(Prima pubblicazione 21.12.2012)
© Crenabog
Era un alba intrisa di nebbia, quella che si alzò sul villaggio; radi rumori si muovevano a fatica tra le brume, nel candore ovattato. Il Narratore non aveva dormito bene, la sera prima, probabilmente un boccale di
idromele di troppo alla locanda aveva sortito il suo effetto, e restava in un blando dormiveglia seduto in poltrona quando gli sembrò di sentire un raspare alla porta. Si alzò per andare a vedere, aprì ma non vide nulla: abbassando lo sguardo vide un minuscolo
gobelin, talmente ricoperto di pelli pelose da sembrare una specie di animale selvatico. Il Narratore lo fece entrare e sedere vicino al fuoco, poi andò a prendere una ciotola con del latte. Il gobelin produsse una specie di sorriso con la sua bizzarra faccia e poi disse:
" Sono venuto ad invitarti ufficialmente da parte di
re Brian alla festa di stanotte. Tutti noi ci auguriamo che verrai ma ti raccomandiamo di coprirti molto bene. Fa un freddo terribile là fuori!"
Il Narratore sapeva, dato il periodo, di che festa si trattava e ne fu contento perché gli anni precedenti non era mai andato a curiosare e il sapere di essere richiesto gli dava una specie di minuscolo orgoglio, ben consapevole di quanto fosse rispettato nel Mondo Segreto. Chiese l'ora e il luogo ma il gobelin disse che sarebbero andati a prenderlo e che, se voleva, avrebbe potuto portare con sé suo figlio. Si accordarono poi se ne andò, facendo smorfie all'idea di dover uscire. La giornata passò tranquilla nelle faccende domestiche e, al tramonto, un allegro suono di campanelle giunse fuori di casa. Il Narratore e il figlio uscirono, intabarrati in pesanti cappotti e con mantelli di montone e si trovarono davanti un gruppo di
kelpie, addobbati per la festa, con nastri rossi e campanellini d'argento, montati dai dignitari di re Brian. Faceva sicuramente un effetto bizzarro vedere quegli animali fatati, solitamente micidiali e dai quali non c'era scampo facile, agghindati in tal guisa ma, rassicurati dai folletti del re li montarono e si incamminarono sul sentiero che attraversava
Bosco Buio.

Fu una strada lunga e tortuosa, resa solo un poco più facile dal luminoso volteggiare di sciami di minuscole fate, quella che li portò alla
Brulla dei Dodici Troll; di solito la gente se ne teneva alla larga, a causa delle antiche leggende che la dipingevano come un luogo nefasto, testimone di sacrifici primitivi. La grande radura, circondata da alberi secolari, era stata preparata dalla corte di re Brian per l'occasione: al centro campeggiava una pira enorme di rami resinosi, mentre tutt'intorno tavoli imbanditi di cibo e frutta si preparavano a far passare degnamente le ore ai convenuti. L'aria era pervasa dai canti delle fate e il figlio del Narratore guardava tutto con occhi sbarrati, pieno di meraviglia. Quando tutti furono radunati, seduti in terra su stuoie e tappeti, re Brian diede il via alla festa e uno stuolo di folletti si precipitò ad accendere il falò, rischiarando a giorno il luogo. Mentre i
leprechaun si dedicavano al versare le bevande nelle coppe a tutti,
gremlins e gobelins tirarono fuori i loro bizzarri strumenti musicali: il Narratore pensava che sarebbe successo un caos, invece incredibilmente, riuscirono ad accordarsi e a dar vita alle loro musiche tradizionali. Le fate si avvicendarono alle vivande e tutti ebbero di che mangiare, le portate di maiale arrosto si susseguirono alle salse e ai piatti di patate bollite.

Vennero ultimi gli elfi portando grandi corone di vischio ed agrifoglio con le quali fecero un pittoresco abbellimento al trono portatile di re Brian Borough: il re dei folletti sapeva bene come far spettacolo! E, mentre le ore passavano tra risate, racconti di fantastiche avventure, gare a chi raccontasse bugie più inverosimili, giunsero infine anche gli Uomini Verdi, l'ultimo retaggio dei figli di Pan, da sempre celati tra gli inestricabili labirinti delle profondità di Bosco Buio, bastione contro un mondo che stava cambiando. Uomini dal sangue verde, dalla pelle verde, ricoperti di muschio, foglie e licheni, fieri nella loro orgogliosa e disumana bellezza, giunsero a testimoniare con la loro presenza che ciò che era stato non era ancora morto e, forse, mai lo sarebbe stato. Cantarono, in una lingua arcaica, della morte e della rinascita, del sonno e del sogno, della speranza. E anche se nessuno sapeva più capirli, i cuori di tutti gli esseri del Popolo Segreto li compresero a fondo. Inavvertita, sottile, si presentò al convegno anche la primissima luce dell'alba, così che i volti di ognuno, stanchi, accaldati, lieti, divennero riconoscibili agli altri. Venne l'alba, a decretare il termine della festa e a dichiarare la propria perenne immortalità; venne, e la ruota cosmica, come sempre tornò a girare.
"Felice Yule a tutti!" gridarono in coro, nessuno escluso. "Felice Yule!"
*** FINE ***
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