabbia era man mano aumentata e aveva avvelenato persino il territorio circostante. Non erba cresceva nei dintorni ma sterpaglie deformi, né animali brucavano o correvano in quella zona. Solo funghi velenosi, scorpioni e pipistrelli conoscevano quel luogo. La strega aveva visto, nel piano del folletto, una ghiotta possibilità per vendicarsi e quando seppe del fallimento non disse nulla. Alzò gelida una mano, fissò Gros Fil e con un rapido movimento scagliò su di lui un maleficio così potente da tramutarlo in un sasso informe. Ghignando, lo allontanò con un calcio, mandandolo a rotolare fin sul ciglio di un burrone e restando a guardarlo cadere oltre il bordo, fino ad infrangersi nelle viscere del monte.


L'invidia, però, è un demone inarrestabile e sa trovare mille modi per rovinare la vita a chi lo nutre e a chi lo subisce. Dall'alto di Mount Radah, completamente ignara di tutto, se ne scendeva caracollando tranquilla una zolla vagante - quelle curiose zolle fatate che, toccate casualmente dalle fate, si staccano dal terreno e se ne vanno gironzolando per il mondo. La zolla, sulle sue minuscole gambette fatte di radici, passeggiava seguendo la discesa, senza una precisa destinazione, condotta solo dall'incanto e così finì per passare sul terreno di Agdan, imbevendosi di invidia sino alla più piccola briciola di terra. Ma, siccome era appunto solo una zolla, non se ne accorse neppure e continuò a gironzolare con il suo carico mefitico, scendendo, scendendo, sino ad arrivare al sentiero che conduceva direttamente alla reggia di Oberon.


- Tan ha fatto davvero un bel lavoro, non credi? - disse Paulie al Narratore.

- Certamente, ma non c'era da aspettarsi di meno da lui. Oh sì, è sbadato, certe volte non si sa a cosa stia pensando, ma nel suo mestiere non lo batte nessuno.

- Pensi che i ragazzi siano stati contenti?

- Ne sono convinto, ma la cosa importante è il risultato che hanno ottenuto dagli Uomini Verdi, e quel che hanno dimostrato. Maturità, intelligenza, coraggio e... be', il resto non è quel che farebbe piacere all'Uomo della Luna, vero? - aggiunse, ridendo. Paulie si unì a lui e, presolo per mano, andò a guardare il programma della festa vergato in bella calligrafia su una pergamena e attaccato al muro del salone. - Guarda, domani sera ci sarà il ballo! Oh!

- Non vuoi andarci?

- No, desidero andarci, il guaio è che non so se il vestito che ho sia abbastanza indicato.

Il Narratore guardò Paulie, semplicemente abbigliata con una tunica candida stretta in vita da una cinta di seta verde, e non vide nulla che non gli piacesse. E' anche vero che qualsiasi cosa Paulie si fosse messa addosso gli sarebbe piaciuta ugualmente, e quindi non contava molto il suo giudizio! Paulie però ci teneva e avrebbe voluto comparire al suo fianco nel miglior modo possibile quindi azzardò una richiesta:

- Caro, pensavo se non sarebbe possibile chiedere all'Uomo della Luna se il suo ragno gigante sarebbe disposto a darmi un po' di filo d'argento.

- Sempre che non sia ancora arrabbiato con Cinnia e con Finbar.

- Ah già. Ma dai, se glielo chiedo io magari non dirà di no.

E così discutendo andarono alla taverna di Tom, nel folto di Bosco Buio, aspettando che si facesse buio e Cinnia si preparasse a salire da suo padre tenendosi al filo che calava il ragno gigante. Quando fu ora, ed il filo giunse a terra, invece di salire lei, ci si arrampicò Paulie , cosa che sorprese moltissimo l'Uomo della Luna. Quando lei fece la sua richiesta, restò sorpreso ma l'affetto che nutriva per l'amico Narratore e la sua amata fecero sì che chiamasse subito il ragno. Al richiamo, da dietro le lontane montagne della Luna, dalla profonda e perennemente buia zona d'ombra, arrivò silenzioso e saltellante l'enorme bestione peloso che si accucciò davanti a loro.

- Amico ragno, la cara Paulie è salita sin quassù a trovarci, e vorrebbe chiederti una gentilezza. Ha bisogno di un abito e avrebbe tanto piacere di poterselo cucire con una matassa del tuo filo d'argento. La vuoi accontentare?

Paulie guardò intimidita il gigantesco aracnide, non era mai stata così vicina a quella bizzarra, mitica, figura e aveva - ebbene sì - un po' di paura. Il ragno la fissò e poi, grugnendo ed emettendo strani versi fece segno di no con la testa. E prima che potessero far nulla la afferrò con due zampe irsute e se la portò alla bocca.




- Che stai facendo! - strillò l'Uomo della Luna, preoccupatissimo. Ma non ebbe neanche il tempo di tirarla via che già il ragno aveva cominciato a farla ruotare vorticosamente, come una trottola. In pochi minuti la fermò: Paulie ondeggiò su sé stessa, completamente disorientata ma agghindata di un meraviglioso abito di ragnatela argentea. Una cosa mai vista, brillante dei raggi della luce lunare, etereo come lei, come una nuvola. - Ahahah! - scoppiò a ridere l'Uomo della Luna - ma che pazzo che sei, son sorprese da farsi, eh?

Il ragno sembrava soddisfattissimo e gongolante, Paulie era senza parole. Ringraziò, li salutò con tanti inchini e tornò dal Narratore, scendendo lungo il filo, accolta dagli applausi di tutti coloro che stavano a bere nella taverna. Tornarono alla reggia proprio mentre la musica delle danze cominciava a librarsi in ogni anfratto di Bosco Buio, pensando alla faccia che tutti avrebbero fatto nel vedere il suo nuovo, incredibile abito.

Re Oberon, che veniva sempre informato di tutto dai suoi sudditi, già era al corrente della cosa e li aspettava sul portone insieme a Titania. Li vide avanzare, gioì dell'espressione radiosa di Paulie e si preparò a complimentarsi con lei quando improvvisamente la fata foca calpestò l'unico pezzo di terra che non avrebbe mai dovuto trovarsi lì. La pestilenziale zolla vagante colpita dalla maledizione di Agdan, che si era fermata a riposare proprio davanti all'uscio. L'invidia che viaggiava con lei colpì immediatamente l'aura felice di Paulie e il suo sogno cominciò a disintegrarsi: in pochi attimi la giovane, bellissima fata foca si ritrovò nuda, coperta solo dalla sua lunga chioma e dalla giacca di tweed che il Narratore precipitosamente le gettò addosso. Come comprese quel che accadeva iniziò a piangere dal dispiacere, re Oberon si chinò a guardare la zolla, la annusò e riconobbe il maleficio della strega ma, anche se con un ordine magico fece scomparire ogni oncia di invidia dalla povera zolla inconsapevole, oramai il danno era fatto.


- Tranquilla, amore. Ci sono io qui con te. Vediamo quel che si può fare, - le sussurrò il Narratore, estraendo dalla giacca il piccolo flauto d'argento, dono di Titania, che aveva il potere di richiamare qualsiasi essere fatato avesse voluto. Suonò, e la dolce melodia attrasse un nugolo enorme di variopinte farfalle che si posarono su di Paulie, rivestendola di ogni colore dell'arcobaleno, e rendendola - se mai fosse stato possibile - ancora più bella di come era stata fino a poco prima. Grida di evviva si alzarono da tutta la reggia e fiaccole illuminarono a giorno lo spiazzo. Ancora una volta, il subdolo demone dell'invidia era stato ricacciato nella sua squallida tana. E, finalmente, le danze poterono cominciare.









 *** FINE ***

LA FAVOLA DELL'INVIDIA (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 28.10.2013)

© Crenabog 




Tornati da re Oberon, e riferito quel che era accaduto a Marbh Plain, Finbar e Cinnia vennero festeggiati a lungo per la nuova alleanza che avevano portato. Le fate sparsero la voce a tutto il Popolo Segreto e si precipitarono alla reggia tutti i folletti, gnomi, spriggan, leprechaun che si trovavano in giro. Ovviamente fu avvertito anche il Narratore che se ne stava tranquillamente a casa a scrivere favole e non sapeva nulla di quel che stesse combinando suo figlio. Arrivò anche lui e si congratulò con i due giovani, riservandosi una clamorosa sgridata per il pericolo che aveva corso Finbar quando sarebbero stati da soli a casa. Re Oberon organizzò il banchetto e tutti fecero onore alle tante stravaganti portate cucinate dai folletti, poi, quando il clamore si fu placato e i canti e le danze cominciarono a scemare, disse, rivolto a tutti:

- Vi piacerebbe se facessimo una gara a chi farà il regalo più bello per questi due ragazzi?

- Certo! Subito! Facciamolo! - gridarono in coro gli astanti.

- Che si presentino i nostri migliori artigiani, e vediamo cosa sapranno inventarsi, allora!

- Chiamiamo Billy Tan Noghan, - propose re Brian, che aveva piacere di far partecipare alla gara uno dei suoi folletti, celebre in tutta la Contea per la sua inarrivabile arte di vetraio.

- Naturale, mandalo a chiamare, o forse sta già qui, a bere, da qualche parte? - rispose Oberon, e subito dal fondo della sala i folletti di re Brian portarono a spalla un Billy evidentemente ubriaco. Tutti esplosero in grasse risate, quando lo lasciarono seduto in terra davanti al re del Popolo Segreto.

- Tan Noghan, te la senti di creare un bellissimo dono per i nostri amici?

- Euh, sci, scertamente...- bofonchiò il folletto. - Non sciubito, però, eh... - e rotolò di lato, iniziando a russare.



- E chi altro vuole gareggiare con lui? - tuonò Oberon. Da moltissimo tempo un altro folletto, Gram Gros Fil, ambiva al ruolo di maestro vetraio alla corte del re, e aveva cercato in ogni modo di primeggiare contro Tan Noghan, ma per un motivo o per un altro, i suoi lavori si erano sempre dimostrati imperfetti. L'invidia aveva preso posto stabile nel suo cuore e lo aveva incattivito al punto che sarebbe stato disposto a qualsiasi furfanteria pur di prendere il posto di Tan. Escogitò subito un piano e, alzata la mano, si avvicinò al tavolo reale.
- Maestà, vorrei partecipare anche io, se mi è concesso.
- Sicuro, Gram, puoi concorrere anche tu. Chi sa che non sia la volta buona che riesci a fare un opera migliore delle sue. Ma, sarà il caso che aspettiamo che si svegli, giusto? - disse Oberon, scoppiando a ridere. Gros Fil, annebbiato dalla invidia, equivocò il fatto che Oberon ridesse di Billy e pensò di essere stato preso in giro davanti a tutti: la cosa lo fece infuriare e se ne andò senza salutare. Titania, dal canto suo, che ben conosceva tutta la faccenda, pensò che le cose sarebbero finite male e decise di tenere d'occhio il folletto.

Il giorno dopo Gros si recò in cima a Mount Radah, sicuro di poterci trovare Agdan la strega. Agdan era stata esiliata dalle grandi pianure a causa dei suoi malefici e tutti se ne tenevano alla larga; il folletto sapeva che sarebbe stata ben lieta di fare qualcosa che potesse, alla lunga, diventare un danno per re Oberon o per qualcuno dei suoi preferiti e preparò il sortilegio che Gros le richiese. Mentre la vecchia strega trafficava con le sue pozioni, Gros restò sulla soglia a rimuginare su come battere Tan, poi prese il filtro, pagò in grani d'oro la strega e tornò nella sua bottega.


Billy Tan Noghan intanto, passata la sbornia, lavorava assiduamente nella sua fucina, provando e riprovando strane mescole di sabbia e minerali colorati, cercando di ottenere il migliore risultato possibile. Scioglieva la polvere in un crogiolo e poi soffiava nella morbida palla fumante che ne estraeva, per dare forma al vetro e renderlo cristallino. Creò coppe, bicchieri, statuette preziose ma non era ancora soddisfatto. Gros invece, ben nascosto tra gli arbusti, lo spiava in continuazione per capire cosa avrebbe fatto e farlo meglio e quando vide il folletto alzare verso la luce del sole un meraviglioso cuore di cristallo e prepararsi a molarlo per eliminare tutte le impurità di superficie, corse via e si rintanò nella sua bottega, alzando il fuoco sotto il crogiolo e facendo sbuffare il mantice. Quando l'impasto fu pronto, vi versò il filtro della strega e sogghignò.

Quel che Gros Fil non sapeva, era che a sua volta una piccolissima fata di Titania spiava lui.






Il giorno prescelto da re Oberon per valutare i doni da offrire ai ragazzi arrivò, ed entrambi i folletti vennero, bardati nei loro migliori vestiti, tenendo tra le mani grandi scatole ricoperte di velluto prezioso. I regnanti sedevano silenziosi sui loro troni, di lato avevano preparato poltrone per Finbar e Cinnia e a semicerchio davanti a loro tutti gli altri si preparavano a vedere chi avrebbe vinto il contesto. Per l'occasione, Titania aveva fatto in modo che la sommità della collina fosse alzata e una splendida, potente luce abbagliava ogni angolo della sala dei troni. Le piccole fate, inebriate dal caldo e dai profumi della campagna, svolazzavano senza ritegno sopra le teste e tra i capelli degli spettatori. Tan Noghan fece per aprire la sua scatola:
- Maestà, ho creato un cuore di cristallo, simbolo della grande amicizia che lega questi umani al nostro popolo!
- Tan, ma non hai pensato che sono due, e i doni sarebbero stati due?
- Oh! - esclamò lo sbadato folletto, che al momento in cui aveva accettato la gara, era talmente ubriaco da non aver capito bene cosa dovesse fare.
Gros Fil ci pensò su anche lui, nella foga di copiare l'altro non aveva riflettuto per niente sul da farsi. E cominciò a preoccuparsi.
- Re Oberon, anche io ho fatto un cuore di cristallo, e ne ho fatto solo uno perché rappresenta il loro amore!
- Senti, senti, bravo Gros, sempre la risposta pronta tu, eh? - disse Oberon. - Va bene, su, vediamo cosa avete fatto.
Tar aprì la confezione ed estrasse un sontuoso cuore di cristallo, interamente molato in migliaia di piccolissime facce, come un gigantesco diamante, ed ogni faccia rifletté la luce del sole producendo un arcobaleno di scintillii colorati. Tutti restarono senza fiato poi esplosero in grandi grida di approvazione.



Titania fece segno che si calmassero poi, indicando il perfido Gram Gros Fil, chiese:
- Vuoi farci vedere il tuo capolavoro, adesso?
Il folletto aprì la scatola, prese il cuore di cristallo che aveva fatto e lo alzò nella luce. Il silenzio totale lo fece rabbrividire. Nessuno fiatava, nessuno muoveva un muscolo. Si guardò intorno e poi guardò il cuore. E non vide nulla...
Gram aveva chiesto alla strega un incantesimo in grado di rendere la sua opera la più cristallina, la più trasparente possibile. Ed era esattamente quel che aveva ottenuto. Il problema era che lui l'aveva osservata e lavorata dentro il buio della sua fucina, e rimirata godendo del baluginare delle fiamme rosse che la attraversavano. Nella semioscurità essa era perfettamente visibile mentre ora, nel pieno della luce del mezzogiorno, era completamente invisibile. Tutti cominciarono a gridare:
- Gros Fil ci prende in giro!
- Gram non ha fatto nulla!
- Te l'hanno rubata i troll?
E giù tutti a ridere a crepapelle, dal più grande al più piccolo, sembrava che persino le mura della reggia tremassero dalle risate di scherno. Il perfido folletto scagliò la sua creazione in terra, dove nemmeno le briciole si videro, e corse via accecato dalla rabbia e dalla vergogna. Titania sorrise tra sé, sarebbero passati anni prima che Gros Fil avrebbe ritrovato il coraggio di mostrare il suo brutto muso nei dintorni. Re Oberon premiò Tan assumendolo in pianta stabile presso la reggia, con l'incarico di vetraio di corte, e offrì il meraviglioso cuore di cristallo ai due ragazzi. Finbar, con un inchino, lo porse a Cinnia dicendole:
- Credo che nella tua casa starà sicuramente meglio, ricordati l'importanza di ciò che rappresenta.
- Ciò che rappresenta... secondo Noghan o secondo Gros Fil? - aggiunse lei, con un sorriso disarmante sulle labbra.
- Ehm... eh... be', secondo Gros? - replicò lui, arrossendo.
- Ma certo, sciocco! - disse lei, baciandolo.






Continua - e termina - nella seconda puntata, QUI : La favola dell'invidia 2



LA FAVOLA DEL MARE DEL TEMPO (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 21.10.2013)

© Crenabog 




Cinnia e Finbar, tenendosi per mano, lasciarono GrandiRami e si inoltrarono nel bosco, cercando di non calpestare gli ammassi di radici per non dare noia agli Uomini Verdi trasformati.

- Guarda! - disse la ragazzina, indicando qualcosa che emanava luce, tra gli alberi.

- Ma è un portale! Non doveva esserci uno specchio?

- Forse prendono forme diverse, o magari ha la forma di uno specchio dall'altra parte. Che ne dici?

- Dico che a questo punto dobbiamo provarci, se no cosa siamo venuti a fare?

- Lo penso anch'io, - disse Cinnia e si diresse verso il portale. Nell'aria vibrava una sorta di ronzio, come se mille api si fossero date appuntamento per la danza di Calendimaggio e i due ragazzi sentirono la pelle formicolare. C'era sicuramente una grande energia in quel luogo. Lei tese la mano verso la maniglia, la girò delicatamente e aprì il portale: entrambi restarono stupefatti davanti alla vista di una spiaggia sterminata. Si guardarono e attraversarono insieme passando dal soffice muschio alla sabbia bagnata; fecero pochi passi poi, voltandosi per osservare il portale, non lo videro più. Solo l'aria brillava vorticosamente, e nient'altro.


- Oh! E cosa facciamo adesso, per tornare indietro?

- Non so proprio, - disse lui. - Proseguiamo e poi ci penseremo.

Seguendo la spiaggia, nel frastuono delle onde e della risacca, intravidero in lontananza una maestosa scogliera, eretta a perpendicolo sulla riva: ma aveva un non so che di strano, di innaturale che li incuriosì. Man mano che procedevano, distinsero meglio di cosa si trattasse. Una immensa, spaventosamente grande, libreria. Sembrava che vi fossero contenuti tutti i libri del mondo, dall'inizio dei tempi fino ad oggi! Finbar le corse incontro, amava leggere e non avrebbe potuto chiedere di più dalla vita, o forse sì, che vi fosse stato lì anche suo padre, il Narratore. Una cosa del genere sarebbe valsa una vita di ricerche. Magari non si sarebbero mai più spostati da quel luogo incredibile, e avrebbero tentato di leggere tutto il possibile!

A Cinnia venne da ridere, lei era un essere per metà fatato e le storie amava sentirsele raccontare, ma di leggere un libro non sentiva la necessità. Però lo seguì e si misero a guardare i titoli scritti sulle copertine. Sembrò che fosse passato un tempo lunghissimo ma in quel luogo evidentemente il tempo non aveva significato: non provavano fame né sete, né stanchezza e la luce nel cielo non faceva pensare che le ore stessero scorrendo. Sembrava tutto immoto. Trasognata, la figlia dell'Uomo della Luna vide un piccolo libro rilegato in pelle verde che brillava di luce propria, e lo indicò a Finbar.

- Pensi che possa esserci utile? Guarda, pare che ci stia chiamando.

- Chi può dirlo, proviamo a sfogliarlo.




Come ebbe estratto il libro dal mucchio, improvvisamente apparve uno squarcio nel cielo, le nubi presero a rotolare via, molti mondi apparvero vorticando nello spazio e, in mezzo allo straordinario fenomeno, le scene del passato del regno degli Uomini Verdi scorsero come in una pellicola. I ragazzi videro l'invasione da parte degli antichi barbari, le grandi gesta eroiche dei figli di Pan, lo stregone che lanciava la sua possente maledizione e il profondo senso di angoscia e disperazione che sorse dagli spiriti prigionieri degli Uomini Verdi. E, in ultimo, dal fondo di questo caotico magma di immagini strappate dalle pieghe dei secoli, lentamente comparve un gigantesco quadrante d'orologio. Il suo ticchettare rimbombava nell'aria, percuotendo i timpani dei due giovani sconvolti.


Cinnia, in preda ad uno stupore ipnotico, mosse passi incerti verso l'orologio, salendo i gradini di sabbia che man mano venivano formandosi sotto i suoi piedi. Improvvisamente il quadrante sembrò collassare ed esplodere i mille frammenti. Forse, nessun umano era mai andato tanto vicino, e la sua natura magica ne rifiutava la presenza.

- Si è fermato! - gridò Finbar, precipitandosi a prenderla tra le braccia mentre cadeva all'indietro. - Abbiamo fermato il Tempo!

- Sembra proprio di sì, - sospirò lei, con una curiosa espressione sul viso, che il ragazzo non seppe decifrare. Era impaurita da quel che stava accadendo? O forse era soltanto sorpresa di ritrovarsi abbracciata a lui? Finbar decise che ci avrebbe pensato in un altro momento. Indietreggiarono, sempre fissando il rapido disintegrarsi dell' orologio, e d'improvviso lui si rese conto di tenere ancora stretto in mano il piccolo libro verde.





Continua - e termina - nella quarta puntata, QUI : La favola del mare del tempo 4



LA FAVOLA DEL MARE DEL TEMPO (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 16.10.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, nel mezzo di Bosco Buio, Cullin-ad-Moor, la collina sotto la quale viveva la corte di re Oberon e sopra di essa la grande distesa dei tumuli coperti di verdissima erba frusciante. Tutto intorno l'intrico degli alberi secolari di Bosco Buio la proteggeva e il regno fatato prosperava dopo gli ultimi tragici avvenimenti che avevano visto riversarsi nel bosco tutti gli esseri magici che abitavano su Monte Atro, ora dominio dei troll grazie all'accordo stipulato con re Oberon. Chi fosse venuto dall'antico villaggio fin lì, seguendo sentieri a volte ben celati dalla vegetazione, sarebbe certamente passato davanti alla locanda di Tom e della sua biondissima moglie e magari si sarebbe sentito invogliare a godere di una buona colazione o di un boccale di sidro. Più avanti, al centro di Groghan Moor, avrebbe potuto spalancare gli occhi davanti al maestoso albero sul quale Titania, la regina del Popolo Segreto, aveva fatto costruire la casa per la figlia dell'Uomo della Luna. E, come sempre, anche quel giorno il figlio del Narratore restò meravigliato davanti a tanta curiosa bellezza. C'era forse qualcosa di più magico? - pensò tra sé - Probabilmente no.

Bussò alla porticina, certo di trovarla: la figlia dell'Uomo della Luna viveva di giorno sulla terra, nei domini di Oberon, e la notte tornava da suo padre sulla Luna, grazie al filo d'argento calato dal ragno lunare. Così poteva soddisfare la sua doppia natura, essendo nata da una fata, e vivere in entrambi i mondi. Il ragazzo andava a trovarla ogni volta che poteva, forse anche più di quanto il padre di lei avrebbe ritenuto opportuno...se lo avesse saputo.

- Madama Cinnia, buongiorno! , esclamò quando lei aprì la porta. La magia della sua natura l'aveva fatta crescere più velocemente di quanto sarebbe stato naturale e ora era solo un poco più piccola di lui. Cinnia per lui era sempre la bambina che aveva incontrato la prima volta, seduta sotto un enorme fungo, e vederla quasi alla sua altezza lo lasciava stupito.

- Messer Finbar, buongiorno a lei! , rispose, scoppiando a ridere. Si divertivano moltissimo a darsi titoli cavallereschi e ad immaginare avventure, le più improbabili. Decisero di prendere uno dei tanti sentieri specchio e vedere dove li avrebbe condotti. Nella loro giovanile incoscienza, anche se avevano già sopportato dure prove dalla vita, non si creavano nessuno scrupolo nell'esplorare qualsiasi territorio solleticasse la loro curiosità. E anche quel giorno partirono, senza immaginare cosa li aspettava.






Continua nella seconda puntata, QUI : La favola del mare del tempo 2



domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 18.09.2013)

© Crenabog 




I sentieri, sotto i grandi alberi, e le strade dei villaggi, apparivano tristemente vuoti e desolati. In breve, tutti gli insediamenti umani siti al limitare di Bosco Buio, si erano svuotati, sia per l'esodo in massa sia per le molte morti, rapimenti e sparizioni provocati dalla Corte Selvaggia. Non ci fu famiglia che non avesse perso qualcuno, né contadino che non avesse visto devastato i suoi campi. Si rifugiarono tutti alle estreme propaggini sud della Contea, nell'Ooganshire, ben lontani dalla furia imperante nella grande foresta: e lì rimasero, timorosi, in attesa di notizie. Una calma irreale scese sulle distese boscose, sulle rocce coperte di muschio, sulle macerie dei villaggi. Nel silenzio dovuto alla fuga degli uccelli e degli altri piccoli animali solo si potevano distinguere lo scalpitare degli zoccoli dei pooka di Dando, della Corte Scontenta e del raspare dei mastini infernali. Vagavano, ovunque, senza requie. In caccia.


Ci aveva riflettuto a lungo, Paulie, ed alla fine aveva preso la sua decisione. Chiese quindi udienza a re Oberon che la ricevette insieme al Narratore.

- Sire, sono al corrente di quel che accade e vorrei chiedervi, come pensate di far fronte a Dando?

- Come abbiamo deciso. Ci sarà uno scontro, cercheremo di distruggerli e in questo saremo aiutati dai troll, anche se ci potrà costare caro.

- Ecco. Sapete tutti che la Corte è costituita da esseri umani rapiti e trascinati a fare del male contro la loro volontà, da spiriti crudeli e da demoni. Ora, i troll sono di carne, anche se possenti, e solo la carne potranno combattere, quindi immagino che potranno distruggere gli umani corrotti dal potere della Corte. Ma contro gli spiriti anche loro, e voi, e tutti i folletti, potranno ben poco. Servono degli incantesimi, e per questo come farete?

- Abbiamo dalla nostra gli incantatori di re Midhir, il signore di Bri Leith: e loro hanno grandi poteri.

- E se non bastassero, sire?

- Allora non so cosa ci resterà se non cadere con onore.

- Parlavate di consegnare loro i fratelli Corchoran...

- Certo, ci proveremo e vedremo se questo calmerà la loro furia.

- Sono già stati presi?

- In questo momento gli spriggan stanno andando a prenderli. Anche sotto la reggia abbiamo un nodo e sono partiti da lì.

- Che intendete per nodo, maestà? - chiese il Narratore.

- Uno degli incroci fatati da cui si dipartono i Sentieri Specchio. O un portale, se preferisci; da qui possiamo arrivare in qualsiasi luogo del Popolo Segreto, senza perdere tempo in lunghi viaggi.

- Capisco. Bene. Allora immagino che almeno questa faccenda sarà risolta presto.

- Sicuramente. Anche se i Corchoran sono protetti dall'incantesimo chiesto a Grandi Orecchie, gli spriggan appariranno direttamente dentro la loro casa e li porteranno qui.

- C'è una cosa di cui vorrei parlarvi, maestà. - Disse Paulie, torcendosi le mani, agitata. - E' uno dei segreti del nostro popolo. Forse faccio male a rivelarvelo ma potrebbe salvare tutti quanti noi.

- E allora, ti prego, dicci di cosa si tratta!




- Le fate foca sono sempre in pericolo, quando nuotano in mare, di essere catturate e uccise dai marinai. A volte le sirene riescono ad aiutarci, ammaliando i pescatori e trascinandoli nel profondo per divorarli, ma non sempre sono presenti quando veniamo catturate. Per questo, nei tempi antichi, venne creato un potente talismano in grado di colpire e assorbire dentro di sé l'essenza fisica e spirituale di chi ci dava la caccia. E per questo, a volte, le imbarcazioni tornano a riva spinte dalla corrente senza nessuno a bordo. E' l'unica arma che ha il mio popolo.

- Sarebbe un grandissimo aiuto! Pensi che potrebbero prestarcelo?

- Non so, sire. Ma possiamo provare a chiederlo ai nostri regnanti.

- Sarà il caso che parli io con loro, allora...

- Faremo così, andremo alla Spiaggia dei Giganti e cercheremo di convocarli, sperando che comprendano.

- Va bene. Prepariamoci subito a partire

Seguiti da una scorta fidata di folletti pesantemente armati, scesero alla sala del nodo, varcarono la porta e si ritrovarono sulla grande distesa di enormi massi levigati da centinaia di anni di acqua salmastra, dove per la prima volta si erano incontrati Paulie e il Narratore. L'odore di alghe era pesante e gli spruzzi salmastri bagnarono i loro visi. Paulie si avvicinò all'acqua, vi pose le mani e mosse a lungo le labbra, in una silenziosa richiesta. Passò un ora, a giudicare dall'abbassarsi del sole nel cielo, e infine apparvero. Dalla spuma del mare sorsero i tritoni e le fate foca, tanti, a perdita d'occhio, come se tutta la sua gente fosse tornata a cercarla. Non si sentì alcuna parola, gli esseri del mare comunicavano tra loro col pensiero quando non erano in forma umana. Re Oberon sentiva su di sé il peso dei loro sguardi: iniziò ad avvicinarsi, inchinandosi, ma uno di loro alzò sdegnosamente una mano per fermarlo.


Poi, fece un cenno a Paulie, mostrando di volerla come interlocutrice. Davanti a questo spettacolo, riconoscendo in lei quello che era l'unico tramite tra il Popolo del mare e il Popolo Segreto, il Narratore si sentì profondamente in colpa per aver posseduto la sua pelle di foca, evitando che ritornasse nella sua forma naturale. Poi ricordò che era stata lei a chiedergli di farlo, per poter rimanere insieme nel suo mondo terrestre: ma quel vago senso di rimorso, nel vedere la magnificenza del loro essere parte stessa di quell'infinito oceano, non lo abbandonò. Alla fine, quello che sembrava il più imponente tra loro, assentì, si tuffò in mare e riemerse poco dopo recandole qualcosa, ben celato in un cofano di legno incrostato da antiche conchiglie. Poi, sempre in silenzio, si immersero nuovamente e sparirono.





Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 8



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 31.08.2013)

© Crenabog 





  Qualcosa di tremendo sta per arrivare

 dentro le tue mura ti devi rintanare

                         né spade né denaro ti potranno salvare


Erano i primi giorni di maggio, e la natura sembrava volesse esplodere ovunque, dal limitare dell'antico villaggio fino a tutto lo Shire e su, su, fino al Monte Atro. L'aria era trapunta dal pulviscolo del polline e chi avesse posseduto la seconda vista avrebbe potuto facilmente scorgere un infinità di minuscole fate volteggiare tra i raggi del sole. Il villaggio e le fattorie dei dintorni godevano di una inaspettata prosperità e nulla faceva presagire quanto sarebbe accaduto.

Il Narratore partì, insieme a suo figlio, sulla carrozza coperta trainata dai due forti cavalli a pelo lungo delle Highlands e seguita dal pony giallo creato dal figlio con le matite magiche di Dio, per un lungo giro dei villaggi dello Shire, dove avrebbe venduto la sua arte di raccontare storie in cambio di viveri e soldi, allo scopo di prepararsi ai mesi invernali. Visitarono Coggenhall, Okayderry, Auchrieghen, Blackmoor e ancora più in su si spinsero, verso le Lande del Nord. Ogni villaggio li accoglieva con l'affetto e la stima che si era guadagnato negli anni e la sera, nelle piazze, si radunavano tutti ad ascoltarli: alla magia delle parole del Narratore si univa adesso il dolce ritmo del flauto che il figlio aveva imparato a suonare e le offerte non mancavano mai. La cassa rinforzata da strisce di ferro si riempì di monete e la carrozza di stoffe, carne secca, formaggi, salami e quanto altro la gente donava per mostrare la sua gratitudine. Durante il viaggio non mancarono mai di rendere omaggio ad ogni essere del Popolo Segreto che incontrarono, badando bene di non passare su terreni e piante di loro proprietà e proteggendosi dagli incontri sgraditi con ogni rituale ed elemento magico di cui erano a conoscenza.


Perciò, nulla turbò il loro cammino, fino a che decisero che sin troppo tempo era trascorso ed era giunto il momento di tornare verso casa. Sempre seguendo le strade degli uomini e sostando la notte nei villaggi, il Narratore approfittò per educare il figlio su tutto ciò che sapeva, mostrandogli i Sentieri Specchio quando capitava che vi passassero vicini, e insegnandogli rituali per salvarsi dai perfidi folletti e da altri ancor peggiori abomini. Furono giorni buoni, e notti serene, fin che rientrarono dentro Bosco Buio e decisero di andare a portare il loro saluto a re Oberon. Circondati da pixies, brownies e da un nugolo di minuscole fate svolazzanti, batterono tre volte il suolo sulla cima della collina di re Oberon e, aperta che fu la porta, vennero accolti con gioia dagli abitanti. Quando però re Oberon li fece sedere a tavola, il suo volto era oscurato e triste: il Narratore chiese cosa stesse succedendo, preoccupato anche lui.

- Amico mio, brutte cose al villaggio, purtroppo.

- Ditemi, sire, non fateci stare in pena.

- Poco dopo la vostra partenza, sembra che una epidemia abbia colpito il luogo. La gente sta male, i frutti spariscono dagli alberi, il grano si è seccato..

- Oh! Come è potuto accadere?

- Abbiamo chiamato a corte lo stregone di Cnoch Mara, arriverà a breve, ma temo che non si tratti di nulla di naturale.

- Forse una maledizione? Gli abitanti hanno commesso qualche scortesia al Popolo Segreto?

- No, ne sarei venuto a conoscenza. E' qualcosa che viene da lontano, non dalla nostra gente, ma ancora non capiamo il motivo di tutto questo. Vai pure a vedere ma fai molta attenzione. Se vuoi un consiglio, lascia tuo figlio con noi, Paulie sarà ben felice di potersene occupare, e torna presto così potremo ascoltare lo stregone e vedere cosa sta succedendo.

A queste parole il Narratore si consultò con il ragazzo e decisero che sarebbe rimasto con la Corte del re. Venne mandata a chiamare Paulie che giunse avvolta in una lunga veste fluttuante, dal colore cangiante e mutevole, i lunghissimi capelli sciolti sulle spalle dai quali faceva mostra di sé un filo di perle che il Narratore le aveva donato tempo addietro.




I suoi occhi brillavano di felicità nel rivederlo e lo baciò senza dargli il tempo di parlare, poi abbracciò il figlio e lo tenne per mano tutto il tempo della cena. Avevano così tanto da raccontarsi e sempre così poco tempo per stare insieme, ma Paulie e il suo amato riuscirono a stare insieme aiutati da certe fate che ben sapevano del loro amore, e che non li disturbarono affatto. Al mattino il Narratore riprese il viaggio verso casa, lasciando tutte le sue cose nella Corte, e salendo in groppa ad uno dei cavalli del re: non si fermò fin che non giunse al villaggio ma già da prima aveva potuto vedere, col cuore stretto dall'angoscia, i campi devastati, gli alberi dai rami spogli come in pieno inverno. Il suo stupore fu grande quando incontrò gli abitanti: erano tutti smunti, smagriti in maniera drammatica, i volti ingialliti e solcati da una amara tristezza. Andò a parlare con il Sindaco ma lo trovò a letto, senza alcuna voglia di vivere.


- Signore, torno dal viaggio e trovo null'altro che miseria e devastazione! Cosa sta succedendo?

- Oh, mio caro, - disse, con voce flebile - da tempo siamo stati tutti colpiti da qualcosa che il medico non comprende e per la quale non conosciamo cura. Abbiamo pensato ad una malattia venuta con i topi o al seguito di qualche viandante, ma vedi, è come se stessimo tutti morendo di fame. Prima, avevamo di che nutrirci, ma siamo dimagriti sempre più, poi anche le masserizie si sono rovinate o sono sparite e non abbiamo più la forza . E' una morte lenta, e tragica, quella alla quale siamo stati condannati.

- Ma padre O'Connell , se si è trattato di una maledizione, non ha potuto far nulla? Neanche preghiere, esorcismi, sono serviti?

- Nulla. I campi di verbena, di biancospino che circondano il villaggio per proteggerlo si sono seccati, le croci di ferro si sono arrugginite, niente sembra poterci proteggere. E le medicine non valgono a niente.

- Andrò a guardare con i miei occhi, Sindaco, e tornerò presto. Spero di riuscire a trovare aiuto. Non disperate. Non vi abbandonerò, farò tutto quel che posso.

- Grazie, vecchio amico. Fai, ma fai presto. E' morta già fin troppa gente.

Il Narratore si congedò con grande pena, andò a parlare con padre O'Connell alla chiesa ed ebbe conferma delle parole del sindaco. Doveva per forza trattarsi di qualche maleficio, e avrebbe dovuto trovare un rimedio solo presso il Popolo Segreto, il cui sapere travalicava le conoscenze degli esseri umani.





Continua nella seconda puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 2