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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 22.12.2014)

© Crenabog 




Mentre il silenzio scendeva grondando sangue sulle pareti della grotta, il Narratore si appoggiò stravolto contro una parete; l’albino si rivolse a lui con un sorriso tirato.

- Ecco. Era l’unico sistema. Il Babook non ha l’anima e potevi assorbirlo solo se ne avesse avuta una. Così, quando ha inglobato il troll, c’era un anima dentro di lui.

- Ma… cos’era?

- Il Babook? E’ una storia complicata ma cercherò di spiegartela. Immagino che tu abbia le tue convinzioni religiose, anche se conosci il Popolo Segreto e quindi sai che al mondo ci sono più cose di quante i sacerdoti ne insegnino. Devi sapere cosa c’è davvero, fuori dal mondo. Il Primo Creatore c’è, anzi c’è stato realmente, un tempo inconcepibile è trascorso dalla sua apparizione. E col passare degli eoni, il suo essere solitario gli venne a noia: iniziò a parlare con sé stesso finché non si divise. Esattamente. Si divise in due entità ma in breve tempo ognuna di esse mostrò di aver assorbito solo una delle peculiarità del primo Creatore. In principio era Uno, ora invece c’era il Bene e il Male e queste due parti iniziarono a pensare di essere l’una migliore dell’altra; per prevaricare radunarono ogni specie di esseri tra tutti quelli fino ad allora creati, da ogni mondo, da ogni luogo. Così, infinite schiere diventarono il Bene e altrettante finirono con l’appartenere al Male. Tutto questo nel silenzio cosmico e nel segreto delle vite di tutti gli altri esseri. Da millenni e millenni esse si combattono, a volte una prevale sull’altra, a volte i due aspetti del creatore si annoiano e si dimenticano di quel che hanno iniziato. Di questi momenti - per loro brevi, per gli altri lunghi secoli - finiscono per approfittarsi le legioni che combattono e che non ascoltano più i loro creatori. Fanno quel che fanno perché è la sola cosa che sanno fare. Il Babook apparteneva al Male, come è chiaro, mentre io no: e molti di noi, io tra loro, abbiamo capacità assai diverse da quelle vostre. Io ad esempio esisto non solo qui, esisto ovunque, in ogni luogo, in ogni tempo. Sono uno dei Principi del Bene, uno dei combattenti più antichi. Ho assunto molte forme e molti nomi e anche in questo preciso momento altri di me vivono e combattono su altri piani dell’esistenza. Io sono il Campione Eterno: in queste terre mi avete conosciuto come Lugh l’Il Danà, e mia era la spada che stai brandendo. Su Melnibonè mi chiamano Elric, e la mia spada è la Portatrice di Tempeste. E ovunque in mille altri modi. Io appaio dove compare il Male e cerchiamo di annientarci a vicenda. Stavolta qui ti ho aiutato a vincere, altrove chi sa cosa sta accadendo. Quando uno di me muore, lo strazio è enorme ma anche la gioia delle vittorie scorre in tutte le nostre vene. Tu hai lottato bene, e hai una grande motivazione. Salva tuo figlio, Narratore, crescilo bene, che possa essere come te. Io veglierò su di voi, così come proteggo il mio antico popolo inconsapevole, i Tuatha, anche se ora sono diventati il Popolo Segreto. Narra loro di me; la fede è una grande forza, accompagnerà il loro cammino. Vai adesso, prima che il re dei Troll raduni gli altri e venga a cercarti. Va’!

Un lampo di luce avvolse Lugh, che scomparve alla vista. Mentre ancora nello spazio vorticavano mille scintille il Narratore saltò nel portale e ritornò nella sala del trono del re dei Sidhe.


Dopo essersi abbracciati e confortati, i tre porsero a Oberon i frammenti dell’Oder: il re aveva già pronti i suoi nani fonditori che li raccolsero e li portarono celermente nelle fucine inferiori dove da tempo ardevano le caldaie e gli strumenti. Nell’attesa, Cinnia e suo padre, Paulie e il Narratore raccontarono le loro esperienze ai convenuti nella grande sala e enorme fu il loro stupore quando sentirono la storia di Lugh. Grida di gioia e acclamazioni salutarono la notizia, anche se qualche idea antica finiva ribaltata in compenso sapere che il loro antico re guidava e proteggeva ancora i loro destini li rese esaltati e felici al massimo grado. Re Oberon dichiarò che quella sarebbe stata la data del “Giorno di Lugh” da festeggiare ogni anno in ogni regno fatato, e tutti avrebbero dovuto rendergli omaggio con canti, giochi e falò. Proposta subito accettata all’unanimità, da tutti. Poi mandò a chiedere ai nani a che punto fossero, mentre il loro gruppo si spostava nella camera da letto del re e della regina, dove Titania e le fate vegliavano sul sonno mortale di Finbar. Il Narratore si sedette sul letto cingendo la testa di suo figlio come a cullarlo, Cinnia si inginocchiò al suo fianco prendendo una mano tra le sue e baciandola. Paulie restò in piedi a fianco all’uomo, conscia del suo dolore. Clodagh stava in un angolo circondata dalle sue fate, i cui sommessi risolini testimoniavano della loro sorpresa nell’aver scoperto il suo rapporto segreto con l’Uomo della Luna. Titania parlava a bassa voce con Oberon, confidandogli il suo timore che non si sarebbe fatto in tempo a salvare il giovane, quando, dalle profondità della collina, giunse un colpo di gong.

- Sembra che ci siano riusciti,- esclamò Oberon, fregandosi le mani. - Chiamate gli sciamani!

Trascinati dai folletti, arrivarono tre vecchissimi sapienti, curvi sotto il peso delle loro conoscenze e delle loro barbe bianche, avvolti in palandrane di colore incerto e con molte pietre istoriate di rune mistiche legate al collo e intorno ai polsi. Scivolarono silenziosamente ai loro posti, intorno a Oberon, mentre un gruppo di nani preparava un alto piedistallo di tronchi di legno: al di sotto posero un enorme piatto di metallo sul quale calarono rami e braci per dare vita ad un calore basso ma potente. Altri nani corsero portando l’Oder finalmente ricongiunto, fuso e ribattuto fino a risaldare i lati spezzati, il grande calderone nero dei Tuatha riempiva con la sua sola presenza tutta la camera. Vi versarono acqua in abbondanza e, mentre lentamente si riscaldava, gli sciamani vi versarono estratti liquidi dagli strani bagliori, da minuscole ampolle dimenticate da tempo nei loro antri magici. E, prima bassissimo, poi in crescendo, ognuno si unì al coro mugolante le cui vibrazioni facevano tremare l’aria già densa dei vapori. Paulie e Cinnia spogliarono Finbar dai suoi abiti, il Narratore e Oberon lo presero tra le loro forti braccia, che già iniziavano a congelarsi al solo toccarlo, e con grande attenzione lo calarono nell’enorme paiolo, tra le morbide volute dei vapori che salivano verso l’alto.

- Ora, - fece Oberon ,- prima che andiamo avanti, c’è una cosa che devi capire bene, amico mio. Quella che stiamo facendo è una delle più antiche e potenti magie dei Sidhe, nata per loro e a loro riservata. Capisci che ci sarà un prezzo da pagare, un duro prezzo, per te?

- Credo di capire, sì, maestà. E francamente non me ne importa nulla. Sia quel che deve essere.

- Se Finbar rinasce, se ci riusciamo, se l’Oder ha riacquistato tutti i suoi poteri… capisci che tuo figlio non sarà mai più quello che era? Che prenderà la nostra essenza, che farà parte dei Sidhe? Sarai solo, anche se sarai sempre tra noi, che pure ti amiamo. Finbar avrà la vita lunghissima che è propria dei Sidhe, e i loro poteri. Perderà la sua umanità. Sei d’accordo?

- Maestà, se perché lui vivesse io fossi dovuto morire non ci avrei pensato un attimo. Perché dovrei pensare a questo? Va bene, mio figlio ama il vostro popolo, ama Cinnia, e so che continuerà a volermi bene. Anche se sarà uno di voi. Niente, comunque, ci terrà lontani, fin che durerà questa vita. Salviamolo.

- E sia. Venite tutti qui intorno.

Oberon, Titania, Paulie, Cinnia, Clodagh, il Narratore e re Brian circondarono il calderone e quando il re fece passare tra di loro un affilatissimo stiletto d’argento brillante, incisero i loro polsi facendo cadere gocce di sangue nell’acqua fumante. Le scie rosse si allargarono e fluirono verso il corpo di Finbar, che galleggiava esanime, scivolarono verso di lui e scomparvero nella sua pelle. Il colore e il calore, da tanto scomparsi dal suo corpo, ripresero il loro regno e tornarono a comandare. Lievemente il petto di Finbar si alzò, ed abbassò, e di nuovo, e ancora, in rantoli, sospiri, fino a riprendere il ritmo regolare. Le luci nella camera scemarono, come se la vita stessa, per tornare in lui, avesse dovuto assorbire tutta la potenza e l’energia circostante. E alla fine, Finbar aprì gli occhi , ancora ignaro della sua nuova natura, del battesimo magico che lo aveva assunto a membro dei Sidhe: suo padre levò lo sguardo dal volto amato e fissò Cinnia. La figlia dell’Uomo della Luna arrossì violentemente, come per un senso di colpevolezza; forse la incolpava di qualcosa, per questa rinascita che univa lei e lui, ma divideva un padre dal figlio? Il Narratore le sorrise, e annuì col capo. Tutto andava bene. Tutto era come doveva essere.








*** FINE ***

martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (prima puntata)

 (Prima pubblicazione 11.11.2014)

© Crenabog 




L'autunno, con le sue folate di vento ed il cielo plumbeo, era lentamente sceso sullo Shire e le sue prime avvisaglie erano state il soffice letto di foglie ingiallite che calavano lentamente a terra dagli enormi alberi di Bosco Buio. Come sempre, da tempo immemorabile, la natura si cambiava d'abito e anche stavolta aveva abbandonato sul terreno quello più rigoglioso e colorato, dando vita ad un alto, soffice tappeto sotto il quale ancora scorreva la vita delle molteplici forme animali intente a prepararsi per i rigori invernali. Un caleidoscopio di colori, dal giallo vivo al marrone più scuro, tappezzava la foresta e nell'aria si snodava greve un sentore di marcita, di funghi, di castagne e di resina. Per festeggiarne l'arrivo , e per distrarre il suo popolo dalla malinconia che sempre lo accompagnava, re Oberon decise di radunare tutti nella enorme sala del trono e dar vita ad un banchetto durante il quale promise di raccontare ai più piccoli certe antiche storie della loro gente. Da ogni luogo della contea giunsero alla corte del re del Popolo Segreto, gnomi, nani, folletti d'ogni tipo, dai leprechaun ai gobelin, e molti portarono con sé i loro piccoli che non avevano spesso occasione di essere invitati a raduni del genere. Re Oberon non dimenticò di mandare a chiamare anche il Narratore e suo figlio, e loro si presentarono puntuali, dopo essere passati dal grande albero secolare nel quale i Sidhe le avevano costruito casa per portare anche Cinnia, la figlia dell'Uomo della Luna. Re Brian era stato incaricato da Oberon di badare all'accoglienza e, tutto orgoglioso del suo ruolo, se ne stava in cima ad un palchetto all'ingresso della collina fatata, circondato da uno stuolo dei suoi folletti agghindati con mantelli che strusciavano in mezzo al fogliame e impreziositi di piume colorate, piccoli monili dei nani in argento, panciotti in tweed e qualsiasi altra bizzarria gli fosse venuta in mente per dimostrarsi più importanti degli altri. Quando scorsero arrivare il trio proruppero in esclamazioni di saluto: il Narratore era celebre in tutto il Popolo Segreto per la sua fama di cantastorie e ormai era divenuto una specie di memoria viaggiante degli accadimenti recenti e lontani dello Shire. Vero è che da tempo non andava più a far visita ai villaggi e città per narrare le sue favole in cambio di ricompense o cibo come aveva fatto per anni, per mantenere la sua famiglia. Da quando aveva lottato contro la Strega e aveva messo le mani su una cospicua parte del suo tesoro nascosto, antichissimi gioielli e lingotti d'oro, amministrava parsimoniosamente la sua ricchezza e conduceva la stessa vita di sempre ma con molta più tranquillità. 

Adesso infatti la contea faceva a gara per averlo ospite e godere dei suoi racconti, e i doni che gli elargivano erano più un segno di antica amicizia e di apprezzamento, che una retribuzione vera e propria. La sua vita era cambiata drasticamente, e non solo per questo: durante l'attacco degli Spettri all'antico villaggio, oltre a moltissimi dei suoi concittadini, era deceduta anche sua moglie e, dopo un giusto lasso di tempo, l'uomo aveva sancito definitivamente la sua unione con Paulie, la fata foca che lo amava dal loro primo incontro alla spiaggia dei Giganti, e che ora viveva nel grande lago sotterraneo sotto la collina di Oberon. Re Brian Borough scese dal palco per abbracciare il cantastorie e Finbar, suo figlio, che oramai era diventato alto quanto il padre e altrettanto incosciente nel gettarsi a capofitto nelle avventure più strane insieme alla piccola Cinnia, la bellissima figlia del selenita, metà fata e metà umana, dotata di poteri magici e legata a lui da un bizzarro incantesimo. Il re dei folletti volle condurli personalmente da Oberon, al quale resero simpaticamente omaggio con il dono di un cesto di dolci mollici, bianchi, una specie di pasta di castagne aromatizzata da spezie rare e ricoperta da un velo di zucchero candido. Re Oberon, che nella sua vita secolare aveva assaggiato qualsiasi tipo di cibo, restò meravigliato da quella inconsueta stranezza e volle saperne di più. Finbar spiegò che si trattava dei louchum, dei pasticcini introvabili portati da un mercante levantino attraverso mezzo mondo, e destinati alla regina di Ghiaccio: un infido servitore ne aveva trafugato una piccola cassa e li aveva venduti ad altissimo prezzo, una notte, nella taverna di Tom quando tutti erano troppo ubriachi per capire il pericolo di sfidare la regina di Ghiaccio e troppo curiosi di assaggiare quella prelibatezza. Era subito partita una disputa e un asta, a colpi di urla, e monete gettate sul bancone, e boccali di cervogia rovesciati qua e là. Mentre gli animi dei folletti convenuti cominciavano a scaldarsi, e più di un leprechaun cominciava a trasformarsi in claurichaun, il Narratore aveva lanciato all'ometto una piccola sacca di pelle di daino contenente tre enormi perle rilucenti. Lo stupore del servo era stato tale che aveva immediatamente consegnato la cassetta ed era fuggito a gambe levate nella notte per non dar tempo al Narratore di ripensarci; lui invece l'aveva aperta, ne aveva tirato fuori una ventina di louchum e aveva chiesto a Tom di farne tante fette quanti fossero stati i presenti. Poi, non contento, aveva anche offerto a tutti un giro di bevute del fortissimo liquore di gemme di pino che distillava la moglie del taverniere, tanto bionda quanto perennemente allegra. E tutti insieme si erano estasiati dello stranissimo, quasi ipnotico, sapore dei louchum. Ovviamente re Oberon apprezzò molto il racconto, immaginandosi la scena e pensando al brutto tiro giocato alla regina di Ghiaccio, una sua antica conoscenza, regnante su una terra di montagne innevate, spaventosi strapiombi, artigli di rocce insuperabili, e gelo, gelo dappertutto. Ma per fortuna era talmente lontana e al nord da non doversene preoccupare. Ringraziò il trio, mandò le sue ancelle a chiamare Paulie affinché salisse a far compagnia al suo amato e diede il via al banchetto, mentre tutto intorno grida, canti e risate si alzavano al calore dei falò scoppiettanti nei grandi camini.



Continua nella seconda puntata QUI : La favola del paiolo magico 2




LA FAVOLA DEI FIORI LUNARI (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 02.09.2014)

© Crenabog 




Libdian alzò una mano ad indicare ai suoi di fermarsi e il folto gruppo dei Wee immediatamente si precipitò a stendersi sull’erba, lasciando qua e là tutte le masserizie, i bagagli e le altre cose che si erano portati appresso. Era sì, giunto il momento di riposarsi dal viaggio, ma c’era anche un altro motivo, molto più logico - secondo la logica del cervello di un folletto. La spianata di Colle Rogath era letteralmente coperta di frondosi alberi che garantivano una sosta fresca e rilassante. Ma ancor di più: erano tutti alberi di sambuco. E Libdian si sarebbe mai lasciato sfuggire la possibilità di riempire le botti vuote che aveva fatto portare, con il nerissimo succo dei sambuchi, in previsione di qualche tiro mancino agli umani? Ovviamente no. Così, radunati i suoi e spiegato il piano, si misero allegramente ed alacremente al lavoro.


L’Uomo della Luna aveva preparato alcune cassette, riempiendole di terra e di piante fiorite, aveva legato perfettamente tutto insieme, e adesso stava calandosi nuovamente verso Bosco Buio, convinto di aver trovato la cosa più sorprendente possibile per riportare il buonumore alla regina Titania. Mentre scendeva nel buio cosmico, alla luce eterna delle stelle, apprezzò il lontanissimo, sublime spettacolo del sorgere del sole al più remoto orizzonte terrestre. Giunto nei pressi della taverna di Tom, mandò ad avvertire i servitori di Oberon: quando arrivarono si caricarono in spalla le cassette e si affrettarono verso la collina che nascondeva la reggia sotterranea alla vista degli umani. Re Oberon, saputo della novità, era lì ad attenderli e presiedette allo scavo nel suo giardino esterno e alla minuziosa posa in opera delle piante di fiori lunari. Intanto, mentre discorreva amabilmente con l’Uomo della Luna, pregustava la sorpresa che avrebbe avuto la sua triste sposa. Finalmente avevano trovato la più sorprendente delle sorprese! L’effluvio speziato, esotico, veramente fuori del comune, dei fiori si alzava nell’aria del crepuscolo, inebriando tutti i folletti, gnomi, e altre bizzarre creature. Finito che ebbero di sistemare il tutto, le piccole fate posarono un magico velo ad un metro da terra, così da nascondere le piante alla vista. Re Oberon voleva davvero godersi la sorpresa di sua moglie… poi si ritirarono, in attesa che il giorno passasse e venisse la notte. Una grande fiaccolata, pensavano, avrebbe illuminato il nuovo giardino e avrebbe fatto da degna corona alla festa che progettavano.




Nel pomeriggio il popolo dei Wee, nascosti dalla vegetazione a causa della loro piccolissima statura, giunse in vista della collina fatata sotto la quale sorgeva il regno del Popolo dei Sidhe. Solo le botti piene di succo di sambuco sporgevano tra i cespugli offrendo alla vista dei casuali osservatori animali un ben bizzarro spettacolo. Certo, non tutte erano piene: ne sapevano qualcosa le massaie del Gleeshire, che si erano trovate tutti i panni lavati e appesi coperti da minuscole impronte di mani inchiostrate, e i pesci del lago di pesca della città di Brandan, ormai immangiabili, visto che erano diventati tutti neri avendo bevuto le acque sporcate dai Wee. A farla breve, i Wee si accamparono vicino all’ingresso della collina e si riposarono, ridendo tra sé e continuandosi a raccontare le malefatte compiute nel viaggio. Poi, lo sguardo sempre attento di re Libdian, intravide il velo magico della fate e la troppa curiosità ebbe il sopravvento. Si avvicinò, mentre l’ultimo sole fiammeggiava verso le cime dei monti facendo risplendere il polline volteggiante nell’aere, e allungò la mano ad alzare il velo. Cosa poteva mai esserci sotto?, si domandava il sovrano dei Wee. Ed ebbe la risposta: ai suoi occhi ecco apparire la più incredibile distesa di fiori bianchi, neri e grigi che avesse mai colpito i sogni degli umani o dei Sidhe. Restò affascinato e lanciò un grido che fece accorrere tutti i suoi folletti. Che meraviglia! Che splendore! Oh, re Oberon ha davvero trovato la cosa più strana da offrire a Titania, ripetevano tra loro i folletti, facendo a gara per alzare il velo e intrufolarsi tra le piante per annusarle. E così, alzato che fu il velo delle fate, anche gli ultimi raggi del sole baciarono gli stranissimi fiori seleniti. Fu forse un atto d’amore del sole verso qualcosa che apparteneva alla luna? Chi può dirlo. Certo fu che tutti i fiori cominciarono ad agitarsi, a fremere, e a colorarsi. Sì. Mille e mille sfumature di ogni colore apparvero su corolle, pistilli, foglie e petali. I fiori erano ridiventati normali. Terrestri. Solari. E re Lindian non aveva più la forza di muovere un dito, agghiacciato, mentre le sue orecchie coglievano il rumore del lento alzarsi della sommità della collina. Re Oberon stava conducendo Titania ad ammirare il suo regalo.




Continua nella quarta puntata QUI : La favola dei fiori lunari 4



domenica 23 novembre 2025

LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (ottava puntata)

 (Prima pubblicazione 23.09.2013)

© Crenabog 




Mentre il sole calava dietro monte Atro, i preparativi per lo scontro finale proseguivano senza sosta. L'intero seguito di re Oberon approntava sortilegi, difese e trappole nel folto del bosco: lontano dalla piana dei tumuli, dove troppo sarebbe stato pericoloso affrontare scopertamente la Corte Scontenta, in una piccola radura celata ad ogni sentiero da folti rovi e massi muschiati, i folletti allestirono un palco di legno sul quale vennero sistemati, legati ed imbavagliati, i fratelli Corchoran, evidentemente terrorizzati, circondandolo da fascine di legni di prugnolo e biancospino, per tenere lontana la Corte. A distanza venne tracciato un enorme cerchio magico, nel quale presero posto i regnanti, la loro scorta armata e corazzata di spriggan - pronti ad ingigantirsi - insieme al Narratore e a Paulie che celava sotto un mantello verde il cofanetto col prezioso talismano, ultima linea di difesa. Così mentre la notte scendeva avida degli ultimi barlumi di luce, interrotta solo dalle fiamme delle fiaccole poste intorno al cerchio, e in lontananza si cominciava ad udire lo scalpitare dei pooka, re Oberon e il negromante iniziarono ad evocare Grandi Orecchie nella lingua del Popolo Segreto. Lampi caddero da un cielo privo di nuvole, spaccando antichi alberi e agghiacciando i cuori dei folletti.


Il demone gatto sorse, immenso, più nero della notte stessa, oltre le cime delle querce: l'inferno brillava nella profondità dei suoi occhi. Abbassò la testa spaventosa, fiutando, cercando: re Oberon scagliò velocemente una torcia verso il palco di legno, appiccando il fuoco alle fascine incantate, che riducendosi rapidamente in cenere persero ogni potere difensivo. Grandi Orecchie non si spostò, alzò semplicemente le zampe gigantesche e un altro demone gatto apparve sul palco: si chinò e afferrò i Corchoran urlanti in una esplosione di luce abbagliante. E svanì, anzi svanirono entrambi, come se fossero stati soltanto un incubo delirante. Mentre il Popolo Segreto sguainava spade, imbracciava asce e coltelli, dal profondo del bosco eruppe la Corte degli Scontenti, in una cacofonia di urla, ruggiti e altri suoni incomprensibili. Presero a girare attorno al cerchio con furia, e mentre Dando tentava di balzare attraverso l'incantesimo, i troll uscirono dai loro nascondigli abbrancando e stritolando gli umani corrotti dalla Corte che con essa avevano devastato la contea. Le fate del re volarono addosso ai folletti maligni, ai goblin, ai nuckelavee, strattonandoli, legandoli con corde magiche, bruciandoli al tocco delle loro bacchette fatte con l'agrifoglio.




La pazzia della Corte sembrò prendere il sopravvento quando il tracciato del cerchio venne spezzato da un troll caduto rovinosamente in terra, e Dando urlò il suo grido di guerra, ma un troll enorme riuscì ad afferrarlo e, incurante del terrore dell'abate, lo squartò, gettando i suoi resti tra i piedi dei combattenti, dove sfrigolarono e si dissolsero. Molte fate caddero, le ali strappate, e molti spriggan di re Oberon persero la vita nella lotta: infine, coperta dal Narratore che le faceva da scudo, Paulie alzò verso il cielo il talismano del mare e recitò la formula della sua antica gente. Un vortice di luce prese forma e trascinò con sé tutta la Corte infernale, trasportandola nuovamente negli abissi dai quali non sarebbe mai dovuta uscire. Lentamente tornò la calma, spezzata dai lamenti dei feriti, e tristemente si raccolsero i caduti. Tutto il corteo dei sopravvissuti riprese il sentiero verso la collina e infine discese nella reggia; nel grande salone vennero distesi i corpi e si iniziò a curare gli altri. Poche parole vennero scambiate, non era quello il momento più adatto. Persino re Brian rimase in disparte con i suoi, a provvedere a loro. Paulie e il Narratore, dopo aver lasciato nelle mani di Titania l'amuleto, ed essersi accertati che il figlio di lui stesse bene, addormentato e ignaro della devastazione successa, tornarono in superficie.


Sedettero in cima alla collina, aspirando l'aroma balsamico delle resine degli alberi, ascoltando in lontananza il perenne scorrere del fiume. Si tennero per mano, gli occhi persi verso l'infinito. Era quasi l'alba, il mondo poteva tornare a vivere. Iniziava il tempo di dimenticare.







*** FINE ***



LA FAVOLA DEI TEMPI OSCURI (settima puntata)

 (Prima pubblicazione 18.09.2013)

© Crenabog 




I sentieri, sotto i grandi alberi, e le strade dei villaggi, apparivano tristemente vuoti e desolati. In breve, tutti gli insediamenti umani siti al limitare di Bosco Buio, si erano svuotati, sia per l'esodo in massa sia per le molte morti, rapimenti e sparizioni provocati dalla Corte Selvaggia. Non ci fu famiglia che non avesse perso qualcuno, né contadino che non avesse visto devastato i suoi campi. Si rifugiarono tutti alle estreme propaggini sud della Contea, nell'Ooganshire, ben lontani dalla furia imperante nella grande foresta: e lì rimasero, timorosi, in attesa di notizie. Una calma irreale scese sulle distese boscose, sulle rocce coperte di muschio, sulle macerie dei villaggi. Nel silenzio dovuto alla fuga degli uccelli e degli altri piccoli animali solo si potevano distinguere lo scalpitare degli zoccoli dei pooka di Dando, della Corte Scontenta e del raspare dei mastini infernali. Vagavano, ovunque, senza requie. In caccia.


Ci aveva riflettuto a lungo, Paulie, ed alla fine aveva preso la sua decisione. Chiese quindi udienza a re Oberon che la ricevette insieme al Narratore.

- Sire, sono al corrente di quel che accade e vorrei chiedervi, come pensate di far fronte a Dando?

- Come abbiamo deciso. Ci sarà uno scontro, cercheremo di distruggerli e in questo saremo aiutati dai troll, anche se ci potrà costare caro.

- Ecco. Sapete tutti che la Corte è costituita da esseri umani rapiti e trascinati a fare del male contro la loro volontà, da spiriti crudeli e da demoni. Ora, i troll sono di carne, anche se possenti, e solo la carne potranno combattere, quindi immagino che potranno distruggere gli umani corrotti dal potere della Corte. Ma contro gli spiriti anche loro, e voi, e tutti i folletti, potranno ben poco. Servono degli incantesimi, e per questo come farete?

- Abbiamo dalla nostra gli incantatori di re Midhir, il signore di Bri Leith: e loro hanno grandi poteri.

- E se non bastassero, sire?

- Allora non so cosa ci resterà se non cadere con onore.

- Parlavate di consegnare loro i fratelli Corchoran...

- Certo, ci proveremo e vedremo se questo calmerà la loro furia.

- Sono già stati presi?

- In questo momento gli spriggan stanno andando a prenderli. Anche sotto la reggia abbiamo un nodo e sono partiti da lì.

- Che intendete per nodo, maestà? - chiese il Narratore.

- Uno degli incroci fatati da cui si dipartono i Sentieri Specchio. O un portale, se preferisci; da qui possiamo arrivare in qualsiasi luogo del Popolo Segreto, senza perdere tempo in lunghi viaggi.

- Capisco. Bene. Allora immagino che almeno questa faccenda sarà risolta presto.

- Sicuramente. Anche se i Corchoran sono protetti dall'incantesimo chiesto a Grandi Orecchie, gli spriggan appariranno direttamente dentro la loro casa e li porteranno qui.

- C'è una cosa di cui vorrei parlarvi, maestà. - Disse Paulie, torcendosi le mani, agitata. - E' uno dei segreti del nostro popolo. Forse faccio male a rivelarvelo ma potrebbe salvare tutti quanti noi.

- E allora, ti prego, dicci di cosa si tratta!




- Le fate foca sono sempre in pericolo, quando nuotano in mare, di essere catturate e uccise dai marinai. A volte le sirene riescono ad aiutarci, ammaliando i pescatori e trascinandoli nel profondo per divorarli, ma non sempre sono presenti quando veniamo catturate. Per questo, nei tempi antichi, venne creato un potente talismano in grado di colpire e assorbire dentro di sé l'essenza fisica e spirituale di chi ci dava la caccia. E per questo, a volte, le imbarcazioni tornano a riva spinte dalla corrente senza nessuno a bordo. E' l'unica arma che ha il mio popolo.

- Sarebbe un grandissimo aiuto! Pensi che potrebbero prestarcelo?

- Non so, sire. Ma possiamo provare a chiederlo ai nostri regnanti.

- Sarà il caso che parli io con loro, allora...

- Faremo così, andremo alla Spiaggia dei Giganti e cercheremo di convocarli, sperando che comprendano.

- Va bene. Prepariamoci subito a partire

Seguiti da una scorta fidata di folletti pesantemente armati, scesero alla sala del nodo, varcarono la porta e si ritrovarono sulla grande distesa di enormi massi levigati da centinaia di anni di acqua salmastra, dove per la prima volta si erano incontrati Paulie e il Narratore. L'odore di alghe era pesante e gli spruzzi salmastri bagnarono i loro visi. Paulie si avvicinò all'acqua, vi pose le mani e mosse a lungo le labbra, in una silenziosa richiesta. Passò un ora, a giudicare dall'abbassarsi del sole nel cielo, e infine apparvero. Dalla spuma del mare sorsero i tritoni e le fate foca, tanti, a perdita d'occhio, come se tutta la sua gente fosse tornata a cercarla. Non si sentì alcuna parola, gli esseri del mare comunicavano tra loro col pensiero quando non erano in forma umana. Re Oberon sentiva su di sé il peso dei loro sguardi: iniziò ad avvicinarsi, inchinandosi, ma uno di loro alzò sdegnosamente una mano per fermarlo.


Poi, fece un cenno a Paulie, mostrando di volerla come interlocutrice. Davanti a questo spettacolo, riconoscendo in lei quello che era l'unico tramite tra il Popolo del mare e il Popolo Segreto, il Narratore si sentì profondamente in colpa per aver posseduto la sua pelle di foca, evitando che ritornasse nella sua forma naturale. Poi ricordò che era stata lei a chiedergli di farlo, per poter rimanere insieme nel suo mondo terrestre: ma quel vago senso di rimorso, nel vedere la magnificenza del loro essere parte stessa di quell'infinito oceano, non lo abbandonò. Alla fine, quello che sembrava il più imponente tra loro, assentì, si tuffò in mare e riemerse poco dopo recandole qualcosa, ben celato in un cofano di legno incrostato da antiche conchiglie. Poi, sempre in silenzio, si immersero nuovamente e sparirono.





Continua - e termina - nella ottava puntata, QUI : La favola dei tempi oscuri 8



LA FAVOLA DEI BWCA MIGRANTI

 (Prima pubblicazione 16.07.2013)

© Crenabog 





Centinaia d'anni prima dello svolgersi delle vicende del Narratore, dai gelidi mari del Nord giunsero sulle coste le lunghe navi, sottili ma irte di ferro e d'acciaio, dei Tuatha de Danann. Giunsero per cercare, per conoscere , sì, ma giunsero anche per depredare. E lunghissimi furono gli anni di guerra che sconvolsero tutto il paese, fino a che i Tuatha de Danann diventarono la prima popolazione, la più numerosa, feroce ed imbattibile. Padre e madre delle progenie che seguirono. Ora, quando i Tuatha decisero di imbarcarsi, portarono con sé anche Ragnar lo sciamano, un mago potente capace di comandare gli elementi e di volgere a loro favore la sorte delle battaglie. Ragnar aveva come spirito domestico - e animale da compagnia da lui molto amato - Angwie Sonny, la maialina fatata. Angwie Sonny era bianca, con le orecchie rotonde e gli occhi rossi e mai se ne era veduta l'eguale: tutti la tenevano in conto di portafortuna e a nessun costo la avrebbero lasciata nel loro paese di origine. Quel che i Tuatha non sapevano, e Ragnar non sospettava, era che la grande cuccia di Angwie - tutta di piccoli tronchi di legno istoriati da bizzarri motivi - era anche la casa preferita dei Bwca, i loro folletti locali, capaci di mutare dimensione e quindi di vivere - piccolissimi - nelle gallerie che avevano scavato nei tronchi. Dunque, quando i Tuatha si furono insediati nelle nuove terre conquistate, Ragnar lanciò un incantesimo taboo sulla cuccia e su Angwie Sonny, al fine di proteggerla da qualsiasi stregoneria nemica. Questo però costrinse anche i Bwca a scappare e a disperdersi per le lande e le contee. I Bwca cominciarono quindi ad avere rapporti con il Popolo Segreto locale e lentamente trovarono collocazione nelle case degli uomini, in varie forme. 

Nelle Alte Terre divennero i Bodach, ancora memori delle loro origini e tristi per la loro perdita, cosa che li rese cattivi di animo e pericolosi da incontrare di notte lungo i sentieri solitari. Nelle isole e talvolta presso i fiumi divennero i Fenoderee, usi ad abitare nei mulini disabitati, dove incessantemente macinavano il grano che trovavano nei fienili vicini, lasciandolo in sacchi bene impilati alla portata di chi lo desiderasse e apprezzando molto quando gli veniva lasciata una ricompensa. Il ramo più stupido della famiglia diede vita invece ai Brownie, che abitavano nelle case degli uomini, dentro i loro muri, ed il loro trapestìo veniva spesso creduto opera dei topi. Quando li si incontrava era solo perché loro si lasciavano vedere, dato che gli umani potevano vedere il Popolo Segreto solo se possedevano la seconda vista, o se avevano bagnato le loro palpebre con un particolare unguento magico. Chi vedeva un Brownie poteva chiedergli di aiutarlo nelle faccende domestiche, e di solito essi erano così semplici e creduloni che si facevano ingannare da vane promesse, finendo per servire le famiglie umane per generazioni. I Brownie, al pari degli elfi domestici - che nulla avevano a spartire con gli Alti Elfi, immortali e orgogliosi del loro stato di semidivinità - non gradivano l'essere ricompensati in più o in meno del pattuito. Ogni errore umano avrebbe provocato la loro fuga irata, e spesso anche la loro vendetta. E, come gli elfi domestici, i Brownie pensavano tradizionalmente che quando gli venivano donati degli indumenti questo li rendesse liberi. Molte furono le famiglie umane che persero i loro servi magici, pagando loro per errore anzi che con cibo o monete, con vestiti nuovi o usati che fossero. Certi Bwca infine, perdendosi nelle sterminate foreste del paese, si stabilirono vicino ai fiumi e si unirono agli Sprite che vi abitavano, dando origine alla razza degli Uruisg, dotata di forti poteri magici, e sovente amante delle Asrai, le fate dell'acqua. Così, il Popolo Segreto incrementò il già grandissimo numero dei suoi appartenenti e i re fatati delle contee ebbero davvero un gran daffare a tenere tutti sotto controllo.





*** FINE ***

sabato 22 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA VENUTA DI MAB

 (Prima pubblicazione 07.06.2013)

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C'era una volta, ben oltre Bosco Buio, Monte Atro e le grandi pianure dei Tumuli, un altra lontana Contea e poi un altra ancora e così via fino a giungere alle propaggini del Mare del Nord. Da lì, un giorno, arrivò la notizia che la regina Mab, signora delle fate e capace di comandare anche agli elfi in virtù dei suoi poteri che le derivavano dalla discendenza con la regina Maeve, sarebbe giunta in visita a re Oberon. Il Popolo Segreto si scatenò nei preparativi, i trolls vennero controllati uno ad uno e relegati nelle loro grotte, re Brian venne avvertito da re Oberon di non tentare nessuno scherzo e persino il Narratore venne coinvolto con la richiesta di nuovi racconti da narrare durante i festeggiamenti. Pian piano, dai paesi e villaggi attraversati dal microscopico corteo di Mab (bisogna sapere, infatti, che la regina è piccolissima, e ama viaggiare su una carrozza trainata da insetti d'ogni specie), giungevano le conferme del suo avvicinarsi.


Tutto sembrava procedere per il meglio quando, giunta nella contea che ospitava la collina di Knock Ma, sotto la quale prosperava la corte di re Finvarra, il corteo venne fermato da un improvviso, magico tempo burrascoso. Il cielo nero , i venti sferzanti, persino un pesante strato di brina gelata copriva il terreno, completamente in disaccordo con il periodo estivo e decisamente caldo che invece teneva tutto il Popolo Segreto a boccheggiare nelle altre contee. Era successo che re Finvarra, capace di dominare gli elementi e comandare anche alla morte, non aveva affatto gradito il non ricevere alcun invito da re Oberon , e voleva vendicarsi.




Le cose stavano mettendosi male per le relazioni tra i regni fatati e re Oberon inviò ambasciatori da re Finvarra per chiedergli di smetterla. Ma lui, forte dello stare nel suo territorio e ritenendosi intoccabile, calcò la mano oscurando il cielo con una pesante ed inamovibile coltre di nubi nere. I folletti tornarono da re Oberon per dirgli della situazione e avvertirlo che re Finvarra sembrava più deciso che mai a creare un occasione per una guerra. Preoccupatissimo, il re del Popolo Segreto chiamò a sé il Narratore per trovare una soluzione. Intanto, nei suoi gelidi meandri, re Finvarra pregustava il dolore della regina Mab.


Il Narratore espose a Oberon e a Titania il suo piano e loro accettarono di buon grado di tentare. Re Brian spedì i suoi folletti più veloci nelle profondità delle caverne dei Coblynau e questi si dichiararono felici di poter dare una mano. Subito venne approntata una squadra di coboldi che viaggiarono a tappe forzate per arrivare a Knock Ma: quando videro le condizioni atmosferiche, lanciarono in alto i fili dell'arcobaleno, su, su, fin sopra le spesse nubi. Parte di loro corse all'altro estremo e tutti si misero a riavvolgere i fili incantati: lo splendente arcobaleno dei Coblynau fece da rete da pescatori, costrinse fino a terra le nuvole evocate da re Finvarra e lì le lasciò, sotto forma di un enorme banco di nebbia. Il sole, tornato a splendere, accompagnò i coboldi, i folletti ed il corteo della regina Mab fino alla reggia di re Oberon, dove a lungo durarono i conviti ed i festeggiamenti. Il Narratore ebbe una favolosa storia da vendere nelle fiere e nei mercati e re Finvarra restò oppresso dalla nebbia per lunghi anni, perdendo gran parte del suo popolo, visto che ogni volta che uscivano dalle profondità di Knock Ma inevitabilmente non ritrovavano più la strada di casa.






*** FINE ***

mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DEL TEMPO DONATO

 (Prima pubblicazione 23.11.2011)

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Lontano dal villaggio che ben conosciamo, nel folto del Bosco Buio, al centro di una vasta distesa pianeggiante e sotto un enorme collina, vi era la corte di Re Oberon. Pur essendo il re di tutto il Popolo Segreto, re Oberon e la sua corte non si potevano definire ricchi; avevano tutto il necessario per vivere e divertirsi ma ori e gioielli erano più che altro in mano ai nani che lavoravano a scavare nelle grotte site in profondità, nelle viscere della terra. Quindi, il Popolo Segreto non teneva in gran conto denari e gioielli, benché spesso facessero apparire paioli pieni di monete quando volevano commerciare con gli umani. Venne il giorno del compleanno di re Oberon, pochi giorni prima della annuale festa del Samhain, e il re chiese a tutti i suoi dignitari un dono. Non avendo granché da donare, si misero a pensare a cosa mai potessero portargli. Re Brian Borough, il capo dei Folletti, se ne stava pensieroso davanti ad un boccale di birra quando ebbe un'idea e, tutto allegro, ad alta voce esclamò: "Gli farò un bellissimo biglietto d'auguri!" . Purtroppo per lui, lì vicino se ne stava a svolazzare una minuscola fata, che sentì tutto e corse a riferirlo alle sue amiche. Le quali, chi più e chi meno, erano amiche o confidenti degli altri dignitari. A farla breve, la voce si sparse e tutti si diedero a creare biglietti augurali. Re Brian andò in cerca della carta migliore, prese dalla sua oca preferita una gran penna, raccolse bacche rosse, le pigiò per farne inchiostro e, con grandi svolazzi ed in bella calligrafia, compilò uno spettacolare biglietto di auguri che sigillò accuratamente con ceralacca e il suo timbro personale. La stessa cosa fecero gli altri. C'era tra loro un folletto invidioso, sempre immusonito, che covava rabbia per non essere tra i grandi dignitari della corte. Sempre in giro a non far nulla, sempre ad origliare e a spargere malcontento tra tutti. Questo folletto seppe dei doni e volle, naturalmente, farlo anche lui. Si guardò in giro, era nella taverna, e raccolse da sotto un tavolo un fazzoletto di carta spiegazzato; prese un pezzo di carbone dal camino e scrisse "Auguri", poi lo piegò e se lo mise in tasca. Quando venne il giorno del compleanno, re Oberon ricevette i suoi cortigiani nella sala del trono: Re Brian in testa a tutti porse il suo magnifico biglietto e Oberon si congratulò. Anche gli altri fecero lo stesso e re Oberon, anche se stupito nel ricevere da tutti lo stesso regalo, ringraziò gentilmente. Quando vide il biglietto del folletto storse il naso con disappunto ma lasciò correre. Pochi giorni dopo iniziarono le grandi celebrazioni del Samhain, con canti, danze, e tutto il Popolo Segreto che sfoggiava variopinti costumi e beveva sidro e birra. Davanti all'enorme falò rituale, tutti si scambiarono pensierini, fiori, frutta, e naturalmente biglietti augurali, visto che era diventata improvvisamente la nuova moda in voga. Re Oberon dal trono assisteva lieto insieme a Titania, la sua regina. Vedendo però il solito folletto che distribuiva biglietti a tutti lo chiamò e volle esaminarli. Erano tutti identici, tirati via, fatti male, scritti col carbone su pezzi di carta trovata chi sa dove. Re Oberon si infuriò e disse: "Tu, folletto stolto e sfaticato, non hai voluto sprecare un attimo del tuo tempo per creare qualcosa di bello per tutti coloro a cui hai fatto doni. E, ricopiando quel che hai donato a me, mi hai anche recato offesa, mostrando di considerarmi alla stregua di tutti gli altri. Per questo da adesso sei scacciato dalla corte e non metterai mai più piede sotto il tumulo del Popolo Segreto. Perché so bene che non possedete cose preziose e la sola cosa preziosa che avete è il vostro tempo. Creare qualcosa per donarla costa tempo, e questo, infine, è il vero regalo che avete dato. Tu, egoista e imbelle, nulla hai voluto dare e nulla riceverai più." Così dicendo, con un gesto, fece comparire la porta magica che conduceva fuori dal regno, e scacciò il folletto che da allora ne ebbe moltissimo, di tempo, per pensare a quanto fosse stato stupido.





*** FINE ***

LA FAVOLA DELLO STUDIOSO

 (Prima pubblicazione 04.08.2009)

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C'era una volta, nel villaggio che ben conosciamo, un uomo di lettere che amava molto studiare qualsiasi cosa gli capitasse sotto gli occhi. Spesso si era allontanato da casa in lunghi viaggi per raggiungere antiche e celebri biblioteche dove aveva trascorso ore ed ore chino sui libri, leggendo senza sosta tutti i più vari argomenti. Si era fatta così una cultura invidiabile e quando parlava era una gioia starlo a sentire, discuteva con capacità su tutti gli argomenti che gli venivano proposti e a dire la verità già da tempo intendeva d'andar via dal villaggio, faticando a trovare chi gli stesse dietro nelle sue conversazioni. Un giorno preparò una grande valigia di cuoio e legno, ci mise il necessario e partì per andare all' abbazia di Gloster, avendo saputo che vi erano custoditi manoscritti talmente antichi che nessuno era riuscito a comprenderli. Giunto che vi fu, chiese ospitalità al Priore e dopo aver sistemato la sua cameretta si dedicò alla biblioteca. Guardò con soddisfatto stupore i grandiosi saloni dalle volte così alte che si perdevano nel buio, le altissime e ripide scale di legno appese per raggiungere i tomi e i tavoli di quercia dove consultarli alla luce di grandi candelabri di bronzo scuro. In pochi giorni aveva già esaminato volumi di scienza, di religione, di antiche letterature e pensò di dedicarsi ai libri di alta magia, anche se il Priore lo redarguì in merito, consigliandolo apertamente di non farlo. Non se ne dette per inteso anzi, incuriosito, prese i rotoli più vetusti e prese a tentare di decifrarli. Una notte ne scovò uno redatto nella perduta lingua elfica e vergato con una grafia sottile e curva: ricordava però le lezioni che gli aveva dato il narratore del villaggio il quale, essendo amico di Oberon, la conosceva e si era peritato d'insegnargliela. Lesse con stupore le cronache delle guerre tra Re Brian e Re Oberon, lesse come il dio Dagda si mutava in cervo per dare la caccia ai cacciatori, seppe quale oscura divinità stesse realmente dietro ai Giganti che avevano invaso il Regno Segreto e trovò molte formule perdute da secoli, se non addirittura da millenni. Se le trascrisse con cura in un diario che portava con sé e si ritirò nella sua stanza. Quella notte l'emozione lo rese febbricitante, non vedeva l'ora di poter tornare al suo paese per sfoggiare tutte quelle conoscenze. Vaghi sogni di potere, ricchezza e fama scivolavano rapidi nella sua mente. Capì quanto oro avrebbe potuto strappare ai coboldi dell' arcobaleno, immaginò persino di poter vedere un giorno re Oberon inchinarsi davanti a lui. Giunse il mattino e, dopo aver salutato tutti, anche il Priore che lo guardava con sospetto, partì per il lungo viaggio di ritorno. Seduto nella diligenza accarezzò il diario nascosto sotto le pieghe del mantello e, giunti che furono ai bordi del Bosco Buio chiese al postiglione di farlo scendere per poter tornare a casa a piedi. In realtà desiderava avere ancora un poco di tempo per provare a recitare alcune delle formule che aveva imparato; si avviò sul sentiero e, sfiorando i grandi alberi, li faceva fremere al tocco delle dita mentre mormorava sottili incantesimi, guardava cespugli fioriti e comandava loro di seccarsi, volgeva il braccio verso le messi coltivate in lontananza e ad un suo gesto esse si aprivano lasciando intravvedere sentieri magici. Inebriato dal potere si sedette su un tumulo per fumare un poco di tabacco grasso e speziato, sbirciando le pagliuzze di Perique piccante che gli aveva donato il narratore e che aveva mescolato al buon Latakia. Non passò mezz'ora che, attirato come sempre dal forte profumo del tabacco da pipa - un vizio al quale non sapeva resistere -, davanti a lui comparve Re Brian Borough con un gruppetto di folletti vestiti di verde brillante. Lo studioso non credette alla propria fortuna e quando Re Brian, molto gentilmente in verità, gli chiese di poter assaggiare il suo tabacco lui invece pronunciò velocemente un grande incantesimo che aveva strappato a quell' antico rotolo. Il gruppetto restò immobilizzato e, mentre Re Brian diventava paonazzo dalla rabbia, l' uomo gli chiese di farlo diventare la persona più felice della terra. Ci fu un lampo ed eccoli lì, tranquillamente seduti in una vecchia bicocca ai bordi del villaggio, lui e Re Brian, a bere cervogia da grossi boccali di peltro e a narrarsi storie da buoni amici. Il Re lo aveva trasformato nella persona più felice della terra: un povero ciabattino, completamente dimentico di sé e del proprio passato, soddisfatto di quel po' di birra che aveva e di avere un tetto sulla testa per dormirci e un vecchio amico col quale chiacchierare di quanto latte quell' anno avessero dato le mucche frisone. D' accordo, Re Brian era veramente una peste, ma cosa si può volere di più del vivere tranquilli e avere buoni amici ai quali raccontare qualche storia?



*** FINE ***

LA FAVOLA DELLA RAGNATELA ETERNA

 (Prima pubblicazione 21.07.2009)

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Quella sera Finbar, il piccolo figlio del Narratore, stentava a prendere sonno così suo padre si sedette vicino al suo letto e, mentre gli accarezzava la testa, prese a narrare una delle sue storie preferite :

C'era una volta, in una casa vicino al Bosco Buio, un bambino che amava giocare con i suoi trastulli e che spesso usciva per andare a vedere cosa stesse facendo la Gente Segreta, là nel folto del bosco. Così facendo aveva fatto amicizia con molti esseri fatati e spesso trovava da divertirsi parecchio insieme a loro; un giorno che stava passeggiando insieme a due scoiattoli, discutendo insieme a loro su quale albero avrebbero potuto trovare più nocciole, si trovarono davanti ad un piccolo sentiero, a malapena visibile tra la folta vegetazione. Incuriosito, ci si addentrò, noncurante del fatto che gli scoiattoli fossero voluti rimanere nella radura. E cammina, cammina, arrivò davanti ad una strana grotta che non aveva mai visto prima: si fece coraggio, accese la pila che portava con sé ed entrò dentro. Andando avanti cominciò a sentire freddo, era sempre più buio, alla fine si ritrovò la strada sbarrata da una ragnatela. Ma era una ragnatela enorme, immensa, fittissima, come una gigantesca nuvola rubata dal cielo e stipata lì dentro; non aveva mai visto una cosa simile! Sentiva distintamente in lontananza il frusciare dei ragni e cercando di vederli ne strappò qualche lembo. Subito sentì una vocina dirgli: "Non lo fare, non lo fare!" Ma lui, no, continuò imperterrito a strappare la ragnatela per arrivare dall'altra parte ed ecco che, dal profondo della grotta, si alzò come un vento fortissimo che uscì ruggendo dalla caverna. Il bambino rotolò fuori trasportato dal vento e pieno di paura iniziò a correre verso casa. Corse e corse e non si sentiva più nulla nel Bosco, nessun uccello cantare, nessun folletto fare musica, niente di niente. Quando fu arrivato a casa spalancò la porta e... guardò la sua mano. Era cresciuta! Non poteva essere la sua! Si fermò davanti allo specchio dell'ingresso ed ecco là un bel ragazzo, grande e grosso: Stupefatto chiamò suo padre ma solo una voce roca e stanca gli rispose. Andò di sopra e lo trovò steso sul letto, vecchio, pieno di rughe e incapace di alzarsi. "Figlio, cosa è successo mentre eri nel bosco?" sussurrò. Lui gli racconto tutto e il padre disse:" Oh no, hai distrutto la ragnatela proibita. Il Re dei Ragni la tesse da millenni e tutti gli anni che passano, quando fuggono via, finiscono lì. Tutto il tempo del mondo era tenuto dalla ragnatela. Ora è ritornato addosso a tutti noi.." Il bambino, ormai grande ma sempre spaventato da morire, chiese cosa si potesse fare mai. Il padre, allo stremo delle forze, gli spiegò cosa - secondo le antiche leggende - andava fatto. Quando venne la notte il giovane andò a bruciare dell'incenso all'imboccatura del Grande Pozzo Vuoto, che da secoli troneggiava al centro del Bosco e al quale nessuno si avvicinava. Al sentire il profumo poco dopo fece capolino la grande testa del gigantesco Verme Ouroborous, bianco come la luna, che vide il ragazzo e pensò bene di catturarlo. Lui si mise a correre in cerchio attorno al Pozzo e corse e corse e corse con tutte le sue forze e quando il Verme cominciò ad essere stanco, il ragazzo raccolse un pupazzo che aveva portato e nascosto in un cespuglio, e lo lanciò nel Pozzo. Subito il Verme si tuffò per catturarlo e lui tornò a casa. Trovò suo padre come lo aveva lasciato la mattina presto, allegro e davanti ad un bicchiere di birra e si accorse che non arrivava al tavolo: era ritornato piccolo. Ouroborous, gli spiegò il padre, creava il Tempo, girando all'infinito nelle profondità del mondo. Averlo fatto girare così tanto all'incontrario aveva riportato le cose a posto ma avevano corso un rischio terribile. Di certo da quella volta il bambino imparò a non toccare mai più, figurarsi a rompere!, le cose che non conosceva.





*** FINE ***





LA FAVOLA DELL'ALBERO E DEL BAMBINO

 (Prima pubblicazione 16.07.2009)

© Crenabog 






C'era, nell'antico villaggio vicino Bosco Buio, nella Contea dove tutti i miti e le leggende vivevano insieme, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati. E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine poté tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulaca afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll..), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio.. e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate.




*** FINE ***