(Prima pubblicazione su Blogspot 27.02.2026)
© Crenabog
Quella mattina il Narratore scriveva, come faceva ormai ogni giorno, nella vecchia poltrona di cuoio accanto alla finestra. Davanti a lui, sul minuscolo tavolino a tre piedi, si accumulavano fogli fitti di appunti: ricordi di lunghi viaggi, storie raccolte nei villaggi più remoti, leggende ascoltate nelle notti di vento.
Da quando si erano stabiliti nella rustica casetta in pietra e tronchi in cima alla grande collina, quasi nel cuore di Bosco Buio, egli aveva deciso che la memoria andava custodita anche sulla carta. Raccontare non bastava più. Le storie, come le persone, meritavano di restare.
Lassù la vita scorreva quieta. Sotto la collina fervevano le attività del Popolo Segreto, i Sidhe governati con saggezza da re Oberon e dalla regina Titania. Era stata proprio Titania a volere che i suoi amici potessero vivere anche al di fuori del regno ipogeo: aveva fatto costruire la villetta da gnomi e folletti, e tramite le scale vorticose Paulie poteva ancora raggiungere il lago sotterraneo, dove sorgeva la loro prima casa, per nuotare con le fate quando ne aveva avuto desiderio. E il Narratore, dal canto suo, poteva godere del cielo azzurro che coronava lo Shire.
Paulie non aveva mai desiderato altro che stare con lui. Da quando lo aveva incontrato sulla battigia della Spiaggia dei Giganti e gli aveva sussurrato il suo vero nome, donandogli anche la sua pelle di foca e scegliendo di restare umana accanto a lui, la sua felicità era stata semplice e assoluta. Ora si dedicava alla casa, ai piccoli gesti quotidiani, ai viaggi condivisi, e ricamava pazientemente motivi celtici su fazzoletti, tessuti e mantelli.
Il Narratore non aveva più bisogno di vagabondare per guadagnarsi il pane con le sue storie: da quando aveva sottratto parte del tesoro di Lahin, la strega del Wangshire, poteva provvedere a ogni necessità e, di tanto in tanto, sorprendere Paulie con qualche dono.
Così, quella mattina, ognuno era immerso nelle proprie occupazioni. Paulie cuciva un ricamo su un fazzoletto bianco; il Narratore scriveva. Dopo un poco, senza neppure sollevare lo sguardo dall'ago, lei disse:
- Tesoro, stavo pensando una cosa…
- Mh? Che cosa, amore mio? — rispose lui, posando la penna.
- Pensavo… ormai sono anni che stiamo insieme, vero? E ne abbiamo viste di cose. Ne abbiamo passate tante…
- Oh certo. Cose belle e cose brutte. E bruttissime, purtroppo. Però siamo sempre insieme.
- Sì, caro, e ringraziamo gli dei e la buona fortuna. Ma sai… mi è venuta in mente una cosa che non ti ho mai chiesto. Forse ti sembrerà ridicolo, e per favore non metterti a ridere. Tesoro, dimmi... qual è il tuo nome?
Il Narratore la guardò. Ripensò al giorno in cui lei gli aveva sussurrato “Paulie” all'orecchio, legandosi a lui per sempre. Si rese conto che, in effetti, nessuno gli aveva mai chiesto quel dettaglio.
Per tutto lo Shire era sempre stato “il Narratore”, Finbar lo aveva sempre chiamato papà.
E Paulie, semplicemente, amore, caro, tesoro.
Secondo le antiche tradizioni, il nome poteva essere usato contro un uomo; era un varco, un punto fragile che maghi e streghe sapevano riconoscere. Per questo non lo aveva mai offerto a nessuno. Ma Paulie era il suo bene più prezioso. La sua ingenua fiducia lo stupiva e lo affascinava ancora. Perciò si alzò, le si avvicinò e appoggiò la fronte alla sua.
Per un istante rimase in silenzio. Poi le diede il potere.
*** FINE ***


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