mercoledì 26 novembre 2025

LA FAVOLA DEL PAIOLO MAGICO (quarta puntata)

 (Prima pubblicazione 19.11.2014)

© Crenabog 




Il viaggio era stato lungo, anzi lunghissimo, considerato che una volta varcata la frontiera dell' Eirdheim e abbandonate le facili vie della Contea le strade avevano iniziato prima a costeggiare e poi a tagliare per le vaste catene montuose. Più si avvicinava al reame di Eirwen, più il gruppo dei mercanti aggiungeva vestiti sui vestiti. il freddo da opprimente era diventato decisamente glaciale. Pochi di loro si erano già spinti fin lassù, guidati dal miraggio dei favolosi guadagni promessi dagli emissari della Regina di Ghiaccio, uomini dispersi nelle principali città della Contea e dediti a mantenere rapporti con i commercianti tanto avventurosi quanto avidi che osavano raggiungerla. Il regno di Eirdheim non produceva ovviamente messi di nessun genere, visto che l'unico suo bene era il ghiaccio, ma era celebre per le inusitate quantità di pietre preziose scavate nelle profondità da comunità di nani passati al servizio della regina. Il levantino marciava coperto fino agli occhi da pellicce e mantelli, insieme al gruppo, tenendosi vicino ai carri carichi di masserizie di prima necessità, carni secche, legumi, cereali, e rarità provenienti da ogni dove. Enormi buoi muschiati dal pelo folto e lungo fino a terra trascinavano i carri legati alle giogaie, senza lamentarsi, abituati alle temperature estreme dell'Eirdheim. Venivano noleggiati alla frontiera e lì riportati dai commercianti al loro ritorno, e facevano compagnia ai viaggiatori con il loro fiato caldo, utilissimo durante le soste notturne nelle rade fattorie disseminate lungo il tragitto: fattorie per modo di dire, visto che nulla veniva coltivato, si trattava di grandi baite in tronchi delle foreste che servivano da poste per rendere meno difficile il cammino. Il levantino aveva saldato i suoi uomini e li aveva lasciati di guardia alla nave, ormeggiata nel porto di Ar-Ghala, in vista dei prossimi viaggi che lo avrebbero riportato nelle sue terre; calde terre, molto più desiderabili di dove si trovava ora, pensò con malinconia. Ma la golosità della regina bianca era ben nota ovunque, pari forse solo alla sua crudeltà, e non voleva lasciarsi sfuggire l'occasione di barattare il carico di dolci con i gioielli che avrebbe ben rivenduto ad Ar-Ghala, dove le botteghe dei cambiavalute spuntavano come i funghi e, nell'intento di strapparsi i clienti l'un l'altro, offrivano pagamenti decisamente interessanti. Il castello dei Mille Picchi comparve alla loro vista dopo un ultima, aspra arrampicata, rifulgente al sole e baluginante grazie al ghiaccio che lo ricopriva, dandogli un colore niveo che a malapena rallegrava, con la sua stupefacente bellezza, l'impressione di brutalità data dalle infinite guglie e picchi appuntiti che ne delimitavano i contorni. A prima vista sembrava che chi lo aveva progettato avesse disceso gli ultimi scalini della follia, angoli deliranti, colonne gigantesche, parti svettanti senza senso da ogni lato rendevano incomprensibile il loro uso. Il levantino pensò che potesse essere solo una rappresentazione concreta della personalità di Eirwen, tanto imprevedibile quanto pericolosa: l'isolamento tra i ghiacci eterni l'aveva resa inavvicinabile e nessun rapporto amoroso o familiare le era conosciuto. Solo il potere del regnare sulle sue terre guidava i pensieri della regina bianca e lo faceva con implacabile decisione, passando sopra a qualsiasi cosa la ostacolasse: non aveva mai guidato guerre d'invasione ma non aveva mai permesso a nessuno di uscire vivo dal suo regno, se per un qualsiasi motivo le fosse stato sgradito. Questi neri ragionamenti ronzavano certamente nelle menti dei mercanti, instillando in loro un nervosismo dal quale non potevano liberarsi e i brividi non erano dovuti soltanto al freddo intenso. Ognuno di loro stringeva nelle tasche i contratti stipulati con gli emissari, in attesa di poter consegnare il proprio carico, ricevere il pattuito e fuggire via il prima possibile. Mentre si approssimavano al castello i cancelli, enormi, di sbarre ciclopiche e puntali acuminati, cominciarono ad aprirsi, uno dopo l'altro, sospinti dai soldati della regina, imbacuccati nelle loro armature e nei pesanti mantelli di orso: il gruppo entrò, con gli occhi sbarrati fissi sulle altissime pareti di marmo e ghiaccio, scintillanti alla luce che proveniva da alte feritoie chiuse da vetrate in mosaico di vetri realizzati con scaglie di mica, schisto e lamine di pietre preziose. Vennero introdotti nella sala principale, vasta e dalla volta persa in una malaugurante oscurità. Al centro, perfettamente illuminata dalle luci spioventi, Eirwen sedeva su un alto trono, mirabilmente istoriato, in oro massiccio con ricami di perle incastonate. I mercanti sospirarono timorosi di fronte alla splendente bellezza sempiterna della regina, anch'ella discendente dagli antichi Tuatha in linea diretta, erede della loro barbarica beltà e dei loro poteri magici. I servitori si avvicinarono, presero in consegna i carichi, li distribuirono a terra ed iniziarono a confrontare il materiale con i contratti che i mercanti subito tirarono fuori in attesa del pagamento. Gli occhi di Eirwen giravano lentamente dal volto di uno a quello di un altro, come a volerli esaminare nel profondo, cosa che turbò alquanto gli animi di ognuno. Non aveva risposto ai saluti deferenti e alle parole di omaggio, limitandosi ad un breve cenno con la testa, che aveva fatto spiovere in avanti i suoi lunghi capelli di seta candida. Poi, tanto inattesa quanto terrificante, si alzò la voce di uno dei contabili:

" Maestà, qui c'è un ammanco."

E indicò la cassa del levantino. Il fiato gli si bloccò in gola, cosa poteva essere successo? Era certo di aver portato quanto pattuito! Istintivamente, gli altri mercanti si discostarono da lui facendo passi indietro, lasciandolo solo, come se fosse infetto, al cospetto della regina. Eirwen si alzò lentamente:

" Di cosa parli?" , sussurrò.

" Nella cassa non ci sono venti scatole di louchum, Maestà, bensì diciannove."

Il levantino sentì distintamente un sudore gelido scendergli per la schiena.

" Pensavi di ingannarmi, uomo?"

" Per carità, mia signora, mai e poi mai. Uno dei miei servi deve aver rubato una scatola senza che me ne accorgessi! Non avrei avuto alcun motivo per voler offendervi!"

" E la tua stupidità, se è davvero così, è giunta a non controllare il carico prima di venire, questo vorresti dirmi? Ti aspetti forse che invece di venti scatole te ne vengano pagate diciannove, e la cosa finisca così?"

"Oh, per tutti gli dei, mai sia, mi rendo conto di avervi dispiaciuto e desidero davvero regalarvi il carico, in remissione di quanto è successo! Vogliate perdonare la mia immensa stupidità, mia regina!"

Eirwen girò il capo intorno, osservando tutti i mercanti.

" Questo non è sufficiente. Nessuno inganna la regina di Ghiaccio e vive per vantarsene. Il primo e l'ultimo pagheranno. E ora vediamo di chi si tratta.."

Discese dal trono e si avvicinò ad una delle pareti, alzò un braccio e, con una mossa circolare, fece comparire un cerchio di luce. Un sottile vapore si diffuse nella sala, portando con sé aromi lontani. Al centro apparve dapprima il mercante che preparava la cassa con i louchum, poi il volto scimmiesco e infido del servo che la apriva e trafugava la scatola - cosa che provocò un singhiozzo disperato nel levantino - e il Narratore che la acquistava nella taverna di Tom. Il volto di Eirwen era sempre più furibondo, quando apparve re Oberon con davanti la scatola sul tavolo del banchetto.

" Ah! Nientemeno che il re dei Sidhe! Certamente lui è intoccabile.. - mormorò. - Ma come ho detto, il primo e l'ultimo pagheranno."

Si girò verso un cerimoniere rimasto nell'ombra dietro il trono, e ad un cenno della testa della regina questi si allontanò, tornando circondato da un gruppo di soldati che tenevano con grosse catene ben oliate un enorme orso bianco dallo sguardo folle e dalle fauci spalancate. Il gruppo dei mercanti si precipitò verso il portone e venne circondato da soldati che li mantennero fermi. Il levantino, paralizzato dal terrore, cadde in ginocchio supplicando pietà. Ma Eirwen pronunciò solo una parola, rivolta alla belva che la fissava:

" Mangialo."

Poi, ci furono solo le urla e il frangersi delle ossa del mercante. Trascinato via l'orso, con ancora i resti del miserabile ad imbrattare il pavimento di marmo venato, Eirwen tornò a guardare il cerchio di luce, dove poteva vedere scorrere le immagini del banchetto. Re Oberon, migliaia di miglia più lontano, aveva finito di narrare le sue storie, aveva alzato il brindisi e aveva aperto la scatola dei louchum, elogiandone vistosamente la bontà e magnanimamente offrendoli agli ospiti di riguardo seduti al suo tavolo. Titania ne prese uno, re Brian Borough anche, il re degli Elfi e Mab, la regina delle fate, apprezzarono gli altri. Mab passò la scatola al Narratore che ringraziò e si servì, poi la diede a Paulie che lo ringraziò con un bacio e la passò a Cinnia che sbattè le lunghe ciglia e ingoiò il dolce in un solo goloso boccone. E diede la scatola a Finbar che estrasse l'ultimo louchum, lo guardò un attimo, come impensierito, e lo mangiò.

" Muori ", disse Eirwen. E il figlio del Narratore crollò al suolo.




Continua nella quinta puntata QUI : La favola del paiolo magico 5

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