(Prima pubblicazione 23.11.2011)
© Crenabog
Lontano dal villaggio che ben conosciamo, nel folto del Bosco Buio, al centro di una vasta distesa pianeggiante e sotto un enorme collina, vi era la corte di Re Oberon. Pur essendo il re di tutto il Popolo Segreto, re Oberon e la sua corte non si potevano definire ricchi; avevano tutto il necessario per vivere e divertirsi ma ori e gioielli erano più che altro in mano ai nani che lavoravano a scavare nelle grotte site in profondità, nelle viscere della terra. Quindi, il Popolo Segreto non teneva in gran conto denari e gioielli, benché spesso facessero apparire paioli pieni di monete quando volevano commerciare con gli umani. Venne il giorno del compleanno di re Oberon, pochi giorni prima della annuale festa del Samhain, e il re chiese a tutti i suoi dignitari un dono. Non avendo granché da donare, si misero a pensare a cosa mai potessero portargli. Re Brian Borough, il capo dei Folletti, se ne stava pensieroso davanti ad un boccale di birra quando ebbe un'idea e, tutto allegro, ad alta voce esclamò: "Gli farò un bellissimo biglietto d'auguri!" . Purtroppo per lui, lì vicino se ne stava a svolazzare una minuscola fata, che sentì tutto e corse a riferirlo alle sue amiche. Le quali, chi più e chi meno, erano amiche o confidenti degli altri dignitari. A farla breve, la voce si sparse e tutti si diedero a creare biglietti augurali. Re Brian andò in cerca della carta migliore, prese dalla sua oca preferita una gran penna, raccolse bacche rosse, le pigiò per farne inchiostro e, con grandi svolazzi ed in bella calligrafia, compilò uno spettacolare biglietto di auguri che sigillò accuratamente con ceralacca e il suo timbro personale. La stessa cosa fecero gli altri. C'era tra loro un folletto invidioso, sempre immusonito, che covava rabbia per non essere tra i grandi dignitari della corte. Sempre in giro a non far nulla, sempre ad origliare e a spargere malcontento tra tutti. Questo folletto seppe dei doni e volle, naturalmente, farlo anche lui. Si guardò in giro, era nella taverna, e raccolse da sotto un tavolo un fazzoletto di carta spiegazzato; prese un pezzo di carbone dal camino e scrisse "Auguri", poi lo piegò e se lo mise in tasca. Quando venne il giorno del compleanno, re Oberon ricevette i suoi cortigiani nella sala del trono: Re Brian in testa a tutti porse il suo magnifico biglietto e Oberon si congratulò. Anche gli altri fecero lo stesso e re Oberon, anche se stupito nel ricevere da tutti lo stesso regalo, ringraziò gentilmente. Quando vide il biglietto del folletto storse il naso con disappunto ma lasciò correre. Pochi giorni dopo iniziarono le grandi celebrazioni del Samhain, con canti, danze, e tutto il Popolo Segreto che sfoggiava variopinti costumi e beveva sidro e birra. Davanti all'enorme falò rituale, tutti si scambiarono pensierini, fiori, frutta, e naturalmente biglietti augurali, visto che era diventata improvvisamente la nuova moda in voga. Re Oberon dal trono assisteva lieto insieme a Titania, la sua regina. Vedendo però il solito folletto che distribuiva biglietti a tutti lo chiamò e volle esaminarli. Erano tutti identici, tirati via, fatti male, scritti col carbone su pezzi di carta trovata chi sa dove. Re Oberon si infuriò e disse: "Tu, folletto stolto e sfaticato, non hai voluto sprecare un attimo del tuo tempo per creare qualcosa di bello per tutti coloro a cui hai fatto doni. E, ricopiando quel che hai donato a me, mi hai anche recato offesa, mostrando di considerarmi alla stregua di tutti gli altri. Per questo da adesso sei scacciato dalla corte e non metterai mai più piede sotto il tumulo del Popolo Segreto. Perché so bene che non possedete cose preziose e la sola cosa preziosa che avete è il vostro tempo. Creare qualcosa per donarla costa tempo, e questo, infine, è il vero regalo che avete dato. Tu, egoista e imbelle, nulla hai voluto dare e nulla riceverai più." Così dicendo, con un gesto, fece comparire la porta magica che conduceva fuori dal regno, e scacciò il folletto che da allora ne ebbe moltissimo, di tempo, per pensare a quanto fosse stato stupido.


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