(Prima pubblicazione 01.05.2009)
© Crenabog
Il Narratore conosceva moltissime storie del folklore della Contea, memorizzate durante i suoi viaggi, e per gli abitanti del villaggio era consuetudine chiamarlo affinché le raccontasse. Ma non sempre si trattava delle antiche tradizioni celtiche passate di bocca in bocca o conservate in polverose librerie; al Narratore infatti piaceva molto anche inventare nuove storie con un fondo di insegnamento. Una di quelle che amava di più era questa:
C'era una volta, in quel paesino sperduto tra le brume e le colline verdeggianti che ormai conosciamo bene, un bambino che, a differenza dei suoi piccoli amici, era contento quando pioveva. Ci sarebbe da chiedersi cosa ci fosse, in quell'atmosfera grigia e in quei goccioloni pesanti che esplodevano sui tetti coperti di muschio che lo rendeva così allegro.. In realtà, non era la pioggia, ma l'attesa della venuta dell'arcobaleno, che rendeva il suo animo così felice. Sapeva bene che alla fine dell'arcobaleno le tre fate custodivano il Paiolo magico, e sin da piccolissimo aveva desiderato vederlo e magari riuscire ad afferrarlo. Ogni volta che finiva di piovere usciva correndo da casa e si precipitava a vedere dove finisse quell'arco fatato e pieno di colori. Ci aveva provato tante volte ma gli era sempre parso irraggiungibile. Crebbe con quell'idea fissa in testa e le provò tutte: si allenò nella corsa - tanto che negli anni vinse persino molte gare - ma quando arrivava vicino svaniva sempre; crebbe ancora e studiò tanto per scoprire un modo di arrivarci prima che sparisse. Così, si fece una posizione, conobbe una brava ragazza e la sposò, sempre tentando di arrivare alla fine dell'arcobaleno. La moglie lo prendeva in giro ma in fondo pensava fosse solo una innocua mania. Ebbe un figliolo che crebbe a sua volta e si fece la sua vita, la moglie avanti con gli anni un giorno morì e lui restò solo, ma non abbandonava quel pensiero. Un giorno, ormai anziano, deciso a tentare il tutto per tutto inquadrò bene dove finiva l'arco dell'iride e vi si precipitò. Era stato davvero un gran temporale e le nuvole non fecero in tempo a diradarsi, e benché l'arcobaleno iniziasse a dissolversi lui aveva ormai ben visto il punto, su una collina, dove doveva andare. Arrivò correndo, per quel che le sue forze glielo permettevano ed eccole lì, le tre fate, sempre eternamente giovani, sempre eternamente intente a riavvolgere l'immensa eterea sciarpa multicolore che gettavano nel cielo per avvisare gli uomini che il temporale era finito. Corse verso di loro e vide finalmente il Paiolo magico, più piccolo di quanto avesse immaginato e senza le monete d'oro di cui suo padre gli aveva favoleggiato ma splendente, dorato, tutto coperto di grosse gocce di pioggia. Le fate lo guardarono sorprese poi, ridendo, gli dissero:- Toh, ma allora sei davvero riuscito a raggiungerci ! Non l'avremmo mai creduto! Lo volevi proprio tanto, eh? - Lui rispose di sì, e chiese loro quale sarebbe stato ora il suo premio. - Un premio? Ma è la prima volta che ci capita! -, risposero,- Però te lo sei meritato. Cosa vorresti? - Lui ci pensò sopra, pensò a sua moglie che non c'era più, a suo figlio ormai grande e lontano, a tutto quel che di bello aveva fatto ed avuto dalla vita, cosa mai avrebbe potuto chiedere ancora che non avesse avuto? E disse loro:- Mi sono divertito tanto, in tutti questi anni, a cercarvi, è stata la cosa più bella che ho fatto! Non potremmo ricominciare? Le fate scoppiarono a ridere, con quelle loro risate dal suono di cucchiaini d'argento battuti su bicchieri di cristallo molato e lui si ritrovò bambino, davanti alla porta della sua vecchia casa, mentre le ultime gocce di pioggia finivano di cadere e un nuovo arcobaleno iniziava a comparire nel cielo: ricominciò a correre. E rideva, mentre correva..
*** FINE ***


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