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giovedì 27 novembre 2025

UNA SPIEGAZIONE ED UN RIASSUNTO

 (Prima pubblicazione 06.02.2020)

© Crenabog 





(Questo pezzo venne pubblicato circa sei anni dopo l'uscita della Favola del Paiolo Magico, per un'insieme di motivi avevo terminato idealmente la Saga del Narratore e mi ero dedicato a scrivere una messe sterminata di post di vari argomenti, e racconti di ogni genere. Però, sulla piattaforma Chatta.it dove tutti noi vecchi bloggers scrivevamo era un continuo richiedere altre nuove favole così iniziai la lunga stesura di GLI ANNI CHE SEGUIRONO che è la favola conclusiva della Saga. Per venire in aiuto dei nuovi utenti della piattaforma scrissi una sorta di riassunto delle vicende e dei personaggi affinché fosse più comprensibile, ed è appunto il testo che leggerete tra poco. Al momento non so se su questo mio blog potranno comparire nuove favole, intese come "aggiunte" al filone principale. Mai dire mai.)

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Entro sempre troppo poco in Chatta, lo so, e puntualmente me ne scuso con gli amici di lunga data che mi rimproverano di non scrivere quanto una volta. Bontà vostra e vi ringrazio di cuore. Quel che vi manca di più, e così tante volte me lo avete detto, sono i racconti, quei racconti che facevano parte della Saga fantasy del Narratore, che iniziò come un insieme di brevi favole per bambini create per mio figlio, venne modificata in parte con l'uscita di un libro che le conteneva e che vide esaurirsi tutte le copie che avevo - richieste ovviamente autografate e con dedica dagli amici lettori - e poi proseguì in maniera diversa, più articolata e completa, sviluppando ogni personaggio e tutte le sue interazioni. Dunque, volendo provare a far ripartire la Saga, che ricordo vide una sua conclusione nel 2014 ma solo qui, perché in realtà sono state centinaia i racconti a seguire che inventai per mio figlio, credo che sarebbe il caso di fare un riassunto conciso dei personaggi principali, di alcune ambientazioni e delle loro interazioni, di modo che chi li ha amati all'epoca possa ricordarli e chi si trovasse per caso a leggere queste nuove storie possa capirci qualcosa. Allora, vediamo un poco di spiegare tutto. La Saga è collocata in un epoca che potrebbe corrispondere ad un avanzato medioevo, in una Contea silvana attraversata da un grande fiume che nasce dalle caverne di monte Atro per lo sciogliersi dei ghiacci che lo sovrastano, e dallo sterminato Bosco Buio irto di radure, tumuli e praterie ma anche di centinaia di camminamenti. Lì si trova l'Antico Villaggio, che fu il luogo delle prime storie, e dove abitava il Narratore con la moglie ed il figlio piccolo. Dentro Bosco Buio troviamo due colline vicine sotto le quali esistono le regge di re Oberon e sua moglie Titania, regnanti su tutto il Popolo Segreto, i Sidhè, esseri fatati di ogni genere, dagli gnomi ai troll alle fate; e la collina di re Brian , re dei folletti, amico e sottoposto di Oberon. Il Narratore viveva e guadagnava viaggiando per villaggi e città raccontando storie, e vivendo innumerevoli avventure. Dopo un tragico assalto ed una epidemia al Villaggio durante il quale muore la moglie, il Narratore cresce suo figlio attraversando anni epici pieni di avventurose peripezie e conoscendo Paulie, la selkie - una fata foca - che si innamora di lui e ne diventa la compagna. Altri personaggi della Saga sono Tom, che insieme a sua moglie gestisce una locanda dove tutto il Popolo Segreto va a bere, mangiare e a far cagnara, l'Uomo della Luna - essere potentemente magico che vive in una reggia lunare e che sale e scende a bordo di un vascello avvolto da una bolla d'aria lungo un filo d'argento tessuto dall'immenso ragno lunare. E Clodagh, principessa delle fate, che ha avuto una figlia dall'Uomo della Luna, Cinnia, fata anche lei ma con i poteri lunari, che diventerà la compagna di Finbar, il figlio del Narratore. Finbar, nell'ultimo racconto svoltosi lungo dieci puntate, era stato ucciso ma tornava a vivere grazie alla potente magia celtica degli antichi dei, diventando quindi anche lui un membro dei Sidhè, semi umano e semi fatato, dotato della loro stessa lunghissima vita. A questo punto credo che vi siate rinfrescate le idee, vogliamo provare a tornare tutti insieme a Bosco Buio, vi va di sederci di nuovo intorno ad un falò a riscaldarci il cuore sentendo queste favole non più solo per bambini, scappando per un po' dalla realtà? Proviamoci, e se non vi piacerà basterà dirlo, il Narratore ha sempre dato retta al suo pubblico ed agli amici.




*** FINE ***



mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 22.12.2014)

© Crenabog 




Mentre il silenzio scendeva grondando sangue sulle pareti della grotta, il Narratore si appoggiò stravolto contro una parete; l’albino si rivolse a lui con un sorriso tirato.

- Ecco. Era l’unico sistema. Il Babook non ha l’anima e potevi assorbirlo solo se ne avesse avuta una. Così, quando ha inglobato il troll, c’era un anima dentro di lui.

- Ma… cos’era?

- Il Babook? E’ una storia complicata ma cercherò di spiegartela. Immagino che tu abbia le tue convinzioni religiose, anche se conosci il Popolo Segreto e quindi sai che al mondo ci sono più cose di quante i sacerdoti ne insegnino. Devi sapere cosa c’è davvero, fuori dal mondo. Il Primo Creatore c’è, anzi c’è stato realmente, un tempo inconcepibile è trascorso dalla sua apparizione. E col passare degli eoni, il suo essere solitario gli venne a noia: iniziò a parlare con sé stesso finché non si divise. Esattamente. Si divise in due entità ma in breve tempo ognuna di esse mostrò di aver assorbito solo una delle peculiarità del primo Creatore. In principio era Uno, ora invece c’era il Bene e il Male e queste due parti iniziarono a pensare di essere l’una migliore dell’altra; per prevaricare radunarono ogni specie di esseri tra tutti quelli fino ad allora creati, da ogni mondo, da ogni luogo. Così, infinite schiere diventarono il Bene e altrettante finirono con l’appartenere al Male. Tutto questo nel silenzio cosmico e nel segreto delle vite di tutti gli altri esseri. Da millenni e millenni esse si combattono, a volte una prevale sull’altra, a volte i due aspetti del creatore si annoiano e si dimenticano di quel che hanno iniziato. Di questi momenti - per loro brevi, per gli altri lunghi secoli - finiscono per approfittarsi le legioni che combattono e che non ascoltano più i loro creatori. Fanno quel che fanno perché è la sola cosa che sanno fare. Il Babook apparteneva al Male, come è chiaro, mentre io no: e molti di noi, io tra loro, abbiamo capacità assai diverse da quelle vostre. Io ad esempio esisto non solo qui, esisto ovunque, in ogni luogo, in ogni tempo. Sono uno dei Principi del Bene, uno dei combattenti più antichi. Ho assunto molte forme e molti nomi e anche in questo preciso momento altri di me vivono e combattono su altri piani dell’esistenza. Io sono il Campione Eterno: in queste terre mi avete conosciuto come Lugh l’Il Danà, e mia era la spada che stai brandendo. Su Melnibonè mi chiamano Elric, e la mia spada è la Portatrice di Tempeste. E ovunque in mille altri modi. Io appaio dove compare il Male e cerchiamo di annientarci a vicenda. Stavolta qui ti ho aiutato a vincere, altrove chi sa cosa sta accadendo. Quando uno di me muore, lo strazio è enorme ma anche la gioia delle vittorie scorre in tutte le nostre vene. Tu hai lottato bene, e hai una grande motivazione. Salva tuo figlio, Narratore, crescilo bene, che possa essere come te. Io veglierò su di voi, così come proteggo il mio antico popolo inconsapevole, i Tuatha, anche se ora sono diventati il Popolo Segreto. Narra loro di me; la fede è una grande forza, accompagnerà il loro cammino. Vai adesso, prima che il re dei Troll raduni gli altri e venga a cercarti. Va’!

Un lampo di luce avvolse Lugh, che scomparve alla vista. Mentre ancora nello spazio vorticavano mille scintille il Narratore saltò nel portale e ritornò nella sala del trono del re dei Sidhe.


Dopo essersi abbracciati e confortati, i tre porsero a Oberon i frammenti dell’Oder: il re aveva già pronti i suoi nani fonditori che li raccolsero e li portarono celermente nelle fucine inferiori dove da tempo ardevano le caldaie e gli strumenti. Nell’attesa, Cinnia e suo padre, Paulie e il Narratore raccontarono le loro esperienze ai convenuti nella grande sala e enorme fu il loro stupore quando sentirono la storia di Lugh. Grida di gioia e acclamazioni salutarono la notizia, anche se qualche idea antica finiva ribaltata in compenso sapere che il loro antico re guidava e proteggeva ancora i loro destini li rese esaltati e felici al massimo grado. Re Oberon dichiarò che quella sarebbe stata la data del “Giorno di Lugh” da festeggiare ogni anno in ogni regno fatato, e tutti avrebbero dovuto rendergli omaggio con canti, giochi e falò. Proposta subito accettata all’unanimità, da tutti. Poi mandò a chiedere ai nani a che punto fossero, mentre il loro gruppo si spostava nella camera da letto del re e della regina, dove Titania e le fate vegliavano sul sonno mortale di Finbar. Il Narratore si sedette sul letto cingendo la testa di suo figlio come a cullarlo, Cinnia si inginocchiò al suo fianco prendendo una mano tra le sue e baciandola. Paulie restò in piedi a fianco all’uomo, conscia del suo dolore. Clodagh stava in un angolo circondata dalle sue fate, i cui sommessi risolini testimoniavano della loro sorpresa nell’aver scoperto il suo rapporto segreto con l’Uomo della Luna. Titania parlava a bassa voce con Oberon, confidandogli il suo timore che non si sarebbe fatto in tempo a salvare il giovane, quando, dalle profondità della collina, giunse un colpo di gong.

- Sembra che ci siano riusciti,- esclamò Oberon, fregandosi le mani. - Chiamate gli sciamani!

Trascinati dai folletti, arrivarono tre vecchissimi sapienti, curvi sotto il peso delle loro conoscenze e delle loro barbe bianche, avvolti in palandrane di colore incerto e con molte pietre istoriate di rune mistiche legate al collo e intorno ai polsi. Scivolarono silenziosamente ai loro posti, intorno a Oberon, mentre un gruppo di nani preparava un alto piedistallo di tronchi di legno: al di sotto posero un enorme piatto di metallo sul quale calarono rami e braci per dare vita ad un calore basso ma potente. Altri nani corsero portando l’Oder finalmente ricongiunto, fuso e ribattuto fino a risaldare i lati spezzati, il grande calderone nero dei Tuatha riempiva con la sua sola presenza tutta la camera. Vi versarono acqua in abbondanza e, mentre lentamente si riscaldava, gli sciamani vi versarono estratti liquidi dagli strani bagliori, da minuscole ampolle dimenticate da tempo nei loro antri magici. E, prima bassissimo, poi in crescendo, ognuno si unì al coro mugolante le cui vibrazioni facevano tremare l’aria già densa dei vapori. Paulie e Cinnia spogliarono Finbar dai suoi abiti, il Narratore e Oberon lo presero tra le loro forti braccia, che già iniziavano a congelarsi al solo toccarlo, e con grande attenzione lo calarono nell’enorme paiolo, tra le morbide volute dei vapori che salivano verso l’alto.

- Ora, - fece Oberon ,- prima che andiamo avanti, c’è una cosa che devi capire bene, amico mio. Quella che stiamo facendo è una delle più antiche e potenti magie dei Sidhe, nata per loro e a loro riservata. Capisci che ci sarà un prezzo da pagare, un duro prezzo, per te?

- Credo di capire, sì, maestà. E francamente non me ne importa nulla. Sia quel che deve essere.

- Se Finbar rinasce, se ci riusciamo, se l’Oder ha riacquistato tutti i suoi poteri… capisci che tuo figlio non sarà mai più quello che era? Che prenderà la nostra essenza, che farà parte dei Sidhe? Sarai solo, anche se sarai sempre tra noi, che pure ti amiamo. Finbar avrà la vita lunghissima che è propria dei Sidhe, e i loro poteri. Perderà la sua umanità. Sei d’accordo?

- Maestà, se perché lui vivesse io fossi dovuto morire non ci avrei pensato un attimo. Perché dovrei pensare a questo? Va bene, mio figlio ama il vostro popolo, ama Cinnia, e so che continuerà a volermi bene. Anche se sarà uno di voi. Niente, comunque, ci terrà lontani, fin che durerà questa vita. Salviamolo.

- E sia. Venite tutti qui intorno.

Oberon, Titania, Paulie, Cinnia, Clodagh, il Narratore e re Brian circondarono il calderone e quando il re fece passare tra di loro un affilatissimo stiletto d’argento brillante, incisero i loro polsi facendo cadere gocce di sangue nell’acqua fumante. Le scie rosse si allargarono e fluirono verso il corpo di Finbar, che galleggiava esanime, scivolarono verso di lui e scomparvero nella sua pelle. Il colore e il calore, da tanto scomparsi dal suo corpo, ripresero il loro regno e tornarono a comandare. Lievemente il petto di Finbar si alzò, ed abbassò, e di nuovo, e ancora, in rantoli, sospiri, fino a riprendere il ritmo regolare. Le luci nella camera scemarono, come se la vita stessa, per tornare in lui, avesse dovuto assorbire tutta la potenza e l’energia circostante. E alla fine, Finbar aprì gli occhi , ancora ignaro della sua nuova natura, del battesimo magico che lo aveva assunto a membro dei Sidhe: suo padre levò lo sguardo dal volto amato e fissò Cinnia. La figlia dell’Uomo della Luna arrossì violentemente, come per un senso di colpevolezza; forse la incolpava di qualcosa, per questa rinascita che univa lei e lui, ma divideva un padre dal figlio? Il Narratore le sorrise, e annuì col capo. Tutto andava bene. Tutto era come doveva essere.








*** FINE ***

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (nona puntata)

(Prima pubblicazione 15.12.2014)

© Crenabog 





Il silenzio dello spazio era rotto solo dai singhiozzi di Cinnia, in preda al terrore. La navicella precipitava sempre più velocemente verso la Terra e sembrava che non ci fossero più speranze per loro; la distanza era talmente grande che il tempo scorreva lentamente, rendendo l'angoscia ancora più profonda. La ragazza si teneva abbracciata al padre con la mente sconvolta, lui invece appariva concentrato dietro a qualche suo pensiero, poi disse:

- C'è una possibilità, forse. E a questo punto tentarla é l'unica..

Infilò una mano nella giacca e prese qualcosa, poi la estrasse e la iniziò a fissare. Cinnia guardò esterrefatta il gesto :

- Che stai facendo, papà?

- Va bene, te lo spiego poi però non mi interrompere più. Allora, tu sai la storia tra me e tua madre, di come dormivo in mezzo ad un campo quando lei mi vide e approfittò del fatto che non me ne rendevo conto per.. fare quel che ha fatto. Poi, ti lasciò alla corte di Oberon che mi diede questa bella sorpresa. Quel che non sa nessuno invece, è che evidentemente tua madre si era innamorata e ci siamo incontrati, anche se in segreto, altre volte. Mi ha sempre cercato lei poi, una notte, mi ha lasciato questa pietra - aprì la mano e mostrò a Cinnia una pietra tonda sulla quale erano scolpite delle rune - dicendomi che se l'avessi chiamata col pensiero, mi avrebbe raggiunto. In verità, fino ad oggi, non ho mai provato ad usarla perché non ne abbiamo avuto bisogno. Ecco perché ti dico, forse questa è la nostra ultima speranza. Ora lascia che mi concentri.

La ragazza vide distintamente suo padre concentrarsi, con gli occhi serrati e il pugno teso verso l'alto. Intorno a loro il sipario scuro dello spazio scivolava via sempre più rapidamente, e le stelle sembravano strappate da una mano gigantesca che le rubasse per portarle via, sempre più su. In basso il chiarore del pianeta avvolgeva tutto di una luminescenza rosata, i contorni delle terre si fecero nitidi, vicini, continuamente più vicini, ogni attimo che passava portava via con sé la speranza di salvezza e i sogni di un futuro. Ed ecco, apparvero le cime dei monti, perfino le onde spumeggianti sul mare erano visibili, mentre brandelli di nuvole bianche venivano tranciati dalla folle corsa della navicella. Le nuvole, pensò Cinnia piangendo, quante volte avevano immaginato forme e disegni guardandole, lei e Finbar. Cosa era rimasto, adesso? Finbar disteso sul letto di Titania, gelido nella morsa del ghiaccio di Eirwen che stava distruggendo il suo spirito vitale, in attesa inconsapevole che la ricerca dei frammenti dell'Oder si compisse e la magia dei Tuatha lo riportasse a lei. E qualsiasi cosa avessero sognato, immaginato, deciso per un loro futuro, svaniva velocemente; il futuro - pensò Cinnia. Quale futuro, se io ho sangue di fata e lui è umano? Come avremmo potuto vivere insieme?

- Guarda! ,- gridò suo padre, stringendola tra le braccia e indicando in basso.

Una nuvola di mille colori si agitava, mutando forma, come agitata dai venti, piccola, compatta, poi larga e dai contorni fluenti. Non era ferma, anzi, pareva proprio voler salire verso di loro.. Ancora pochi attimi e furono raggiunti da un enorme nugolo di fate dalle ali iridescenti, e le loro risate sembrarono a Cinnia la cosa più assurda che avesse mai udito. Ma sicuramente anche la più gradita.. Centinaia di piccole e grandi braccia si protesero ad afferrare la navicella, fate di ogni colore e dimensione si affollarono intorno a loro, sorridenti, salutanti, assolutamente decise a fermare la corsa del minuscolo bolide lunare. E ci riuscirono, dapprima con fatica nel contrastare l'enorme spinta poi senza più alcuno sforzo apparente. Cinnia non credeva ai propri occhi, rise follemente mandando baci a tutte le fate più vicine. Anche suo padre aveva stampato sul volto un sorriso pieno e libero, forse - ma chi sa se lo avrebbe ammesso - anche per la conferma ricevuta che quello della pietra non era stato un altro degli scherzi della sua fata. Si sentì accarezzare la nuca, si voltò e lei, ovviamente, era lì.

- Cinnia, ti presento Clodagh, tua madre.

La ragazza vide per la prima volta la faccia splendente della fata, che si era sempre tenuta lontana e nascosta da lei, per timore che la sua dissennatezza nel lasciarla ne avesse esacerbato l'animo.

- Ciao, piccola. Strano modo di conoscerci, non è vero?

La felicità per quel che era avvenuto era talmente grande che nessun pensiero vendicativo corse nella mente di Cinnia. Li abbracciò entrambi, perdendosi nel bizzarro profumo che avvolgeva la fata, un misto di ambra, cannella, resina odorosa e in fondo, laddove poteva persistere più a lungo, il sentore di vaniglia calda e aromatica.

- Mamma, sembri una pasticceria volante..

Il coro delle risate discese dal cielo come una pioggia bene augurante.




Il Narratore si ritrovò nel buio delle caverne di Monte Atro e perse minuti preziosi cercando di abituare la vista all'oscurità. Tenendosi con una mano alla parete scheggiata, mosse passi incerti verso una lontana luminescenza, poi comprese che doveva trattarsi della luce di alcune torce poste a guardia di una grande spelonca. Sempre più deciso, avanzò e finì in un ampio spazio quasi circolare: vide i tenui splendori delle fiamme riflettersi sul metallo delle spade d'acciaio, i sacchi di monete d'oro, le casse d'argento. I tesori trafugati nel tempo dal re dei Troll erano tutti lì, accatastati ai suoi piedi. Tese le orecchie nel tentativo di scoprire i loro passi pesanti, nel caso fossero andati nella sua direzione. Al momento però, sembrava che avrebbe potuto agire con calma: iniziò a frugare, dopo aver preso una torcia, spostando tappeti rosi dalla muffa per l'umidità, scheletri sbiancati di antichi nemici - o forse prigionieri - che avevano osato cercare di rubare il tesoro prima di lui. Contro una parete, una fila di grandi scudi corrosi dal tempo, dal metallo annerito, lasciavano ancora intravvedere preziose immagini finemente niellate a sbalzo, frutto di civiltà totalmente dissimili dalla gretta violenza dei Troll. Tra di questi, appoggiato con noncuranza, come se nessuno sapesse di cosa si trattava, scorse una forma triangolare, certamente aveva trovato quel che cercava. Esultò tra sé, poggiando la fiaccola su una catasta di elmi dorati, e prendendo l'Oder tra le mani. Se lo portò al viso, commosso, assaporando il sentore di enorme antichità che misticamente lo avvolgeva poi, mentre iniziava a ritrarsi verso lo spazio del portale, le grida di allarme dei Troll esplosero in lontananza. Alzò gli occhi, nel buio non aveva osservato la parte superiore: ora, illuminandola con la torcia, notò delle grate, forse usate per far scorrere l'aria nell'ambiente, dalle quali evidentemente il muoversi della luce della fiaccola era stato notato da qualcuno di loro, lasciato di guardia. I capelli si rizzarono sulla nuca del Narratore, e si preparò a difendere sino all'ultima goccia di sangue il frammento dell'Oder. Sguainò Trinker, godendo del bagliore assassino della lama azzurra, e iniziò a correre verso il portale: non ebbe tempo, la prima carica di Troll proruppe nella caverna con urla bestiali. Enormi, roteavano contro di lui gigantesche mazze ferrate irte di spuntoni ancora coperti del sangue disseccato delle vittime: l'uomo scansò abilmente i loro movimenti scomposti, e ad ogni fendente di Trinker vedeva i corpi mostruosi avvizzire urlando e disfarsi sul pavimento. Dalle profondità di Monte Atro l'ululato dei corni di guerra chiamò a raccolta i Troll disseminati nelle varie caverne, mentre il re schiumava di rabbia all'idea che un miserabile essere umano stesse mettendo in pericolo il suo tesoro. Ma il cupo, roco suono dei corni svegliò anche qualcos'altro e questo qualcosa iniziò a scivolare segretamente, nero nel nero del buio, verso il luogo della lotta.

Il Narratore non dubitò della inaudita potenza di Trinker, e continuò a spezzare ossa, recidere arti e succhiare via l'anima dai Troll che si riversavano, calpestandosi come dementi, accecati dalla brama di uccidere; improvvisamente sbandarono, arrestandosi. L'uomo ne approfittò per ritrarsi verso la parete del tesoro, e riprendere fiato, perché iniziava a sentire la stanchezza nei muscoli. Dal retro del gruppo di mostri giungevano urla di terrore, cosa che stupì il Narratore. Che poteva mai aver spaventato quei giganteschi guerrieri? Poi, con un fruscio, una specie di sibilo, vide qualcosa strisciare sui muri e sul soffitto, un ombra indistinguibile.

- Babook! Babook! ,- urlavano i Troll, spingendosi l'un l'altro nel tentativo di fuggire. L'ombra si lasciò cascare su di loro, avvolgendoli, sbranandoli. Lo scricchiolio delle ossa spezzate si mischiava all'osceno risucchiare del sangue prodotto dall'orrore ancestrale, uscito dalle profondità di Monte Atro per placare la sua fame. L'uomo capì che si trattava di quel qualcosa di cui lo aveva avvertito re Brian poco prima di partire e cominciò a pensare realmente che da lì non sarebbe uscito vivo. Provò a slanciarsi contro di esso, approfittando che era intento a fare a pezzi un troll, e lo colpì con forza. Trinker lo passò da parte a parte e l'unico risultato fu una risata agghiacciante.

- Pazzo! Con la Bevitrice cerchi di uccidermi?

Le parole, se parole erano, rimbombarono nella mente del Narratore, non nelle orecchie. Aveva dunque anche poteri mentali, rifletté, tirandosi indietro con timore. Il Babook si girò verso di lui, strisciandogli contro; le braccia si allungarono esageratamente mentre gli artigli fremevano alle estremità. Più che una terrificante realtà, sembrava un incubo.

E, del tutto inaspettatamente, vicino al Narratore comparve una forte luminescenza, un bagliore al cui centro cominciò a distinguersi una forma umana. Un uomo alto, magro, albino e dai lunghissimi capelli sciolti sulle spalle, candidi come neve, ricoperto da una cotta di maglia, una corazza a difesa del petto e un corto gonnellino di strisce di cuoio borchiato guardò il Narratore poi si chinò verso un Troll svenuto ma illeso, con forza indicibile lo afferrò per i capelli con una sola mano e lo lanciò verso il Babook. L'essere reagì d'istinto, allungò le braccia, si strinse intorno al Troll e spalancò una bocca enorme, irta di zanne: sembrava non avere una mascella, perché allargò la bocca sino ad avvolgere interamente la testa del Troll, come a volerlo ingoiare intero.

- Ora! Colpisci il Troll! ,- gridò l'albino, e il Narratore gli sferrò un colpo al cuore. Trinker fece il suo lavoro: in pochi secondi avvizzì l'enorme corpo del Troll e trascinò con sé anche il Babook le cui urla deliranti echeggiarono a lungo nei recessi della mente del Narratore.




Continua - e termina - nella decima puntata QUI : La favola del paiolo magico 10


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 09.12.2014)

© Crenabog 




Paulie posò i piedi su un prato basso, folto come una pelliccia, morbido e avvolgente. Aveva creduto di arrivare su una spiaggia, o su delle rocce, invece dopo aver attraversato l' anello del crocevia di Oberon si era venuta a trovare su una distesa d'erba profumata il cui vago sentore si univa agli effluvi salmastri provenienti dal mare che circondava Hy-Breasil. Si guardò intorno e tra le folate di nebbia iniziò a distinguere sempre più nitidamente i contorni del castello di Morgana, da secoli custode dei sepolcri dei re dei Sidhe. Sapeva di dover fare presto, e immediatamente si diede alla ricerca del frammento dell'Oder: temette però che, se fosse stato ricoperto d'erba, difficilmente sarebbe riuscita a distinguerlo. Avanzò, muovendo passi dapprima incerti, poi sempre più rapidi, spostandosi a destra, a sinistra, lanciando occhiate in lontananza; si rese conto che il prato contornava solo in parte le basi del castello, e lasciava quasi subito spazio a delle rocce incastrate tra enormi lastroni plumbei. Certamente dovevano essere le scaglie della corazza del Fastitocalone, la gigantesca testuggine sulla cui schiena Hy-Breasil vagava nei mari, e dunque era tra di esse che il frammento era incastrato. Cercando di non inciampare e di non procurarsi ferite o slogature, Paulie camminò ansiosamente, mentre la nebbia, in lente spirali lattiginose, andava diradandosi al sole. Le enormi scaglie apparivano corrose dal passare dei secoli e tra le loro fessure piccole polle d'acqua di mare davano ricettacolo a minuscole forme di vita, rosei granchiolini, piccoli pesci albini, alghe avvolte in ammassi molli e disfatti. Un luccichio distante attrasse la sua attenzione : comprese al volo che il sole si era riflesso su del metallo e non su materia vivente. Aveva trovato il frammento. Grande, alto quasi quanto lei stessa, lo spicchio dell'Oder era saldamente infisso tra le squame, la punta rivolta al cielo. Paulie lo tirò, spinse, fece forza in tutti i modi fino a farsi sanguinare le dita ma sembrava che non fosse possibile estrarlo. Cadde in ginocchio, colta dallo sconforto: si prese la testa tra le mani, le veniva da piangere poi, risoluta a farcela ad ogni costo, continuò appoggiandovisi contro con tutto il corpo. Aveva graffi ovunque, e il sangue aveva cominciato a colarle sul vestito, quando - dapprima lentamente, poi con maggiore facilità - il frammento iniziò a dondolare e cadde a terra con un sonoro clangore. Paulie, con un sorriso sul volto, riprese fiato e , ora che era riuscita ad estrarlo, lo sfiorò con le dita trasferendo al metallo il lieve tocco magico della sua essenza fatata, che lo rese leggerissimo e pronto ad essere facilmente trasportato verso la zona dove l'attendeva l'ingresso al crocevia.

- Cosa stai facendo?

Si girò e vide, in piedi sul bordo bagnato dai flutti, una forma umana. Il sudore che le era colato negli occhi le aveva reso la vista poco nitida: se lo terse col dorso della mano e riuscì a distinguere meglio di chi, o cosa, si trattava. Un tritone, alto, muscoloso, dal color bronzeo e dalla schiena squamata di verde, la fissava, ritto verso di lei, con le braccia dietro le spalle.

- Oh. Sto portando una cosa da re Oberon, - disse, preoccupata.

- Stai prendendo l'Oder, vero, sorella?

Paulie restò di stucco e non rispose.

- Sappiamo bene cosa stai facendo. Anche nelle profondità del mare arrivano le notizie: o non ricordi che il Popolo Segreto è unito ovunque?

- Sì, sì. Ma ora non posso prestarti attenzione, perdonami. Devo fare presto.

- Tutta questa fretta per salvare un umano?

- Non puoi capire. Ed io non posso stare qui a parlare con te, ti prego, lasciami fare.

- Capiamo benissimo, sorella. Forse sei tu che non capisci. O magari non ricordi le tue origini. Ti sarai anche abituata al tuo corpo da umana ma resti sempre una selkie. E noi, e le sirene, le ondine, tutti gli abitatori dell'acqua, siamo la tua famiglia. Come hai potuto abbandonarci e dimenticarti di noi?

- Ti prego, davvero, non posso stare a discutere con te di questo, ora.

- Ah, non puoi? Non vuoi, è più onesto dire. A noi tutti invece manchi tanto. Così come ci manca ognuno di noi che lascia il mare per vivere sulla terra ferma. Talvolta è vero, sono costretti a farlo; forse anche tu fosti obbligata? E' questa la tua scusa? - insisté il tritone, con aria malevola. Paulie cominciò ad avere davvero paura. - Magari qualcuno ti ha rubato la tua pelle di foca. E' per questo che non hai più ripreso le tue vere sembianze e non sei tornata da noi?

- Ti sbagli, - gridò Paulie. - Nessuno mi ha costretto!

- Però se tu riavessi la tua vera pelle dovresti indossarla e venire di nuovo negli abissi. Non è così? Non è questa, che ti manca?

E così dicendo mostrò cosa teneva nascosto dietro la schiena. Stretta in pugno, una lucida pelle di foca apparve agli occhi della disperata ragazza. Il colpo fu troppo forte e vacillò, smarrita. La legge obbligava ogni selkie che avesse preso aspetto umano, spogliandosi del suo vero aspetto, a indossarla nuovamente e a tornare tra le onde appena fosse tornata di nuovo in suo possesso. Paulie temette di svenire poi, con il cuore stretto dall'angoscia per il ritardo imprevisto, riuscì a ragionare e affrontò il tritone:

- Mi mancherebbe, e la dovrei indossare, se fosse la mia. Ma tu sai che mi stai ingannando e lo so bene anche io. Così come so perfettamente dove si trova , e chi la custodisce: e che me la darà solo quando gliela chiederò. Quindi, quella non è la mia pelle, e tu non puoi costringermi a nulla!

- Per vivere con un umano respingi la tua razza? Rinneghi te stessa, e quel che sei?

Il tritone era realmente infuriato e lanciò in acqua la pelle fatata, cominciando ad avanzare verso di lei con le mani palmate protese minacciosamente.

- Nessuno lascia il mare, se il mare non vuole lasciarlo, - gridò.

- Allora stavolta il mare dovrà farsene una ragione, perché non tornerò mai più! , - rispose la ragazza: con un rapido gesto lanciò l'Oder verso il portale e correndo lo seguì; mentre il tritone furibondo scattava in avanti nel tentativo di raggiungerla, arrivò nel punto da dove era comparsa. Un lampo di luce la avvolse e volò sul freddo pavimento di marmo della sala dove re Oberon la stava aspettando.




Continua nella nona puntata QUI : La favola del paiolo magico 9


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 03.12.2014)

© Crenabog 




Il Narratore non mostrò di dare troppo peso alle parole del re dei folletti, o forse, semplicemente non voleva dover pensare - in quel momento - a cosa sarebbe successo. Si voltò verso Cinnia, estrasse il flauto che gli aveva donato Titania e, rivolto alla luna che splendeva gelida in cielo, pensò fortemente al Ragno, ed iniziò a suonare. La magia delle fate fece giungere la melodia sino alle orecchie della gigantesca bestia, occupata come al solito a dormire nella perenne zona d'ombra del lato oscuro: si agitò, si risvegliò e cercò di capire di cosa si trattasse poi, siccome riconosceva bene il richiamo del flauto, si mise subito a dipanare il suo filo d'argento al quale legò la navicella magica. Non era per il suo padrone quindi era necessaria: avrebbe permesso a chi l'adoperava di stare al sicuro in una grande bolla d'aria.

Nella camera da letto di Oberon, Titania e un gruppo di fate vegliavano intorno a Finbar, sempre privo di conoscenza. La regina era profondamente in pena e continuava ad accarezzarlo, illudendosi di sentire regredire il gelo; purtroppo dovette notare che avanzava, lentamente, sempre più verso il cuore. Il tempo cominciava a diminuire e la speranza anche.

Mentre Cinnia entrava nella navicella ed iniziava a tornare da suo padre, il Narratore si accomiatò dagli amici entrando anche lui nel crocevia dei sentieri specchio. La ragazza-bambina, ché era ancora così tremendamente giovane, anche se gli incanti delle fate avevano fatto sviluppare il suo aspetto sino a fargli raggiungere l'età di Finbar, si torceva le dita ansiosa, mentre saliva nello spazio. Neanche la consueta vista delle stelle e delle costellazioni, che sempre l'affascinava nella sua irrealtà, riusciva a distrarla dal pensiero di Finbar morente. Per un bizzarro caso del destino, quando si erano incontrati per la prima volta lui, non sapendo come si chiamasse, si era rivolto a lei chiamandola con un nome tradizionale - il cui significato, le aveva spiegato poi, implicava il concetto di grande bellezza, cosa che l'aveva lusingata - e questo fatto, di per sé poco importante, si era invece rivelato fondamentale per le loro vite. La legge antica dei Sidhe voleva infatti che chi avesse dato il nome a qualcuno, l'avrebbe avuto per sempre: ed era successo proprio il giorno in cui suo padre si preparava alla cerimonia in cui l'avrebbe chiamata per la prima volta. Così, la loro unione era stata automaticamente sancita sin dall'inizio, e benedetta dall'amore che si era subito sviluppato tra loro. Anche se, rifletté Cinnia, suo padre non l'aveva affatto presa bene, anzi. Comunque aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco e forse anche per questo aveva diradato le sue visite sulla Terra, giustificando la cosa con il dover curare il grande giardino di fiori bianchi e neri che era nato dopo che la talpa, giunta assolutamente imprevista sulla Luna, aveva tanto scavato da far affiorare l'acqua sul suolo da sempre coperto di polvere. Una volta giunta sulla superficie, accarezzò il folto pelo dell'enorme Ragno che la aspettava ubbidiente e si diresse verso il luccicante palazzo di marmo e pietra. L'Uomo della Luna, che aveva visto stupefatto il Ragno mettersi a sciogliere il suo filo d'argento, stava sulla scalinata d'ingresso, curioso di sapere chi stesse venendo a visitarlo. Quando vide la figlia l'abbracciò e le chiese come mai quella visita inaspettata. La piccola spiegò, con voce rotta, la tragedia che si stava svolgendo sotto la collina di re Oberon e il selenita si decise a farle quelle domande che da tempo gli premevano:

- Dimmi la verità. E' soltanto per via della legge magica, che state insieme? E' per la tradizione antica?

- No, padre. Io lo amo. Ci siamo amati dalla prima volta che ci siamo visti. E' vero che Finbar ci ha messo un po' a dichiararsi, ma non stiamo insieme perché dobbiamo. E' perché lo vogliamo. Davvero.

- Se questo è veramente quel che senti, allora dovrò farmene una ragione. Capisci però a cosa vai incontro, vero? Tu sei figlia di una fata e mia, quasi fatata e quasi umana, anche se io discendo dai Tuatha e quindi anche in me scorre sangue magico. Le nostre vite sono diverse dalle loro. Riuscirai a sopportare questo, quando gli anni, tanti anni, saranno scesi su di voi?

- Lo so, me ne rendo conto. Ma non importa, sarà quel che sarà.

- E allora, andiamo a prendere il pezzo dell'Oder. Oh, è così tanto tempo che ce l'ho.. prima, sai, lo tenevo nella sala dei ricordi poi, ehm, l'ho adoperato per qualcosa di più concreto..

- Cosa ne hai fatto?

- Eh, adesso lo vedrai.

Girarono intorno al palazzo ed entrarono nel vasto terreno coltivato dei fiori che avevano così stupito la regina Titania. Il loro profumo ammaliante, stordente, frutto dell'unione di tanti diversi effluvi, lasciò la piccola a bocca aperta. Penetrarci in mezzo era una esperienza mai sognata, fu come se fosse entrata in una densa coltre di nebbia, invisibile ma profumatissima. Camminarono lungo le rive del lago creato dallo scavo della talpa e poi suo padre cominciò a fischiare forte.

- Acci! Acciiii!

- Come Acci! Chi è?

- Ma è la mia talpa, no?

- Perché l'hai chiamata così?

- Ah, ti sembrerà stupido, ma siccome quasi non ci vede, finiva sempre per starmi tra i piedi e mi ha fatto cascare tante di quelle volte.. così siccome continuavo a gridare "Accidenti!", per fare prima l'ho chiamata Acci.

- Sei veramente bizzarro, padre.

- Sì, va bene, ma adesso dove si sarà ficcata?

Non riuscendo a trovare Acci, lui le indicò una curiosa costruzione.

- Ecco, Acci abita lì sotto. Prima stava con me nel palazzo ma, siccome ho visto che si diverte di più a girare nel giardino, per evitare che qualche frammento di stella possa cascare giù e colpirla, le ho fatto una piccola casa. Sì, tanto piccola non è, ma insomma, per lei va bene. E quindi, ecco l'Oder.

La cuccia di Acci era composta da tre basse pareti di pietra levigata, aperta convenientemente sul davanti, e coperta dalla cosa più robusta che l'Uomo aveva trovato: il grande frammento curvo del calderone di Lugh. Insieme lo alzarono e lo staccarono dalle pareti, trasportandolo verso la navicella: Cinnia non finiva di ringraziarlo e pregava solo di fare in tempo a portarlo ad Oberon, nella fucina dei suoi nani. Il selenita invece, rimuginava tra sé pensando che Acci non sarebbe stata affatto contenta quando non l'avesse trovato. Era un curioso animale, e lo stare nel mondo dei Sidhe aveva fatto scorrere qualche potere magico anche in lei, così aveva sviluppato modi di fare totalmente diversi da quelli di un comune animale dei boschi e probabilmente anche un certo grado di intelligenza. Finirono di spingere l'Oder dentro la navicella poi si abbracciarono:

- Che ne dici se vengo anche io? Magari potrei tornare utile e, insomma, sarei contento di poter essere presente quando cercheranno di guarirlo.

- Ma certo, sono felice che ci hai pensato. Non avrei avuto il coraggio di chiedertelo.

- Ma no, suvvia. Ho capito come stanno le cose e mi sta bene, non preoccuparti. Allora, vediamo di sbrigarci.

Salirono entrambi e il selenita fece cenno al Ragno di liberare il filo, così da poter partire subito. E, mentre volavano verso la Terra, Acci fece capolino da sopra la testa del Ragno. Nessuno sapeva che aveva preso l'abitudine di dormire nella folta pelliccia del mostro, e certamente neanche esso se ne era mai accorto, tanto era grosso lui e tanto era piccola lei in confronto. Stando lassù aveva sentito tutto e aveva anche visto tutto: il flusso magico aveva molto aumentato la sua capacità oculare e così aveva assistito a quello che pensava fosse un furto ai suoi danni. Perché mai le avevano tolto il tetto della sua casa? Per quanto fosse affezionata all'Uomo della Luna, essendo comunque una bestiola, il concetto di possesso era una priorità in lei. E si arrabbiò. Si arrabbiò parecchio. Tanto da saltare al suolo e mettersi a rosicchiare il filo d'argento che, pure robustissimo, nulla poteva contro i suoi denti abituati a scavare la roccia. Quando il Ragno se ne accorse e cercò di scacciarla, era ormai troppo tardi: il filo si spezzò. E la navicella cominciò a precipitare.




Continua nella ottava puntata QUI : La favola del paiolo magico 8


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 01.12.2014)

© Crenabog 




Oberon congedò Lounnaja, dopo avergli dato una borsa di monete d'oro, e tornò a discutere con loro.

- Allora, mi sembra che sia chiaro chi debba andare a far cosa. Paulie, tu andrai su Hy-Breasil. E' un isola e tu vieni dal mare, chi meglio di te può essere aiutata dai suoi confratelli tritoni, se dovesse servirti?

- Sire, non sono sicura che desiderino ancora aiutare una che li ha abbandonati per vivere sulla terra ferma. Le sirene sono esseri volubili, fanno presto a dimenticare, ma i tritoni hanno la memoria lunga e non amano perdere una delle loro femmine; e le fate foca, anche se non sono sirene, certamente appartengono al mare e al suo regno. Anche se voi siete il re dei Sidhe, e comandate su tutto il mondo degli esseri magici, potrebbero esserci dei problemi con loro.

- Ho fiducia in te, mia cara, e non penso che sarà una impresa difficile. Il sentiero specchio ti porterà direttamente su Hy-Breasil, in qualunque zona di mare attualmente stia navigando. Il pezzo dell'Oder è un grande spicchio di metallo nero, dovrebbe essere facilmente riconoscibile tra le squame del Fastitocalone. Cerca di estrarlo e trascinalo nel sentiero, torna subito qui e sarà fatta. E ora, inutile dire chi dovrà andare a prendere il frammento che sta sulla Luna, vero, Cinnia?

- Certo! Se davvero ce l'ha mio padre una volta che gli avrò spiegato cosa sta succedendo, sarà lui il primo a volerci aiutare. E' un grande amico del Narratore, da sempre, quindi no, non credo ci saranno problemi. Certamente però non posso andare con i sentieri specchio, dovrò aspettare che il Ragno cali il suo filo e mi faccia salire.

- No, piccola - disse subito il Narratore. - Ci penso io a chiamarlo, ho il flauto che richiama tutti gli esseri fatati, ricordi? Usciremo e lo avvertiremo subito.

- Bene! E anche questa è sistemata, - Oberon si fregò le mani, per la prima volta mostrava un leggero senso di soddisfazione - Tu, vecchio amico, dovrai affrontare la parte più dura. Entrare nelle caverne di Monte Atro sarà semplice col sentiero, ma trafugare il pezzo di Oder dal tesoro del re dei Troll... con loro non puoi ragionare. La tregua che abbiamo stipulato si basa solo sul fatto che gli abbiamo concesso la montagna, e sai bene che ogni essere fatato è dovuto scappare da lì. I troll sono pericolosissimi: il sole li uccide ma là sotto sole non ce ne sarà. E da troppo tempo vanno a caccia solo di animali selvatici, per nutrirsi; trovare un uomo nelle caverne sarà come invitarli ad un banchetto. Ti ci vuole un arma e che sia davvero seria: quella che penso di affidarti è un oggetto leggendario. Venite con me.

Attraversarono la sala ed entrarono in una grande camera piena di trofei, corazze, lance: rifulgevano scintillanti nel tenue bagliore delle fiaccole appese alle pareti. Lance istoriate dei Numenorean dalle lame a foglia, affilatissime ancora dopo secoli, certamente mantenute in quello stato dalla cura dei nani servitori di Oberon che lustravano e oliavano i trofei. Le antiche corazze dei Tuathà, d'oro splendente finemente niellate in complicati ricami celtici, con pietre incastonate e lunghe strisce di cuoio grasso per legarle su quei grandi corpi di combattenti. Il re dei Sidhe si accostò ad una panoplia e prese una grande spada, celata nel suo fodero dai ricami a sbalzo. La soppesò, meditamondo, quasi restio a consegnarla al Narratore.

- Questa è Trinker, la spada di Lugh, l'Il-Danà. Il più grande capo dei guerrieri Tuatha, ebbe certamente parte della sua fortuna in guerra per via del possesso di Trinker. Devi usarla con estrema attenzione; la sua lama venne forgiata durante un rito magico ed è maledetta. Questa spada non ferisce i nemici, non uccide i nemici. Ne divora le anime. Al primo sgorgare del sangue, fosse anche una semplice scalfittura, il demone che vive dentro Trinker assorbe l'anima di chi è colpito. Nessuno resta vivo, quando Trinker lo colpisce. Te la senti di usarla? Hai compreso bene di che si tratta?

Il Narratore prese Trinker, sempre tenendola dentro il fodero, e cominciò ad allacciarne la pesante cintura intorno ai fianchi. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto.

- Mio figlio sta morendo, re. Ucciderei Lugh, il re dei troll, persino un dio, con queste mani, se fossi certo di ridargli la vita.

- Ebbene, prendi Trinker e preparati. E' ora che tutti facciate la vostra parte. Usciamo, così potrai chiamare il Ragno e Cinnia potrà salire da suo padre. Paulie, prendi questa fiala. Contiene la terra di Hy-Breasil, versatene un poco sul palmo della mano e attraversa il portale: e buona fortuna, torna alla svelta chè il tempo scorre troppo velocemente.

Paulie annuì, prese la fiala e fece quanto comandato, sparendo attraverso l'Anello. Gli altri salirono la scalinata e uscirono fuori dalla collina, guardando verso l'enorme luna piena. Un colpo di tosse attirò la loro attenzione; re Brian li aspettava, molto nervoso. Certo la situazione era drammatica, ma sembrava che avesse urgenza di dire qualcosa.

- Stanno partendo per cercare l'Oder?

- Sì, Brian. Cosa c'è?

- Posso chiedere dove devono andare?

- Cinnia da suo padre. Paulie sta andando a Hy-Breasil e lui nelle caverne dei troll.

- Quindi su Monte Atro. Gli avete detto cosa lo aspetta lì sotto?

- I troll, naturalmente.

- Allora non sapete... Non vi siete mai chiesto perché i nani non hanno fatto grandi difficoltà, quando hanno saputo di dover andare via dalle loro terre?

- No. Nessuno mi ha detto nulla, Brian. C'è qualcosa che dovrei sapere?

- Immaginavo. Sono sempre stati restii a parlare del loro segreto. Tanto vale che ve lo dica io. Per secoli hanno scavato alla ricerca di pietre preziose, oro e argento. E tanto a fondo sono andati, che hanno fatto uscire qualcosa. Uno spirito? Il male del mondo? Nessuno lo sa. Ma è qualcosa che infesta le caverne, qualcosa che uccide. Ecco perché quando hanno saputo di dover cedere le caverne ai troll se ne sono andati soddisfatti, certi di aver giocato loro un brutto tiro. Quindi, per favore amico mio, sta' attento. Molto attento.




Continua nella settima puntata QUI : La favola del paiolo magico 7


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quinta puntata)

 (Prima pubblicazione 26.11.2014)

© Crenabog 




Nel silenzio agghiacciante che era calato sui convenuti, le urla strazianti di Cinnia si levarono come caprimulghi nel crepuscolo, altrettanto portatrici di sventura e morte. Intorno al piccolo gruppo si era formato un cerchio di vuoto: Finbar steso a terra, subito adagiato su un folto tappeto, suo padre che lo teneva tra le braccia, Cinnia in ginocchio piangente e Paulie dietro al Narratore come a proteggerlo. Il re dei Sidhe si teneva la testa tra le mani, stupefatto, incredulo, mentre stringeva le mani di Titania, sua moglie. Poi si inginocchiò anche lui, la sua poderosa mole faceva ombra su tutti, e prese ad accarezzare il ragazzo, come a cercare la causa della tragedia.

- Ecco, toccate qui, sentite anche voi!

- E' gelato, sire. - disse suo padre.

- Sì, appunto. Ma alle estremità, vedi? Toccate le mani, i piedi, vedete? Non vi accorgete che salendo verso il corpo ancora c'è del calore?

- Avete ragione! Dunque, cosa è successo? Vive ancora?

- Certo, ma non so per quanto ancora. Di certo è un maleficio di quella maledetta di Eirwen. Non c'è un contro incantesimo da lanciargli quindi, l'unica speranza che abbiamo.. Forza, venite subito con me.

Si rivolse alle ancelle fatate, affidandogli Finbar, affinché lo avvolgessero nelle più pesanti pellicce e lo adagiassero sul suo letto e lo vegliassero, mise di guardia la sua scorta di coboldi guerrieri e guidò il gruppo dei familiari verso un lungo corridoio. Giunsero ad una massiccia porta serrata da chiavistelli magici che risposero solo al suo tocco, aprendosi silenziosamente, ed entrarono in una vasta camera le cui pareti erano interamente ricoperte da una sterminata libreria formata da scaffali, tutti occupati da minuscole scatole ed ampolle, ognuna con una targhetta indicatrice.

- Guardate, perché è molto raro che qualcuno entri qui dentro. Questa è la Sala del Mondo. Sapete già che con i sentieri specchi noi Sidhe possiamo raggiungere magicamente qualsiasi parte del mondo vogliamo visitare, ma voi, e tutti gli altri, di solito vi affidate al caso, tranne quando siete certi di quale sentiero imboccate. Qui invece sono conservate tracce di ogni luogo che mai sia stato visitato: ogni essere magico ha l'ordine di riportare un frammento, una pietra, dell'acqua, erba, fiori, del luogo dove va, e quando me li consegnano io li ripongo in una cassetta e ci scrivo sopra il nome del luogo. Così, tramite il sortilegio della unione, posso raggiungere ogni posto che voglio, in caso di bisogno, e senza sbagliare. Basta tenere in mano il frammento voluto ed imboccare da questo portale, - ed indicò un enorme anello aureo, grande al punto che potevano facilmente varcarlo almeno due persone affiancate, posto al centro della sala - e subito ci si trova dove si vuole andare. Questo è il Crocevia dei Sentieri Specchio e da qui controllo il mondo. Non perderete tempo prezioso, nella vostra ricerca. Perché, badate, non sarà una cosa facile. L'unica possibilità per salvare Finbar è ricostruire l'Oder.

- Ma non era perduto, infranto, diviso, sire? - esclamò Paulie.

- Vero, sì, ma certe reliquie non vanno mai perdute veramente. Vanno cercate, e forse so chi può aiutarci. Attendetemi qui.

Re Oberon frugò tra gli scaffali, prese una cassettina, ne cavò una piccola stalattite e, tenendola stretta entrò nel portale. Il Narratore, bianco in volto, strinse a sé in un abbraccio Cinnia e Paulie, come se questa consolazione potesse realmente preludere ad un positivo rivoltarsi della situazione; pochi minuti dopo Oberon tornò trascinandosi dietro un riluttante vegliardo, dalla lunga barba grigia ispida e coperto di un manto di pelli di topo.

- Questo è Luonnaja Radougha, la Memoria dell'Universo. O almeno, così va vantandosi da tempo immemorabile. Lui sa tutto di tutti e questo ha fatto la sua fortuna, visto che si è sempre fatto ben pagare i suoi responsi ad ogni pellegrino che arriva sino alla sua grotta. Dunque, Luonnaja, il tuo re ha bisogno dei tuoi servigi: sai dove sia finito l'Oder?

- Maestà, nessuno sa veramente dove siano i tre frammenti dell'Oder!

- Bada, che se stai cercando di patteggiare sulla ricompensa sappi che ti ricoprirò d'oro. Ma lo farò immergendoti nell'oro fuso.

- Per carità, per carità, non volevo certo.. Dunque, si dice, badate, si racconta che una volta infranto, i tre frammenti vennero divisi tra i tre re che avevano sconfitto i Tuatha. Poi, col passare dei secoli, ogni parte prese vie diverse: le ultime notizie che raccolsi, in merito, mi portano a credere che adesso si trovino in questi tre luoghi. Allora, uno è diventato lo scudo del re dei Troll, ed è sempre stato nel suo bottino di guerra. E certamente starà insieme ai suoi tesori, ben nascosto dove ora si trovi il re dei Troll che, per quanto ne so, alloggia sul Monte Atro dopo che gli è stato concesso da vostra maestà. Il secondo frammento precipitò nell'oceano quando la nave del re che lo trasportava incappò in una tremenda tempesta. Mentre affondava, si dice che nelle profondità stesse passando il Fastitocalone e che il frammento dell'Oder si sia incagliato sulla sua corazza. Ora, forse saprete che il Fastitocalone è la gigantesca , leggendaria testuggine sulla quale a volte compare Hi-Breasyl, l'isola cimitero dove riposano gli spiriti dei re del Mondo. E se si potesse giungere fin lì, tra le squame della corazza del mostro ancora sarà incastrato l'Oder. La terza parte del calderone di Lugh, così mi narrò un viaggiatore moltissimo tempo fa, era stata vista per l'ultima volta mentre un guerriero cimmero, che la usava a mo' di scudo anche lui, entrava nella locanda di Tom, che come saprete si trova qui, dentro Bosco Buio, e la barattava in cambio di una solenne ubriacatura. Ora, essendo quella più facilmente raggiungibile, ammetto che la mia insana cupidigia mi consigliò di cercare di appropriarmene ed in effetti mi recai da Tom, non in queste spoglie, ma travestito da viaggiatore comune. Cercai di farlo parlare, senza che si avvedesse di cosa veramente volevo, e dopo molti boccali di birra scambiati in sua compagnia, si vantò di aver avuto tra le sue mani il frammento dell'Oder ma di non potermelo far vedere perché a sua volta lo aveva regalato. Ma ci pensate? Il pazzo! Non ci aveva guadagnato niente, oh dei, non ci posso pensare - mugolò, tirandosi i fili della barba - lo aveva proprio regalato! E via, alla persona che meno avrei potuto raggiungere, qualsiasi cosa avessi potuto dare in cambio.

- Dunque, falla finita! , - sbottò re Oberon. - Chi è adesso che ha il terzo frammento?

- L'Uomo della Luna, sire. Tom non sapeva cosa regalargli in cambio del violino che il selenita aveva costruito per il suo gatto, e gli diede l'Oder. Ditemi, chi mai può arrivare lassù?




Continua nella sesta puntata QUI : La favola del paiolo magico 6


LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 19.11.2014)

© Crenabog 




Il viaggio era stato lungo, anzi lunghissimo, considerato che una volta varcata la frontiera dell' Eirdheim e abbandonate le facili vie della Contea le strade avevano iniziato prima a costeggiare e poi a tagliare per le vaste catene montuose. Più si avvicinava al reame di Eirwen, più il gruppo dei mercanti aggiungeva vestiti sui vestiti. il freddo da opprimente era diventato decisamente glaciale. Pochi di loro si erano già spinti fin lassù, guidati dal miraggio dei favolosi guadagni promessi dagli emissari della Regina di Ghiaccio, uomini dispersi nelle principali città della Contea e dediti a mantenere rapporti con i commercianti tanto avventurosi quanto avidi che osavano raggiungerla. Il regno di Eirdheim non produceva ovviamente messi di nessun genere, visto che l'unico suo bene era il ghiaccio, ma era celebre per le inusitate quantità di pietre preziose scavate nelle profondità da comunità di nani passati al servizio della regina. Il levantino marciava coperto fino agli occhi da pellicce e mantelli, insieme al gruppo, tenendosi vicino ai carri carichi di masserizie di prima necessità, carni secche, legumi, cereali, e rarità provenienti da ogni dove. Enormi buoi muschiati dal pelo folto e lungo fino a terra trascinavano i carri legati alle giogaie, senza lamentarsi, abituati alle temperature estreme dell'Eirdheim. Venivano noleggiati alla frontiera e lì riportati dai commercianti al loro ritorno, e facevano compagnia ai viaggiatori con il loro fiato caldo, utilissimo durante le soste notturne nelle rade fattorie disseminate lungo il tragitto: fattorie per modo di dire, visto che nulla veniva coltivato, si trattava di grandi baite in tronchi delle foreste che servivano da poste per rendere meno difficile il cammino. Il levantino aveva saldato i suoi uomini e li aveva lasciati di guardia alla nave, ormeggiata nel porto di Ar-Ghala, in vista dei prossimi viaggi che lo avrebbero riportato nelle sue terre; calde terre, molto più desiderabili di dove si trovava ora, pensò con malinconia. Ma la golosità della regina bianca era ben nota ovunque, pari forse solo alla sua crudeltà, e non voleva lasciarsi sfuggire l'occasione di barattare il carico di dolci con i gioielli che avrebbe ben rivenduto ad Ar-Ghala, dove le botteghe dei cambiavalute spuntavano come i funghi e, nell'intento di strapparsi i clienti l'un l'altro, offrivano pagamenti decisamente interessanti. Il castello dei Mille Picchi comparve alla loro vista dopo un ultima, aspra arrampicata, rifulgente al sole e baluginante grazie al ghiaccio che lo ricopriva, dandogli un colore niveo che a malapena rallegrava, con la sua stupefacente bellezza, l'impressione di brutalità data dalle infinite guglie e picchi appuntiti che ne delimitavano i contorni. A prima vista sembrava che chi lo aveva progettato avesse disceso gli ultimi scalini della follia, angoli deliranti, colonne gigantesche, parti svettanti senza senso da ogni lato rendevano incomprensibile il loro uso. Il levantino pensò che potesse essere solo una rappresentazione concreta della personalità di Eirwen, tanto imprevedibile quanto pericolosa: l'isolamento tra i ghiacci eterni l'aveva resa inavvicinabile e nessun rapporto amoroso o familiare le era conosciuto. Solo il potere del regnare sulle sue terre guidava i pensieri della regina bianca e lo faceva con implacabile decisione, passando sopra a qualsiasi cosa la ostacolasse: non aveva mai guidato guerre d'invasione ma non aveva mai permesso a nessuno di uscire vivo dal suo regno, se per un qualsiasi motivo le fosse stato sgradito. Questi neri ragionamenti ronzavano certamente nelle menti dei mercanti, instillando in loro un nervosismo dal quale non potevano liberarsi e i brividi non erano dovuti soltanto al freddo intenso. Ognuno di loro stringeva nelle tasche i contratti stipulati con gli emissari, in attesa di poter consegnare il proprio carico, ricevere il pattuito e fuggire via il prima possibile. Mentre si approssimavano al castello i cancelli, enormi, di sbarre ciclopiche e puntali acuminati, cominciarono ad aprirsi, uno dopo l'altro, sospinti dai soldati della regina, imbacuccati nelle loro armature e nei pesanti mantelli di orso: il gruppo entrò, con gli occhi sbarrati fissi sulle altissime pareti di marmo e ghiaccio, scintillanti alla luce che proveniva da alte feritoie chiuse da vetrate in mosaico di vetri realizzati con scaglie di mica, schisto e lamine di pietre preziose. Vennero introdotti nella sala principale, vasta e dalla volta persa in una malaugurante oscurità. Al centro, perfettamente illuminata dalle luci spioventi, Eirwen sedeva su un alto trono, mirabilmente istoriato, in oro massiccio con ricami di perle incastonate. I mercanti sospirarono timorosi di fronte alla splendente bellezza sempiterna della regina, anch'ella discendente dagli antichi Tuatha in linea diretta, erede della loro barbarica beltà e dei loro poteri magici. I servitori si avvicinarono, presero in consegna i carichi, li distribuirono a terra ed iniziarono a confrontare il materiale con i contratti che i mercanti subito tirarono fuori in attesa del pagamento. Gli occhi di Eirwen giravano lentamente dal volto di uno a quello di un altro, come a volerli esaminare nel profondo, cosa che turbò alquanto gli animi di ognuno. Non aveva risposto ai saluti deferenti e alle parole di omaggio, limitandosi ad un breve cenno con la testa, che aveva fatto spiovere in avanti i suoi lunghi capelli di seta candida. Poi, tanto inattesa quanto terrificante, si alzò la voce di uno dei contabili:

" Maestà, qui c'è un ammanco."

E indicò la cassa del levantino. Il fiato gli si bloccò in gola, cosa poteva essere successo? Era certo di aver portato quanto pattuito! Istintivamente, gli altri mercanti si discostarono da lui facendo passi indietro, lasciandolo solo, come se fosse infetto, al cospetto della regina. Eirwen si alzò lentamente:

" Di cosa parli?" , sussurrò.

" Nella cassa non ci sono venti scatole di louchum, Maestà, bensì diciannove."

Il levantino sentì distintamente un sudore gelido scendergli per la schiena.

" Pensavi di ingannarmi, uomo?"

" Per carità, mia signora, mai e poi mai. Uno dei miei servi deve aver rubato una scatola senza che me ne accorgessi! Non avrei avuto alcun motivo per voler offendervi!"

" E la tua stupidità, se è davvero così, è giunta a non controllare il carico prima di venire, questo vorresti dirmi? Ti aspetti forse che invece di venti scatole te ne vengano pagate diciannove, e la cosa finisca così?"

"Oh, per tutti gli dei, mai sia, mi rendo conto di avervi dispiaciuto e desidero davvero regalarvi il carico, in remissione di quanto è successo! Vogliate perdonare la mia immensa stupidità, mia regina!"

Eirwen girò il capo intorno, osservando tutti i mercanti.

" Questo non è sufficiente. Nessuno inganna la regina di Ghiaccio e vive per vantarsene. Il primo e l'ultimo pagheranno. E ora vediamo di chi si tratta.."

Discese dal trono e si avvicinò ad una delle pareti, alzò un braccio e, con una mossa circolare, fece comparire un cerchio di luce. Un sottile vapore si diffuse nella sala, portando con sé aromi lontani. Al centro apparve dapprima il mercante che preparava la cassa con i louchum, poi il volto scimmiesco e infido del servo che la apriva e trafugava la scatola - cosa che provocò un singhiozzo disperato nel levantino - e il Narratore che la acquistava nella taverna di Tom. Il volto di Eirwen era sempre più furibondo, quando apparve re Oberon con davanti la scatola sul tavolo del banchetto.

" Ah! Nientemeno che il re dei Sidhe! Certamente lui è intoccabile.. - mormorò. - Ma come ho detto, il primo e l'ultimo pagheranno."

Si girò verso un cerimoniere rimasto nell'ombra dietro il trono, e ad un cenno della testa della regina questi si allontanò, tornando circondato da un gruppo di soldati che tenevano con grosse catene ben oliate un enorme orso bianco dallo sguardo folle e dalle fauci spalancate. Il gruppo dei mercanti si precipitò verso il portone e venne circondato da soldati che li mantennero fermi. Il levantino, paralizzato dal terrore, cadde in ginocchio supplicando pietà. Ma Eirwen pronunciò solo una parola, rivolta alla belva che la fissava:

" Mangialo."

Poi, ci furono solo le urla e il frangersi delle ossa del mercante. Trascinato via l'orso, con ancora i resti del miserabile ad imbrattare il pavimento di marmo venato, Eirwen tornò a guardare il cerchio di luce, dove poteva vedere scorrere le immagini del banchetto. Re Oberon, migliaia di miglia più lontano, aveva finito di narrare le sue storie, aveva alzato il brindisi e aveva aperto la scatola dei louchum, elogiandone vistosamente la bontà e magnanimamente offrendoli agli ospiti di riguardo seduti al suo tavolo. Titania ne prese uno, re Brian Borough anche, il re degli Elfi e Mab, la regina delle fate, apprezzarono gli altri. Mab passò la scatola al Narratore che ringraziò e si servì, poi la diede a Paulie che lo ringraziò con un bacio e la passò a Cinnia che sbattè le lunghe ciglia e ingoiò il dolce in un solo goloso boccone. E diede la scatola a Finbar che estrasse l'ultimo louchum, lo guardò un attimo, come impensierito, e lo mangiò.

" Muori ", disse Eirwen. E il figlio del Narratore crollò al suolo.




Continua nella quinta puntata QUI : La favola del paiolo magico 5