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giovedì 1 gennaio 2026

I RACCONTI RITROVATI : LA FAVOLA DELLO GNOMO CHE RUBO' IL TESORO

(Prima pubblicazione in internet, nel blog di BRUNOAKIRA, mio figlio, che è l'autore: 02.10.2013)

© Crenabog 




C'era una volta, in un paese lontano lontano un pover'uomo che aveva perso tutte le sue ricchezze, a causa di uno gnomo pestifero che si aggirava in quei boschi. Quel signore un giorno si recò tra i boschi in cerca di funghi magici per le sue pozioni curative e come se le sue preghiere fossero state ascoltate intravide quello stesso gnomo che dieci anni prima lo aveva derubato. Tornato a casa, prese subito il tomo di magia bianca (dato che era una specie di mago) e si studiò il modo per riuscire a riprendersi il tesoro, detto fatto preparò una bottiglietta di idromele e tornò in quel bosco. Preparata la posizione dove mettere la bevanda si nascose dietro a un cespuglio e aspettò il suo arrivo, neanche fu passata una mezz'ora e arrivò lo gnomo che, dopo aver bevuto la bevanda, si mise a correre per arrivare a casa ma arrivato all'uscio si addormentò di colpo e andò a sbattere contro la porta. Il brav'uomo si affrettò a raggiungerlo e dopo averlo ritrovato aprì la porta scavata in un albero. Non potete capire la felicità dell'uomo che vide davanti a sé un grosso forziere con lo stemma della sua famiglia con sopra anche l'immagine della corona dato che lui prima di essere derubato era un nobile. Tornato a casa ripose il forziere nel laboratorio che era situato dietro a un muro, richiuse e portò allo gnomo (che nel frattempo si era svegliato) una bottiglia di limone per farlo svegliare. E salutato lo gnomo tornò a casa felice. lo gnomo però non sapeva nulla perché nella bottiglia di limonata gli era stata messa della pozione smemorina. E cosi nessuno seppe nulla..





Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

Hamsho : Meglio del padre! Questo è sicuro!

brunoakira : x Hamsho : nooooo io mi ispiro a lui é lui il mio guru il mio maestro la mia ispirazione per le storie


*** FINE ***

sabato 6 dicembre 2025

LE FAVOLE DEI LETTORI: LA FAVOLA DI PRIMA DEL DORMIRE di "Gattina1950"

 (Prima pubblicazione 30.07.2013)

Copyright Gattina1950

N;B:  Come per i precedenti, una precisazione: questo racconto che ha inviato Gattina1950 fa parte del gioco che avevo proposto, nel mio storico blog su Chatta.it, con il post PASSATEMPI ESTIVI, e consisteva nello scrivere un testo usando i personaggi, i luoghi e le relazioni tra loro che potete trovare nelle mie favole della Saga del Narratore e l'Antico Villaggio sparse qua e là nel blog. Stavolta tocca a Gattina1950 che ha ideato un raccontino lontano dall'idea della favola vera e propria ma comunque attinente data la presenza di vari caratteri comuni. Un grazie anche a lei per aver partecipato e buona lettura a tutti, anche ai nuovi utenti di questo blog.






A me piace credere di avere in casa dentro una fenditura del muro tanti piccoli Spriggan folletti ladruncoli che aspettano il momento che in casa tutto é buio e noi andiamo a letto per uscire e fare baldoria con i Leprechaun a base di succhi di frutta e caramelle, altrimenti diventano cattivelli..

Molte volte anche le Fate sono invitate a queste festicciole, sono piccole, qualcuna più grande, capaci anche di fare tiri mancini se non prese in considerazione.

Appena le luci si spengono loro escono, e si raccontano cose che solo loro conoscono, però a volte li ho sentiti.. parlavano del Popolo Segreto, e dei loro abitanti, Nani e Gnomi che vivono nei boschi, i Coboldi che vivono sulle montagne, dei Trolls che sono nelle grotte e anfratti dei monti.

Io ho immaginato il loro mondo.. non è poi così lontano.. a me è sembrato fosse uguale a quello che ho visto in vacanza..

Mi sono svegliata e mi sono accorta di essermi addormentata al computer sognando un mondo fantastico, un viaggio della fantasia, ma che spesso ho fatto camminando per i boschi, oltre il Bosco Buio.. dove iniziano le montagne, con cascate, con il fiume e il villaggio.

Ma forse non mi sono ancora svegliata del tutto, perché mi sembra anche di vedere Paulie che parla del suo amore, che lo racconta al vento, e lui lo porta con sé.. oltre la foresta.. dove gli arcobaleni hanno una miriade di colori, dove tutto è più bello, più semplice, più vero.. ecco stavo davvero sognando.. peccato..





*** FINE ***


                                                                          

LE FAVOLE DEI LETTORI: LA FAVOLA DELLA PICCOLA FATA di "Cioccolatino111"

 (Prima pubblicazione 25.07.2013)

Copyright Cioccolatino111

N:B: questi racconti ritrovati, sono stati creati dai miei vecchi lettori del blog originale e non sempre si inseriscono nella Saga del Narratore e l'Antico Villaggio: come fatto in precedenza per il racconto inviato da MorganaMagoo, è la volta della storia mandata da C.ioccolatino111, per la quale ci vogliono alcune piccole precisazioni. C.ioccolatino111 ha chiamato l'Antico Villaggio col nome di Brescello, perché nel mio canovaccio descrivevo il villaggio come una via di mezzo tra i classici luoghi irlandesi o scozzesi e la tanto amata Brescello di Don Camillo e Peppone, cioè un posto fuori dal tempo preciso ma comunque lontana dal caos. Tenete conto che il villaggio - nella Saga - non viene mai nominato, così come il Narratore e suo figlio, per il quale il nome viene rivelato solo nelle ultime storie. Ma comunque il racconto è simpatico anche così com'è, dato che avevo dato libertà a tutti di esprimersi come preferivano. Buona lettura!




Poco lontano dal grazioso Brescello, sorgeva un fitto bosco in cui si dipanavano colline, radure, fiumi e cascatelle cristalline. Gli aggrovigliati rovi, la distesa di enormi alberi e il folto fogliame lo rendevano buio persino di giorno. Per questo motivo, molti anni or sono, gli abitanti del luogo lo soprannominarono "il Bosco Buio".

Le case che gli erano più vicine, dopo il calar del sole, parevano disabitate. Gli abitanti raccontavano che la sera sentivano rumori sinistri, scricchiolii e altri suoni strani provenire dal bosco...alcuni paesani, nell'intento di chiudere le persiane e i solidi portoni...si erano addirittura convinti di intravedere ombre furtive, corpi deformi, correre veloci qua e là tra gli alberi.

Mai nessuno ebbe l'ardire di attraversare il bosco di sera, tanto meno di notte.. fino a ieri.

Arrivò al villaggio uno straniero di primo mattino, il quale pernottò alla locanda del "Gatto che fuma".

Un tempo, il non tanto compianto Conte Guercino possedeva uno grosso grasso animale. Egli fu chiamato a questo modo dai paesani proprio a causa del suo enorme gatto guercio e bianco come un albume.

Una sola macchietta marrone macchiava il candido pelo ed era posizionata proprio all'angolo della bocca. La macchia aveva la forma di un sigaro e ogni volta che qualcuno guardava il muso del gatto.. gli pareva che fumasse un sigaro.

Il gattone aveva il vizio di appollaiarsi sul bancone del bar e scattare come un fulmine ogni qual volta che vedeva dall'occhio buono grossi ratti bighellonare nei paraggi.

Quando l'animale passò a miglior vita...il locandiere non si sognò neanche per l'abbaino del cervelletto di cambiare il nome alla locanda perché essa era diventata nota proprio grazie al suo placido "fumatore".

L'oste diede allo straniero la camera più bella e pulita che aveva.. e in quella vi erano un letto con un materasso e un cuscino fatti di lana infeltrita, un comodino e un cassettone in legno di betulla...un alto armadio a due ante odoroso di muffa a cui mancavano le chiavi nelle serrature e che sembrava incollato al muro per pietà.

Lo straniero non fece caso alla squallida stanza.. ma al piccolo bagno quando vi entrò sì perché notò un buco e dentro esso una piccola e logora borsa nera.

Stette a pensare un pochetto cosa fare...se consegnarla al taverniere...oppure...si chinò per..

sssssssshhhhh ...sentì uno strano sibilo e in quel mentre la borsa si mosse.

Lesto si alzò, fece due passi indietro e sbatté una spalla contro la porta...ma non sentì dolore perché la sua concentrazione era impegnata sulla borsa.

SSSSSSSSSSSSHHHHHHHSSSSSSSSSS ancora si mosse!

Orripilato e confuso, strisciò nella sua mente un mostriciattolo repellente e viscido, il quale, probabilmente, stava cambiando pelle nella borsa proprio in quell'istante.

Non ebbe il coraggio di avvicinarsi alla borsa di stoffa fino a quando non gli parve di percepire un miagolio sommesso.

- "i serpenti non miagolano" - pensò..

SSSSSSSSSSSSHHHHSSSSSSSSS iiiiiiiaooo

La borsa sbatté ancora di qua e di là...e si aprì.

Nuovamente lo straniero si ritrasse rapido e aprì la porta del bagno per darsela gambe in spalla!!

Di fatto...un piccolo serpentello verde uscì dalla borsa, ma era curioso che avesse ali colorate di un giallo splendente. Il serpente luccicava di fulgida luce infatti e inchiodò su di sé lo sguardo dello straniero prima di cambiare sembianze mostrando di essere una bellissima e minuscola fata.




Lo straniero in principio non credette a ciò che vide e strabuzzò gli occhi..

- Chi sei? - chiese con voce bassa e dubbiosa.

- Oddio...ma è impossibile tu mi vedi...mi vedi, mi senti? - gli rispose una vocina.

- Certo che ti vedo e ti sento piccola...come ho visto prima uno strano serpente con le ali! -

"Non posso tenere per me questa novità...la devo raccontare per forza a re Oberon e alla regina Titania e non saranno per nulla entusiasti di ciò che dirò loro!" pensò la fatina.

All'improvviso, una risata profonda vibrò nella stanza e non si fermò fino..

- Ma insomma! Cos'hai da abbaiare? Sembri i Trolls quando ridono. -

- E cosa sarebbero questi Trolls ? -

- Somigliano un po' ai vostri cani...ma non sono veri cani -

- ah ah ah ah che colpo di buonisima sorte ho avuto...arrivo in questo luogo, sicuro di non trovare alcuna prova dell'esistenza di gnomi, fate e folletti.. certo di poter confutare le sciocchezze, ogni diceria sorte nella mia città e limitrofi...e cosa trovo? Le prove delle balordaggini a cui non credevo ma che invece son veritiere. -

- Ma come parli umano? -

- Non farci caso...dimmi, come ti chiami piccolo sogno? -

- Non posso dirtelo..-

- Bene, dolce "nonpossodirtelo"...da dove vieni? Chi ti ha infilata in quella borsa? -

- E' una storia terrificante umano...e non so se faccio bene a raccontartela! -

- Non temere, se la storia oltre ad essere terrificante è anche confidenziale, io so mantenere un segreto. -

La fatina stette un momento a pensare se fosse meglio per lei dire o non dire...alla fine..

- Appartengo al Popolo Segreto che abita nel Bosco Buio...come voi altri, anche noi abbiamo amici e nemici. Ed è stato proprio un nostro acerrimo nemico...Berretto Rosso...a rapirmi e ad infilarmi in quella borsa maleodorante. Per puro caso ho ascoltato una conversazione tra lui e il Signore del Wangshire...ma prima che potessi sgattaiolare via e spiattellare tutto a re Oberon, il malefico folletto mi ha vista e in un lampo mi ha imprigionata in quella borsa e mi ha nascosta alla locanda. -

Ripensando al discorso sentito tra i due...la fata iniziò ad agitarsi.

- Debbo correre da re Oberon e dalla regina Titania - disse con voce tremante - per dire loro cosa stanno tramando i maledetti. Debbo affrettarmi umano...prima che arrivino con i Banshee alle colline per decimare il Popolo Segreto !! -

- Aspetta...non andartene, io..! -

Ma la fatina in preda al panico, non lo ascoltò e volò via velocissima!


- "Mamma ho sonno"..."

- "Va bene, continueremo la storia domani sera tesoro...ora dormi!" -




***  FINE ***


                                                      





mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA COLLANA

 (Prima pubblicazione 30.12.2009)

© Crenabog 




Mentre calava la sera sulla casetta del Narratore il piccolo Finbar non ne voleva sapere di addormentarsi; così, come da abitudine, suo padre gli raccontò una delle infinite storie che aveva raccolto in anni di viaggi sui sentieri dello Shire:

C'era una volta un uomo che aveva visto tante cose nella vita, tante ne aveva vissute, tante ne aveva subite, ma che con incrollabile pazienza andava avanti a vivere le sue giornate. E faceva questo, e faceva quello, tutte le occupazioni quotidiane diventate un rito, un abitudine, un qualcosa dalla quale non si distaccava, perso nel suo trafficare, e non aveva mai il tempo di fare cose diverse. Ogni tanto, quando proprio doveva concedersi un poco di riposo, riandava con la mente ai fastosi ricordi della lontana gioventù e a tutto quel che gli sembrava fosse stato così corsaro, così avventuroso, così pieno di gioia e di emozioni. Poi, mentre le palpebre gli si abbassavano, pian piano iniziava a dimenticare e magari alla fine scopriva che dimenticando le cose non lo facevano soffrire poi tanto. Ogni volta che si risvegliava e iniziava una nuova giornata densa dei suoi piccoli affari, infilava una pallina di legno forata su un filo, un lungo lungo filo. Era una consuetudine che aveva preso così, bizzarramente, un giorno che non aveva granché da fare, molti anni prima, e da allora questa specie di collana senza capo né coda si dipanava in un lungo gomitolo arrotolato nella sua camera. Ogni giorno una pallina, ogni giorno le stesse cose, lo stesso amaro in bocca, la stessa sensazione di inutilità, sempre le stesse cose nella mai dichiarata attesa di una svolta, di un cambiamento. Ed in effetti un cambiamento ci fu: un giorno, nell'andare a dormire, dopo avere a lungo girato per casa, si accorse che non aveva più neanche una pallina da mettere sul filo. Guardò e guardò, borbottò, si disperò. Maledì qualcuno, a caso, diede persino un pugno sul muro tanta era la rabbia. Poi si strinse tra le braccia, sentiva freddo: decise di mettersi a letto senza neanche spogliarsi per conservare un po' di calore. Scese il buio e quella specie di disperazione si tramutò in tristezza, poi in rassegnazione. Non fa niente, pensò, neanche le palline hanno un senso, in fondo. Neanche io..

Nessuno si accorse, il giorno dopo, che quell'uomo consueto, comune, abitudinario, non era in giro. Era troppo comune, come quel che faceva, e alla fin fine, aveva soltanto consumato anche l'ultima delle sue palline.




*** FINE ***

LA FAVOLA DELLA FATA INNAMORATA

 (Prima pubblicazione 18.08.2009)

© Crenabog 






Appena fuori dal villaggio sorgeva la casetta del narratore e lì viveva tranquillo il suo bambino, sempre occupato a trafficare con i suoi giochi e i suoi trastulli. Amava viaggiare col padre quando capitava qualche strana avventura ma di solito era abbastanza tranquillo. Un giorno che gli era venuta voglia di andare a trovare Re Brian si attrezzò di tutto punto, mise nella bisaccia le matite colorate e la gomma di cera e pane, una fiaschetta di sidro per donarla al Re, il piccolo flauto magico che aveva preso dal cassetto del padre, un coltellino, una forma di pane e un grosso pezzo di formaggio avvolto in un telo di lino. Equipaggiato a puntino, si infilò il mantello e se ne partì verso il bosco diretto alla radura dei tumuli, di buon mattino. Camminò attento a non calpestare nessuna piota vagante e divertendosi quando si accorse che da sotto i cespugli alcuni piccoli spriggan lo osservavano pensierosi se avesse con sé qualcosa da rubacchiare. Camminò e camminò e quando gli venne sete, rammentandosi di non aver portato acqua e non volendo toccare il sidro, raggiunse l'antico pozzo di Rilley che si stagliava ancora, dopo moltissimi anni, vicino ad alcuni ruderi di una fattoria ormai disabitata. Il grande pozzo era sormontato da un arco metallico scurito dalla ruggine dal quale pendeva ancora la lunga catena attaccata ad un secchio di legno doghettato che veniva comunemente usato dai viandanti e anche dal Popolo Segreto quando ne aveva bisogno; essendo una cosa utile a tutti per comune consuetudine nessuno lo aveva mai danneggiato anzi, certe notti, i trow andavano persino ad ungere la catena e la ruota con del grasso di pecora. Si sedette lì vicino per riposarsi poi calò il secchio e lo ritirò pieno d'acqua fresca: mentre la beveva gliene sfuggì la presa e ne cadde parecchia in terra formando una piccola pozza sulle lastre di pietra sconnesse che lastricavano la base del pozzo.

Per gioco ci si specchiò ma vide con sorpresa due volti, il suo e quello di una bambina; subito si voltò per vedere chi ci fosse vicino a lui ma era solo! Sempre più sorpreso guardò di nuovo e la bambina - sorridente - era sempre lì vicino al riflesso della sua testa. Senza pensarci su chiese ad alta voce:-" Chi sei?" e, cosa curiosissima, una voce gli rispose dalla pozza. " Mi chiamo Gwyn, e vivo nell'acqua." Il bambino si mise a sedere vicino alla piccola pozza senza sapere cosa fare quando si sentì battere sulla spalla; si girò e vide il piccolo Re Brian con un gruppetto di folletti vestiti di verde, che ridacchiavano. " Allora, cosa hai combinato stavolta? Hai preso una Asrain, che ci vuoi fare adesso?" , "Cos'é un Asrain, Maestà?" rispose il piccolo. " Sono le piccole fate dell'acqua, ma non può vivere fuori dell'acqua perché il sole la dissolverebbe. Dobbiamo rimetterla dentro, non credi?" "Oh certo, poverina! Ma come facciamo?" "Bene, tu l'hai tirata fuori e tu devi rimetterla dentro. Potresti aspirarla e poi rigettarla nel pozzo." "Oh!", fece il piccolo, ma non poteva succhiare la pozza con le labbra e dopo averci pensato su trasse il piccolo flauto del padre e, usandolo come una cannuccia, succhiò tutta la pozza con la fata bambina poi, con le guance gonfie si affacciò al bordo del pozzo e ve la rimandò dentro. Si girò soddisfatto verso Re Brian e vide lui e i folletti che si rotolavano in terra tenendosi le pance dalle risate. "Be'? Cosa ho fatto stavolta?", chiese, al che Re Brian rispose che così facendo l'aveva baciata e ora erano fidanzati..."Santo Cielo, ci mancava solo questa! Ma sono solo un bambino!" e tutti i folletti, ridendo, risposero in coro:-" Oh, ma le fate sanno aspettare." Perciò, da allora, una volta al mese, il bambino - che era molto coscienzioso - tornò al pozzo di Ryddell a suonare qualche giga a Gwyn col flauto, in attesa che gli venisse in mente qualche buona idea per risolvere quella stranissima situazione.







*** FINE ***

LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON PARLAVA

 (Prima pubblicazione 25.07.2009)

© Crenabog




Quando il Narratore veniva chiamato dalla piccola scuola del villaggio affinché allietasse i piccoli con le sue storie favolose, una di quelle che amavano di più era quella del bambino che non parlava, perché ovviamente si identificavano con lui. E anche questa volta, mentre tutti se ne stavano tranquilli ai loro banchetti, iniziò a narrarla :

C'era una volta, nel paesino che ben conosciamo, un uomo che aveva avuto un bambino e lo vedeva crescere e giocare sano e bello. Ma quel bambino di iniziare a parlare proprio non voleva saperne e la mamma si disperava anche perché si avvicinava il momento di andare a scuola e sarebbero stati guai. Il piccolo non ci pensava, contento di fare i suoi giochi e di esprimersi a segni e a borbottii. Il padre andò a parlarne col Narratore del villaggio, sperando che gli potesse dare qualche consiglio, ché di cose ne sapeva tante e lui gli raccontò di una vecchia credenza popolare. Bisognava recarsi all'antico castello di Blarney e far baciare la pietra magica al bambino, così si sarebbe risolto tutto, la pietra era la metà di quella posta sotto il trono degli antichi Re e sulla quale essi avevano giurato fedeltà alla nazione ed al popolo, ed aveva grandi poteri. Detto fatto, il buon uomo preparò la sua carrozza di legno, quelle grandi e belle carrozze con l'abitacolo in legno a forma di grande botte, con le finestrelle e le tendine, ci attaccò i cavalli, prese il piccolo e partì. Ci misero diversi giorni, passandoli a godersi il paesaggio e le meravigliose notti stellate, ascoltando i sussurri delle Fate della campagna e facendo a gara se vedevano qualche cappello di gnomo spuntare nei campi coltivati. Arrivarono al maestoso castello di Blarney che da secoli dominava le vallate circostanti, chiesero il permesso di salire in cima alla torre e quando furono lì, videro il famoso buco nel pavimento dal quale si accedeva ad un profondissimo cunicolo. La Pietra Magica di Scone era incastonata lì dentro a poche decine di centimetri dall'orlo. Il padre tenne il bambino ben fermo e questi si distese col capo nel buco, trovò la Pietra e la baciò. Soddisfatti se ne tornarono alla carrozza, dopo aver salutato i proprietari del maniero. Non passò un ora che il bambino cominciò ad elencare tutte le cose che vedeva rendendo suo padre molto soddisfatto. Ma poi, per tutto il viaggio, non tacque per un minuto, eccezion fatta per il tempo in cui dormiva. E parlò, e parlò, e una volta arrivati andò a salutare tutti i conoscenti intrattenendosi con loro in lunghissime chiacchierate. Andò anche dal Narratore per ringraziarlo e si fece raccontare tutte le favole che conosceva così da poterle ridire ad altri! E chiacchierò poi, per tutta la vita, diventando famoso anche fuori del villaggio e della sua contea. Ah, i miracoli sono una gran bella cosa ma se si potesse dosarli a volte sarebbe meglio!






*** FINE ***





LA FAVOLA DELLA RAGNATELA ETERNA

 (Prima pubblicazione 21.07.2009)

© Crenabog




Quella sera Finbar, il piccolo figlio del Narratore, stentava a prendere sonno così suo padre si sedette vicino al suo letto e, mentre gli accarezzava la testa, prese a narrare una delle sue storie preferite :

C'era una volta, in una casa vicino al Bosco Buio, un bambino che amava giocare con i suoi trastulli e che spesso usciva per andare a vedere cosa stesse facendo la Gente Segreta, là nel folto del bosco. Così facendo aveva fatto amicizia con molti esseri fatati e spesso trovava da divertirsi parecchio insieme a loro; un giorno che stava passeggiando insieme a due scoiattoli, discutendo insieme a loro su quale albero avrebbero potuto trovare più nocciole, si trovarono davanti ad un piccolo sentiero, a malapena visibile tra la folta vegetazione. Incuriosito, ci si addentrò, noncurante del fatto che gli scoiattoli fossero voluti rimanere nella radura. E cammina, cammina, arrivò davanti ad una strana grotta che non aveva mai visto prima: si fece coraggio, accese la pila che portava con sé ed entrò dentro. Andando avanti cominciò a sentire freddo, era sempre più buio, alla fine si ritrovò la strada sbarrata da una ragnatela. Ma era una ragnatela enorme, immensa, fittissima, come una gigantesca nuvola rubata dal cielo e stipata lì dentro; non aveva mai visto una cosa simile! Sentiva distintamente in lontananza il frusciare dei ragni e cercando di vederli ne strappò qualche lembo. Subito sentì una vocina dirgli: "Non lo fare, non lo fare!" Ma lui, no, continuò imperterrito a strappare la ragnatela per arrivare dall'altra parte ed ecco che, dal profondo della grotta, si alzò come un vento fortissimo che uscì ruggendo dalla caverna. Il bambino rotolò fuori trasportato dal vento e pieno di paura iniziò a correre verso casa. Corse e corse e non si sentiva più nulla nel Bosco, nessun uccello cantare, nessun folletto fare musica, niente di niente. Quando fu arrivato a casa spalancò la porta e... guardò la sua mano. Era cresciuta! Non poteva essere la sua! Si fermò davanti allo specchio dell'ingresso ed ecco là un bel ragazzo, grande e grosso: Stupefatto chiamò suo padre ma solo una voce roca e stanca gli rispose. Andò di sopra e lo trovò steso sul letto, vecchio, pieno di rughe e incapace di alzarsi. "Figlio, cosa è successo mentre eri nel bosco?" sussurrò. Lui gli racconto tutto e il padre disse:" Oh no, hai distrutto la ragnatela proibita. Il Re dei Ragni la tesse da millenni e tutti gli anni che passano, quando fuggono via, finiscono lì. Tutto il tempo del mondo era tenuto dalla ragnatela. Ora è ritornato addosso a tutti noi.." Il bambino, ormai grande ma sempre spaventato da morire, chiese cosa si potesse fare mai. Il padre, allo stremo delle forze, gli spiegò cosa - secondo le antiche leggende - andava fatto. Quando venne la notte il giovane andò a bruciare dell'incenso all'imboccatura del Grande Pozzo Vuoto, che da secoli troneggiava al centro del Bosco e al quale nessuno si avvicinava. Al sentire il profumo poco dopo fece capolino la grande testa del gigantesco Verme Ouroborous, bianco come la luna, che vide il ragazzo e pensò bene di catturarlo. Lui si mise a correre in cerchio attorno al Pozzo e corse e corse e corse con tutte le sue forze e quando il Verme cominciò ad essere stanco, il ragazzo raccolse un pupazzo che aveva portato e nascosto in un cespuglio, e lo lanciò nel Pozzo. Subito il Verme si tuffò per catturarlo e lui tornò a casa. Trovò suo padre come lo aveva lasciato la mattina presto, allegro e davanti ad un bicchiere di birra e si accorse che non arrivava al tavolo: era ritornato piccolo. Ouroborous, gli spiegò il padre, creava il Tempo, girando all'infinito nelle profondità del mondo. Averlo fatto girare così tanto all'incontrario aveva riportato le cose a posto ma avevano corso un rischio terribile. Di certo da quella volta il bambino imparò a non toccare mai più, figurarsi a rompere!, le cose che non conosceva.





*** FINE ***





LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***





LA FAVOLA DELLA PUZZA TERRIBILE

 (Prima pubblicazione 04.07.2009)

© Crenabog 






Le belle mattine soleggiate, nello Shire, erano il più gradevole invito per tutti a stare all' aperto, sia per gli abitanti dell' antico villaggio sia per il Popolo Segreto dei Sidhe, tranne ovviamente i troll che alla luce del sole si sarebbero pietrificati. E il profumo dell' erba e delle resine che arrivava dal vicino Bosco Buio era troppo invitante, persino per il figliolo del Narratore che benché piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco anche se suo padre lo aveva più volte avvertito dei pericoli che poteva trovarvi. E così, un giorno che a casa si annoiava, prese il suo cestello, ci mise i suoi balocchi e dei biscotti, aprì la porta e tranquillamente se ne andò per il sentiero che portava verso la radura dei Tumuli. Probabilmente pensava di andare a cogliere dei fiori o magari trovare qualche insetto di quelli bel grossi, tutti luccicanti, un carabo, una cetonia, chi sa. Una volta giunto nella radura iniziò a guardarsi in giro ma non passarono pochi momenti che, alzando gli occhi , si trovo faccia a faccia con un Leprechaun. I Leprechaun non sono molto grossi e solitamente sono anche ben disposti verso la razza umana ma bisogna starci attenti perché hanno un senso dell'umorismo affatto diverso dal nostro e quel che fa ridere nel Paese Fatato di solito fa piangere gli esseri umani. A farla breve il folletto chiese al bambino da mangiare e lui, essendo di natura buono e amabile, volentieri aprì il cestello e gli offrì i biscotti che si era portato appresso. Il folletto li scrutò, li addentò, ma erano così friabili che gli si polverizzarono in bocca. Per niente soddisfatto di questo il Leprechaun puntò il dito verso il bambino e borbottò qualcosa in lingua fatata poi si girò e fuggì nel bosco. Il piccolo rimase interdetto e in fondo dispiaciuto, così se ne tornò a casa mogio mogio, chiudendosi in camera sua. La sera, quando il padre tornò, lo chiamò per farsi narrare cosa avesse fatto durante il giorno ed ecco che lo vide scendere le scale avvolto in una nuvoletta grigiastra terribilmente puzzolente. Stupefatto, chiese al figlio che avesse combinato e, sentito il racconto, capì subito che il folletto aveva lanciato una Maledizione Puzzolosa. Ora sì che sarebbero stati guai! Comunque, lo rassicurò e gli disse di starsene tranquillo in poltrona a leggere, badando però di lasciare tutte le finestre aperte, tanto per il gran puzzo nessuna creatura fatata avrebbe avuto il coraggio di mettere il naso in casa, poi si gettò addosso il vecchio cappotto, prese qualcosa in cucina ed una lanterna, e uscì diretto verso il bosco. Era ormai buio ma non faticò a trovare la radura dei Tumuli, posò in terra una grossa fiasca e aspettò. Mezz'ora dopo ecco comparire il folletto che, appena vide la bottiglia la arraffò e portatala alle labbra la scolò in pochi sorsi. I Leprechaun hanno la pessima abitudine di ubriacarsi e allora diventano dei Clorichaun, pestiferi e maligni oltre ogni dire ma... non era vino quel che c'era nella fiasca. Subito il folletto cadde a terra tenendosi la pancia e ululando dai crampi poi corse verso un cespuglio per calarsi i pantaloni. Dietro di lui arrivò il padre che lo inquadrò con la lanterna dicendogli:- Allora, hai impuzzolato il bambino? E ora ben ti sta, dannato folletto. Ti è piaciuto il mio olio di ricino? Non smetterai di farla per un mese intero! Ma... se tu annullassi la maledizione.. Il folletto strillava e si contorceva, già tutto inzaccherato e si disse disposto a fare come voleva lui. Allora recitò la formula e chiese al padre che altro doveva fare; lui gli disse di andare fuori della sua casa entro un ora, e se ne andò. Tornato a casa trovò il bambino contento e profumato e allora si sedette nel portico ad aspettare il folletto fin che non lo vide trascinarsi, portandosi dietro un grosso mazzo di foglie per pulirsi. A quella vista il padre stava per sbottare a ridere ma si trattenne e gli diede un grosso sacco di limoni, raccomandandogli di mangiarli tutti e di non azzardarsi mai più a fare simili scherzi a suo figlio. Il Leprechaun fece di sì con la testa e se ne andò col sacco, tenendosi i pantaloni calati. Inutile che vi stia a dire quanti rimproveri si ebbe il piccolo per essere andato da solo nel bosco ma si sa come son fatti i piccini, se non si ficcano nelle peste non son mai contenti e non sempre c'è un papà con un sacco di limoni per tirarli fuori dai guai.




*** FINE ***



 




LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON VEDEVA

 (Prima pubblicazione 28.04.2009)

© Crenabog 




Il sabato sera era il momento più atteso dagli abitanti del villaggio, che si radunavano per ascoltare il Narratore raccontare loro le antiche leggende, il folklore dello Shire e anche tenere storie morali. Una di queste era :

C'era una volta, tanti anni fa, in un paesino circondato da muretti a secco e basse colline, un bambino che aveva imparato a giocare con gli altri piccoli del luogo dopo una strana avventura con un folletto. Il bambino amava fare passeggiate lungo il ruscello e sedersi all'ombra di un grande albero, sentirlo stormire nell'aria serotina. Un giorno però all'improvviso, non vide più niente. Tutto era diventato buio, i suoni sembravano ovattati ed ebbe paura. Chiamò suo padre ad alta voce e per fortuna una zolla vagante che passava da lì lo sentì e corse a strusciarsi sulle gambe di suo padre per farsi seguire. Il papà lo trovò seduto sotto l'albero che piangeva e lo prese in braccio per portarlo a casa. Si sedette con lui sul letto, lo ascoltò e iniziò a raccontargli delle cose. Gli sussurrò delle fate che non possono entrare nelle case se sui davanzali ci sta il timo serpillo e lui intravide un barlume, gli raccontò degli elefanti che volarono via dopo aver bevuto alla fonte dell'acqua gassata e lui vide una scintilla,; gli spiegò perché Berretto Rosso fosse il folletto più crudele di tutto il sottobosco e come lo si potesse ammansire dandogli del pane crudo sbriciolato e il piccolo intravide delle ombre. Passò tutta la notte, gli portò del latte caldo e dei biscotti, continuò a narrargli delle fate foca che quando si innamorano perdono la loro forma e diventano umane, e se il pescatore nasconde l'abito da foca la può prendere in moglie, al largo dell'Isola di Man ed il bambino iniziò a sentire lontani campanelli...e gli narrò fino all'alba di come i Giganti della Scozia avessero giocato a tirarsi macigni fino a farne una scogliera dove andavano a fare il bagno e il piccolo iniziò a sentire cantare le silfidi. Il sole sorse lentamente, infiltrandosi tra le tende della loro camera da letto. L'aria si riempì del profumo delle bacche di vaniglia che il bambino tanto amava, e del profumo del gelsomino che il padre aveva amato da piccolo. Restarono così, il piccolo e il cantastorie, ad annusare e ad annusarsi, ritrovandosi: ora vedeva di nuovo. Vedeva tutto, anche quello che non c'era. Anche quello che aveva visto fino a pochi giorni prima e che d'improvviso era scomparso. Chiese quindi:- Papà, perché non vedevo più? , e lui rispose:- Stavi solo crescendo, amore mio. Ma ti ho salvato.




*** FINE ***





LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE CREDEVA A TUTTO

 (Prima pubblicazione 18.07.2009)

© Crenabog 






C'era una volta, in quel piccolo paese vicino al bosco, un bambino che stava sempre attento a quel che sentiva in giro e a quel che leggeva. E a tutto questo, lui ci credeva. Non lo faceva per cattiveria ma solo perché, essendo piccolo e avendo una mente semplice, non pensava che fossero bugie. Così facendo finiva per dare il tormento ai suoi genitori. Andavano a fare spese e insisteva per prendere un dentifricio perché solo quello gli avrebbe dato i denti bianchi, o una certa merendina perché solo quella era fatta col latte, o si arrabbiava con la madre che voleva comprare un certo sapone invece di un altro perché solo quello avrebbe fatto diventare i panni davvero puliti. I suoi genitori non ne potevano più anche perché non avevano molti soldi e cercavano di risparmiare, invece lui finiva per costringerli a comprare solo le cose che costavano di più, e non era mica detto che fossero migliori, anzi, spesso si rivelavano uguali se non addirittura delle grandi fregature. Sua madre, vedendo come era fatto, decise allora di fargli conoscere il narratore del paese, con la scusa che avrebbe potuto giocare col suo bambino, sperando che si sarebbe distratto ascoltando cose diverse. Un bel giorno quindi il narratore insieme ai due bambini presero la strada del bosco e si sistemarono nella radura, su una grande coperta, con il borsone pieno di frutta e panini per passare la giornata. Il brav'uomo iniziò a raccontare favolose storie della Gente Segreta, le avventure di Oberon, i tranelli dei Troll, persino come si fosse formato il letto del fiume migliaia di anni prima quando in un epica lotta i Thuatha Dè avevano preso per i piedi il grande Dio Dagda e lo avevano trascinato per tutta la valle. Il suo sedere era così pesante che aveva scavato il letto del fiume! I bambini si divertirono moltissimo e, dopo aver mangiato, si misero a fare collezione di foglie e sassi. Tornati a casa si salutarono e il bambino iniziò subito a dare il tormento al padre e alla madre chiedendo loro di cercare l'Undry, perché solo così avrebbero potuto risparmiare sulle cose che compravano da mangiare. Il padre, che aveva esaurito la pazienza, andò dal narratore a chiedere cosa mai fosse l'Undry e venne a sapere che si trattava del calderone magico di Dagda che donava cibo a chiunque glielo chiedesse. Logicamente, nessuno sapeva che fine avesse fatto l'Undry dopo tutte quelle migliaia di anni da quando il Dio Dagda si era ritirato dalla terra nel mondo degli Dei e allora il narratore si fece venire un idea per tenere occupato il bambino, la disse al padre e quegli se ne tornò a casa soddisfatto. Raccontò quindi a suo figlio che un antica leggenda voleva che solo chi fosse stato capace di fare il ritratto alle nuvole che passavano sul Picco Ventoso avrebbe avuto in dono l'Undry; il bambino ovviamente ci credette subito e da allora passò le sue giornate in giardino a consumare fogli di carta e matite colorate cercando di disegnare le nuvole ma siccome sul Picco Ventoso c'era un vento terribile queste cambiavano forma sempre più rapidamente di quanto lui le potesse disegnare. Solo da grande, quando diventò il più bravo disegnatore del paese, capì che quel che si vede e si cerca di raggiungere spesso ha una sostanza e una forma assai diversa da quel che è, e non desiderò più quel che vedeva o leggeva ma solo quel che realmente gli serviva.



*** FINE ***





LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE DISEGNAVA IL MONDO

 (Prima pubblicazione 13.05.2009)

© Crenabog



 

La scuola dei bambini dell'antico villaggio aveva da sempre l'abitudine di invitare il Narratore a raccontare le sue favole ai bambini piccoli e a lui, benché venisse comunque pagato per il suo servizio, questa cosa piaceva tanto perché era una grande soddisfazione vedere i loro occhietti curiosi brillare nell'ascoltarlo. Tra le tante favole, una delle più richieste era decisamente questa:

C'era una volta, in Paradiso, un grandissimo campo di nuvole morbide e bianche sul quale giocavano e ruzzolavano tantissimi angioletti in attesa di diventare bambini. Dall'alto di una nuvola-collinetta Dio li guardava paziente, intento a disegnare su grandi fogli con certe matite colorate che conservava in una scatola di legno, lasciata ai suoi piedi. Ogni tanto nell'aria si spargeva il suono di una campanella dorata e arrivava il Trenino dei Bambini dove, quelli che venivano chiamati, salivano correndo per venire sulla Terra. Ogni angioletto portava con sé un ricordo del Paradiso, una camiciola, una fialetta di pioggia, un bioccolo di nuvola, cose così. Il Trenino volava allegro e man mano che si avvicinava alle sue destinazioni, agli angioletti sparivano le ali perché non ne avevano più bisogno. Comparivano così, piccolissimi e felici, dentro le loro mamme e aspettavano tranquilli di venire alla luce, ognuno con il suo ricordino invisibile. Una volta diventati bambini però, per ogni nuovo giorno sulla Terra, un pezzetto di Paradiso veniva dimenticato e non ricordavano più di essere stati degli angioletti. Anche la casa del villaggio che conosciamo bene venne allietata dall'arrivo di un piccino e i suoi genitori lo vedevano crescere allegro e sano, intento a giocare con i suoi balocchi. Un giorno suo padre, il Narratore del villaggio, mentre fumava la pipa sul balcone vide in lontananza degli alberi davvero inconsueti, tutti dritti e con una specie di cespuglio per cappello, i colori che si differenziavano notevolmente dagli altri alberi del bosco. Restò perplesso e pensò che da quelle parti dovesse esserci un Cerchio delle fate. Qualche giorno dopo la madre, guardando dalla finestra, si inquietò vedendo uno stranissimo cane a sei zampe, viola, passare oltre il loro cancello. Ne parlò al marito ma non trovavano spiegazioni. Ma il giorno che entrambi videro volare fuori dalla porta un enorme pesce giallo decisero che certamente qualcosa di strano stava succedendo; pensando che sarebbe stato contento di vedere quell'assurdo pesce, il padre andò nella cameretta del figliolo per chiamarlo e lo vide lì, seduto sul tappeto a disegnare su grandi fogli. Gli si avvicinò e vide che razza di quadretti aveva fatto: un boschetto di alberi dritti e cespugliosi, un cane viola, un enorme pesce giallo che volava con la loro casa sullo sfondo. Al padre venne da ridere e lo lasciò fare, tanto aveva ben compreso cosa stava accadendo, e se volete saperla tutta, lo aveva ben compreso anche il buon Dio, che gli aveva già perdonato la birbonata di essersi portato via per ricordo le matite con le quali creava le cose..




*** FINE ***




martedì 18 novembre 2025

LA FAVOLA DEL TROLL CHE AVEVA UNA MAMMA

 (Prima pubblicazione 10.07.2009)

© Crenabog 




Il piccolo Finbar era decisamente un bambino curioso, di certo aveva ereditato questa sua caratteristica dal padre, il Narratore del villaggio, che per guadagnarsi la vita viaggiava in continuazione nello Shire raccogliendo leggende, storie e tutto il folklore locale per poi intrattenere la gente di città e villaggi ricevendo doni e monete in cambio. Un giorno Finbar era andato dentro Bosco Buio a cogliere le more selvatiche, imbrattandosi la bocca e le mani di sugo di mora e riempiendosene il canestro, quando sentì un rumore di passi pesanti provenire dal fogliame. D'improvviso si trovò davanti un troll bardato di tutto punto neanche fosse dovuto andare alla fiera annuale delle Fate di Cristallo, carico di sacchi, pacchetti e altra roba strana. Il bambino, che ne aveva viste di tutti i colori e non si stupiva più di nulla, pensò che l' ombra del folto del bosco impediva alla luce del sole di trasformare in pietra il troll e gli domandò dove stesse andando;  quello rispose che stava andando in visita a sua madre. Il piccolo chiese se gli avrebbe fatto piacere d'essere accompagnato e quello, che a quanto pare era un troll beneducato, fece di sì col capo, contento. Camminarono per parecchio inoltrandosi nel folto del bosco ed avvicinandosi alla Landa dei Tumuli , dove di solito si radunavano fate, folletti e ogni altra cosa la fantasia del mondo avesse mai partorito nei secoli, quando il troll indicò una specie di grande secchio rugginoso poggiato su un tumulo. "Eccola lì", esclamò. Il bambino meravigliato gli chiese che roba fosse quella e lui rispose, "Non hai mai sentito la storia della vecchia? C'era una volta una vecchia che viveva sotto una secchia e se non se ne è andata è ancora lì celata. Ecco, credevi fosse una cantilena, invece parla della mia mamma!" Quindi alzò con le manone il secchio e sotto, dico!, davvero c'era una piccolissima vecchietta troll seduta su una seggiolina che stava cucendo un calzino. Quella sorrise felice al vedere il figlio, enorme al confronto, e salutò garbatamente il bambino. Stettero seduti intorno al tumulo a chiacchierare fino al pomeriggio poi la vecchina disse che bisognava riaccompagnare a casa il bambino prima che fosse buio per via di un certo lupo che da un mese girava nel bosco e il troll si accomiatò da lei con un bacio, lei volle per forza regalare il calzino al piccolo poi rialzò il secchio e ci si rificcò sotto. Tornarono quindi ai limiti del bosco e, salutato il troll, il bambino andò verso casa   quando da lontano intravide il padre che tornava anche lui. Lo salutò e correndo andò a dirgli tutto. Il padre pensò che gli stesse raccontando una storia inventata ma quando vide il calzino piccolissimo sbottò a ridere e non dubitò più di suo figlio anche se restò col dubbio che i troll avessero una strana idea delle case da scegliersi per abitare.. Un secchio, figuriamoci!






*** FINE ***



                                                  




LA FAVOLA DEL TRALCIO D'UVA

 (Prima pubblicazione 27.05.2009)

© Crenabog 




La taverna di Tom de Danann per una volta aveva un pubblico insolito, non gli abitanti del villaggio e neanche re Brian e i suoi folletti, neppure i piccoli Spriggan. Sì era invece radunato un gruppetto di bambini perché la maestra della scuola aveva sentito che il Narratore stava pranzando lì e di corsa aveva portato tutti gli scolari sperando che lui volesse raccontare una delle sue tante favole. Tom e il Narratore li guardarono divertiti  e ben volentieri il Narratore dedicò loro il suo tempo con questa storia:

C'era una volta, nel villaggio al limitare del bosco, un bambino che aveva chiesto al padre di poter piantare qualcosa nel piccolo spazio antistante la loro casa. Il padre - che voleva tenerlo contento - trovò da un amico che aveva una vigna un buon pezzo di vite con la sua brava radice e lo portò a casa. Insieme, scavarono una buca nel terreno e dopo averla piantata ammonticchiarono terra tutt'intorno e vicino gli conficcarono anche un grosso ramo alla quale con leggerezza la legarono affinché potesse crescere sana e forte. Il bambino se la andava a veder crescere, controllava che le talpe non ne mangiassero le radici e che gli spriggan del bosco non venissero la notte ad ingarbugliarla per far dispetto. Gli portava l'acqua con una sua brocchetta e pian piano vedeva spuntare piccoli germogli di foglie che si libravano verso la calda luce del sole. Già si immaginava di poterne vedere i grappoletti d'uva e ne provava una grande soddisfazione. Nel frattempo il ramo che faceva da tutore alla vite aveva ripreso vita e aveva anche lui fatto spuntare qualche getto verde, sempre ergendosi bello robusto a fianco a lei. Padre e figlio se ne stavano a volte così, seduti nel meriggio, a lasciar passare il tempo e a guardarla, senza un motivo preciso, solo per vedere la vita che passava e cresceva nella pianta. Ma una notte alcune fate invidiose passarono da lì e decisero di portarsela via: le svolazzarono intorno e la strattonarono da tutte le parti ma inutilmente, che era ben aggrappata al suo ramo e non venne via. Se ne andarono e per vendicarsi andarono nella tana delle termiti a chiedere alla loro Regina di divorare la vite. La Regina delle termiti, che aveva un carattere pessimo ed era sempre pronta a distruggere quel che le capitava , non si fece pregare molto e subito mandò le sue servitrici a compiere il danno. Nel silenzio della notte la vite vide avanzare le termiti e cominciò a tremare, era ancora tanto giovane, voleva crescere, voleva giocare con le farfalle, voleva creare i suoi grappoli, non voleva morire. Il tronco se ne avvide e iniziò a piangere e dalla sua corteccia screziata ma pulsante lunghe lacrime di linfa scendevano in terra. La vite gli sussurrò: Piangi perché hai paura? - e lui le rispose: No. Piango per te. - La vite restò interdetta e le termiti la raggiunsero ma si accorsero delle lacrime del tronco e ne assaporarono avide il dolce gusto. Inebriate e completamente dimentiche del misfatto che erano andate a compiere lo attaccarono per suggere tutta la sua linfa. Lo scempio durò tutta la notte, e il tronco non emise un solo lamento. Solo, continuava a piangere. Al mattino le termiti istupidite dal banchetto tornarono alla loro tana e la vite guardò con infinita tristezza il tronco distrutto e senza più vita. Quando il bambino e suo padre uscirono al mattino videro cos'era successo, distrussero il termitaio e non ne lasciarono traccia poi tornarono vicino alla vite e al grosso ramo scavato fino al cuore. Il piccolo era triste ma felice che la vite fosse intatta e chiese al padre come mai fosse riuscita a resistere alle termiti, e lui gli rispose: Non lo ha fatto. Non poteva. E' per questo che esistono i padri. Per proteggere fino all'ultimo i nostri figli. Fino alla fine.






*** FINE ***




LA FAVOLA DEL RAGNO DELLA LUNA

 (Prima pubblicazione 24.06.2009)

© Crenabog 




Per quanto la vita nell'antico villaggio scorresse tranquilla, con i ritmi scanditi dalle stagioni e dalle consuete occupazioni, il Narratore non riusciva a stare veramente tranquillo. Aveva viaggiato tanto, e ancora viaggiava, per raccontare le sue storie e così guadagnare per la sua famiglia, dunque aveva visto cose che la maggior parte degli altri neanche sognava. E tra queste cose non sempre ce n'erano di belle. Perciò il Narratore provava sempre una certa preoccupazione nei confronti di Finbar, il suo bambino. Un giorno che se ne stavano entrambi sul dondolo sotto la veranda a guardare in lontananza il fogliame del bosco muoversi al vento di primavera, il bambino gli domandò:- Papà , tu di cosa hai paura? Di morire? , Il padre ci pensò soltanto un attimo e gli rispose:- No, ho paura di perdere te. , e se ne restarono in silenzio ognuno immerso nei propri pensieri. Quando venne la notte, dopo averlo messo a letto e avergli raccontato una favola come sempre, il padre uscì di nuovo sulla veranda e lasciò che il tempo gli scorresse addosso lentamente, ogni tanto dando una boccata alla pipa. In alto le stelle cambiarono posizione e la luna si avvicinò quietamente alle cime degli alberi. Ed ecco che trasse di tasca un piccolo flauto d'argento, molto ma molto piccolo, quasi un fischietto, che anni prima, in gioventù, gli era stato donato da Titania, la Regina delle Fate, per ringraziarlo di aver raccontato molte bellissime storie durante una festa che lei aveva indetto per tutti gli abitanti fatati del bosco. Con quello strumento, gli aveva promesso, avrebbe potuto chiamare a sé qualsiasi essere fatato che avesse voluto, gli sarebbe bastato pensare chi desiderava. Lo suonò sommessamente, con la mente rivolta al Ragno della Luna ed ecco che, da dietro la parte buia del satellite il Ragno Gigante si mosse e scese nel bosco lungo il suo filo d'argento. Senza rumore che non fosse il leggero brusio delle stesse foglie degli alberi, il Ragno si avvicinò e l''uomo lo salutò con cortesia, chiedendogli un dono particolare. Il Ragno gli porse allora una matassa del suo filo d'argento, creato con la stessa materia di cui son fatti i sogni che il favoloso animale manda nelle menti degli uomini quando dormono, sottilissimo, invisibile, indistruttibile. Il padre lo ringraziò con calore e gli offrì di bere da una ciotola che aveva riempito di grappa di denti di leone, potente, del color del sole, inebriante. Il Ragno ne bevve e si allontanò barcollando ma molto allegro, arrampicandosi poi fino alla sua incredibile casa lunare. Il padre salì da suo figlio e legò il filo al polso del bambino, si mise la matassa in tasca e legò al suo polso l' altro capo poi se ne andò anche lui a dormire. E da quella notte in poi, per tutta la vita, ogni volta che non vedeva o non sapeva dove fosse suo figlio, dava un piccolo strattone al filo e poco tempo dopo ecco che suo figlio si faceva vivo e lo rassicurava. Grazie a questa bizzarra magia anche quando furono lontani l'uno dall'altro, lontani veramente non lo furono mai.





*** FINE ***