mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELLO STUDIOSO

 (Prima pubblicazione 04.08.2009)

© Crenabog 







C'era una volta, nel villaggio che ben conosciamo, un uomo di lettere che amava molto studiare qualsiasi cosa gli capitasse sotto gli occhi. Spesso si era allontanato da casa in lunghi viaggi per raggiungere antiche e celebri biblioteche dove aveva trascorso ore ed ore chino sui libri, leggendo senza sosta tutti i più vari argomenti. Si era fatta così una cultura invidiabile e quando parlava era una gioia starlo a sentire, discuteva con capacità su tutti gli argomenti che gli venivano proposti e a dire la verità già da tempo intendeva d'andar via dal villaggio, faticando a trovare chi gli stesse dietro nelle sue conversazioni. Un giorno preparò una grande valigia di cuoio e legno, ci mise il necessario e partì per andare all' abbazia di Gloster, avendo saputo che vi erano custoditi manoscritti talmente antichi che nessuno era riuscito a comprenderli. Giunto che vi fu, chiese ospitalità al Priore e dopo aver sistemato la sua cameretta si dedicò alla biblioteca. Guardò con soddisfatto stupore i grandiosi saloni dalle volte così alte che si perdevano nel buio, le altissime e ripide scale di legno appese per raggiungere i tomi e i tavoli di quercia dove consultarli alla luce di grandi candelabri di bronzo scuro. In pochi giorni aveva già esaminato volumi di scienza, di religione, di antiche letterature e pensò di dedicarsi ai libri di alta magia, anche se il Priore lo redarguì in merito, consigliandolo apertamente di non farlo. Non se ne dette per inteso anzi, incuriosito, prese i rotoli più vetusti e prese a tentare di decifrarli. Una notte ne scovò uno redatto nella perduta lingua elfica e vergato con una grafia sottile e curva: ricordava però le lezioni che gli aveva dato il narratore del villaggio il quale, essendo amico di Oberon, la conosceva e si era peritato d'insegnargliela. Lesse con stupore le cronache delle guerre tra Re Brian e Re Oberon, lesse come il dio Dagda si mutava in cervo per dare la caccia ai cacciatori, seppe quale oscura divinità stesse realmente dietro ai Giganti che avevano invaso il Regno Segreto e trovò molte formule perdute da secoli, se non addirittura da millenni. Se le trascrisse con cura in un diario che portava con sé e si ritirò nella sua stanza. Quella notte l'emozione lo rese febbricitante, non vedeva l'ora di poter tornare al suo paese per sfoggiare tutte quelle conoscenze. Vaghi sogni di potere, ricchezza e fama scivolavano rapidi nella sua mente. Capì quanto oro avrebbe potuto strappare ai coboldi dell' arcobaleno, immaginò persino di poter vedere un giorno re Oberon inchinarsi davanti a lui. Giunse il mattino e, dopo aver salutato tutti, anche il Priore che lo guardava con sospetto, partì per il lungo viaggio di ritorno. Seduto nella diligenza accarezzò il diario nascosto sotto le pieghe del mantello e, giunti che furono ai bordi del Bosco Buio chiese al postiglione di farlo scendere per poter tornare a casa a piedi. In realtà desiderava avere ancora un poco di tempo per provare a recitare alcune delle formule che aveva imparato; si avviò sul sentiero e, sfiorando i grandi alberi, li faceva fremere al tocco delle dita mentre mormorava sottili incantesimi, guardava cespugli fioriti e comandava loro di seccarsi, volgeva il braccio verso le messi coltivate in lontananza e ad un suo gesto esse si aprivano lasciando intravvedere sentieri magici. Inebriato dal potere si sedette su un tumulo per fumare un poco di tabacco grasso e speziato, sbirciando le pagliuzze di Perique piccante che gli aveva donato il narratore e che aveva mescolato al buon Latakia. Non passò mezz'ora che, attirato come sempre dal forte profumo del tabacco da pipa - un vizio al quale non sapeva resistere -, davanti a lui comparve Re Brian Borough con un gruppetto di folletti vestiti di verde brillante. Lo studioso non credette alla propria fortuna e quando Re Brian, molto gentilmente in verità, gli chiese di poter assaggiare il suo tabacco lui invece pronunciò velocemente un grande incantesimo che aveva strappato a quell' antico rotolo. Il gruppetto restò immobilizzato e, mentre Re Brian diventava paonazzo dalla rabbia, l' uomo gli chiese di farlo diventare la persona più felice della terra. Ci fu un lampo ed eccoli lì, tranquillamente seduti in una vecchia bicocca ai bordi del villaggio, lui e Re Brian, a bere cervogia da grossi boccali di peltro e a narrarsi storie da buoni amici. Il Re lo aveva trasformato nella persona più felice della terra: un povero ciabattino, completamente dimentico di sé e del proprio passato, soddisfatto di quel po' di birra che aveva e di avere un tetto sulla testa per dormirci e un vecchio amico col quale chiacchierare di quanto latte quell' anno avessero dato le mucche frisone. D' accordo, Re Brian era veramente una peste, ma cosa si può volere di più del vivere tranquilli e avere buoni amici ai quali raccontare qualche storia?



*** FINE ***

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