(Prima pubblicazione 03.07.2009)
© Crenabog
Mentre scendeva il crepuscolo sulla taverna di Tom de Danann tutti gli avventori si sedettero in circolo: era il momento che tutti aspettavano, quando il Narratore avrebbe iniziato ad intrattenerli con i suoi racconti, le favole e anche certi consigli morali che non apparivano subito ma che - nei cuori di chi lo ascoltava - scendevano come un piccolo seme e davano frutto. E, alzato il calice di birra, iniziò a raccontare :
C'era una volta, nel nostro villaggio, un uomo che a forza di lavorare aveva guadagnato dei bei soldi e, si sa, soldo porta soldo; tra un affare e un impiccio la sua fortuna era cresciuta sempre più e aveva oramai da parte tanti di quei soldi da non sapere più come spenderli. Si era messo su una gran bella casa, piena di ogni rarità e di cibi venuti da tutto il mondo: disdegnava infatti i pomodori dei campi circostanti e se li faceva spedire dal Ovesturia, i dolci da Sidi Bel Abbash, la carne dallo Staffordshire e il formaggio dalle vecchie Lande, e via dicendo. Ogni prelibatezza era sempre poco per quel che poteva spendere e, siccome non aveva né moglie né figli le gioie del palato erano diventate la sua unica fissazione. Col tempo però gli affari iniziarono ad andare male, poi sempre peggio e fu costretto a vendere anche le gioie e gli arredi che aveva in casa. Oramai triste e sconsolato passava le giornate chiuso tra quattro mura a ricordare i tempi d'oro, centellinando i tesori che conservava nella grande cantina, i salumi pregiati, i vini d'oltremare. Camminava la sera all'imbrunire tra le camere cercando sugli scaffali qualche fettina, qualche piattino, che potesse essergli sfuggito ma alla fine solo poche briciole di tutto quel che aveva avuto rimasero alla sua portata. Sedeva così, davanti alle finestre, guardando l'esterno e la gente che andava in giro occupata nelle proprie faccende, dimagrendo sempre più ma restando chiuso nel proprio triste orgoglio che gli impediva di chiedere aiuto anche ai pochi conoscenti che gli erano rimasti. Iniziò a maledire la propria fortuna per averlo abbandonato, strisciando furtivo sul pavimento della grande cucina pregando per trovare qualche briciola. Una sera infine, che non ne poteva veramente più, vide una tenue piccolissima luce provenire dalla feritoia di uno stipetto minuscolo, quasi nascosto ai bordi della credenza: lo aprì tremando e, in fondo, vide una luce minuscola avvolgere una crosta di pane raffermo. Fece per prenderla quando sentì una vocina dire:- Ti ci voleva tanto per ritrovarmi? Mi ero nascosta qua in fondo, perché non hai fatto nulla per meritarmi. Questa è l'ultima occasione che ti do, mangia questo pezzo di pane, ricorda le tue origini, esci e ricomincia a vivere. - E così dicendo, la fata della Fortuna si alzò in volo, gli girò intorno e svanì. Lui cadde a sedere, credendo di aver sognato ma il pane era lì. Lo mangiò lentamente, tentando di farlo durare più a lungo possibile, e nel farlo ricordò la sua infanzia, quando anche una crosta di pane era un tesoro e capì quanto aveva dissipato. Si addormentò in terra e al mattino si lavò, si fece la barba e aprì la porta deciso ad andare a cercare un lavoro, quale che fosse, anche se avesse dovuto pregare per averlo, sicuro che non avrebbe più sprecato neanche un centesimo.
*** FINE ***


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