mercoledì 19 novembre 2025

LA FAVOLA DELLA MUSA

 (Prima pubblicazione 21.08.2009)

© Crenabog 




Quasi tutti gli avventori della taverna di Tom de Danann erano tornati alle loro case e l' atmosfera era molto più tranquilla. Il Narratore se ne stava seduto in un angolo a fumare la pipa e a scrivere su dei fogli i racconti che poi avrebbe declamato al suo pubblico. E Tom, che non aveva nessuno da servire al bancone, venne a fare due chiacchiere con lui finendo ovviamente per chiedergli una storia. E il Narratore cominciò:

C'era una volta, nel nostro villaggio, tra i tanti abitanti affaccendati nei loro lavori, un uomo che - grazie ai soldi messi da parte negli anni dalla sua famiglia - non lavorava ma se ne stava tutto il giorno, talvolta pure la notte, seduto nella sua vecchia poltrona a scrivere poesie. Ne aveva scritte tantissime, aveva riempito quaderni, volumi, aveva risme di fogli scritti in bella calligrafia sparsi dovunque in casa. Ogni tanto capitava anche che riuscisse a farseli pubblicare da qualcuno e allora era tutto felice nel sapere che anche altri potevano leggere quelli che riteneva fossero dei piccoli capolavori. Stava perennemente in cerca di ispirazione, osservava avidamente tutto e tutti e poi elaborava i suoi pensieri per dargli forma e comporre pensieri, liriche, odi e cantiche. Aveva letto tanto e qualche volta, ma non lo avrebbe mai ammesso in pubblico, rubacchiava qua e là qualche idea dai vecchi classici, così, quando proprio era fuori forma e null'altro gli veniva in testa. Col tempo cominciò a faticare sempre più a trovare nuove idee, nuovi stimoli, capì di aver perduto quell'afflato mistico che lo aveva sempre accompagnato e se dapprima questo lo rese pensieroso, presto cominciò a disperare di poter continuare a scrivere. Iniziò a fare lunghe passeggiate nel Bosco Buio pensando che forse l'aura fatata di quei luoghi lo avrebbe aiutato e un giorno che se ne stava peregrinando così giunse ad un antico crocicchio di sentieri. Quel quadrivio esisteva da tempo immemorabile, si raccontava che fosse stato un nodo dei sentieri del Popolo Segreto, quel che é certo é che la gente del villaggio se ne stava alla larga essendo consapevole delle forze che ancora gravavano nei dintorni. Se ne stette a lungo seduto su una grande roccia piatta e gli parve di poter distinguere vaghe forme trasparenti andare avanti e indietro per quell'incrocio, una certa luminescenza che lo rese sicuro di essere nuovamente al cospetto di qualche rappresentante del Popolo Segreto. Ad alta voce, allora, si presentò, con garbo, chiedendo di mostrarsi a chi stesse passando; sulle prime non accadde nulla ma alla fine prese forma una Gwaydin, una di quelle fate note per le loro attitudini stregonesche, che hanno la pessima abitudine di starsene sedute semi invisibili sui muri ai bordi dei sentieri per fissare malevole i viandanti. Il poeta le rivolse gentilmente la parola e, visto che quella non rispondeva, le espose il suo problema chiedendole se vi potesse essere un rimedio. La fata replicò che quel che serviva a lui era ritrovare una Musa, cosa oltremodo difficile, ma che se avesse a lungo invocato Brigit lei avrebbe potuto aiutarlo. Il poeta volle ringraziare la Gwaydin donandole uno dei suoi libretti che aveva con sé, non pensando affatto che non bisogna mai dare nulla di personale agli esseri fatati, si corre il rischio che lo usino per farne un incantesimo e renderti loro schiavo, poi riprese la sua strada e tornò a casa. 




E qui, per giorni e notti, rivolse a Brigit le sue preghiere, chiedendole di raggiungerlo e di ridargli la speranza. Una mattina si svegliò da un sonno agitato e scese le scale per andare in cucina a preparare la colazione e lei era lì, sembrava seduta ma in realtà galleggiava nell'aria, composta, splendente, emanava una luce soffusa intrisa di dorato pulviscolo. Il poeta cadde in ginocchio, ammirato e sorpreso, e subito sentì tornargli in testa e nel cuore la più grande ondata di ispirazione poetica che avesse mai conosciuto. Con gli occhi pieni di lacrime di riconoscenza per la Musa si gettò subito a scrivere, e scrisse senza fermarsi mai per ore e ore; alla fine, stremato, si gettò in poltrona e - preso tra le mani il mucchio di fogli - volle declamarle tutto quel che aveva scritto in suo onore. Furono versi meravigliosi, voli poetici quali nessuno aveva mai concepito! La Musa se ne stava sempre lì, con un leggero sorriso sulle labbra, senza far nulla, limitandosi a donare a lui e all'ambiente la sua luce fatata. Il poeta desiderava tanto poter scambiare qualche parola con lei ma se ne stava zitta zitta poi, alle sue insistenze, fece un cenno di assenso e cominciò a parlare, con una voce che sembrava una cascata di puri cristalli, un fluire dolcissimo e melodico ma... ma il poeta non ne capiva una parola. Ristette a pendere dalle sue labbra ma proprio non capiva nulla, poverino. Alla fine colse qualcosa che gli fece sospettare che la sua Musa stesse, strano ma vero, parlando al contrario e gli venne un intuizione, andò in una camera a prendere un grande specchio che appese al muro e lì, guardandola, iniziò finalmente a comprendere - nella sua mente - tutto quel che lei diceva. Narrazioni sorprendenti, saghe del Popolo Segreto, grandiose verità che nessuno aveva mai intuito, un fiume in piena di cose di una bellezza straordinaria che lo confondevano. Il poeta, pieno di riconoscenza, sempre guardandola nello specchio, col cuore stracolmo di gioia volle dichiarargli il suo amore sperando che non lo avrebbe mai più abbandonato e che gli avrebbe sempre dato quella magica ispirazione ma, mentre queste parole gli uscivano dalle labbra, fatali, l'immagine di Brigit nello specchio si sovrappose alla sua e pian piano trascolorò, svanendo, come fusa in lui. L'aveva perduta. E col tempo, negli anni che gli rimasero da vivere, capì che le Muse hanno immensi tesori da donare a chi li desidera ma nulla vogliono in cambio e, quando commetti l'errore di svelare loro i tuoi veri sentimenti, svaniscono in cerca di un altro poeta.





*** FINE ***

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