(Prima pubblicazione 30.12.2009)
© Crenabog
Mentre calava la sera sulla casetta del Narratore il piccolo Finbar non ne voleva sapere di addormentarsi; così, come da abitudine, suo padre gli raccontò una delle infinite storie che aveva raccolto in anni di viaggi sui sentieri dello Shire:
C'era una volta un uomo che aveva visto tante cose nella vita, tante ne aveva vissute, tante ne aveva subite, ma che con incrollabile pazienza andava avanti a vivere le sue giornate. E faceva questo, e faceva quello, tutte le occupazioni quotidiane diventate un rito, un abitudine, un qualcosa dalla quale non si distaccava, perso nel suo trafficare, e non aveva mai il tempo di fare cose diverse. Ogni tanto, quando proprio doveva concedersi un poco di riposo, riandava con la mente ai fastosi ricordi della lontana gioventù e a tutto quel che gli sembrava fosse stato così corsaro, così avventuroso, così pieno di gioia e di emozioni. Poi, mentre le palpebre gli si abbassavano, pian piano iniziava a dimenticare e magari alla fine scopriva che dimenticando le cose non lo facevano soffrire poi tanto. Ogni volta che si risvegliava e iniziava una nuova giornata densa dei suoi piccoli affari, infilava una pallina di legno forata su un filo, un lungo lungo filo. Era una consuetudine che aveva preso così, bizzarramente, un giorno che non aveva granché da fare, molti anni prima, e da allora questa specie di collana senza capo né coda si dipanava in un lungo gomitolo arrotolato nella sua camera. Ogni giorno una pallina, ogni giorno le stesse cose, lo stesso amaro in bocca, la stessa sensazione di inutilità, sempre le stesse cose nella mai dichiarata attesa di una svolta, di un cambiamento. Ed in effetti un cambiamento ci fu: un giorno, nell'andare a dormire, dopo avere a lungo girato per casa, si accorse che non aveva più neanche una pallina da mettere sul filo. Guardò e guardò, borbottò, si disperò. Maledì qualcuno, a caso, diede persino un pugno sul muro tanta era la rabbia. Poi si strinse tra le braccia, sentiva freddo: decise di mettersi a letto senza neanche spogliarsi per conservare un po' di calore. Scese il buio e quella specie di disperazione si tramutò in tristezza, poi in rassegnazione. Non fa niente, pensò, neanche le palline hanno un senso, in fondo. Neanche io..
Nessuno si accorse, il giorno dopo, che quell'uomo consueto, comune, abitudinario, non era in giro. Era troppo comune, come quel che faceva, e alla fin fine, aveva soltanto consumato anche l'ultima delle sue palline.


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