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martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 11.09.2014)

© Crenabog 




Titania avanzò, si avvicinò, guardò, apprezzò, ringraziò e si ritirò nelle sue stanze. Senza l’ombra di un sorriso ma sempre regalmente composta. Oberon non disse una parola, si limitò a cambiare colore in viso poi alzò un dito e fece segno a re Libdian di avvicinarsi, lo prese in braccio - era piccolissimo, si sa - e discese nella reggia sotto la collina. Poi, si sentirono le urla del Re..

Il consiglio dei reali suggeritori era riunito da ore per trovare un modo adatto a risolvere il danno provocato dai Wee quando, stanco, sudato e notevolmente bisognoso di un bagno profumato, re Brian propose come ultima risorsa di chiedere consiglio al Narratore. Spedirono subito un wurp domestico, ma bravo nell’eseguire i servizi che gli venivano affidati, alla volta dell’antico villaggio. La bestiola si lanciò al galoppo sulle sue zampette, fermandosi ogni tanto nel folto di Bosco Buio in cerca di qualche leccornia ma infine, mentre le prime stelle cominciavano a prender posto nella volta celeste e l’aria risuonava dei richiami degli esserini notturni, arrivò al villaggio: annusò, puntando il muso aguzzo qua e là, in cerca del Narratore e, avvistata la sua casa, ci andò e prese a zampettare contro la porta. Il Narratore accolse la bestiola con curiosità, si sedette sul pavimento ad ascoltare poi, dopo essere esploso in una risata, si riprese e lo seguì nella notte.




Dire che il Narratore restò affascinato dalla varietà dei fiori del giardino di Oberon, è dire poco ma ancor più se riusciva ad immaginarseli in bianco e nero. Certo, doveva essere stata una cosa incredibile… Il Narratore scese nelle profondità della reggia per andare dal suo amore , Paulie, la fata foca che abitava nel grande lago ipogeo donatogli dal re; lei, che non lo vedeva da giorni, gli corse incontro e lo abbracciò, lasciandolo stupito, come sempre, dalla forza del suo sentimento. Si sedettero alla luce morbida delle migliaia di piccoli funghi, licheni e lucciole che tappezzavano l’alta volta della caverna, avvolgendo tutto con una calda luminescenza, e ragionarono su cosa fare fin che, ovviamente, l’idea giusta arrivò. E così Oberon mise al lavoro tutti i Wee: in fila , in silenzio e a testa bassa, estirparono tutte le piante lunari con le loro zolle di terra, le portarono ai bordi del lago di Paulie e coprirono tutto con un soffice strato di terra fertile scavato dai prati esterni. E attesero che la luce chimica della caverna facesse scomparire i colori dai fiori. Passò un giorno, ne passò un altro ma ancora nulla. Allora Paulie ebbe un’altra idea e subito re Oberon la fece mettere in pratica: davanti ad ogni fiore, un piccolo Wee con una tazzina piena di nerissimo succo di sambuco si dedicava ad innaffiarlo. Ogni ora qualche goccia… di tempo ne avevano tanto e certamente re Oberon non li avrebbe lasciati andare fin che non fossero riusciti ad ottenere il risultato sperato. Intanto Paulie e il suo amato cantastorie se ne stettero tranquilli nella piacevole dimora che le fate avevano costruito per la loro sorella che viveva lontana dal mare, assaporando quel momento dilatato e senza tempo che li avvolgeva, con gli occhi persi in quelli dell’altro e le anime perse in un mondo tutto loro.

Finalmente, pochi giorni dopo, le fate volarono a chiamare il re con piccoli strilli di gioia: Oberon discese nella grotta, abbracciò Paulie e il Narratore, girò gli occhi sul popolo dei Wee steso a terra, stanchissimo, e annuì: ecco, questo era quel che ci voleva! La rigogliosa distesa floreale brillava di un nero sontuoso, pesante come velluto orientale, e di un bianco diamantino rilucente della luce sotterranea dei funghi. Il profumo, denso come giulebbe, si srotolava nell’aria inebriando la mente degli astanti, provocando stordimento e subitanea gioia. Poi, accolta dal saluto festoso dei Sidhe, arrivò Titania e alla vista di quella incredibile meraviglia ringraziò suo marito con un sorriso che illuminò la caverna. E la festa poté cominciare davvero.





*** FINE ***



LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (seconda puntata)

 (Prima pubblicazione 30.08.2014)

© Crenabog



 

All’alba, l’Uomo della Luna uscì clamorosamente ubriaco dalla taverna, spingendosi e sbracciandosi insieme a re Brian e ad altre creature del Popolo Segreto, finendo per rotolare direttamente dentro il curato e molto amato giardino di Tom, tra cespugli, essenze e fiori in boccio. Il potente effluvio floreale , tipico dell’alba intrisa di rugiada, finì per stordirlo completamente e brancolò a mani avanti fino a che non sbatté contro il filo d’argento del ragno gigante. Seguendo l’antico riflesso automatico, iniziò ad arrampicarsi, con un sorriso sulle labbra dovuto al sidro, alla birra, al glorioso sorgere del sole all’orizzonte, all’inebriante profumo dei fiori e alle mille chiacchiere e facezie che durante le libagioni aveva scambiato con gli amici. Salì, giunse nuovamente a toccare con i piedi barcollanti il suolo lunare e, mentre il ragno gigante, il suo unico amico e coinquilino del satellite, ritraeva il lunghissimo filo, si incamminò verso il suo palazzo che vedeva in modo piuttosto annebbiato. Inciampò su qualcosa, cadde a faccia avanti e con enorme sorpresa finì nel lago magico, bagnandosi fino alla punta dei capelli. E sopra tutto, rilasciando nel lago tutto il polline dei fiori del giardino di Tom… dopo di che si trascinò lentamente nella sua stanza da letto e cadde profondamente addormentato.


Lontano, nella grande contea di Fairyland - conosciuta agli esseri umani come Wolkershire - il popolo dei Wee aveva avuto sentore del malessere di Titania e anche Libdian, il loro re, si era sentito in dovere di cercare di aiutarla. Siccome i Wee, uno tra i più minuscoli popoli di folletti dell’intera genìa dei Sidhe, noti per la loro natura ridanciana e burlesca, erano specializzati in scherzi più o meno maligni ai danni degli uomini, Libdian pensò bene di formare una delegazione e partire alla volta di Connemara per andare a raccontare le ultime beffe che avevano realizzato, così da cercare di far sorridere la regina dei Sidhe. Partirono, dunque, e nel lungo cammino combinarono i disastri più inaspettati a fattorie e villaggi, cambiando magicamente i sapori dei cibi nelle locande, trasformando il latte in birra, il burro in formaggio e viceversa, facendo venire zampe da papera alle mucche e penne ai pesci dei laghetti. E il bardo Boblum, fidato servitore di Libdian, annotò tutto con cura in un sontuoso libro in carta pergamena e rilegato in pesante cuoio martellato, per farne dono alla loro regina.




Quando l’Uomo della Luna si svegliò, un paio di giorni più tardi, si ritrovò con la testa ovattata e un peso sul petto che gli dava fatica a respirare. Aprì gli occhi e gettò un urlo quando scorse davanti al suo naso un grosso muso a punta, viola e con minuscole vibrisse che si agitavano. Si alzò di scatto e vide chiaramente che gli si era addormentata addosso una enorme talpa. Come poteva mai essere finita lassù? Mistero. E mai riuscì a capirlo, in verità. Però trovò la cosa alquanto divertente e decise di tenerla come animale da compagnia, visto che sembrava desiderare di restargli sempre intorno mentre girava per il suo palazzo. E con il talpone che lo seguiva a ruota, uscì con l’intenzione di presentarlo al ragno gigante che viveva nella zona oscura del satellite, sperando che avrebbero fatto amicizia. Fu quindi enorme la sorpresa che ebbe quando, aperto il portone, vide nel chiarore della Terra riflesso il grande lago. E tutto intorno alle sue rive, una vasta distesa di fiori. Tutti enormi, tutti profumatissimi e tutti, nessuno escluso, bianchi o neri o grigi. Nemmeno il più piccolo colore spiccava sulle foglie e sui petali.




Continua nella terza puntata QUI : La favola dei fiori lunari 3