(Prima pubblicazione 02.07.2014)
© Crenabog
Si avvicinava lentamente il sole all'orizzonte, regalando al cielo uno spettacolare fuoco d'artificio di nuvole incendiate dei molti toni del rosso e dell'arancio. E nella Contea, con la solita calma, il Popolo Segreto si preparava alle attività notturne: chi pregustava il sonno ristoratore, chi qualche abbondante bevuta alla taverna di Tom, le cucine dei folletti di re Oberon erano ribollenti e fumiganti.. nell'antico villaggio la gente tornava a casa, chiudeva bene le porte e si assicurava che non fossero entrati spiriti, folletti o altre cose più temibili. E naturalmente c'era anche chi si preparava a compiere qualche birbonata, se non addirittura qualcosa di peggio perché, lo sanno tutti, il mondo è vasto e non ci sono solo fate e fiori. Lungo le rive del fiume che nasceva dalle caverne di Monte Atro e attraversava la Contea e il villaggio, chi si fosse attardato in giro e avesse avuto la fortuna di una vista aguzza, avrebbe potuto scorgere un piccolo pixie, con un piccolo sacco a tracolla, che sembrava intento a cercare qualcosa di importante, tanta era la foga con cui girava la testa qua e là. In verità, il minuscolo folletto si era reso conto dell'ora e sperava che le cose malvage che abitano la notte si trovassero tutte dall'altra parte del fiume. Quasi tutti i componenti del Popolo Segreto evitano come la peste di bagnarsi in acque correnti e spesso un fiume, anche un torrentello, bastava a salvare una vita. Il pixie si avvicinò ad una grande quercia, alzò lo sguardo e vide quel che cercava: un nido, lassù tra i rami. Se c'era un nido, probabilmente ci sarebbero state delle uova, cosa di cui era ghiottissimo; si aggiustò il sacco sulle spalle e vagliò attentamente il tronco alla ricerca degli appigli migliori quando, nella quiete campestre che lo circondava, sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Cosa poteva esserci, tra le ombre del fogliame e dei cespugli, che iniziavano a diventare più cupe e pesanti? Osò lentamente voltarsi ed eccolo, proprio poco distante. Enorme, anche per via che il pixie era davvero piccolo, nero come la notte e con due occhi rossi di brace che lo fissavano. Non si muoveva, e neanche il folletto: sapeva bene di cosa fosse capace un kelpie.
Perché di questo si trattava, del feroce spirito fatato che prendeva la forma di un cavallo per farsi cavalcare dai viaggiatori sperduti nelle lande e nelle brughiere, galoppando poi all'impazzata per trascinarli nei corsi d'acqua, affogarli e divorare il loro fegato. Dunque, dal kelpie il fiume non lo avrebbe salvato: cosa fare? Il cavallo mostruoso si avvicinava piano, muovendo furtivamente gli zoccoli nella sua direzione; poteva distinguere il vapore che usciva dalle narici, da quel gelido corpo mortale. Con un balzo, il kelpie prese ad arrampicarsi furiosamente sulla quercia, senza pensare a cosa sarebbe successo poi, l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sul cervello. Il nitrito di rabbia del kelpie squarciò l'aria e l'essere balzò sotto l'albero, scalpitando e sbuffando, la grande testa rivolta all'insù a fissare il pixie che si aggrappava ad ogni fessura della corteccia. Il folletto malediceva l'albero, cosparso per ogni dove di resina molle e profumata, ma estremamente appiccicosa, che lo stava coprendo fin sopra i capelli, gli entrava nelle orecchie, quasi gli tappava il respiro. Ma saliva, ancora e ancora, puntando ai primi grossi rami dove contava di riprendere fiato. E ci arrivò, a stento, completamente coperto di grumi di resina giallastra, e poté sedersi a gambe larghe e ragionare sulla situazione senza scampo nella quale si era cacciato. Nel frattempo, continuava ad inveire contro la quercia appiccicosa, contro sé stesso, contro la sua stupidità nell'uscire a quell'ora e contro il suo insaziabile desiderio di mangiare uova. Uova? Certo, se l'era scordate, ma forse, se stavano nel nido, avrebbe potuto riprendere le forze e resistere sin che il kelpie non avesse adocchiato qualche preda più facile: così un po' strisciando, un po' aggrappandosi, arrivò fino al ramo sul quale era incastrato il grande nido che aveva scorto. Guardò dentro e, come c'era da aspettarsi, di uova non ce n'era nessuna, a parte vecchi frammenti di gusci, il che provocò nel pixie un nuovo scoppio di parolacce e maledizioni. Furibondo, saltò nel nido e cominciò a prendere a calci i gusci vuoti, ricoprendosi di piume e penne lasciate dai proprietari del nido, volati via chissà quando, che subito si impiastrarono alla resina e aderirono al pixie trasformandolo in una specie di assurdo uccello scalciante. E urla, strilla, prendi a calci, tanto fece che perse l'equilibrio e cadde dal ramo.
Mentre precipitava, continuando ancora a urlarne di tutti i colori, in preda al terrore si sbracciò come un ossesso e... cominciò a volare. Certo, non un bel volare, sia chiaro, uno svolazzare demente ma salvifico, visto che lo manteneva in aria, così piccolo, leggero e coperto di penne. Il kelpie lo guardava e nella sua testa malefica l'idea che il folletto potesse sfuggirgli ci mise un po' a farsi strada ma alla fine capì che non sarebbe riuscito a prenderlo. Con un ultimo sbuffo velenoso, il cavallo fatato si girò e galoppò via tra gli alberi: il pixie continuò a ballonzolare in aria cercando di dirigersi verso il più vicino luogo di ritrovo dei folletti e stavolta di certo dalla sua bocca non furono maledizioni che sortirono, ma canti di gioia, peana di battaglia, urla di giubilo e risate sguaiatissime di beffa contro il kelpie. E magari sarà questo il motivo per cui, una settimana dopo, chi passava nei dintorni della quercia la vedeva sempre più curata, abbellita, da un giardinetto fiorito che la circondava, allargandosi nel tempo sempre più, a distinguerla da ogni altro albero della zona.
** FINE **



Nessun commento:
Posta un commento