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lunedì 5 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLA INVASIONE DEGLI GNOMI

 (Prima pubblicazione su Chatta.it nel blog Brunoakira, mio figlio, 18.10.2013)

© Crenabog 





Un giorno, nel paese del nostro mago giunse uno strano signore che, appena arrivato si mise a cercare la casa del mago, ma prima che vi entrasse, entrò il contadino Mac Jonson, che lo aveva incontrato per strada e, siccome era un grande impiccione, come una gran furia disse-: Signor Bruno,signor Bruno, è arrivato un uomo che vuole incontrarla, cosa faccio? Lo faccio entrare?

Il mago Bruno con tutta calma disse-: Certo, signor Mac Jonson, lo faccia entrare pure.

E con tutta calma si rimise a leggere il suo libro di formule e stregoneria che si portava sempre dietro durante i viaggi per i regni della magia. Ad un tratto si sentì un bussare alla porta:

TUMP TUMP !

- Chi è? - chiese il mago, mentre velocemente il signor Mac Jonson usciva dalla porta sul retro.

Subito la risposta:- Sono il portavoce del regno di Re Oberon e della Regina Titania, i regnanti su tutti gli esseri del popolo segreto. Posso entrare? - chiese.

- Entri - disse subito il mago che sapeva che quando veniva il loro portavoce doveva trattarsi di una cosa urgente.

- Salve, sono il portavoce del Re Oberon che mi manda da lei per chiederle di venire a corte per motivi importanti.- disse entrando il portavoce.

- Ma lei è… è un elfo!- esclamò Bruno.

- Si, perché?- chiese curioso l’elfo.

- No nulla, è raro che ne mandino uno! Comunque andiamo, preparo la sacca e arrivo subito cosi il mago prese tutto quello che gli serviva per partire, come: erbe magiche, pozioni varie, un rametto di timo serpillo per le fate maligne e una campana d’argento per i lupi mannari, e le provviste per il viaggio. - Bene, possiamo andare.-

Dopo aver attraversato il paesino si trovarono dentro una foresta e dopo una buon ora di cammino arrivarono a un palazzo stupendo e maestoso. 

 - Uh! Come mai il palazzo è qui, e non sotto la collina, come al solito?  

- Perché solo pochi umani scelti possono vedere il popolo segreto, e quindi ogni tanto sua Maestà si diverte a farlo uscire all'aperto, tanto nessuno se ne accorgerebbe. 

E detto questo entrarono dentro il palazzo, che era già buio.

 - Qui è dove starà per un po’ di tempo. Re Oberon la riceverà domani. - disse l'elfo. Il mago rispose:- D'accordo, siccome è tardi e sono stanco, sarà il caso che vada a dormire. Vuole gentilmente indicarmi la mia camera? , - e l'elfo, saltellando, gli fece strada nell'intrico di corridoi, mentre nell'aria si levavano i risolini sussurrati dei piccoli folletti, fate e altri appartenenti al Popolo Segreto che, passando di lì, vedevano il mago camminare tranquillo con il suo valigione di stoffa.

******

E così fu che il mago Bruno fu chiamato da re Oberon che lo aspettava a pranzo, dove mangiarono tutte cose strabilianti che avevano cucinato i folletti che erano il popolo del re. C'erano molte cose vegetali, erbe aromatiche, formaggi, cacciagione in stufato e altre cose del genere. Insomma, il mago mangiò con piacere e re Oberon gli disse che doveva aiutarlo perché stava per succedere un problema.
- Che cosa succede, Maestà? - chiese il mago.
- Succede che ci sono arrivate notizie dalla periferia del nostro regno che dicono che sta arrivando una invasione di gnomi!
- Ah! e perché?
- Come perché, perché sì. Comunque, dicono che sono scappati dalle loro terre perché sono stati invasi dai troll che sono scesi dalle montagne perché le montagne sono state invase dagli elfi, che sono scappati dalle loro terre perché erano state invase da un drago. E così si sono spostati tutti!
Il mago pensò e disse: - E allora che volete fare?
- Non ce ne vogliamo andare anche noi! Quindi devono andarsene loro. Che ne dici, come facciamo?
- Ma voi volete fare una guerra, Maestà? - disse il mago Bruno che si era preoccupato.
- Ma no, vogliamo solo che non vengano qua!
- Pensiamoci sopra.. e così ci pensarono, e ancora, e ancora, e arrivò ora di cena e tutti i folletti portarono la cena e mangiarono roba profumata. E si rimisero a pensare, e re Oberon bevve anche del liquore e il mago Bruno si fumò la pipa. E così arrivarono all'ora di colazione e mentre i folletti portavano latte, biscotti e dolcetti il mago disse:- Ho avuto una idea!

******

Tutti i folletti e il re andarono in cima alla montagna da cui vedevano le pianure in lontananza e aspettarono che arrivavano gli gnomi. Poi li videro, un mucchio di gnomi, una valanga di gnomi, una baraonda di gnomi che arrivavano correndo da lontano in mezzo a un mare di polvere, strillando e facendo macello. Ma mentre quelli arrivavano seguendo la strada principale che portava al regno del re dei folletti, il mago Bruno fece le sue magie recitando degli incantesimi e muovendo le mani e agitando il lungo bastone magico che si portava sempre dietro. Così la strada sembrò spostarsi e finì dentro il bosco, con tutti gli gnomi che ci correvano sopra, e poi la strada arrivò fino ad una parete di roccia dove il mago aveva fatto apparire il buco di una caverna e ci entrarono tutti sempre di corsa. Quando che furono tutti dentro il mago fece sparire l'entrata e i folletti videro alzarsi la finta montagna in volo. Perché era un incantesimo e tutti gli gnomi che ci stavano dentro volarono oltre le terre degli gnomi, poi oltre quelle dei troll e quelle degli elfi e quelle del drago. E finirono in una terra dove non c'era nessuno e uscirono e lì costruirono le loro grotte, i loro palazzi, i loro villaggi e insomma tutto quello che gli piaceva. Re Oberon fu molto soddisfatto e ordinò ai folletti di fare almeno una settimana di festa con grandi mangiate e regali che si scambiarono tra di loro perché erano contenti e anche al mago Bruno ne diedero molti. Così tutti furono felici e tranquilli e ognuno aveva trovato un posto dove stare!






*** Fine ***

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

ViolaNeve : Caro Bruno, qualcuno, vedo, ti ha dato una bella impronta. E oltretutto dimostri di avere molta fantasia.

crenabog : non mi copiare, peste !
brunoakira : Oh babbo ma che tu vo' i' scrivo come te da tuo discendente stretto!

MorganaMagoo : sei bravissimo a scrivere, complimenti, ciao!

Spiritwalker : bellissimo epilogo...tanti auguri di Buon Natale e di uno splendido 2014 !

salyma : Ah! quanto mi piacerebbe possedere anche solo per un giorno il bastone di Mago Bruno, solo un giorno, per togliermi qualche piccola soddisfazione. Senza fare male a nessuno eh? spostarli solo da un'altra parte 
Sei stato molto bravo nella descrizione di tutta la favola e la morale è, mai fare guerre con il prossimo ma ognuno a casa propria senza invadere le terre e i possedimenti altrui 
Grazie degli auguri che ricambio a te e famiglia, che il nuovo anno che sta per arrivare ti porti tanta felicità 
Sai che sei davvero bravo nello scrivere favole? del resto non poteva essere diversamente.....guarda che papi ti ritrovi!!!
Ciaooooooooooooooo

serenella21 : i folletti trovarono una nuova terra dove ognuno aveva trovato un posto
dove stare ..Bella storia Bruno
tanti auguri di un buon ANNO NUOVO
auguri

ViolaNeve : Mangiando mangiando, arrivano le idee. Bello vero? E tutto come per magia, va al giusto posto e così si festeggia, ricominciando a mangiare!
Se anche nella realtà ogni cosa si potesse risolvere davvero così, semplicemente e naturalmente, sarebbe una meraviglia.
Mi associo al tuo papà: scrivi. Anche questa è "magia" e tu sei davvero in gamba.
Buon Anno Bruno


sabato 3 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLE PECORE INVERNALI

 (Prima pubblicazione su Chatta.it nel blog Brunoakira, mio figlio, 18.01.2015)

© Crenabog 




Anche quell’anno era arrivato l’inverno nel villaggio del mago Bruno, e tutti si preparavano mettendo da parte cibo e altre provviste e per riscaldarsi iniziavano ad accendere i camini e a mettere coperte pesanti per riscaldare i letti e i lettini. Intanto a Bosco Buio Re Oberon e Re Brian pensavano a come fare per superare l’inverno perché avevano usato tutte le coperte per mantenere al caldo i malati e gli animali. Allora pensarono che sarebbero servite altre coperte di lana, così chiamarono il mago Bruno per avere un aiuto, per avere altre coperte, dato che conosceva tanti allevatori e quindi poteva chiedere se poteva averne un po’ . Quando il mago arrivò nel palazzo di Re Oberon disse che poteva dargli una mano, chiese solo due botti di idromele che poteva barattare con la lana, Oberon acconsentì a dare le botti, poi si salutarono e Bruno partì con il carretto con l‘idromele. Quando arrivò al primo allevamento chiese al proprietario se poteva vendergli un po’ di lana ma, l’allevatore gli disse che aveva venduto tutta la lana e gli era rimasta solo quella sufficiente per riscaldare lui e la sua famiglia, allora ringraziò e andò via. Continuando il suo viaggio raggiunse vari allevamenti ma la storia era sempre la stessa, o avevano venduto tutta la lana oppure avevano iniziato ad allevare altri animali. Arrivò in un villaggio dove chiedendo a vari allevatori riuscì a trovarne uno che possedeva un gregge di pecore giganti che gli producevano dei grandi guadagni, allora il mago si recò velocemente in quell’allevamento, chiedendo se poteva avere una di quelle pecore e che l’avrebbe pagato in maniera sostanziosa facendogli vedere le due botti. L’allevatore accettò l’offerta e aiutò Bruno a caricare la pecora sul carretto. Subito dopo iniziò il viaggio di ritorno verso Bosco Buio. Quando arrivò vide Re Oberon, la Regina Titania e Re Brian che lo aspettavano con al loro fianco uno squadrone di gnomi tutti pronti a tosare la pecora ed un altro squadrone pronto a creare delle splendide coperte dalla lana. Quando si fermò tutti gli gnomi sollevarono la pecora e la fecero scendere , la scena fu piuttosto buffa perché si vedeva questa pecora che si muoveva senza muovere le zampe e sotto un centinaio di gnomi che con tutte le loro forze la spostavano da una parte all’altra senza farla cadere. Tutti e due i Re e la Regina ringraziarono il mago Bruno per averli aiutati e gli regalarono una bellissima coperta fatta dalla lana di quella pecora. Alla fine tutti gli abitanti di Bosco Buio e il mago passarono un inverno caldo e soffice.





Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

Evelin64 : ..come per dire: "l'unione fa la forza"  Bellissima la morale di questa favola, complimenti! smile

albaincontro : Ciao mago, bentornato. Abbiamo bisogno di favole e di "lieto fine! Un bacione.

AllegroRagazzoMorto :  un degno inizio, per un nuovo inizio di anno... i tuoi spunti geniali e i tuoi racconti ancor più carichi sono la stamina ideale per appropinquarsi. Resto sempre convinto dell'idea che alcuni (geniali narratori) abbiano innata codesta capacità.. sia che narrino, sia che raccontino, sia che siano "semplicemente" dei carissimi amici. Gran bella storia, mi auguro la prima di un nuovo e lungo corso!!! Complimenti!

follettoarrabbiato : Mi piace e' bella nella sua semplicità e sono d'accordo con Evelin, dimostra che l'unione fa davvero la forza. Complimenti e in bocca al lupo anche al mago Bruno..

salyma : Il Mago Bruno con un grande cuore come quello del papà, si ma fatti leggere più spesso eh? magari quest'anno hai da studiare un po' più degli anni passati ma 10 minuti ogni tanto puoi trovarli dai!

giusi62 : bravissimo, questa favola mi è piaciuta molto!

Cicala:SRsiciliana : Chi scrive in modo semplice e fa capire a tutti il significato di un racconto, è già scrittore. La tua favola è bellissima e ti dirò che un giorno l’allievo supererà il maestro. Complimenti, Rita

patty1953 : Bellissima favola, già "l'unione fa la forza" come sempre nella vita complimenti......Ma un uccellino mi ha detto che domani è il compleanno di questo piccolo scrittore, allora per la paura di dimenticarmi li anticipo a oggi ( e poi così sono la prima eheheheh) tanti auguri cucciolo d'uomo un abbraccio Patrizia

Spiritwalker : Bella storia Bruno....colgo l'ccasione per farti tanti cari auguri per il tuo compleanno. Sono gli anni migliori quelli che stai vivendo: goditeli intensamente abbraccio


COMMENTO PER TUTTI QUELLI CHE SEGUONO ME E IL MAGO BRUNO

(24.02.2015)


Vi ringrazio tutti degli auguri e del fatto che da quando ho pubblicato il mio primo post voi mi seguite regalandomi degli ottimi suggerimenti per le mie storie e anche di tutte le cose belle che mi scrivete sempre riguardo alle storie, vi ringrazio anche del fatto che grazie a voi che avete pazienza nell'aspettare le mie storie smile insieme siamo riusciti a raggiungere un traguardo di ben 839 visualizzazioni ( e pensare che mi aspettavo solo 80 visualizzazioni smile smile ). Grazie a ogni vostro mi piace o commento io sento che riuscirò ad andare sempre più avanti nella mia scalata come blogger .

Be'  alla fine c'è solo una cosa da dire ed è GRAZIE,GRAZIE,GRAZIE. Per il vostro sostegno al mio blog.

Ora metterò qui sotto tutti i preferiti del blog che grazie ai loro mi piace mi hanno aiutato a scrivere sempre di più:

AquilaBianca.tp - albaincontro - crenabog - crenabog3 - Evelin64 - gattina1950 - Hamsho - julia.pink - malenaRM - MorganaMagoo - mpm.roma - pumalui86 - salyma -sayen -serenella21 -Spiritwalker - tina67 - volaminelcuore6

Anche a chi non ho tra i preferiti dico GRAZIE di cuore. E ringrazio anche mio padre che mi ha fatto conoscere questo favoloso mondo delle storie.

Commenti scelti dei lettori dell'epoca : 

follettoarrabbiato : Ti auguro un futuro fatto solo di tutte le cose che desideri, di tanta tanta felicita' e tanto tanto di tutto. Auguroni di buon compleanno!!!

graffiteorici : ..Buon compleanno caro Bruno...anche se il regalo sta sera, l´ho ricevuto io..leggendo i tuoi scritti..grazie di cuore! un abbraccio e un bacio dolcissimo.

julia.pink : Ciao Bruno intanto sono felice di scoprire di essere tra i tuoi blog preferiti smile è bellissimo vedere che un ragazzo così giovane ha voglia di scrivere e lo fa così bene, del resto buon sangue non mente  continua così!

cioccolatino111 : Tanti, ma tanti Auguri di Buon Compleanno.  Un altro simpatico e ottimo scrittore ora! Ti auguro tante belle cose e ancora i miei migliori Auguri

MorganaMagoo : carissimi auguri Bruno, continua così che superi il papà..


*** FINE ***

giovedì 1 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLO GNOMO CHE RUBO' IL TESORO

(Prima pubblicazione in internet, nel blog di BRUNOAKIRA, mio figlio, che è l'autore: 02.10.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, in un paese lontano lontano un pover'uomo che aveva perso tutte le sue ricchezze, a causa di uno gnomo pestifero che si aggirava in quei boschi. Quel signore un giorno si recò tra i boschi in cerca di funghi magici per le sue pozioni curative e come se le sue preghiere fossero state ascoltate intravide quello stesso gnomo che dieci anni prima lo aveva derubato. Tornato a casa, prese subito il tomo di magia bianca (dato che era una specie di mago) e si studiò il modo per riuscire a riprendersi il tesoro, detto fatto preparò una bottiglietta di idromele e tornò in quel bosco. Preparata la posizione dove mettere la bevanda si nascose dietro a un cespuglio e aspettò il suo arrivo, neanche fu passata una mezz'ora e arrivò lo gnomo che, dopo aver bevuto la bevanda, si mise a correre per arrivare a casa ma arrivato all'uscio si addormentò di colpo e andò a sbattere contro la porta. Il brav'uomo si affrettò a raggiungerlo e dopo averlo ritrovato aprì la porta scavata in un albero. Non potete capire la felicità dell'uomo che vide davanti a sé un grosso forziere con lo stemma della sua famiglia con sopra anche l'immagine della corona dato che lui prima di essere derubato era un nobile. Tornato a casa ripose il forziere nel laboratorio che era situato dietro a un muro, richiuse e portò allo gnomo (che nel frattempo si era svegliato) una bottiglia di limone per farlo svegliare. E salutato lo gnomo tornò a casa felice. lo gnomo però non sapeva nulla perché nella bottiglia di limonata gli era stata messa della pozione smemorina. E cosi nessuno seppe nulla..





Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

Hamsho : Meglio del padre! Questo è sicuro!

brunoakira : x Hamsho : nooooo io mi ispiro a lui é lui il mio guru il mio maestro la mia ispirazione per le storie


*** FINE ***

venerdì 5 dicembre 2025

I RACCONTI RITROVATI: LA FAVOLA DELLE TRE GOCCE

 (Prima pubblicazione 08.06.2009)

© Crenabog 




C'era una volta un regno, lontano, lontano, ma così lontano che non ne avrete mai sentito parlare. Il Re che lo comandava aveva fatto tante guerre e aveva accumulato nel suo castello montagne di tesori ma quando non ci furono più nemici da conquistare si mise a prendere tutto quello che trovava nel suo regno e alla fine la sua gente non aveva più niente. Venne la siccità, i fiumi si seccarono e l'erba non crebbe più, così le greggi cominciarono a morire e la gente non aveva più niente da mangiare. Il tempo passava e le cose andavano sempre peggio e allora il Re decise di chiedere aiuto mandando in giro per il mondo i suoi araldi. Tempo dopo arrivò una carovana, la comandava un potente Mago venuto dalle terre del nord, al limite del mondo. Il Mago si presentò al Re dicendo: "Sire, ho portato con me una potente magia. Una goccia del mare del nord, carica di sale e di vento; quest'acqua rende i nostri pascoli verdi e le greggi grasse, i nostri monti sono sempre coperti di neve." Estrasse dalla tunica una scatolina d'oro e da essa trasse una ampollina di cristallo purissimo dal tappo d'oro. Si recarono nella piazza della città e sulla terra riarsa dal sole il Mago fece cadere la goccia magica ma... puff! Il terreno la assorbì senza che accadesse nulla. Il Mago rimase stupito e si scusò a lungo con il sovrano che lo mandò via. Pochi giorni dopo arrivò, dal sud del mondo, un altra spedizione guidata da un potente Negromante che si presentò così al sovrano:" Sire, ho portato con me una goccia dei laghi delle nostre terre, l'acqua è così pura e cristallina che tutto ciò che tocca cresce istantaneamente. La nostra frutta è celebre in tutta la Terra." Così dicendo, andarono a versarla nella piazza principale ma anche stavolta il terreno, così arido e secco la assorbì senza che nulla succedesse. Il Negromante si inginocchiò scusandosi e andò via, in silenzio. Il Re passava ormai le notti sveglio, ascoltando i lamenti del suo popolo che raggiungevano le finestre del castello e non sapeva più che fare quando una mattina, di buon ora, si presentò alla reggia un mendicante, coperto di stracci e di polvere che, semplicemente, gli disse:" Sire, venite con me." Lo accompagnò nella piazza dal terreno ormai spaccato dal sole e, volgendosi intorno, con un dito gli indicò le mura delle case che si sgretolavano, le colline brulle, gli animali morti e abbandonati nei campi e i volti disperati della gente che si affacciavano da dietro le finestre. Il Re si sentì così triste, ma così triste per quel che era accaduto che cominciò a piangere e una lacrima cadde in terra. Subito spuntò un germoglio poi tanti fili d'erba che si rincorsero , facendo a gara a ricoprire colline e vallate. Poco dopo, grandi nubi si addensarono in cielo e venne la pioggia che riempì di nuovo i laghi e i fiumi. Il Re e il mendicante restarono lì, fradici, col volto alzato e ridevano felici perché non serve la magia quando un buon pentimento cancella tanti peccati .





*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PICCOLO TROLL

 (Prima pubblicazione 16.07.2012)

© Crenabog 






Oltre il villaggio che conosciamo bene si trovava la grande estensione silvestre del Bosco Buio. Sembrava non avere mai fine ed era facile, una volta che ci si fosse inoltrati, perdersi nei suoi meandri. Il Bosco Buio era la dimora del Popolo Segreto e chi vi si avventurava poteva avere la fortuna - più spesso la sfortuna - di incontrare fate, folletti, gnomi ed altri esseri molto più pericolosi. Un giorno, come era solito fare, il Narratore del villaggio vi si recò, in cerca di ispirazione per le sue storie e sicuro di trovare alcuni degli esseri con i quali da sempre era in amicizia. Re Oberon stimava molto il Narratore e di conseguenza tutto il Popolo Segreto lo rispettava, tranne certi pessimi soggetti dall'indole inaffidabile. Giunse dunque ad una radura vicino alla fonte delle najadi e si sistemò sotto un maestoso albero, al riparo dal sole. Ad una cinquantina di metri di distanza sorgevano le propaggini della Muraglia Rocciosa, una sorta di contrafforte dalla incerta origine: a nessuno era chiaro se fosse naturale o se fosse stato eretto da qualche essere incantato, secoli prima. Il Narratore si mise ad osservarlo, cercando di capire se quel che vedeva oltre le fronde ed i cespugli, fosse un unico masso o un insieme di pietre saldate dall'usura del tempo e dall'azione degli elementi. Provò una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrasse, come se qualcosa fosse lì e non fosse lì, non sapeva decidersi. Improvvisamente dietro di lui giunse un fruscìo continuo, si voltò e vide giungere Re Brian insieme al solito gruppetto di cortigiani. Re Brian era il Re dei Folletti, quindi sottoposto a Re Oberon che guidava e comandava l'intero Popolo Segreto insieme alla sua meravigliosa sposa, Titania. Re Brian, fiero del suo titolo, era notevolmente perfido e dotato di un senso dell'umorismo che rasentava la crudeltà, ma il Narratore lo conosceva da tempo e non se ne preoccupava minimamente. Re Brian salutò allegramente l'uomo e si sedette a conversare con lui mentre i suoi accoliti restavano in disparte a complottare bofonchiando. " Salute, Vostra Maestà, come mai da queste parti?" - esordì il Narratore. " I soliti giri del mattino, me ne vado a controllare che i miei folletti non abbiano fatto troppi danni o magari.. che ne abbiano fatti a sufficienza, ah ah ah!" , rise beffardamente. " Maestà, volevo un vostro parere. Guardate laggiù, verso la Muraglia. Non c'è qualcosa di strano?" Re Brian fissò attentamente la zona indicata e si accarezzò la barba rossa con aria saputa. " Oh, ma certo. Guarda bene: vedi quel masso più piccolo, lì davanti? Non ti sembra strano?" " Ma certo, ecco cos'era. Sembra quasi che si muova.." Re Brian replicò: "Appunto. Guarda che bello scherzo che gli faccio!" e, prima ancora che avesse terminata la frase, agitò una bacchetta di pioppo dal manico ricoperto d'argento niellato e borbottò una frase in lingua folletta. Sopra il masso comparve una piccola nuvola nera che mandò tuoni, lampi ed un rovescio irrefrenabile di pioggia. Il masso cominciò a muoversi in fretta ma la nuvola lo inseguì fino a che al suo posto non comparve un troll, un piccolo troll roseo e pulito, benché come ovvio notevolmente brutto.

" Ma guarda - esclamò il Narratore - era un piccolo di troll talmente sporco di terra che gli erano cresciuti licheni e funghi sopra!" " Già, - disse Re Brian - e ora nessuno lo riconoscerà più!" e contento della beffa salutò sghignazzando l'uomo e ripartì con i suoi per il giro mattutino. Anche il Narratore si alzò, e riprese la strada di casa. Il piccolo troll, molto abbattuto, si recò alla grotta dove viveva la sua tribù ma, appena fu vicino, gli altri troll non riconobbero il suo odore e gli tirarono delle pietre ringhiando. Piangendo, il piccolo troll si inoltrò nel Bosco Buio, seguendo le tracce del Narratore. Quando fu buio arrivò alla sua casa, fuori dal villaggio, e si accucciò nel giardino, sotto un folto cespuglio. Sentendo dei rumori provenire dall'esterno, il Narratore e suo figlio si affacciarono per vedere e, capita la situazione, si avvicinarono. Il Narratore disse: " Mi dispiace per lo scherzo che ti ha fatto Re Brian, resta pure qui quanto ti fa piacere." e gli lasciarono una scodella di latte e una forma di pane. Il piccolo troll se ne stette nel giardino a rotolarsi nella terra e a bagnarsi nei rivoli fangosi che scendevano dalla piccola fontana , badando bene a non restare esposto alla luce diretta del sole che lo avrebbe pietrificato, restando poi tutto il tempo a farsi camminare sopra dagli uccelli e dagli altri animali diurni e notturni che scorrazzavano liberamente. Finalmente, dopo quasi un mese, soddisfatto dell'erba che gli era cresciuta addosso e dello strato di terra e fango che lo copriva, e particolarmente fiero di una colonia di lumache che si erano annidate tra i peli irsuti che aveva in testa, se ne tornò alla sua grotta dove venne accolto dai suoi parenti, così occupati a mangiare pietre da essersi quasi dimenticati di lui. Ma si sa, i troll sono creature piuttosto strane e certamente non di larghe vedute.








*** FINE ***

LA FAVOLA DELLA COLLANA

 (Prima pubblicazione 30.12.2009)

© Crenabog 




Mentre calava la sera sulla casetta del Narratore il piccolo Finbar non ne voleva sapere di addormentarsi; così, come da abitudine, suo padre gli raccontò una delle infinite storie che aveva raccolto in anni di viaggi sui sentieri dello Shire:

C'era una volta un uomo che aveva visto tante cose nella vita, tante ne aveva vissute, tante ne aveva subite, ma che con incrollabile pazienza andava avanti a vivere le sue giornate. E faceva questo, e faceva quello, tutte le occupazioni quotidiane diventate un rito, un abitudine, un qualcosa dalla quale non si distaccava, perso nel suo trafficare, e non aveva mai il tempo di fare cose diverse. Ogni tanto, quando proprio doveva concedersi un poco di riposo, riandava con la mente ai fastosi ricordi della lontana gioventù e a tutto quel che gli sembrava fosse stato così corsaro, così avventuroso, così pieno di gioia e di emozioni. Poi, mentre le palpebre gli si abbassavano, pian piano iniziava a dimenticare e magari alla fine scopriva che dimenticando le cose non lo facevano soffrire poi tanto. Ogni volta che si risvegliava e iniziava una nuova giornata densa dei suoi piccoli affari, infilava una pallina di legno forata su un filo, un lungo lungo filo. Era una consuetudine che aveva preso così, bizzarramente, un giorno che non aveva granché da fare, molti anni prima, e da allora questa specie di collana senza capo né coda si dipanava in un lungo gomitolo arrotolato nella sua camera. Ogni giorno una pallina, ogni giorno le stesse cose, lo stesso amaro in bocca, la stessa sensazione di inutilità, sempre le stesse cose nella mai dichiarata attesa di una svolta, di un cambiamento. Ed in effetti un cambiamento ci fu: un giorno, nell'andare a dormire, dopo avere a lungo girato per casa, si accorse che non aveva più neanche una pallina da mettere sul filo. Guardò e guardò, borbottò, si disperò. Maledì qualcuno, a caso, diede persino un pugno sul muro tanta era la rabbia. Poi si strinse tra le braccia, sentiva freddo: decise di mettersi a letto senza neanche spogliarsi per conservare un po' di calore. Scese il buio e quella specie di disperazione si tramutò in tristezza, poi in rassegnazione. Non fa niente, pensò, neanche le palline hanno un senso, in fondo. Neanche io..

Nessuno si accorse, il giorno dopo, che quell'uomo consueto, comune, abitudinario, non era in giro. Era troppo comune, come quel che faceva, e alla fin fine, aveva soltanto consumato anche l'ultima delle sue palline.




*** FINE ***

LA FAVOLA DELL' UOMO CHE SPARI'

 (Prima pubblicazione 14.12.2009)

© Crenabog 




Mentre le ombre della sera scendevano sulla taverna di Tom de Danann, il Narratore si intratteneva a bere una pinta di birra con un gruppetto di piccoli Spriggan seduti sul tavolo rustico, e tutti intenti ad ascoltare le sue storie. A volte non ne capivano bene il senso e la morale ma era sempre una gioia per loro starlo a sentire. E lui narrò:

C'era una volta, proprio qui nel nostro villaggio, un uomo che non contava neanche più le ore, era sempre occupato in giro a far qualcosa, ora qui ora là, sempre a portare il figliolo a casa, a scuola, la moglie al lavoro, lui al lavoro, o chi sa a cos'altro fare. Ed era stanco, ma così stanco, che a volte gli occhi gli si chiudevano, con il cervello che se ne andava per conto suo, perso in chissà che fantasie. Non dormiva o se dormiva, dormiva pochissimo: un poco alla volta la fatica era diventata stanchezza e la stanchezza era diventata talmente immensa da non avere più dei limiti. Semplicemente si nutriva di sé stessa e lui andava avanti senza capire neanche cosa stesse facendo. Un giorno, mentre camminava veloce lungo una via, si fermò, si girò e si accorse che, a differenza di tutte le altre persone, non aveva dietro di sé la sua ombra. Si sentì prima imbarazzato poi impensierito, poi non ebbe il tempo per pensarci più. Ma l'ombra non tornò. Forse, era troppo stanca per seguirlo ancora. E passavano le ore, i giorni, i mesi quando, all'improvviso, il giorno dopo che nel villaggio aveva fatto un gran temporale e le strade erano piene di fango, l'uomo che camminava si fermò, si voltò e non vide, nel fango dietro di sé, alcuna impronta. Trovò la cosa molto strana, provò a schiacciare bene i piedi nel terreno, vide le suole delle scarpe affondare ma quando le rialzò non c'era nessuna impronta. Era come se volasse sul fango o come se il terreno stesso non volesse più saperne di farsi calpestare da lui. Non lasciava traccia. E un giorno, mentre si riparava dal sole gli occhi con la mano, essi continuarono a dolergli perché la mano non lo riparava: il sole ci passava attraverso. La stanchezza però gli impedì di starci a pensare, doveva andare, doveva fare, sempre qualcosa. Gli sarebbe tanto piaciuto poter sprofondare nel suo letto e dormire, dormire per anni e secoli, ma ogni volta c'era qualcosa da fare. Fino a che, un giorno che accompagnava suo figlio a scuola tenendolo per mano, semplicemente sparì. Il bambino si voltò a guardarlo e vide solo la sua piccola mano ferma lì, in alto, che non stringeva più nulla. Nell'aria era rimasto solo un fil di fumo e il suo ricordo. Ma anche quello sarebbe svanito presto.




*** FINE ***

martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEL TROLL CHE AVEVA UNA MAMMA

 (Prima pubblicazione 10.07.2009)

© Crenabog 




Il piccolo Finbar era decisamente un bambino curioso, di certo aveva ereditato questa sua caratteristica dal padre, il Narratore del villaggio, che per guadagnarsi la vita viaggiava in continuazione nello Shire raccogliendo leggende, storie e tutto il folklore locale per poi intrattenere la gente di città e villaggi ricevendo doni e monete in cambio. Un giorno Finbar era andato dentro Bosco Buio a cogliere le more selvatiche, imbrattandosi la bocca e le mani di sugo di mora e riempiendosene il canestro, quando sentì un rumore di passi pesanti provenire dal fogliame. D'improvviso si trovò davanti un troll bardato di tutto punto neanche fosse dovuto andare alla fiera annuale delle Fate di Cristallo, carico di sacchi, pacchetti e altra roba strana. Il bambino, che ne aveva viste di tutti i colori e non si stupiva più di nulla, pensò che l' ombra del folto del bosco impediva alla luce del sole di trasformare in pietra il troll e gli domandò dove stesse andando;  quello rispose che stava andando in visita a sua madre. Il piccolo chiese se gli avrebbe fatto piacere d'essere accompagnato e quello, che a quanto pare era un troll beneducato, fece di sì col capo, contento. Camminarono per parecchio inoltrandosi nel folto del bosco ed avvicinandosi alla Landa dei Tumuli , dove di solito si radunavano fate, folletti e ogni altra cosa la fantasia del mondo avesse mai partorito nei secoli, quando il troll indicò una specie di grande secchio rugginoso poggiato su un tumulo. "Eccola lì", esclamò. Il bambino meravigliato gli chiese che roba fosse quella e lui rispose, "Non hai mai sentito la storia della vecchia? C'era una volta una vecchia che viveva sotto una secchia e se non se ne è andata è ancora lì celata. Ecco, credevi fosse una cantilena, invece parla della mia mamma!" Quindi alzò con le manone il secchio e sotto, dico!, davvero c'era una piccolissima vecchietta troll seduta su una seggiolina che stava cucendo un calzino. Quella sorrise felice al vedere il figlio, enorme al confronto, e salutò garbatamente il bambino. Stettero seduti intorno al tumulo a chiacchierare fino al pomeriggio poi la vecchina disse che bisognava riaccompagnare a casa il bambino prima che fosse buio per via di un certo lupo che da un mese girava nel bosco e il troll si accomiatò da lei con un bacio, lei volle per forza regalare il calzino al piccolo poi rialzò il secchio e ci si rificcò sotto. Tornarono quindi ai limiti del bosco e, salutato il troll, il bambino andò verso casa   quando da lontano intravide il padre che tornava anche lui. Lo salutò e correndo andò a dirgli tutto. Il padre pensò che gli stesse raccontando una storia inventata ma quando vide il calzino piccolissimo sbottò a ridere e non dubitò più di suo figlio anche se restò col dubbio che i troll avessero una strana idea delle case da scegliersi per abitare.. Un secchio, figuriamoci!






*** FINE ***



                                                  




LA FAVOLA DEL TRALCIO D'UVA

 (Prima pubblicazione 27.05.2009)

© Crenabog 




La taverna di Tom de Danann per una volta aveva un pubblico insolito, non gli abitanti del villaggio e neanche re Brian e i suoi folletti, neppure i piccoli Spriggan. Sì era invece radunato un gruppetto di bambini perché la maestra della scuola aveva sentito che il Narratore stava pranzando lì e di corsa aveva portato tutti gli scolari sperando che lui volesse raccontare una delle sue tante favole. Tom e il Narratore li guardarono divertiti  e ben volentieri il Narratore dedicò loro il suo tempo con questa storia:

C'era una volta, nel villaggio al limitare del bosco, un bambino che aveva chiesto al padre di poter piantare qualcosa nel piccolo spazio antistante la loro casa. Il padre - che voleva tenerlo contento - trovò da un amico che aveva una vigna un buon pezzo di vite con la sua brava radice e lo portò a casa. Insieme, scavarono una buca nel terreno e dopo averla piantata ammonticchiarono terra tutt'intorno e vicino gli conficcarono anche un grosso ramo alla quale con leggerezza la legarono affinché potesse crescere sana e forte. Il bambino se la andava a veder crescere, controllava che le talpe non ne mangiassero le radici e che gli spriggan del bosco non venissero la notte ad ingarbugliarla per far dispetto. Gli portava l'acqua con una sua brocchetta e pian piano vedeva spuntare piccoli germogli di foglie che si libravano verso la calda luce del sole. Già si immaginava di poterne vedere i grappoletti d'uva e ne provava una grande soddisfazione. Nel frattempo il ramo che faceva da tutore alla vite aveva ripreso vita e aveva anche lui fatto spuntare qualche getto verde, sempre ergendosi bello robusto a fianco a lei. Padre e figlio se ne stavano a volte così, seduti nel meriggio, a lasciar passare il tempo e a guardarla, senza un motivo preciso, solo per vedere la vita che passava e cresceva nella pianta. Ma una notte alcune fate invidiose passarono da lì e decisero di portarsela via: le svolazzarono intorno e la strattonarono da tutte le parti ma inutilmente, che era ben aggrappata al suo ramo e non venne via. Se ne andarono e per vendicarsi andarono nella tana delle termiti a chiedere alla loro Regina di divorare la vite. La Regina delle termiti, che aveva un carattere pessimo ed era sempre pronta a distruggere quel che le capitava , non si fece pregare molto e subito mandò le sue servitrici a compiere il danno. Nel silenzio della notte la vite vide avanzare le termiti e cominciò a tremare, era ancora tanto giovane, voleva crescere, voleva giocare con le farfalle, voleva creare i suoi grappoli, non voleva morire. Il tronco se ne avvide e iniziò a piangere e dalla sua corteccia screziata ma pulsante lunghe lacrime di linfa scendevano in terra. La vite gli sussurrò: Piangi perché hai paura? - e lui le rispose: No. Piango per te. - La vite restò interdetta e le termiti la raggiunsero ma si accorsero delle lacrime del tronco e ne assaporarono avide il dolce gusto. Inebriate e completamente dimentiche del misfatto che erano andate a compiere lo attaccarono per suggere tutta la sua linfa. Lo scempio durò tutta la notte, e il tronco non emise un solo lamento. Solo, continuava a piangere. Al mattino le termiti istupidite dal banchetto tornarono alla loro tana e la vite guardò con infinita tristezza il tronco distrutto e senza più vita. Quando il bambino e suo padre uscirono al mattino videro cos'era successo, distrussero il termitaio e non ne lasciarono traccia poi tornarono vicino alla vite e al grosso ramo scavato fino al cuore. Il piccolo era triste ma felice che la vite fosse intatta e chiese al padre come mai fosse riuscita a resistere alle termiti, e lui gli rispose: Non lo ha fatto. Non poteva. E' per questo che esistono i padri. Per proteggere fino all'ultimo i nostri figli. Fino alla fine.






*** FINE ***




LA FAVOLA DEL PESCE ROSSO

 (Prima pubblicazione 09.06.2009)

© Crenabog 




Nell' antico villaggio che sorgeva tra Bosco Buio e il grande fiume che scendeva da monte Atro, nel mezzo della Contea, lo Shire, la vita non offriva chi sa quali attrazioni; era un normale villaggio rurale che basava la sua prosperità sull'agricoltura, sugli allevamenti e sull'artigianato. C'erano molti scambi commerciali con i viaggiatori ma si può dire con certezza che lo svago principale era radunarsi ad ascoltare le infinite storie conosciute dal Narratore, che proprio di questo viveva, delle generose offerte degli ascoltatori. Negli ultimi tempi si era stabilito in paese un ricco commerciante, che amava fare sfoggio di sé: il fatto inconsueto aveva solleticato la curiosità degli abitanti che cercavano di entrare nelle sue grazie affollandosi intorno a lui.  A questa abitudine sfuggivano il bambino e suo padre, che preferivano starsene seduti in piazza a guardare gli altri. Una di quelle sere, mentre il piccolo era intento alle sue faccende e inventava bizzarri disegni con le sue matite colorate, il padre gli disse:- Guarda, che sta passando il Pesce Rosso.

 Il piccolo, incuriosito da tale stranezza, si fece attento, ma vide soltanto l'uomo più ricco del paese camminare guardando le vetrine, seguito a ruota da un codazzo di gente che confabulava e gli si rivolgeva, cercando di attirarne l'attenzione. Allora si rivolse al padre chiedendogli dove fosse mai il Pesce Rosso e lui gli disse, semplicemente, di ricordarsi cosa aveva visto che prima o poi glielo avrebbe spiegato. Passò qualche tempo e, per un insieme di cause, ci fu una grande crisi in tutta la Contea che - anche se di poco - toccò pure il paese; a loro non successe granché dato che non avevano granché e il padre, essendo il Narratore, trovava sempre qualcuno disposto a ricompensarlo per le sue leggende che dispensava volentieri, ma molti iniziarono a girare con l'aria preoccupata. E così una sera, mentre sedevano come sempre a guardare il passare della gente, suo padre gli disse:- Ecco che ripassa il Pesce Rosso.. , e il bambino vide di nuovo l'uomo più ricco del paese camminare lento, ma senza più nessuno dietro a seguirlo. Ne chiese conto al padre che gli rispose:- Quando lo hai visto l'altra volta era circondato da chi voleva chiedergli soldi, da chi gli diceva di quanto era bravo e bello per chiedergli soldi, da chi gli ricordava da quanto fossero amici per chiedergli soldi e da chi chiedeva agli altri come fare per chiedergli soldi. Ora che di soldi non ne ha più, perché i suoi commerci hanno chiuso e ha dovuto vendere tutto ciò che aveva, guarda come nessuno gli va più dietro. C'è un antico proverbio  che dice, ed è vero, "Il pesce rosso nuota sempre seguito dalla sua cacca". Vedi, basta un poco di corrente, nell'acqua, per staccare la cacca dal sedere del pesce rosso. A lui è bastato che le cose andassero male per staccargli i suoi soldi e tutti quelli che nient'altro volevano da lui. Guarda noi invece, pochi soldi, pochi amici, ma il sedere ce lo abbiamo pulito! 

Istintivamente, il bambino si girò a guardarsi il sedere, poi capì e scoppiarono a ridere..








*** FINE ***


LA FAVOLA DEL FORMAGGIO INCANTATO

 (Prima pubblicazione 23.05.2009)

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Finbar, il piccolo figlio del Narratore del villaggio, da sempre desiderava un animaletto da tenere in casa. Vedeva gli altri bambini andare in giro con grossi cagnoni al guinzaglio, li vedeva accarezzare gatti di tutti i colori sui loro balconi e lui non aveva nessun animale. Aveva provato a chiedere il permesso di tenerne uno ai suoi genitori ma sempre, per un motivo o l'altro, non era stato possibile. Questo gli dispiaceva e lo intristiva parecchio e cominciò così ad andare sempre più spesso al limitare del bosco per provare ad incontrare qualche bestiola e farci amicizia; durante una di queste scorribande si trovò a riposarsi in una piccola radura e, mentre osservava le nuvole rincorrersi nel cielo azzurro, sentì alle sue spalle un fruscio. Immaginando potesse essere qualche scoiattolino, o magari una marmotta, si voltò piano e fu molto sorpreso nel ritrovarsi faccia a faccia con un enorme topone, peloso e soprattutto in piedi su due zampe. Incredibilmente, il topo gli parlò:- Che stai cercando?, gli chiese. Lui rispose ingenuamente che era venuto per fare amicizia con qualche animaletto e il topo gli disse che se voleva poteva essere suo amico e che volentieri lo avrebbe accompagnato a vedere una cosa incredibile. Il bambino si alzò contento e disse che certamente avrebbe voluto vedere quel che aveva da mostrargli. Seguì il topone nel fitto della boscaglia, camminarono a lungo e giunsero dall'altra parte del bosco, dove non era mai stato prima. Si sentiva un vociare, uno squittire, un raspare frenetico! Che meraviglia! Un gigantesco monte giallo, alla cui base si affannavano e ballavano centinaia di topi di tutti i colori e dimensioni, dai minuscoli murilli dalle grandi orecchie a certe orride pantegane irsute e dagli occhietti malevoli: si fermarono un momento per osservarlo, poi ricominciarono a trafficare intorno alla montagna. Il topone gli spiegò che pochi giorni prima la regina Titania aveva dato un banchetto alla sua corte di fate proprio lì e alla fine si erano scordate di far sparire quel magico monte di parmigiano che, più ne mangiavi più ne compariva. Gli disse anche che avevano mandato a chiamare tutti i loro parenti sparsi per la regione e che da giorni stavano mangiando fino a scoppiare, ma non finiva mai. Quello che si era rivelato essere il Capo di tutti i topi confluiti laggiù gli offrì di prendersene quanto volesse, che di certo gli sarebbe piaciuto: il bambino, tutto contento, se ne riempì le tasche del gilet e dei calzoncini poi rispose, ringraziando, che era ora di tornare a casa e che si sarebbero visti di nuovo un altro giorno. Il Capo dei topi lo salutò e se ne andò a mangiare con gli altri. Una volta a casa il bambino raccontò l'accaduto al padre che subito gli disse di buttare via tutto, perché era un formaggio fatato e, una volta che lo avesse mangiato, gli avrebbe fatto venire una fame che non sarebbe passata mai più e lo avrebbe costretto ad andare a vivere nel paese delle Fate per continuare a chiederne ancora, e sempre. Il bambino obbedì e, per fortuna!, che se andate al limite di quel bosco trovate ancora oggi centinaia di topi affamati che ballano all'infinito intorno al magico monte di parmigiano fatato..





*** FINE ***




LA FAVOLA DEL FOLLETTO NASONE

 (Prima pubblicazione 19.10.2009)

© Crenabog 







Finbar, il figlio del Narratore, un giorno se ne andò con i suoi amichetti del villaggio a giocare a palla oltre il fiume e verso il Bosco Buio. Una volta lì presero a correre e a scalmanarsi dietro la palletta, tirandola sempre più forte sino a che non finì oltre una massa di cespugli. Andarono a cercarla e scoprirono dietro i rovi l'imboccatura di una piccola grotta, stettero un attimo a decidere cosa fare quando ecco che la palla tornò verso di loro, lanciata forte, ma sgonfia. Ovviamente si arrabbiarono e , senza pensare a chi ci fosse dentro, si avvicinarono strillando che queste non erano cose da farsi. Gli rispose un vocione roco:-" Non voglio essere disturbato in casa mia!" I bambini restarono stupiti, chi mai poteva esserci là dentro, troppo piccola perché fosse un gigante, troppo vicina al fiume perché fosse un orco (che non amavano affatto l'acqua e l'idea stessa di pulircisi..). Poco dopo ecco affacciarsi all'imboccatura.. un naso! Un grosso, ma grosso naso! Decisamente un Nasone seguito da un folletto piccolissimo che trasportava il suo naso spropositato su una specie di carriola di legno sbilenca. I bambini scoppiarono a ridere e se la diedero a gambe con la palla sgonfia mentre il figlio del narratore, sempre curioso, restò lì e gli chiese:-" Scusa, ma tu chi sei?" Il folletto rispose:-" Ero uno dei lucidascarpe della Regina Titania, ma una sera ebbi la malaugurata idea di andare alla taverna per giocare a biliardo con altri folletti. Quando eravamo sul più bello entrò un leprechaun e cominciò ad ubriacarsi fino a non reggersi sui piedi. I miei compagni gli dissero di smetterla che si sarebbe di certo sentito male ma lui continuava, disturbando tutti. Allora anche io protestai e lui, girandosi arrabbiatissimo, mi puntò contro il suo bastone dicendo che avrei imparato a non mettere il naso nelle sue faccende, poi uscì nella notte. Tornammo a casa e quando mi svegliai mi ritrovai con questo naso enorme e da allora vivo nascosto qui, vergognandomi da morire.. Non ho più neanche la mia casetta perché non riuscivo a muovermici dentro e sto in questa grotta, dividendola con le talpe e i conigli." Il bambino lo invitò a casa sua e lo prese in braccio per non fargli fare tutta quella strada a piedi poi, giunti che furono, lo presentò a suo padre che decise di porre rimedio in qualche modo a quel danno. Il padre conosceva una piccola sorgente, in cima ai monti, tenuta nascosta dal Popolo Segreto, famosa per le sue capacità curative e si incamminò per andare a riempirne una fiasca. L'aria fresca del meriggio accompagnò il suo cammino e la vista dall'alto del villaggio come sempre lo confortò. Raggiuntala, caricò la fiasca e pagò con una delle sue favole le driadi che la sorvegliavano. Le driadi sorrisero felici e lo invitarono ad andarle nuovamente a trovare quando ne avesse avuto bisogno. La sera, a casa, lui e suo figlio lavarono ben bene il folletto nasone e lasciarono che si addormentasse su un cuscino. Al mattino eccolo lì, bello e piccolo come era sempre stato! Si misero al lavoro tutti insieme e costruirono una nuova casetta per lui, adattando una di quelle per gli uccelli che il padre solitamente appendeva agli alberi del giardino e permettendogli di vivere con loro purché non avesse combinato danni. Lui, riconoscente, da allora si dedicò a sorvegliare i buchi nei muri da dove entravano e uscivano gli spriggan (ai quali evidentemente l'uovo di drago non era bastato per tenerli lontani) e a preparare strani intrugli con i quali lucidava a meraviglia le loro scarpe riportandole sempre a nuovo. Il leprechaun? ah, ma questa è un altra storia..







*** FINE ***
 



LA FAVOLA DEGLI HOB-GOBELIN

 (Prima pubblicazione 28.07.2009)

© Crenabog 




Lungo la  strada che portava a Connemara sorgeva un grande, grandissimo cespuglio, alto molto più di un uomo e sul quale era cresciuto un intrico di gelsomino rampicante che lo rendeva colorato e profumato quando arrivava la primavera. Tutti gli insetti dei dintorni andavano a ronzargli intorno facendo un gran chiasso. Per quel tragitto passava a volte un brav' uomo che nella sua fattoria aveva una piccola distilleria e, tra botti di rame e tubazioni in vetro, produceva una birra casalinga bionda e spumeggiante molto ricercata da tutti gli abitanti dei villaggi . Ogni mese vi si recava con il suo carro carico di botticelle in legno di quercia per venderla e col ricavato faceva la spesa per la famiglia e metteva dei soldi da parte, per cui era discretamente soddisfatto e tranquillo. Una sera il buio lo sorprese vicino al grande cespuglio e, mentre si fermava per la notte, parecchi Hob Gobelin uscirono furtivi da lì sotto e vennero a domandare la birra, perché ne avevano sentito molto parlare. L'uomo si rifiutò di vendergliela sapendo che l'oro dei folletti al mattino diventa cenere e quelli se ne andarono borbottandogli contro delle maledizioni nella loro lingua. Spaventato, salì di nuovo a cassetta, accese la lampada e sferzò i cavalli per andare subito al villaggio .Non si era però accorto che tra le botti dormiva il più piccolo dei suoi figli, che si era nascosto lì per andare alla fiera di Connemara insieme al padre; gli Hob Gobelin invece lo avevano visto ed essendo molto perfidi ne avevano approfittato. Quando al mattino arrivarono in piazza per la Fiera, ed il piccolo scese dal carro, il padre vedendolo corse a sincerarsi che stesse bene poi, vedendo che non aveva nulla di strano, iniziò a mercanteggiare il suo prodotto. Nel frattempo il bambino andò a giocare vicino alla fontana e, roteando su sé stesso, cominciò a cantilenare:-" Ah! Ah! Sono papà, sono papino-papone-papà! Ah! "-, e tanto cantilenò, tanto roteò che per via della maledizione degli Hob Gobelin si ritrovò dentro la testa di suo padre e suo padre nella sua. Ovviamente non sapeva cosa fare e cominciò ridendo a regalare botticelle di birra a tutti quelli che passavano mentre suo padre-bambino lo tirava per i calzoni cercando di impedirglielo, ma nessuno dava retta al piccolo. In breve il bambino-papà combinò un pasticcio e diede via tutta la birra fino a che suo padre riuscì a trascinarlo sul carro e a dirgli che non si fosse azzardato a fare più niente. Mogio mogio salì a cassetta e tutti risero vedendo un bambino guidare i cavalli in tutta fretta per uscire di città. Quando furono nel bosco il papà-bambino raccolse tutto il vischio che trovò e si diresse verso il cespuglio fatato poi aprì il vetro della lampada e chiamò a gran voce gli Hob Gobelin che uscirono tutti sghignazzando perfidi; quando si furono avvicinati per prenderlo in giro cominciò a bruciare sul fuoco i rami di vischio e ogni volta che lo faceva un Hob Gobelin scompariva in una nuvola di fumo. I pochi rimasti, spaventatissimi, lo pregarono di smettere e pronunciarono un controincantesimo. Subito le menti dei due tornarono al loro posto ma, per sicurezza e - diciamo la verità - anche per rabbia a causa dei soldi perduti, il padre gettò sul fuoco tutto il vischio rimasto e dei maligni Hob Gobelin non ne rimase più nessuno. Tornarono alfine alla loro casa ma da allora il padre preferì vendere la propria birra lì, trasformando il salone in un negozio che in breve divenne frequentato da tutta la gente della regione e così facendo, vivendo tranquilli tra casa e lavoro, guai non ne corsero più.






*** FINE ***


LA FAVOLA DEI PESCIOLINI D'ARGENTO

 (Prima pubblicazione 17.06.2009)

© Crenabog 






C'era, nell' antico villaggio, un signore anziano che passava quasi tutto il suo tempo dentro casa. Non lavorava più e quindi aveva pochi motivi di uscire di casa, se non per andare a fare la spesa e comprare quel che gli abbisognava anche se di solito si dimenticava di comprare da mangiare perché si faceva sempre attrarre dalla bancarella dei libri usati. Era in realtà un piccolo banco nella piazza centrale del villaggio, dove gli abitanti portavano i loro libri e li scambiavano con altri, visto che nel villaggio c' era sempre un gran viavai di viaggiatori che commerciavano in lungo e in largo per lo Shire e spesso insieme alle merci portavano a vendere libri. Questo signore leggeva, leggeva sempre, leggeva tantissimo e aveva casa colma di libri vecchi e nuovi, belli o sfasciati, ammucchiati in ogni dove, persino nei cassetti dei mobili. E continuava a comprarne, non smetteva mai, ne aveva a diecine ancora da leggere eppure ogni volta che vedeva qualcosa che pensava potesse essere interessante eccolo lì, a spendere quei pochi spiccioli che teneva in tasca. A casa nessuno gli teneva compagnia, una moglie non l'aveva, figli nemmeno, il caro vecchio porcellino d'India era morto anni prima e quindi se ne stava tutto solo con i suoi libri. Gli unici esseri viventi che sopportava, con malcelata simpatia, erano i pesciolini d'argento che guizzavano per ogni dove, nascondendosi nei ciuffetti di polvere, sotto il letto, dietro i mobili e che si cibavano soprattutto della vecchia carta dei libri. Lui lo sapeva bene ma non gli dispiaceva, anzi a volte lo si poteva vedere inginocchiato a lasciare bricioline di carta lungo gli angoli dei muri, sperando che i piccoli insetti andassero a nutrirsi. Ed erano belli grassocci e lucidi, mentre scivolavano ovunque per la casa. La mattina, alzandosi e andando al bagno, li trovava nel lavandino affaccendati intorno alle gocce d'acqua che cadevano dal rubinetto, assetati. Una sera se ne stava seduto sulla sua poltrona preferita a leggere e si godeva il tramonto dai mille stupendi colori che dipingeva il cielo di là dai vetri della finestra, si assopì con un libro aperto in grembo e lentamente, senza accorgersene, morì. E galleggiò nell'aria della camera, guardandosi, incredulo senza sapere bene cosa fare. Ancora indeciso sulla sua nuova inaspettata condizione, vide oltre la finestra brillare una scia nel cielo; volò fuori per vedere di cosa si trattasse e avvicinatosi si accorse che era una lunghissima scia di pesciolini d'argento, tutti i milioni di anime di pesciolini d'argento che avevano abitato insieme a lui ed erano vissuti e morti nella sua casa, godendo dei suoi libri. Per ringraziarlo, gli stavano indicando la via del Cielo. Finalmente allegro la seguì fino ad un cancello dorato che si aprì per accoglierlo ed entrò in una gigantesca biblioteca, che non se ne vedeva i limiti. Aveva trovato il suo Paradiso personale ed era sicuro che negli angoli bui tanti pesciolini d'argento scivolavano felici per l'eternità.




*** FINE ***

LA FAVOLA DEGLI ELEFANTI VOLANTI

 (Prima pubblicazione 16.06.2009)

© Crenabog 




Poco fuori dall'antico villaggio, circondata da un prato curato e verde come un tappeto di smeraldi, sorgeva la villetta, rustica ma graziosa, del Narratore. E lo si poteva incontrare - quando non era in viaggio - seduto tranquillamente nel patio a guardare le nuvole rincorrersi in cielo e a mandare a mente le infinite storie che raccoglieva durante il suo peregrinare per poi rivenderle a chi le voleva ascoltare. Quel giorno Finbar, il suo bambino, stava curiosando in giro alla ricerca di insetti quando gli si avvicinò e gli chiese cosa mai fossero gli elefanti, visto che aveva sentito questa parola a scuola. Il Narratore sorrise, ovviamente nello Shire nessuno aveva mai potuto vedere un elefante, sarebbe stato assurdo, ma lui ne aveva letto e li aveva visti nei libri contenuti nella biblioteca dell'abbazia di Durrow perciò diede una carezza a Finbar, si sedettero insieme, gli descrisse come fosse fatto quello strano animale e iniziò la sua storia:

" In un paese lontano lontano, nel sud del mondo, vivevano tanti branchi di elefanti che se ne stavano nelle loro savane a girare di qua e di là, pascolando tranquilli. Un brutto anno però arrivò un caldo tremendo che iniziò a seccare fiumi e torrenti, laghi e ruscelli. L'erba verde divenne gialla e secca, per i poveri animali non c'era più nulla da mangiare ed erravano tristi da un capo all'altro in cerca di cibo. In lontananza vedevano sottili fili di fumo e capivano che il loro peggior nemico, l'uomo, aveva cominciato ad andare a caccia. Una notte, mentre erano fermi sotto grandi alberi di portulaca dalle quale avevano staccato interi rami pieni delle foglioline grasse e piene d'acqua, il più piccolo del branco fece un sogno strano, si trovava dentro un luogo buio e freddo e sapeva che stava lì per salvare i suoi parenti e amici. Si svegliò inquieto nel ritrovarsi in mezzo al branco con quel caldo infernale. Allora si incamminò verso il limite della pianura, dove iniziavano le pendici della montagna e dove non lo avevano mai lasciato andare da solo, camminò e camminò, e finì per fermarsi davanti all'ingresso di una grotta. Timoroso, si fece forza ed entrò, e poco dopo si trovò dentro una grotta enorme attraversata da un lago di acqua cristallina illuminata dalla luce della luna piena che scendeva leggera dall'apertura superiore, sembrava fosse stato anticamente un vulcano. Felice uscì correndo per andare a chiamare il branco. Mentre l'alba si alzava all'orizzonte li vide correre nella savana, mentre in lontananza i tamburi ed il polverone di una tribù di cacciatori si avvicinavano. Barrì forte per chiamarli e loro arrivarono veloci. Portò tutti dentro la grotta e poterono bagnarsi e bere a volontà, anche se pensavano con paura ai nemici in arrivo e poi, ecco che d'improvviso si sentirono tutti leggeri, ma così leggeri.. che iniziarono ad alzarsi nell'aria e a galleggiare verso la bocca del vulcano. Che cosa stranissima! Ma tutti, nessuno escluso, se ne volarono in alto e la tribù dei cacciatori restò impotente a vedere una nuvola di elefanti allontanarsi mollemente sulla brezza del vento, fino alla più lontana montagna dove finalmente si posarono di nuovo nelle meravigliose foreste sempreverdi.."

Il bambino si divertì molto a pensare agli elefanti e chiese a suo padre cosa fosse successo; lui rispose che avevano bevuto un acqua minerale piena di gas e se si erano salvati era dovuto al sogno del cucciolo perché, a volte, quando le speranze sono finite e nulla più va bene, fidarsi dei sogni può portare ad una nuova vita felice.








*** FINE ***