(Prima pubblicazione 24.06.2009)
© Crenabog
Per quanto la vita nell'antico villaggio scorresse tranquilla, con i ritmi scanditi dalle stagioni e dalle consuete occupazioni, il Narratore non riusciva a stare veramente tranquillo. Aveva viaggiato tanto, e ancora viaggiava, per raccontare le sue storie e così guadagnare per la sua famiglia, dunque aveva visto cose che la maggior parte degli altri neanche sognava. E tra queste cose non sempre ce n'erano di belle. Perciò il Narratore provava sempre una certa preoccupazione nei confronti di Finbar, il suo bambino. Un giorno che se ne stavano entrambi sul dondolo sotto la veranda a guardare in lontananza il fogliame del bosco muoversi al vento di primavera, il bambino gli domandò:- Papà , tu di cosa hai paura? Di morire? , Il padre ci pensò soltanto un attimo e gli rispose:- No, ho paura di perdere te. , e se ne restarono in silenzio ognuno immerso nei propri pensieri. Quando venne la notte, dopo averlo messo a letto e avergli raccontato una favola come sempre, il padre uscì di nuovo sulla veranda e lasciò che il tempo gli scorresse addosso lentamente, ogni tanto dando una boccata alla pipa. In alto le stelle cambiarono posizione e la luna si avvicinò quietamente alle cime degli alberi. Ed ecco che trasse di tasca un piccolo flauto d'argento, molto ma molto piccolo, quasi un fischietto, che anni prima, in gioventù, gli era stato donato da Titania, la Regina delle Fate, per ringraziarlo di aver raccontato molte bellissime storie durante una festa che lei aveva indetto per tutti gli abitanti fatati del bosco. Con quello strumento, gli aveva promesso, avrebbe potuto chiamare a sé qualsiasi essere fatato che avesse voluto, gli sarebbe bastato pensare chi desiderava. Lo suonò sommessamente, con la mente rivolta al Ragno della Luna ed ecco che, da dietro la parte buia del satellite il Ragno Gigante si mosse e scese nel bosco lungo il suo filo d'argento. Senza rumore che non fosse il leggero brusio delle stesse foglie degli alberi, il Ragno si avvicinò e l''uomo lo salutò con cortesia, chiedendogli un dono particolare. Il Ragno gli porse allora una matassa del suo filo d'argento, creato con la stessa materia di cui son fatti i sogni che il favoloso animale manda nelle menti degli uomini quando dormono, sottilissimo, invisibile, indistruttibile. Il padre lo ringraziò con calore e gli offrì di bere da una ciotola che aveva riempito di grappa di denti di leone, potente, del color del sole, inebriante. Il Ragno ne bevve e si allontanò barcollando ma molto allegro, arrampicandosi poi fino alla sua incredibile casa lunare. Il padre salì da suo figlio e legò il filo al polso del bambino, si mise la matassa in tasca e legò al suo polso l' altro capo poi se ne andò anche lui a dormire. E da quella notte in poi, per tutta la vita, ogni volta che non vedeva o non sapeva dove fosse suo figlio, dava un piccolo strattone al filo e poco tempo dopo ecco che suo figlio si faceva vivo e lo rassicurava. Grazie a questa bizzarra magia anche quando furono lontani l'uno dall'altro, lontani veramente non lo furono mai.
*** FINE ***


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