(Prima pubblicazione 02.10.2012)
© Crenabog
Oltre il villaggio che conosciamo bene, sorgeva Bosco Buio, dimora del Popolo Segreto, saggiamente governato da re Oberon e da sua moglie, la regina Titania. Il popolo degli gnomi, delle fate, dei folletti viveva la sua vita millenaria custodendo antichi segreti, creando malìe e sortilegi, sempre a contatto con la Natura, della quale, intimamente, profondamente, faceva parte. Tutto questo era ben conosciuto dal piccolo figlio del Narratore del villaggio, che così tante volte aveva accompagnato suo padre nel peregrinare alla ricerca di nuove storie da raccontare ai concittadini, cosa che gli forniva di che vivere con la sua famiglia. Il piccolo era entrato in amicizia con quasi tutto il Popolo Segreto, se vogliamo fare eccezione per certi soggetti alquanto inaffidabili e pericolosi, ma in qualche maniera, se l'era sempre saputa sbrigare, anche se a volte solo con il provvidenziale intervento di suo padre. Col passare del tempo era dunque diventato sempre più sicuro di sé e tendeva ad allontanarsi, quasi sempre di nascosto, per vagabondare anche lui; un giorno, di buon mattino, si caricò lo zaino con tutto quel che poteva servirgli, prese uno dei bastoni di suo padre - un vecchio ramo dritto e nodoso, lucido per gli anni - e si incamminò per uno dei tanti misteriosi sentieri che aveva imparato a memoria. Oltrepassò la Radura dei Tumuli, scorse in lontananza la locanda di Tom de Danann - che evidentemente doveva aver bevuto insieme ai suoi avventori fatati, la sera prima, visto che la sua mucca si era nuovamente arrampicata sul tetto per brucarne il muschio senza che la facesse scendere - e si diresse verso uno dei pozzi delle Fate, per rinfrescarsi. Giunto che fu, bevve e si sedette a riposare. Non aveva un'idea precisa su dove andare, lasciava che fosse il caso a decidere, come faceva sempre suo padre. Poco tempo dopo distinse chiaramente lo smuoversi dell'aria, come se qualcosa di invisibile vi passasse attraverso: erano certamente le piccole Fate che venivano a trovarlo.
Si resero distinguibili e si sedettero vicino e sopra di lui, essendo alquanto piccole e subito iniziarono il loro cicaleccio : il bambino si stava divertendo quando, da dietro di lui, si sentì scuotere. Volse gli occhi e riconobbe subito Paulie, la fata foca fuggita dai mari gelidi del Nord per rincorrere un impossibile amore per suo padre; Paulie si era affezionata a lui e talvolta gli regalava piccoli doni magici. " Sono felice di rivederti - disse la fata - Ti andrebbe di venire a vedere uno spettacolo davvero raro, insieme a noi? " Il bambino non ci pensò sopra neanche un minuto e accettò, lieto della novità che si prospettava. " Stiamo andando a vedere il passaggio dell'Albero di Luce, le nostre sorelle degli Alti Monti ci hanno avvertito, è in viaggio e sta per passare nel nostro territorio. " Le piccole fate alate si alzarono in volo, piroettando intorno a loro: Paulie, che anche se minuta era pur sempre più alta di lui, lo aiutò ad alzarsi. " Il viaggio però è lungo e non potremo farlo a piedi, quindi chiamerò un Kelpie, ma stai tranquillo che a noi non farà nulla di male..." Il bambino sapeva quanto fossero malvagi i Kelpie, spiriti che prendevano forma di cavallo per trarre in inganno i viaggiatori che si erano persi, e li conducevano ad una fine crudele ma si fidava di Paulie e non ebbe problemi a salire in groppa insieme a lei. In brevissimo tempo giunsero alle pendici di Monte Cupo, dove si apriva una delle porte del Popolo Segreto.
Entrarono tutti e imboccarono un sentiero in discesa, scavato da secoli nelle profondità della montagna. Le piccole fate illuminavano la strada e facilmente giunsero fino alla riva di un fiume sotterraneo, che scorreva placidamente da una caverna dirigendosi nelle oscurità di un'altra grotta. Sedettero, nel silenzio irreale, mentre il tempo veniva scandito solo dal quieto sgocciolare dell'umidità che dall'alto della volta cadeva a lustrare i ciottoli. Paulie tenne il bambino tra le sue braccia, seduti tranquilli, forse rimpiangendo dentro di sé di non aver potuto coronare il suo sogno d'amore quand'ecco che, in lontananza, un vago brillare avanzò sul fiume. Pian piano la caverna si riempì di luce mentre l'Albero fece il suo ingresso trascinato dalla corrente: uno spettacolo maestoso, quasi incomprensibile per le leggi della natura, ma reale e meraviglioso. Le sue fronde si muovevano placide, mosse dal dondolìo dell'acqua: un salice piangente enorme, dalle radici strettamente aggrovigliate ad una zolla di terra coperta di muschio e di funghi magici. Paulie, sussurrando, spiegò: " L'Albero di Luce è nato molti anni fa, in cima al picco di Krasnak, al centro di un cerchio delle fate. Una tempesta fece franare la roccia dove stava e la sua zolla precipitò in una grotta, in mezzo all'acqua. Pian piano crebbe, forte del potere del cerchio magico e prendendo la luce dalla luminescenza dei funghi fatati. Poi, quando l'acqua si alzò, trascinò con sé la zolla, la zolla raccolse fango e detriti e aumentò di volume e l'Albero con lei. Sono anni che vaga nelle profondità della terra, seguendo il corso del fiume, e un giorno arriverà alla foce, vagherà nel mare e certamente si unirà ad Hy Breasìl, l'isola magica che vaga eternamente, apparendo e scomparendo. Io la conosco bene, ci sono stata con tuo padre.."
Il bambino continuava a guardare l'Albero procedere sontuosamente, avvolto nella nuvola della sua luce incantata, finché non si perse in lontananza. Camminando in silenzio, tutti persi nei propri pensieri ma toccati nel profondo del cuore da quella visione, tornarono fuori. Le piccole fate si alzarono in volo chiacchierando e fluttuarono via verso le Colline dei Tumuli, Paulie e il bambino salirono in groppa al kelpie e galopparono verso il villaggio con i lunghissimi capelli neri di lei che lo proteggevano dal vento e dalle foglie del bosco. Giunta al limitare lo aiutò a scendere, gli posò un leggero bacio sulla fronte e gli chiese di portare i suoi saluti al padre. E, mentre il bambino sgambettava via, fremente di desiderio di raccontare quel miracolo a cui aveva assistito, Paulie, pensando a chi lo stava aspettando a casa, pianse.



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