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mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (decima puntata)

 (Prima pubblicazione 22.12.2014)

© Crenabog 




Mentre il silenzio scendeva grondando sangue sulle pareti della grotta, il Narratore si appoggiò stravolto contro una parete; l’albino si rivolse a lui con un sorriso tirato.

- Ecco. Era l’unico sistema. Il Babook non ha l’anima e potevi assorbirlo solo se ne avesse avuta una. Così, quando ha inglobato il troll, c’era un anima dentro di lui.

- Ma… cos’era?

- Il Babook? E’ una storia complicata ma cercherò di spiegartela. Immagino che tu abbia le tue convinzioni religiose, anche se conosci il Popolo Segreto e quindi sai che al mondo ci sono più cose di quante i sacerdoti ne insegnino. Devi sapere cosa c’è davvero, fuori dal mondo. Il Primo Creatore c’è, anzi c’è stato realmente, un tempo inconcepibile è trascorso dalla sua apparizione. E col passare degli eoni, il suo essere solitario gli venne a noia: iniziò a parlare con sé stesso finché non si divise. Esattamente. Si divise in due entità ma in breve tempo ognuna di esse mostrò di aver assorbito solo una delle peculiarità del primo Creatore. In principio era Uno, ora invece c’era il Bene e il Male e queste due parti iniziarono a pensare di essere l’una migliore dell’altra; per prevaricare radunarono ogni specie di esseri tra tutti quelli fino ad allora creati, da ogni mondo, da ogni luogo. Così, infinite schiere diventarono il Bene e altrettante finirono con l’appartenere al Male. Tutto questo nel silenzio cosmico e nel segreto delle vite di tutti gli altri esseri. Da millenni e millenni esse si combattono, a volte una prevale sull’altra, a volte i due aspetti del creatore si annoiano e si dimenticano di quel che hanno iniziato. Di questi momenti - per loro brevi, per gli altri lunghi secoli - finiscono per approfittarsi le legioni che combattono e che non ascoltano più i loro creatori. Fanno quel che fanno perché è la sola cosa che sanno fare. Il Babook apparteneva al Male, come è chiaro, mentre io no: e molti di noi, io tra loro, abbiamo capacità assai diverse da quelle vostre. Io ad esempio esisto non solo qui, esisto ovunque, in ogni luogo, in ogni tempo. Sono uno dei Principi del Bene, uno dei combattenti più antichi. Ho assunto molte forme e molti nomi e anche in questo preciso momento altri di me vivono e combattono su altri piani dell’esistenza. Io sono il Campione Eterno: in queste terre mi avete conosciuto come Lugh l’Il Danà, e mia era la spada che stai brandendo. Su Melnibonè mi chiamano Elric, e la mia spada è la Portatrice di Tempeste. E ovunque in mille altri modi. Io appaio dove compare il Male e cerchiamo di annientarci a vicenda. Stavolta qui ti ho aiutato a vincere, altrove chi sa cosa sta accadendo. Quando uno di me muore, lo strazio è enorme ma anche la gioia delle vittorie scorre in tutte le nostre vene. Tu hai lottato bene, e hai una grande motivazione. Salva tuo figlio, Narratore, crescilo bene, che possa essere come te. Io veglierò su di voi, così come proteggo il mio antico popolo inconsapevole, i Tuatha, anche se ora sono diventati il Popolo Segreto. Narra loro di me; la fede è una grande forza, accompagnerà il loro cammino. Vai adesso, prima che il re dei Troll raduni gli altri e venga a cercarti. Va’!

Un lampo di luce avvolse Lugh, che scomparve alla vista. Mentre ancora nello spazio vorticavano mille scintille il Narratore saltò nel portale e ritornò nella sala del trono del re dei Sidhe.


Dopo essersi abbracciati e confortati, i tre porsero a Oberon i frammenti dell’Oder: il re aveva già pronti i suoi nani fonditori che li raccolsero e li portarono celermente nelle fucine inferiori dove da tempo ardevano le caldaie e gli strumenti. Nell’attesa, Cinnia e suo padre, Paulie e il Narratore raccontarono le loro esperienze ai convenuti nella grande sala e enorme fu il loro stupore quando sentirono la storia di Lugh. Grida di gioia e acclamazioni salutarono la notizia, anche se qualche idea antica finiva ribaltata in compenso sapere che il loro antico re guidava e proteggeva ancora i loro destini li rese esaltati e felici al massimo grado. Re Oberon dichiarò che quella sarebbe stata la data del “Giorno di Lugh” da festeggiare ogni anno in ogni regno fatato, e tutti avrebbero dovuto rendergli omaggio con canti, giochi e falò. Proposta subito accettata all’unanimità, da tutti. Poi mandò a chiedere ai nani a che punto fossero, mentre il loro gruppo si spostava nella camera da letto del re e della regina, dove Titania e le fate vegliavano sul sonno mortale di Finbar. Il Narratore si sedette sul letto cingendo la testa di suo figlio come a cullarlo, Cinnia si inginocchiò al suo fianco prendendo una mano tra le sue e baciandola. Paulie restò in piedi a fianco all’uomo, conscia del suo dolore. Clodagh stava in un angolo circondata dalle sue fate, i cui sommessi risolini testimoniavano della loro sorpresa nell’aver scoperto il suo rapporto segreto con l’Uomo della Luna. Titania parlava a bassa voce con Oberon, confidandogli il suo timore che non si sarebbe fatto in tempo a salvare il giovane, quando, dalle profondità della collina, giunse un colpo di gong.

- Sembra che ci siano riusciti,- esclamò Oberon, fregandosi le mani. - Chiamate gli sciamani!

Trascinati dai folletti, arrivarono tre vecchissimi sapienti, curvi sotto il peso delle loro conoscenze e delle loro barbe bianche, avvolti in palandrane di colore incerto e con molte pietre istoriate di rune mistiche legate al collo e intorno ai polsi. Scivolarono silenziosamente ai loro posti, intorno a Oberon, mentre un gruppo di nani preparava un alto piedistallo di tronchi di legno: al di sotto posero un enorme piatto di metallo sul quale calarono rami e braci per dare vita ad un calore basso ma potente. Altri nani corsero portando l’Oder finalmente ricongiunto, fuso e ribattuto fino a risaldare i lati spezzati, il grande calderone nero dei Tuatha riempiva con la sua sola presenza tutta la camera. Vi versarono acqua in abbondanza e, mentre lentamente si riscaldava, gli sciamani vi versarono estratti liquidi dagli strani bagliori, da minuscole ampolle dimenticate da tempo nei loro antri magici. E, prima bassissimo, poi in crescendo, ognuno si unì al coro mugolante le cui vibrazioni facevano tremare l’aria già densa dei vapori. Paulie e Cinnia spogliarono Finbar dai suoi abiti, il Narratore e Oberon lo presero tra le loro forti braccia, che già iniziavano a congelarsi al solo toccarlo, e con grande attenzione lo calarono nell’enorme paiolo, tra le morbide volute dei vapori che salivano verso l’alto.

- Ora, - fece Oberon ,- prima che andiamo avanti, c’è una cosa che devi capire bene, amico mio. Quella che stiamo facendo è una delle più antiche e potenti magie dei Sidhe, nata per loro e a loro riservata. Capisci che ci sarà un prezzo da pagare, un duro prezzo, per te?

- Credo di capire, sì, maestà. E francamente non me ne importa nulla. Sia quel che deve essere.

- Se Finbar rinasce, se ci riusciamo, se l’Oder ha riacquistato tutti i suoi poteri… capisci che tuo figlio non sarà mai più quello che era? Che prenderà la nostra essenza, che farà parte dei Sidhe? Sarai solo, anche se sarai sempre tra noi, che pure ti amiamo. Finbar avrà la vita lunghissima che è propria dei Sidhe, e i loro poteri. Perderà la sua umanità. Sei d’accordo?

- Maestà, se perché lui vivesse io fossi dovuto morire non ci avrei pensato un attimo. Perché dovrei pensare a questo? Va bene, mio figlio ama il vostro popolo, ama Cinnia, e so che continuerà a volermi bene. Anche se sarà uno di voi. Niente, comunque, ci terrà lontani, fin che durerà questa vita. Salviamolo.

- E sia. Venite tutti qui intorno.

Oberon, Titania, Paulie, Cinnia, Clodagh, il Narratore e re Brian circondarono il calderone e quando il re fece passare tra di loro un affilatissimo stiletto d’argento brillante, incisero i loro polsi facendo cadere gocce di sangue nell’acqua fumante. Le scie rosse si allargarono e fluirono verso il corpo di Finbar, che galleggiava esanime, scivolarono verso di lui e scomparvero nella sua pelle. Il colore e il calore, da tanto scomparsi dal suo corpo, ripresero il loro regno e tornarono a comandare. Lievemente il petto di Finbar si alzò, ed abbassò, e di nuovo, e ancora, in rantoli, sospiri, fino a riprendere il ritmo regolare. Le luci nella camera scemarono, come se la vita stessa, per tornare in lui, avesse dovuto assorbire tutta la potenza e l’energia circostante. E alla fine, Finbar aprì gli occhi , ancora ignaro della sua nuova natura, del battesimo magico che lo aveva assunto a membro dei Sidhe: suo padre levò lo sguardo dal volto amato e fissò Cinnia. La figlia dell’Uomo della Luna arrossì violentemente, come per un senso di colpevolezza; forse la incolpava di qualcosa, per questa rinascita che univa lei e lui, ma divideva un padre dal figlio? Il Narratore le sorrise, e annuì col capo. Tutto andava bene. Tutto era come doveva essere.








*** FINE ***

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (sesta puntata)

 (Prima pubblicazione 01.12.2014)

© Crenabog 




Oberon congedò Lounnaja, dopo avergli dato una borsa di monete d'oro, e tornò a discutere con loro.

- Allora, mi sembra che sia chiaro chi debba andare a far cosa. Paulie, tu andrai su Hy-Breasil. E' un isola e tu vieni dal mare, chi meglio di te può essere aiutata dai suoi confratelli tritoni, se dovesse servirti?

- Sire, non sono sicura che desiderino ancora aiutare una che li ha abbandonati per vivere sulla terra ferma. Le sirene sono esseri volubili, fanno presto a dimenticare, ma i tritoni hanno la memoria lunga e non amano perdere una delle loro femmine; e le fate foca, anche se non sono sirene, certamente appartengono al mare e al suo regno. Anche se voi siete il re dei Sidhe, e comandate su tutto il mondo degli esseri magici, potrebbero esserci dei problemi con loro.

- Ho fiducia in te, mia cara, e non penso che sarà una impresa difficile. Il sentiero specchio ti porterà direttamente su Hy-Breasil, in qualunque zona di mare attualmente stia navigando. Il pezzo dell'Oder è un grande spicchio di metallo nero, dovrebbe essere facilmente riconoscibile tra le squame del Fastitocalone. Cerca di estrarlo e trascinalo nel sentiero, torna subito qui e sarà fatta. E ora, inutile dire chi dovrà andare a prendere il frammento che sta sulla Luna, vero, Cinnia?

- Certo! Se davvero ce l'ha mio padre una volta che gli avrò spiegato cosa sta succedendo, sarà lui il primo a volerci aiutare. E' un grande amico del Narratore, da sempre, quindi no, non credo ci saranno problemi. Certamente però non posso andare con i sentieri specchio, dovrò aspettare che il Ragno cali il suo filo e mi faccia salire.

- No, piccola - disse subito il Narratore. - Ci penso io a chiamarlo, ho il flauto che richiama tutti gli esseri fatati, ricordi? Usciremo e lo avvertiremo subito.

- Bene! E anche questa è sistemata, - Oberon si fregò le mani, per la prima volta mostrava un leggero senso di soddisfazione - Tu, vecchio amico, dovrai affrontare la parte più dura. Entrare nelle caverne di Monte Atro sarà semplice col sentiero, ma trafugare il pezzo di Oder dal tesoro del re dei Troll... con loro non puoi ragionare. La tregua che abbiamo stipulato si basa solo sul fatto che gli abbiamo concesso la montagna, e sai bene che ogni essere fatato è dovuto scappare da lì. I troll sono pericolosissimi: il sole li uccide ma là sotto sole non ce ne sarà. E da troppo tempo vanno a caccia solo di animali selvatici, per nutrirsi; trovare un uomo nelle caverne sarà come invitarli ad un banchetto. Ti ci vuole un arma e che sia davvero seria: quella che penso di affidarti è un oggetto leggendario. Venite con me.

Attraversarono la sala ed entrarono in una grande camera piena di trofei, corazze, lance: rifulgevano scintillanti nel tenue bagliore delle fiaccole appese alle pareti. Lance istoriate dei Numenorean dalle lame a foglia, affilatissime ancora dopo secoli, certamente mantenute in quello stato dalla cura dei nani servitori di Oberon che lustravano e oliavano i trofei. Le antiche corazze dei Tuathà, d'oro splendente finemente niellate in complicati ricami celtici, con pietre incastonate e lunghe strisce di cuoio grasso per legarle su quei grandi corpi di combattenti. Il re dei Sidhe si accostò ad una panoplia e prese una grande spada, celata nel suo fodero dai ricami a sbalzo. La soppesò, meditamondo, quasi restio a consegnarla al Narratore.

- Questa è Trinker, la spada di Lugh, l'Il-Danà. Il più grande capo dei guerrieri Tuatha, ebbe certamente parte della sua fortuna in guerra per via del possesso di Trinker. Devi usarla con estrema attenzione; la sua lama venne forgiata durante un rito magico ed è maledetta. Questa spada non ferisce i nemici, non uccide i nemici. Ne divora le anime. Al primo sgorgare del sangue, fosse anche una semplice scalfittura, il demone che vive dentro Trinker assorbe l'anima di chi è colpito. Nessuno resta vivo, quando Trinker lo colpisce. Te la senti di usarla? Hai compreso bene di che si tratta?

Il Narratore prese Trinker, sempre tenendola dentro il fodero, e cominciò ad allacciarne la pesante cintura intorno ai fianchi. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto.

- Mio figlio sta morendo, re. Ucciderei Lugh, il re dei troll, persino un dio, con queste mani, se fossi certo di ridargli la vita.

- Ebbene, prendi Trinker e preparati. E' ora che tutti facciate la vostra parte. Usciamo, così potrai chiamare il Ragno e Cinnia potrà salire da suo padre. Paulie, prendi questa fiala. Contiene la terra di Hy-Breasil, versatene un poco sul palmo della mano e attraversa il portale: e buona fortuna, torna alla svelta chè il tempo scorre troppo velocemente.

Paulie annuì, prese la fiala e fece quanto comandato, sparendo attraverso l'Anello. Gli altri salirono la scalinata e uscirono fuori dalla collina, guardando verso l'enorme luna piena. Un colpo di tosse attirò la loro attenzione; re Brian li aspettava, molto nervoso. Certo la situazione era drammatica, ma sembrava che avesse urgenza di dire qualcosa.

- Stanno partendo per cercare l'Oder?

- Sì, Brian. Cosa c'è?

- Posso chiedere dove devono andare?

- Cinnia da suo padre. Paulie sta andando a Hy-Breasil e lui nelle caverne dei troll.

- Quindi su Monte Atro. Gli avete detto cosa lo aspetta lì sotto?

- I troll, naturalmente.

- Allora non sapete... Non vi siete mai chiesto perché i nani non hanno fatto grandi difficoltà, quando hanno saputo di dover andare via dalle loro terre?

- No. Nessuno mi ha detto nulla, Brian. C'è qualcosa che dovrei sapere?

- Immaginavo. Sono sempre stati restii a parlare del loro segreto. Tanto vale che ve lo dica io. Per secoli hanno scavato alla ricerca di pietre preziose, oro e argento. E tanto a fondo sono andati, che hanno fatto uscire qualcosa. Uno spirito? Il male del mondo? Nessuno lo sa. Ma è qualcosa che infesta le caverne, qualcosa che uccide. Ecco perché quando hanno saputo di dover cedere le caverne ai troll se ne sono andati soddisfatti, certi di aver giocato loro un brutto tiro. Quindi, per favore amico mio, sta' attento. Molto attento.




Continua nella settima puntata QUI : La favola del paiolo magico 7


martedì 25 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (terza puntata)

 (Prima pubblicazione 17.11.2014)

© Crenabog 



Re Oberon alzò un grande boccale di peltro intarsiato, colmo di birra schiumante, e lo bevve d'un fiato. Si terse le labbra col dorso della mano e lo sbatté sul tavolo. " Oh sì! Nessuno si aspettava una minaccia simile e invece.. quando la moltitudine delle loro navi venne avvistata all'orizzonte, nessuno capì a chi appartenevano. Colori mai visti prima era sfoggiati dalle loro bandiere e le sentinelle costiere si precipitarono ad allertare tutti. I fuochi arsero sulle torri di guardia, uno dopo l'altro, portando la notizia a tutte le città del regno. Le truppe iniziarono a mobilitarsi e da ogni luogo marciarono verso il punto dell'approdo previsto. Ora, dovete capire una cosa: i Tuatha dè Danann erano una razza dalle origini magiche, strettamente legata alle divinità del cielo e della Luna in particolare. Avevano dunque poteri particolari e i loro maghi erano tenuti in alta considerazione; anche loro si diedero da fare, evocarono spiriti ed ebbero la risposta che cercavano. Gli invasori erano i cosiddetti Uomini dell'Inferno. Il perché del loro appellativo derivava da due cose: la prima era che venivano dall'estremo sud, da un paese che secoli dopo sarebbe stato conosciuto con il nome di Spagna. L'altra, facilmente intuibile, era la loro leggendaria ferocia e questo fece calare una nube di preoccupazione su tutto il popolo. Memori del loro stesso comportamento iniziale con i Fomorean, i Tuatha non tentarono neanche di fare delle trattative, iniziarono a fortificare le città e radunarono un contingente enorme di soldati. Gli stregoni, intanto, avevano cercato di escogitare maledizioni da lanciargli contro, evocarono spiriti e demoni per farsi aiutare in combattimento e infine, ricordando una delle loro antiche leggende, quella dell'Undry, tentarono di realizzarne uno nuovo ma con poteri diversi. Ah. Giusto, non tutti voi sapete di cosa sto parlando. Ci fu un tempo in cui i Tuatha lottarono persino contro gli dei del luogo, finendo per sconfiggerli con il loro valore e la loro audacia. Quando catturarono il dio Dagda, trascinandolo in giro nella sue enormità, tale che il suo sedere scavò il letto di un fiume che ancora esiste, si impossessarono anche del suo tesoro. In mezzo ad esso c'era l'Undry, il paiolo magico che forniva cibo a chiunque lo chiedesse, e che per molti anni rifornì le mense dei principi Tuatha, fino a scomparire, forse rubato, forse tornato ai suoi dei, chi sa. Ora, gli stregoni Tuatha volevano creare un altro calderone, ma che fosse in grado di risanare qualsiasi guerriero ferito o morente così, a furia di interrogare gli spiriti dell'aldilà, ebbero le formule che gli servivano. Forgiarono l'enorme Oder, un gigantesco calderone capace di accogliere al suo interno un guerriero intero, e curare ogni male o ferita e subito lo mandarono, su un carro scortato dalla guardia del re, a Lugh l'Il-Danà, il prediletto di Diana, la dea lunare. Lugh comandava l'esercito e scese in campo alla testa dei suoi ogni volta che ci fu un combattimento, mai perdendosi d'animo, sempre primo avanti a tutti, coperto di ferite da capo a piedi, grondante sangue ma sembrava invincibile. E ogni volta lui e i feriti venivano risanati.





Purtroppo anche tra i Tuatha esistevano persone corruttibili e un loro soldato, catturato dagli Uomini dell'Inferno, raccontò loro la storia dell'Oder in cambio di una ricompensa in oro. Così una notte, mentre era stata dichiarata da entrambe le parti una tregua, dopo mesi di mostruose battaglie e spargimenti di sangue, mentre la nebbia marina saliva coprendo ogni cosa con la sua umidità e il suo vestito di folate bianche, un gruppo di nemici mascherati con le armature Tuatha rubate ai caduti, entrò nel campo di Lugh e rubò l'Oder. Questo, quando fu scoperto la mattina dopo, gettò nello sconforto l'armata e volse definitivamente le sorti della guerra a favore degli Uomini venuti dall'Inferno: i Tuatha, orfani dei loro capi periti in combattimento, si dispersero per ogni dove, cercando scampo alle devastazioni. Per secoli i nostri storici e studiosi si sono chiesti come sia stato possibile che i Tuatha avessero incontrato un simile destino, lasciando il potere a quelli che erano semplicemente degli esseri umani. Ora, crediamo che siano stati abbandonati dai loro dei, ma per quale motivo temo che nessuno lo scoprirà mai. Dunque, gli umani si sparsero sulla terra, occuparono città e villaggi e mutarono profondamente il volto del paese. L'Oder, desiderato da ognuno dei tanti signori che si erano divise le regioni, venne distrutto in una battaglia locale, e i suoi tre pezzi trafugati come reliquie e dispersi chi sa dove. I Tuatha dè Danann invece, nascosti su monti, caverne, boschi, con il passare dei secoli si trasformarono in un popolo dalla vita lunghissima, spezzettato in molte razze diverse, ognuna figlia di particolari poteri perdendo sempre più facilmente quei connotati fisici umani che all'inizio li avevano distinti. I Tuatha dimenticarono anche le loro origini, tranne i pochi storici e studiosi itineranti che cercavano di mantenere viva la memoria delle loro radici, andando in giro a narrare le storie antiche, e iniziarono a chiamarsi i Sidhe. Sì. Noi, il Popolo Segreto, la Razza Felice, gli esseri fatati. Noi, i Sidhe , siamo le ultime vestigia dei Tuatha dè Danann. Noi siamo ciò che gli umani sognano, quel che non riescono a vedere, quel che vive intorno a loro. La loro razza è debole e non combatte più, ma noi non abbiamo bisogno di riprenderci le nostre antiche terre. Perché non ce ne siamo mai andati. Che ne dite, ce lo meritiamo quindi, un brindisi?" , esclamò, mentre tutti urlavano la loro approvazione, facendo di nuovo scorrere birra e sidro a fiumi.




Continua nella quarta puntata QUI : La favola del paiolo magico 4